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Mal di terra

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1986. Su una piccola isola quasi deserta al largo della costa toscana, Lisa e Apo crescono insieme come fratelli su un avamposto di terra bellissimo e spietato, dove le tempeste hanno il sopravvento e non esiste acqua dolce. Dove agli urli solitari di Apo si contrappongono i silenzi e gli sguardi degli adulti.

2001. Lisa, ormai giovane donna, si sente come chiusa in una gabbia che la separa da tutti, dalle persone che incontra sulla terraferma e che provano a entrare in contatto con lei e dalla sua stessa famiglia che non comprende la sua irrequietezza.

Proprio sull’isola amata e odiata si verificheranno due eventi tragici che la porteranno molto lontano a cercare risposte.

Tra isola e terraferma, tra passato e presente, tra ciò che si sa e ciò che si ignora, la storia di un abbandono e di una rinascita.

1.

2 gennaio 2001

Si è alzato il vento. L’aria ha iniziato a muoversi e tutto, sull’isola, si piega nella direzione decisa dal Maestrale, che quando soffia come ora entra in testa e porta via ciò che trova.

Esiste un punto imprecisato in mare, al largo, in cui nascono i venti. È questo per lo meno ciò che ha sempre pensato Jacopo, un luogo senza coordinate dove anche per i gabbiani è impossibile distinguere dove inizi il cielo. Lì le onde imprimono per sbaglio guizzi all’aria e così nascono lo Scirocco, la Tramontana, il Maestrale.

Quando soffia come ora non ha alcun senso opporsi. Nonostante lo sappia bene, Apo inizia a correre. Ha paura, deve raggiungere Lisa al più presto. Cerca di urlare ma l’aria, nell’urgenza di entrargli in bocca, gli ruba il respiro. Come spesso accade, non sa quello che ha fatto.

Un’unica strada percorre l’isola come una spina dorsale e non esistono automobili.

Lisa si stringe la sciarpa intorno al collo. Respira l’odore del mare d’inverno che sciaborda a pochi metri dai gradini di Cala Maestra, dove è seduta. I pini marittimi frusciano scomposti e i gabbiani setacciano il cielo con i loro malevoli stridii.

L’orizzonte è senza misura, si trova a pensare ancora una volta, molto più di tutti i luoghi che ha visto, anche se a stento arriva a contarli sulle dita delle mani.

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«Isa! Isa!»

Apo scende precipitosamente i gradini della scalinata che porta alla spiaggia. I suoi occhi sono sempre nascosti dai capelli, lunghi e in festa. Lisa conosce a memoria la consistenza di quei capelli: sono stopposi, aggrovigliati e amano stare insieme. Scioglierli è un dolore, un atto contro natura, così lei ha sempre pensato fosse ingiusto disciplinarli. Li assimila ai fichi d’India, che fanno della galassia di bozzi irregolari la loro prima bellezza.

Nel gioco delle ombre sui gradini la ragazza riesce a vedergli gli occhi prima che lui le si sieda bruscamente accanto, tenendosi un braccio dietro la schiena e trovando a fatica lo spazio per le lunghe gambe sul gradino mangiato dal vento.

«Cosa succede?» gli chiede con una leggera apprensione, toccandogli la testa arruffata.

«Si è rotta!» urla Apo mentre le porge con disperazione due parti disgiunte della canna telescopica che nascondeva dietro la schiena.

«È in-ri-pa-ra-bi-le?» sillaba, con concentrazione. Dietro le parole preme già l’inizio di un pianto.

«È ir-re-pa-ra-bi-le, vuoi dire? Non lo so, fammi guardare.»

Un lieve tremore lo scuote, come un circuito elettrico che propaghi un eccesso di energia. «Si aggiusta?» Nel momento in cui il silenzio ha raggiunto il fondo, Apo non sa più trattenere l’ansia.

Lisa non risponde subito, sa che l’attesa per lui è penosa, ma quel tempo serve a far cadere le parole da un punto più alto di loro, come quelle di un oracolo. A renderle più certe. E nel dire «sì» incastra il tubicino terminale a quello mediano.

Il ragazzo guarda la sua canna da pesca tornata alla lunghezza originaria come fosse un prodigio.

