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Mentre volavo via

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I protagonisti di questi racconti cercano un riscatto che non riescono mai a trovare completamente. Se abitano in città sono provinciali, se vengono dalla provincia è una provincia che non ha nome né luogo, e quando ne ha sono irrilevanti.

Sono bambini, ragazzi, anziani, uomini e donne di mezza età, che appartengono tutti alla stessa famiglia, pur non essendo parenti. Sarte, giovani impiegati, prostitute, studenti, autisti di scuolabus, giocatori d’azzardo, madri e padri. Avrebbero coraggio da vendere, se solo sapessero a quanto. Una cosa è certa: non hanno paura di raccontarsi, perché non hanno niente da perdere.

LA ROCAMBOLESCA VICENDA DELLA PIGIAMAIA CARLA

Quando ci siamo sposati Giuseppe lavorava in una fabbrica di bottiglie di plastica. Era un capannone grande e rettangolare, una volta mi ci ha portata. Io sono stata in ufficio a guardare dal vetro Giuseppe e gli altri che lavoravano. Avevano tutti la stessa tuta gialla, come una squadra di calcio.

Quel giorno, eravamo sposati da appena un anno, l’ho aspettato lì con la segretaria, Mariarosa.

«Giuseppe è un bravo ragazzo» mi ha detto.

E io le ho risposto che era anche bello. Perché Giuseppe era bello sul serio. Alto e con due spalle così, la fronte grande e liscia, i capelli neri, mossi. Prima di sposarmi la mia amica Teresa mi ha detto che tutto il paese mi invidiava, per via di questo matrimonio. «Come è bello» dicevano. Anche in chiesa lo guardavano tutti.

Non abbiamo fatto nessuna luna di miele perché non bastavano i soldi, e anche dopo i soldi chi li ha mai visti? Così non siamo mai stati in vacanza. Qualche gita però sì, in montagna. E un giorno a Venezia. Venezia è bellissima. Giuseppe ha parlato con un gondoliere. Io credevo volesse farmi fare un giro, ma poi quello ha chiesto ventimila lire e noi come facevamo? Siamo andati in traghetto. Però io segretamente ho immaginato di essere in gondola, su uno di quei sedili foderati di velluto rosso. Come un’americana con l’ombrellino.

Comunque Giuseppe non mi ha mai fatto mancare nulla, e quando ho scoperto che non potevo avere bambini io lo so che ha sofferto. Una volta ha pianto e ho pianto anche io, poi non ne abbiamo parlato mai più. Al compleanno mi comprava sempre un vaso di ciclamini da mettere sulla finestra, perché sono nata ad aprile, e aprile è bel tempo, è il tempo dei fiori.

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Io però penso spesso a una cosa, che se qualcuno la sente mi prende per matta: non ho mai fatto colazione con Giuseppe. Mio marito si alzava alle cinque ogni mattina per andare al capannone. Poi il sabato andava sempre al fiume a pescare con il suo amico Umberto e si alzava alla stessa ora. Allora perché la domenica avrebbe dovuto svegliarsi più tardi? Già che c’era si alzava alle cinque anche la domenica mattina. Io alle sette e venti tutti i giorni invece. Però nei giorni di festa Giuseppe mi portava il tè a letto, con le pastine ancora calde che era passato all’alba a prendere dal pasticciere. E Annabella, che comprava per me. Di domenica facevo sempre i cartamodelli. Poi, per tutta la settimana, cucivo. All’inizio accorciavo pantaloni, creavo federe per cuscini, azzardavo una gonna. Col passare del tempo sono diventata brava e mi sono specializzata in pigiami.

Ecco perché nel nostro quartiere sono diventata Carla la pigiamaia.

In molti hanno iniziato a venire da me: con il passaparola, si sa, diventa tutto più semplice. E per la prima volta ho iniziato a nascondere qualcosa a Giuseppe, solo che l’ho fatta grossa, la bugia è durata trentacinque anni. Sì, Beppe sapeva che cucivo pigiami, che chi era interessato arrivava con la stoffa.

«E quanto ti fai pagare?» chiedeva. Io rispondevo sempre quindicimila lire. Quasi quanto quel giro in gondola che mi sarebbe tanto piaciuto fare. In verità, per i miei pigiami chiedevo, come minimo, il doppio e da me ci venivano solo quelli che stavano bene, coi soldi dico.

«Ma è troppo poco!» sbottava sempre Giuseppe.

Quando la lira se n’è andata e sono arrivati gli euro ho fatto come sentivo dire in TV. «Quant’è che costano i pigiami adesso, Carla?»

«Quindici euro» rispondevo io.

«Porca vacca» risbottava Giuseppe «ma guarda che sono trentamila lire!»

I miei pigiami costavano dai cinquanta ai cento euro, non uno di meno. Giuseppe era tanto bravo e tanto bello, ma furbo, quello no. E soprattutto non ha mai avuto idea di quanto potessero costare i pigiami. All’inizio conservavo i soldi che guadagnavo con i miei lavori in una scatola sopra l’armadio. In verità non sarebbe stato necessario nascondergli nulla: gli unici posti in cui guardava mio marito erano il frigorifero e il water. Perché guardasse lì, poi, non l’ho mai capito. Ogni tanto lo trovavo in bagno, in piedi di fronte alla tazza, che ci guardava dentro. Così guardavo anche io, e non c’era nulla. Anzi, era linda come al solito. Io comunque non ho mai chiesto spiegazioni: se guardava lì, un motivo ci sarà stato. Non bisognerebbe mai indagare certe questioni.

