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Mal di terra

Mal di terra campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021

Che cosa lega una bambina prigioniera del mare a una vecchia sartoria di Milano? Negli anni Ottanta su una piccola isola quasi deserta al largo della costa toscana vivono Lisa e Apo. I due bambini crescono insieme come fratelli su questo avamposto di terra bellissimo e spietato, dove le tempeste hanno il sopravvento e non esiste acqua dolce. La giovinezza di Lisa è sconvolta da due eventi tragici e inspiegabili, uno dei quali la porta molto lontano a cercare risposte. Tra isola e terraferma, tra passato e presente, tra ciò che si sa e ciò che si ignora, la storia di un abbandono e di una rinascita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre amato le parole, che credo abbiano, oltre che un colore, anche una consistenza. In un periodo buio mi sono trovata a riflettere sui legami, su quanto le nostre vite siano intrecciate a quelle degli altri, sul significato dell’abbandono, sulla leggerezza “di peso”. Mal di terra è nato da queste rotte sommerse, per raccontare come conservare ciò che abbiamo perduto, e quanto sia vitale nella ricerca di sé stessi. Un grazie speciale a Iaia Caputo, mia mentore, per la sua guida sapiente.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE 1 | L’ISOLA
CAPITOLO 3

Lisa guarda l’orologio e si affretta a chiudere lo zaino.
“Sto andando!” urla dalla stanza. Ferma un attimo le mani, intente a riunire i fogli sparsi dei suoi appunti, per ascoltare una risposta che non arriva.
“Babbo, io vado!” ripete, uscendo dalla sua camera, passando di fronte alle porte chiuse delle stanze degli ospiti ed entrando nella cucina comune. Piero non sembra essere in casa, eppure non l’ha sentito uscire.
In cucina c’è una temperatura diversa rispetto alle altre stanze, lo avverte ogni volta che oltrepassa la soglia, anche se non c’è un termostato. Fa più freddo. Non è un cucinino come quelli che ha visto nelle case di Porto Santo Stefano, dove i condomìni stanno l’uno sull’altro, gli appartamenti sono due o tre per piano e si tengono caldo.
Quella cucina è grande quasi come tutte le altre stanze messe insieme, stretta a un’estremità della casa. Su tre lati solo il muro la separa dall’esterno, in alto c’è il sottotetto, dove fanno il nido i gabbiani. È spoglia e si arrende volentieri alla luce. D’estate c’è lo spazio per accogliere i riflessi dei rampicanti e del trattenuto marino, quell’impressione verde che guizza su ogni cosa vivente e non vivente dell’isola. D’inverno la cucina si intristisce, la luce fa più fatica a entrare. In questo periodo dell’anno Lisa sceglie la cucina, tra le stanze della casa, per trascorrere quasi tutto il suo tempo, seduta al tavolo di legno oppure rannicchiata sulla sedia a dondolo che scricchiola a ogni movimento. Quando studia, parla ad alta voce e lo spazio vuoto gliela restituisce.
Tra poco inizierà la stagione e ogni giorno da Porto Santo Stefano e dal Giglio sbarcheranno i turisti. La maggior parte di loro acquista un biglietto di andata e ritorno e resta sull’isola cinque ore, seguendo una guida che li conduce in gruppi ordinati a fotografare le bellezze recensite dalla Pro Loco. I resti della sontuosa villa romana, la vecchia cisterna che i pirati utilizzavano come rifugio, gli attracchi che dei tempi antichi conservano tracce murarie, il faro abbandonato ai Grottoni, le praterie sommerse di posidonia oceanica, visibili a occhio nudo dalla riva di cala Maestra.
Qualcuno però non prende il traghetto di ritorno e resta sull’isola.

