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Marianna e i pirati dell'isola perduta

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Una sera Benda Nera e la sua ciurma si ritrovano in una locanda. Il pirata mostra ai suoi uomini la mappa dell’Isola Perduta dove sarebbe nascosto il tesoro di Capitan Fantasma. Frutto di saccheggi, rapine e arrembaggi, nessuno è riuscito a scovarlo fino a quel momento.
La giovane Marianna ascolta di nascosto la conversazione e decide di unirsi all’equipaggio della Nuvola Tempestosa e alla loro impresa.
Pirati e filibustieri, numerose bottiglie di rum, una mappa apparentemente priva di indicazioni e una ragazza che nasconde la propria identità: tutto ruota intorno al mistero di un’isola e di un immenso tesoro.

I. L’isola della Tortuga e la mappa del tesoro

Tanto tempo fa in un luogo molto lontano, in un piccolo villaggio sull’isola di Tortuga, viveva una bambina di nome Marianna dai lunghi capelli biondi che, al sole splendente, sembravano illuminare tutto ciò che la circondava.
L’isola era così chiamata perché, vista dal mare, assomigliava proprio a una tartaruga. La grande montagna, a forma di padella rovesciata, che dominava l’intero luogo sembrava il guscio; il piccolo promontorio scoglioso, invece, la testa che galleggiava in mezzo al mare.
Marianna viveva con la mamma proprio sul promontorio dell’isola, in una grande casa di legno un po’ sgangherata.
Da quella abitazione, isolata e a picco sul mare, si poteva ammirare un bellissimo panorama.
Nella grande casa in cui vivevano Marianna e sua madre erano ospitati alcuni bambini rimasti soli al mondo.
La sera, dopo aver cenato con la mamma e i piccoli ospiti, Marianna era solita scendere a valle per raggiungere il vicino villaggio e recarsi alla rinomata locanda, la Sirena ubriaca, che si trovava vicino al porto.