«Ti ricordi quella volta in cui con questa pescavi le onde?» e in un impeto di tenerezza lo abbraccia.

«Quando?» Apo si addossa tutto nell’abbraccio, rischiando di farle perdere l’equilibrio.

«Eravamo sulla barchetta con mio padre, fuori da Punta Scaletta. C’era mare grosso e tu… insomma non riuscivi a stare fermo.»

Senza rendersene conto Lisa ha preso quel tono cantilenante che usa ogni volta che racconta ad Apo delle storie, poco importa se sono vere o inventate.

«Volevi fare il pescatore e agitavi la canna, mentre il mare si faceva sempre più grosso. Allora mio padre…»

«Piero me l’ha regalata» la interrompe lui, guardando un punto davanti a sé, verso il mare. Lisa non ha mai la certezza che la ascolti davvero: succede spesso che Apo la blocchi per dire qualcosa, come se afferrasse a caso solo una o due delle parole che lei gli dice.

«Sì, te l’ha regalata lui. Piero ti ha detto di fare un lancio lungo, verso riva. Perché è lì che ci sono i cavalloni e ne avresti potuto pescare uno. E tu gli hai risposto che non avevi portato la scatola con i vermi lunghi, quelli che si tagliano a pezzetti. “Basta infilzarne uno sull’amo e guardare fisso il mare un po’ per avere in cambio un pesce lucente.”»

Lisa ripensa alla voce di suo padre, alle frasi brevi che addolcisce sul finire quando si rivolge ad Apo. È una flessione quasi impercettibile, una piccola pausa che allunga la parola finale, la offre al ragazzo come un gradino, per saltarci su. «Allora Piero ti ha spiegato che non serve l’esca, perché i cavalloni girano e turbinano tutto il giorno e quando il mare è di corsa si incastrano su loro stessi. Se fai un lancio bello lungo puoi prenderne uno proprio al centro.»

Apo adesso ha la faccia rivolta verso il sole, gli occhi chiusi e il sorriso largo di un gattone che aspetta una carezza annunciata.

«E l’ho preso?» Non è proprio una domanda la sua, ma trattiene sul fondo un’incertezza.

Lisa aspetta il tempo giusto prima di rispondergli di sì.

19 November 2020

Marie Claire

Cecilia Soldano, autrice di Mal di terra, racconta la genesi del suo primo romanzo, pubblicato nell'anno più difficile di tutti. Qui l'articolo completo.