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A casa di Piero ci sono quattro camere che accolgono ogni anno i turisti, per periodi variabili, che vanno da una notte a tre settimane. Fino a quando gli ospiti non ne hanno abbastanza dell’acqua marrone da filtrare, della corrente che salta o del fare schivo degli abitanti.
D’estate in cucina si possono incontrare sconosciuti a tutte le ore. Lisa, non appena ultimati i suoi obblighi, la evita con cura, accelerando il passo quando si dirige alla porta, rifugiandosi da Fiorenza non appena la fame si fa sentire.
Ora non ci sono ospiti, il tavolo di legno è vuoto, ad eccezione della brocca blu. Lisa si accorge che sotto spunta un foglietto.
Piero le ha scritto “Compra la Gazzetta”.
È facile non vederlo per un paio di giorni, hanno orari diversi e più il tempo passa più lui assomiglia a uno scoglio di Punta Scaletta, duro e salato. A volte lei pensa di non riuscire più a parlare con suo padre. Ma basta un’increspatura per riportarlo a quando era una bambina. Con Apo è rimasto lo stesso, se fanno un tratto di strada insieme Piero gli prende la mano. Sa che per lui è un automatismo affettuoso, lo fa per rispondere a un antico e immutato senso di protezione. Ma a guardarli procedere appaiati è facile scambiare i ruoli. Piero è invecchiato e Apo è un gigante, supera di almeno due spanne tutti gli abitanti dell’isola. Lisa in quei momenti rallenta il passo per farsi superare e li segue da una piccola distanza. Fuori pioviggina e c’è quel profumo di erba marina che sempre le ricorda la madre e il suo amore per le tempeste. “Quando si abbattono sulle isole diventano epiche” diceva. A Lisa quella parola era sembrata così bella che non aveva osato, per anni, domandarne il significato. Temeva di sciuparla, o forse di scoprire che era solo una parola come tante altre, e se la rigirava tra le mani: epiche, epiche, epiche, come il più prezioso dei sassi della sua spiaggia. Più grande, aveva però cominciato oscuramente a temerle, le tempeste. Ne era gelosa e, insieme, spaventata. Perché Olivia, quando il vento cominciava a soffiare e il mare si gonfiava come un gigante furioso, spariva per ore. Rientrava a casa quando nei pomeriggi invernali il cielo era già collassato nel buio, con la testa grondante acqua, la trama del maglione slabbrata, gli occhi inondati di nero. Non le permetteva mai di stare fuori con lei.
Una volta sua madre era quasi affogata. Era autunno o già addirittura dicembre, lei era piccola ma ricorda perfettamente quel giorno. La mareggiata era stata annunciata con largo anticipo dalla Capitaneria; Galasso aveva messo il suo gozzo in secca, ché altrimenti il mare se lo sarebbe preso. Si ricorda la voce al megafono di suo padre che in piazza ripeteva le coordinate dell’isola e i numeri di emergenza. Era strano che lo facesse, di norma se ne occupava Galasso: in quanto proprietario dell’unico esercizio commerciale dell’isola aveva l’onere di fare da collettore per la piccola comunità ogni volta che ce ne era bisogno. Rientrati a casa insieme, Lisa e Piero si erano accorti che Olivia non c’era.
“Tua madre mi farà impazzire.”
“Vengo anch’io”, si era affrettata a dire lei, raggiungendo suo padre che si abbottonava di nuovo la cerata. E a nulla erano servite le proteste di Piero, di solito Lisa era una bambina ubbidiente, ma in quel momento aveva paura e questo le dava coraggio. Il vento urlava con furia contro i vetri traballanti della casa di pietra. La luce era saltata e la casa era piena di rumori, uguali agli scricchiolii delle ossa di un corpo anziano piegato dai reumatismi. L’intera casa pareva gemere come se stesse soffrendo. Alla fine Piero aveva ceduto, l’aveva coperta per bene con l’impermeabile giallo e le aveva imposto di tenergli sempre la mano. Camminare era uno sforzo inaudito. Ci si doveva piegare esageratamente in avanti, ignorando il normale senso di equilibrio. Il vento all’andata era come un muro senza appigli, bisognava incunearsi tra le pareti d’aria e procedere un piede dopo l’altro.
Erano andati avanti così per un buon tratto, fino a quando Piero non aveva deciso di piegare verso cala Spalmatoio. Lisa ancora oggi non sa come abbia fatto a trovare la strada giusta, forse si era trattato di un’intuizione o forse aveva scelto la via più semplice. Il vento nella pineta si era acquietato un po’, avevano percorso con prudenza il sentiero che scendeva fino alla caletta, e pur nella pioggia fitta avevano potuto riconoscere Olivia in quella sagoma in equilibrio incerto tra le onde schiumose.
Lisa la ricorda con un vestito chiaro che forse la memoria ha sbiadito ad arte, nell’acqua che ribolliva, come se volesse consegnarsi al mare in tempesta. Non aveva mai guardato verso di loro che si sbracciavano chiamandola. Piero le aveva intimato di fermarsi e di restare al riparo dello scafo di una barca. All’ultimo era tornato indietro a cercare una cima: sua madre era scomparsa.
Lisa aveva cercato febbrilmente nell’acqua, tra gli spruzzi, i suoi capelli scuri, la chiazza fluttuante del vestito, un movimento in superficie. Come poteva essere sparita?
Si era rattrappita contro la barca mentre Piero aveva finito di assicurare un’estremità della cima allo scafo e l’altra attorno alla vita e si era tuffato. Erano scomparsi entrambi adesso, sua madre e suo padre. Lisa non si era mossa, la testa poggiata al legno della barca, i vestiti bagnati incollati al corpo. Era sola, i suoi genitori se li era presi il mare. Era bastato un attimo, un battito di palpebre. Talmente irrimediabile quel senso di perdita che Lisa ci si era abbandonata senza neppure combatterlo. Aveva chiuso gli occhi. Così tutto cambiava in un momento. Non c’era nulla di saldo nel suo mondo. Le tempeste colpivano le isole e i suoi genitori ci affondavano dentro.
(…)