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La locanda era costruita con legno, pietre alla base e paglia sul tetto e aveva grandi finestre al pianoterra. All’esterno, accanto all’ingresso, c’erano due sedili in legno dove spesso gli ospiti potevano riscaldarsi prendendo un po’ di sole durante le belle giornate.
Il locale era frequentato da molti marinai, bucanieri, pirati e furfanti di ogni genere: di sicuro non un bel luogo.
A Marianna piaceva stare lì e amava ascoltare, prima di andare a dormire, le storie che raccontavano i personaggi stravaganti che frequentavano quel posto. Ogni sera nuove avventure affascinanti la trasportavano in un mondo immaginario.
Il Corsaro Verde parlava spesso di tesori perduti e mostri marini: «… Mentre navigavamo verso ponente un’enorme piovra uscì dagli abissi del mare e avvolse con i suoi tentacoli la nostra nave. Fu allora che presi una sciabola e incominciai a tagliarli uno a uno. Potemmo così allontanarci a vele spiegate».
L’ammiraglio Gamba Perduta invece raccontava di combattimenti, duelli con spade e sciabole e di arrembaggi tumultuosi: «… Ordinai di invertire la rotta e non appena la prua puntò la nave nemica, feci aprire il fuoco. Il ponte della nave avversaria fu spazzato via dai nostri colpi di artiglieria. A quel punto preparammo i rampini per andare all’arrembaggio».
Una sera all’interno della locanda si era riunito un gruppo di balordi. Bevevano a più non posso e parlavano ad alta voce. Uno di loro portava una benda nera sull’occhio destro, perso probabilmente in un combattimento. Sembrava il capo della combriccola.
Marianna era in disparte, seduta vicino a una finestra da cui poteva scorgere le nuvole che lentamente coprivano lo spicchio di luna che illuminava il villaggio. Era comunque attenta e pronta ad ascoltare le vicende rocambolesche raccontate da quel pirata che vedeva per la prima volta.
Quella sera la taverna era particolarmente affollata e l’uomo bendato, ormai ubriaco, era salito su un tavolo e rivolgendosi all’oste, aveva urlato: «Porta da bere a tutti i miei uomini!».
«Capitano, cosa c’è da festeggiare? Ormai sappiamo che non c’è più nulla da depredare sulle navi inglesi e spagnole.»
«Eh già, cosa serve navigare senza la certezza di trovare tesori?»
«Massa di sfaticati, ciurmaglia che non siete altro! Se ordino da bere per tutti un motivo ci sarà: io so il fatto mio, statemi a sentire.»
«E allora, capitano, vuota il sacco prima che il rum ci annebbi del tutto il cervello.» Un boato di risate riempì il locale.
«Silenzio! Statemi a sentire. Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di un tesoro dal valore inestimabile.»
I filibustieri, che avevano brindato con i boccali a ogni frase pronunciata dal loro capitano, ormai sbronzi gridavano: «Yo, ho, ho!» e altre parole incomprensibili ai presenti.
Erano tempi bui per i pirati. La loro attività era in crisi, senza più tesori da trafugare. Le numerose navi inglesi, francesi e spagnole che solcavano quei mari erano ben attrezzate per la difesa dagli arrembaggi dei bucanieri.
Inoltre molti marinai che abitavano a Tortuga erano stanchi della dura vita a bordo delle navi, preferivano così abbandonare la loro isola e cercare attività più redditizie.
Un tuono rombò nel cielo, squarciato da un lampo che illuminò tutta la locanda e fu in quel preciso momento che l’uomo bendato tirò fuori dalla tasca una mappa, sventolandola con energia davanti agli occhi ormai inebetiti della sua ciurma.
Intanto fuori aveva cominciato a piovere a dirotto. Il tintinnio della pioggia battente sui vetri delle finestre faceva da sottofondo alle parole del pirata.
«Possiamo dire basta ai nostri numerosi insuccessi: questa è la mappa che ci porterà al famigerato tesoro del Capitan Fantasma.»
Un grido di approvazione interruppe le sue parole.
«Evviva! Si torna finalmente a navigare.»
«Come qualcuno di voi saprà, Capitan Fantasma è un soprannome: mai nessuno è riuscito a vedere il suo volto. Non esiste un suo ritratto, esiste solo quello del gatto che portava sempre con sé, detto Scheletrino perché di lui si vedevano solo le ossa.»
Tutti si misero a ridere e a fare baldoria.
Con un balzo improvviso il capitano saltò a terra e, battendo il pugno sul tavolo, impose il silenzio. Poi con voce bassa e roca, per non farsi sentire da tutti i presenti ma solo dalla ciurma che lo circondava, continuò a parlare: «Nessuno ha mai trovato il suo inestimabile tesoro, frutto di saccheggi, rapine e arrembaggi. Stavolta la fortuna non ci ha voltato le spalle. Ho recuperato, dietro a un quadro trafugato e scovato in questa isola, la mappa che ci condurrà proprio al nascondiglio in cui si trova il tesoro».
Marianna, interessata al racconto del manigoldo, si era avvicinata in silenzio e cercava d’ascoltare.
Il pirata chiamò vicino a sé uno della ciurma e gli ordinò: «Tenente, diffonda la voce nel villaggio: abbiamo bisogno di uomini valorosi per formare l’equipaggio. Fra due giorni si parte».
«Agli ordini, capitano» rispose il marinaio con la bandana verde.
Tutti gli ospiti, bisbigliando fra loro, incominciarono a bere di nuovo, scolando le ultime bottiglie rimaste sui tavoli.
Un altro tuono brontolò con minor intensità, facendo presagire che il temporale si stava allontanando dal villaggio.
Il pirata, ricomponendosi per darsi un tono, urlò: «Smettete di bere e torniamo a bordo, ciurmaglia».
Guardando verso la finestra, aggiunse: «Ha smesso di piovere. Sbrighiamoci, domani dobbiamo allestire la nave».
Tutti i filibustieri, seguendo il loro capo, uscirono dal locale cantando.
Marianna, che aveva ascoltato in silenzio la conversazione, si avvicinò al banco per chiedere al locandiere chi fosse quell’uomo.
«È Benda Nera. Lui è il capitano del veliero Nuvola Tempestosa.»
Il locandiere le aveva risposto a bassa voce come se temesse di farsi sentire, sebbene il locale fosse ormai vuoto.
Marianna ringraziò l’uomo e uscì dalla bettola.
Fuori, sopra a una botte di legno vuota, c’era un gatto ad aspettarla. Come ogni sera tirò fuori dalla tasca del pantalone un po’ di cibo che aveva preso di nascosto dalla tavola imbandita e avvolto in un fazzoletto. Lo posò per terra in modo che il gatto potesse rifocillarsi e aspettò che avesse finito di mangiare.
«Si è fatto tardi: andiamo a dormire» gli disse poi.
Insieme si allontanarono dalla locanda ormai vuota, prendendo la strada sterrata che li avrebbe condotti a casa.
Poiché il buio si faceva più intenso, accese la lanterna che aveva in mano e disse, abbozzando un leggero sorriso: «Credo proprio che stavolta riuscirò a imbarcarmi».
Rivolse lo sguardo al gatto, che annuì facendo le fusa.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il libro è avvincente e allegro…..spensierato e divertente…..bellissimo…. davvero pieno di sorprese…. 🙂 complimenti….eccezionale !!!!!!

  2. (proprietario verificato)

    Questo piccolo romanzo per me è come un piccolo tesoro,semplicemente fantastico e genuino.grazie Manuel,al prossimo libro

  3. (proprietario verificato)

    Racconto ben strutturato. Di lettura veloce, a tambur battente. Sempre interessante e con tanti, imprevedibili colpi di scena. Appassionante. Tocca le note del cuore e fa vibrare le corde dell’anima del lettore, anche adulto.

  4. (proprietario verificato)

    Questo romanzo di avventura scritto per i più piccoli è davvero piacevole e avvincente anche per i più grandi.
    Pur utilizzando un lessico semplice, l’autore ha saputo ben amalgamare azione, inganno, suspense e colpi di scena degni di un grande romanzo d’avventura, catturando l‘attenzione del lettore che giunto all’ultima pagina desidererebbe poter leggere i famosi caratteri dei Cartoni animati anni ‘80……>>”< (to be continued).

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Manuel Cavallero
è nato nel 1970. Vive a Santa Marinella, località marina a pochi chilometri da Civitavecchia. Si è laureato in Architettura presso l’Università di Roma La Sapienza e si è specializzato in assetto del paesaggio. La passione per la natura, ricca di scenari suggestivi come il mare, lo ha portato a pubblicare questo racconto per piccoli lettori.
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