Commenti

  1. Mal di terra è un romanzo che parla di diversità, di disabilità, di abbandoni e perdite metabolizzate a fatica. Ma “Mal di terra” è anche molto altro. Il linguaggio è luminoso, pieno d’incanto e, allo stesso tempo, spietato. Ci porta con precisione nel mondo dei personaggi, nelle loro vite, nei loro dolori. Ma lo fa in un modo particolare. Lo fa alla maniera dei gabbiani che a volte guardano il panorama dall’alto, sorretti dal vento, altre volte planano sul mare per afferrare col becco un pesce lucente, simbolo della vita che, nel suo farsi vita, deve anche morire.
    Apo è un ragazzino con ritardo mentale, la mente ferma a sette anni in un corpo che continua, testardamente, a crescere. C’è uno scarto, tra sé e gli altri, che Apo intuisce, ma che non riesce a colmare. Lo stesso scarto che sente Lisa, sua compagna di giochi e migliore amica. Lisa, la cui madre se ne va senza spiegazioni quando lei è ancora una bambina lasciandola là, insieme al padre e alle sue tante domande di figlia, rimaste senza risposta. E Lisa avverte, dentro di sé, un’incoerenza che parte da lontano, e con cui non le riesce di fare i conti.
    Lisa e Apo vivono su una piccola isola dell’arcipelago toscano e della terraferma conoscono ben poco. La terraferma la abitano solo per andare a scuola e lì assaggiano gli sguardi duri di chi, in loro, vede il segno di una diversità con la quale non si sa mai come rapportarsi. Perché non è solo la disabilità di Apo ad allontanare chi non vive nell’isola, è anche la “stranezza” che avvertono in Lisa, uno iato che è dentro di lei e non lascia spazio a nessun possibile avvicinamento da parte di estranei.
    Ma ogni iato è anche, è soprattutto, una possibilità di apertura. Lisa deciderà, a un certo punto, di fare i conti con sé stessa e con il proprio passato, andando alla ricerca di sua madre. Una madre che non è nata sull’isola, che quell’isola è venuta ad abitarla per amore, ma che là non è mai riuscita ad integrarsi davvero. Una madre che, a sua volta, ha subito un abbandono da parte della propria, di madre; abbandono che non ha mai elaborato.
    Al centro del romanzo però, io credo, non c’è tanto l’abbandono reiterato, ma la necessità di entrare in contatto con l’irreparabile e con lo iato che ogni crescita, inevitabilmente, porta con sé.
    Emblematico, a questo proposito, è l’episodio in cui Apo, divenuto ormai ragazzo, pesca, per la prima volta da solo, un pesce. Apo lo ributta nel mare, convinto di non averlo danneggiato e che possa tornare a nuotare libero. Invece vede il pesce galleggiare a pancia in su in mezzo ai flutti: è morto. A nulla servono, a quel punto, i tentativi di Apo, che si getta fra le onde senza capire che cosa abbia cambiato il suo pesce in modo così irrecuperabile.
    “Erano amici, lui e il pesce. […] Perché ora si comporta così? Ignora la fatica, non gli risponde, fa come se lui non ci fosse. Qualcosa non va, ma non riesce a capire cosa. Le squame sono opache, il pesce non lo guarda.”
    È questa l’irreparabilità del vivere con cui non solo Apo, ma anche Lisa dovrà confrontarsi. Quella stessa irreparabilità che ha portato sua madre ad allontanarsi dall’isola e dalla figlia, pensando che uno strappo, lo strappo che lei sentiva dentro di sé, quand’anche fosse stato ricucito, sarebbe rimasto visibile a tutti. E che a quel punto non rimanesse che scappare.
    Irreparabile è la disabilità di Apo che ha subito un’anossia alla nascita e ne è rimasto per sempre danneggiato. Irreparabile è l’estraneità che la madre di Lisa sente dentro di sé, e che non dipende tanto dall’essere una straniera su quell’isola, ma dal sentirsi straniera nella propria, di vita. Irreparabile è l’abbandono che Lisa subisce da parte della propria madre. Su di esso Lisa costruisce la sua necessità di esser disponibile con tutti, di essere la ragazzina perfetta, che mette da parte sé stessa nel tentativo di scongiurare altri abbandoni.
    Eppure, il problema non è, come potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale, questa irreparabilità, che è parte stessa del vivere. Il problema è farci davvero i conti, con questa irreparabilità. Il problema è metterla a fuoco, nella nostra vita.
    Il padre di Lisa è un pescatore. È stato lui ad insegnare ad Apo a pescare ed è lui l’unico a rendersi conto che la morte di quel pesce non è solo morte. A rendersi conto che quella volta, per la prima volta, il ragazzo aveva preso un pesce, e l’aveva fatto da solo. Quel gesto era lì a testimoniare che Apo stava crescendo, nonostante tutto.
    Perché spiccare il volo non significa non aver più peso. E spiccare il volo non significa nemmeno liberarsi dei pesi. Questo l’autrice ce lo mostra chiaramente, attraverso i suoi personaggi. Spiccare il volo significa, al contrario, tener conto del proprio peso e della forza di gravità che ci porta a cadere. Spiccare il volo significa tener conto delle nostre cadute, e integrarle dentro alla nostra rotta, consapevoli che sono anch’esse parte di noi, della nostra crescita, di quello che siamo.
    Non solo Apo, anche Lisa deve guardare in faccia la morte, attraverso quel pesce. Ma guardare in faccia la morte, soprattutto quella che alberga in noi, fa paura.
    Vuol dire, per Lisa, confrontarsi con la morte della bambina che lei era, quando aveva ancora sua madre accanto. E vedere che quella parte di sé è morta, irreparabilmente, nel momento in cui la madre se ne è andata.
    Vuol dire, per Apo, fare i conti con lo scarto che, una volta cresciuti, lo separa da Lisa, e accettare di non poter più ricostruire il mondo dorato che li ha visti complici, da bambini. Quel mondo dorato che, per quanto incrinato da tempo, Lisa stessa fatica ad abbandonare.
    Entrambi i ragazzi, pur nelle loro diversità, sono dentro allo stesso dilemma, di crescita e di fatica ad assumersi le cose anche nella loro consistenza reale e dolorosa. Ma è solo l’assumersi questa consistenza, questo peso, intrinseco al vivere, a permettere poi di spiccare il volo.
    Sperimentare l’irreparabile vuol dire anche cadere e poi capire che scappar via non serve mai, ad attutire le cadute.
    E Lisa ci arriverà dolorosamente, al confronto con la morte di quel pesce. Un confronto che non è comprensione razionale delle cose, ma che è anche, che è soprattutto, contatto con quello che nella nostra vita ci appare privo di senso.
    “Accettare l’irreparabile non ha nulla a che fare con il comprenderlo, d’altronde gli abissi non sono mai del tutto esplorati e una mappa serve per tracciare punti di approdo, più che per rispondere a tutte le domande.”
    Sarà quel confronto a portare Lisa a ricercare le proprie radici andando, ormai giovane donna, sulla terraferma, per rincontrare dopo anni la madre. E non tanto per trovare risposte all’abbandono materno, ma per poter scoprire finalmente che, come la ragazza stessa dice: “non tutto a questo mondo è recuperabile. Potremo parlare come due donne, finanche come una madre e una figlia. Ma è accaduto qualcosa di irreparabile tra di noi, che va oltre la conoscenza, il sangue, l’amore. Non si tratta di perdono o di accettazione. Mia madre è diventata finalmente reale, sono disposta a guardarla e a riconoscerla per ciò che è: non un’estranea, ma neanche la donna che non ho potuto salutare tanto tempo fa. Forse non esiste ancora la parola giusta per definire il nostro legame, ho deciso di smettere di cercarla.”
    E sarà quel confronto che la porterà poi a ritornare sull’isola, perché il suo allontanamento, diversamente da quello della madre, non è stato una fuga, ma una ricerca.
    Alessandra Nobile