PARTE 2 | TERRAFERMA
CAPITOLO 13

La notte in quella casa era rumorosa, le pareti si erano screpolate proprio per quell’andare e venire continuo, di passi sulla strada e motori di autobus con una fisarmonica in mezzo.
La camera di Olivia sembrava la stanza di una persona in procinto di traslocare. Nell’angolo di fianco al letto tre scatole di cartone erano impilate una sull’altra, chiuse dallo scotch marrone. A pennarello c’era scritto sopra ciascuno un numero: 2, 4 e 5. Dovevano esserci almeno altre due scatole da qualche parte, oppure sua madre le aveva disfatte, o forse semplicemente aveva saltato un numero e poi un altro. Lisa non avrebbe saputo indovinare. Quello che è certo è che Apo, se fosse stato lì con lei, le avrebbe dato il tormento. “Dove sono andati i numeri che mancano? Perché non ci sono? Possiamo farli tornare?”
“No, Apo, non possiamo farli tornare” aveva detto Lisa sottovoce accarezzando Nerone, che la guardava appollaiato su una sedia di fianco al letto. “Non possiamo farti tornare” aveva aggiunto, solo per sé stessa. Nella stanza oltre alle scatole, che avrebbe lasciato chiuse, c’era soltanto un letto, un armadio senza ante e la sedia su cui si era arrampicato il gatto. Niente sulle pareti, nessuna luce di accoglienza.
Dalle grucce sistemate sull’asta nuda dell’armadio pendevano qualche giacca, pantalone e camicia. Lisa ricorda solo approssimativamente come si vestiva sua madre, le sono rimasti in mente due abiti, quello bianco con i bordi traforati di pizzo sangallo, che metteva per accompagnarla a scuola, e quello blu con i fiorellini gialli, che all’inizio Lisa pensava fossero puntini. Un giorno, nello strofinare il viso sulla pancia di Olivia, aveva scoperto che invece erano boccioli, ognuno dotato di microscopiche foglioline. Erano entrambi abiti estivi, sua madre li indossava quando sull’isola il tempo era così mite e il sole così caldo che l’atto di vestirsi sembrava non necessario, come chiudere la porta a chiave. Non ricorda nessun suo abito dell’inverno, e forse la sua memoria ha scelto così perché d’inverno la pelle andava nascosta sotto molti strati. Era allora quasi impossibile sentirne l’odore, anche se Lisa premeva il naso sul ventre di sua madre in cerca di un abbraccio. E poi d’inverno arrivavano le tempeste e Olivia iniziava a scomparire, farsi delebile, si scontornava mentre vi entrava in mezzo, nella pioggia e nelle onde, fino a quando non era più possibile distinguerla.
Lisa si era avvicinata all’armadio senza ante e aveva visto, nella sequenza di tessuti cadenti, spogli come la stanza che li conteneva, grigi e beige, mimetizzati perfettamente tra loro, un lungo kimono da principessa orientale, sonoro come uno schiaffo, sfacciato come una bella donna in vendita.
Era lì, davanti a lei, così incongruo da essere più vero di tutto il resto. Lisa l’aveva sfilato per poterlo guardare. Le lunghe maniche sembravano celle di un alveare, tanto erano lavorate, la fodera era pesante, nel fondo scuro si aprivano fiori lunari e foglie d’acero.
Aveva premuto il viso sul tessuto, sui bordi di fianco al collo. La risata di sua madre le era risuonata in testa, improvvisamente la ricordava e insieme si chiedeva come avesse fatto a dimenticarla: era una campanella d’oro, chiara e tintinnante. Da bambina l’aveva aspettata come aspettava il suono della domenica. Quando risuonava intorno diceva a tutti che quello era un tempo speciale, luccicava nell’aria e lì restava sospesa, anche quando Olivia aveva smesso di ridere.
Quel kimono era una reliquia abbandonata, conservava l’odore della vita che aveva contenuto, per questo intorno aveva una stanza vuota.
Il freddo serviva a custodirlo lì ancora a lungo.