  2. Le isole sono luoghi aspri e misteriosi, le creature che li abitano spesso bizzarre e scontrose. Prigioni per i loro confini così stretti, ma anche zattere nel mare infinito, dinanzi a un orizzonte di libertà assoluta. E forse è per questo che dal Crusoe di Defoe all’Arturo di Elsa Morante sono diventate scenari di tanta letteratura.
    Anche Mal di terra, il bellissimo e sorprendente romanzo d’esordio di Cecilia Soldano, nasce su un’isola: poco più di uno scoglio quasi deserto al largo della costa toscana sul quale s’intrecciano le vicende e l’amicizia di due bambini, Lisa e Apo, inseparabili nell’infanzia magica e solitaria e poi divisi dai diversi destini che li attendono. E poi, come suggerisce il titolo, c’è la terra ferma: promessa di un’emancipazione necessaria per Lisa, altrove pauroso e inaccessibile per Apo; infine approdo della bambina ormai adulta alla ricerca di una madre inspiegabilmente scomparsa.
    Ma questo esordio narrativo, di cui mi sono innamorata ben prima che l’autrice vi mettesse la parola fine, non racconta solo una bella storia, si chiede, e ci chiede, se sia possibile conoscere davvero le persone che amiamo, sopravvivere agli abbandoni, riparare il dolore che questi ci hanno lasciato. E quando un romanzo sa parlare a ognuno di noi, al di là delle distanze temporali o geografiche, storiche o esistenziali, e persino un po’ di noi, allora vuol dire che la sua scrittura era necessaria. Almeno quanto necessario risulterà leggerlo.

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Cecilia Soldano
è nata a Milano nel 1984. Dopo la laurea in Filologia moderna, diventa una professionista nel campo della comunicazione. Da sempre appassionata di letteratura, vive con il marito e due gatti a Milano, dove lavora per un’importante realtà del terzo settore. Mal di terra è il suo romanzo d’esordio.
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