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Commenti

  1. Le isole sono luoghi aspri e misteriosi, le creature che li abitano spesso bizzarre e scontrose. Prigioni per i loro confini così stretti, ma anche zattere nel mare infinito, dinanzi a un orizzonte di libertà assoluta. E forse è per questo che dal Crusoe di Defoe all’Arturo di Elsa Morante sono diventate scenari di tanta letteratura.
    Anche Mal di terra, il bellissimo e sorprendente romanzo d’esordio di Cecilia Soldano, nasce su un’isola: poco più di uno scoglio quasi deserto al largo della costa toscana sul quale s’intrecciano le vicende e l’amicizia di due bambini, Lisa e Apo, inseparabili nell’infanzia magica e solitaria e poi divisi dai diversi destini che li attendono. E poi, come suggerisce il titolo, c’è la terra ferma: promessa di un’emancipazione necessaria per Lisa, altrove pauroso e inaccessibile per Apo; infine approdo della bambina ormai adulta alla ricerca di una madre inspiegabilmente scomparsa.
    Ma questo esordio narrativo, di cui mi sono innamorata ben prima che l’autrice vi mettesse la parola fine, non racconta solo una bella storia, si chiede, e ci chiede, se sia possibile conoscere davvero le persone che amiamo, sopravvivere agli abbandoni, riparare il dolore che questi ci hanno lasciato. E quando un romanzo sa parlare a ognuno di noi, al di là delle distanze temporali o geografiche, storiche o esistenziali, e persino un po’ di noi, allora vuol dire che la sua scrittura era necessaria. Almeno quanto necessario risulterà leggerlo.

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Cecilia Soldano
Nata a Milano, classe 1984. Lavora in una organizzazione non profit come responsabile della comunicazione digitale. Ha scritto il suo primo libro per la maestra delle elementari, copia unica, ormai introvabile. Ha avuto sporadiche ma intense esperienze con il teatro, da adolescente ha frequentato corsi amatoriali e all’università ha dedicato alla scrittura teatrale le tesi triennale e specialistica. Ama le parole strane, gli elenchi e il cioccolato alle nocciole, ha un marito, una sorella, due genitori, due gatti e più di qualche buonissimo amico.
Dopo una sana crisi esistenziale decide finalmente di scrivere sul serio.
Mal di terra è il suo primo romanzo.
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