Dopo qualche anno la scatola non è bastata più. Così ne ho presa una più grande, di latta, dove prima stavano i biscotti. La tenevo in dispensa, e lì Beppe non si sarebbe mai avvicinato. Trovava la dispensa qualcosa di noioso e tutto per donne, perché vedeva sempre me metterci mano e far comparire, come per magia, confezioni di passata, sottaceti o bottiglie d’olio.

Ho toccato la finta scatola di biscotti solo quando ho dovuto portare il denaro in banca, per il cambio di valuta. Ammontava a una somma discreta, che a poco a poco è cresciuta ulteriormente. All’inizio del duemilaesette, quei biscotti mangiati tanti anni prima, valevano diciottomilasettecentoventidue euro e trenta centesimi. Mi sono chiesta da dove saltassero fuori gli spiccioli, poi mi sono ricordata che una parte dei miei guadagni l’avevo devoluta a un altro piccolo segreto che avevo tenuto nascosto a mio marito. Nel mese di gennaio del duemila – me lo ricordo perché mi sconvolgeva l’idea che cambiasse il millennio e io conoscessi solo l’italiano e il dialetto – avevo comprato un mangiacassette e un corso d’inglese che ascoltavo mentre cucivo. E quando non cucivo facevo gli esercizi, of course. Su quei fascicoletti che a mano a mano collezionavo e tenevo in un altro posto in cui mio marito non avrebbe mai guardato: il ripostiglio, dimora dell’aspirapolvere e dell’asse da stiro. In effetti, ora che ci penso, Beppe non ha mai vissuto troppo la casa. Stava perlopiù sulla poltrona a leggere il giornale o a guardare la televisione, oltre, ovviamente, in bagno e spesso sul terrazzino della cucina, dal quale lanciava briciole ai passerotti. Un giorno un vicino ci ha citofonato e se l’è presa con Giuseppe per via delle briciole, anzi, di quegli interi pezzi di pane che era solito lanciare dalla finestra.

«Mi lasciano tutto il guano sul davanzale» ha urlato. Il guano, proprio così.

Io mi sono sposata nel Sessantasette, a ventidue anni. A venticinque ho iniziato a cucire pigiami e tutto il tempo si fonde come se non fosse mai passato e allo stesso tempo come se fosse stato troppo, scandito dal ritmo sempre uguale di quelle due macchine da cucire che sono rimaste con me in quasi quarant’anni. Tatatatata la prima e tattattattatta la seconda, grazie al beneficio della tecnologia.

Quando guardo Giuseppe io lo odio. Ho cucito talmente tanti pigiami per non avercelo davanti che quella mattina in banca, quando i soldi da lire sono diventati euro, mi sono quasi commossa e ho pensato, li prendo, ora li prendo e scappo. Ma non era ancora ora. Ho deciso di mettermi d’impegno e arrivare a cifra tonda, ventimila. Oltre che di perfezionare l’inglese, chiaramente. Quello che mi piaceva di più dei fascicoli del mio corso d’inglese erano le illustrazioni. Figure alte e sottili, con il naso all’insù e bellissimi cappotti, sciarpe, stivali. Si chiamavano Mikko, Astrid, Sharon e Greg, frequentavano tutti l’università a Liverpool. Immagini di loro, in pigiama, non ce n’erano. Pigiama in inglese si dice pyjama e più o meno si pronuncia come in italiano, solo che quelli ci hanno messo le loro lettere strane.

Nel maggio di due anni fa è arrivato il momento. Era il cinque, come la poesia che ho imparato a memoria alla medie. La signora Grazioli mi ha dato una busta con centoventi euro. Mi aveva commissionato due pigiamini ricamati per i suoi nipoti gemelli, per la comunione. Che idea, ho pensato, era mica meglio un bel puzzle? Eppure con quel lavoro mi ha regalato la libertà, senza nemmeno rendersene conto. Anzi, si è intrattenuta ancora qualche minuto nella mia cucina, a parlare della crisi. Era ossessionata dalla crisi, per il fatto che non perdeva un telegiornale. La crisi ci avrebbe fatti morire di fame, la crisi ci avrebbe lasciati tutti per strada. E come avrebbe fatto suo marito con l’officina? E mi ha pure detto che nemmeno Beppe se la sarebbe passata bene. Beppe dopo essere andato in pensione ha continuato a lavorare, in nero, nella fabbrica di bottiglie di plastica. Diceva che a casa si annoiava, che non sapeva che fare. Il giorno in cui mi ha comunicato questa sua decisione è stato il più bello della mia vita. Mi sono sentita come, non so, come uno che sta per essere giustiziato sulla sedia elettrica e, proprio un secondo prima di morire, il boia gli dice: «Ho cambiato idea, vai pure, chiamo un altro».

Quando la Grazioli se n’è andata ho preso mille euro dalla scatola e sono corsa in un’agenzia di viaggi. Io però non volevo fare una vacanza, volevo andare via per sempre, così l’ho chiamata agenzia dell’arrivederci a mai più. Avrei impiegato quei soldi per il viaggio e qualche giorno in albergo e poi avrei visto il da farsi. Io, che l’unica volta che sono stata all’estero è stato a Chiasso nell’85 e non mi ricordo nemmeno perché, e che sull’autobus abbraccio la borsa come un neonato per paura che mi rubino il portafoglio, io che guardo sempre dallo spioncino quando mi suonano al campanello, ma dove trovavo quel coraggio di prendere e partire senza sapere nulla del mondo? Ce l’avevo e basta, si era creato negli anni a cucire, era cresciuto coi cartamodelli e con i giorni identici, ogni ora sempre più sola. Dove avevo trovato il coraggio di guardare trent’anni Giuseppe osservare la tazza del cesso? Avrei potuto fare qualunque cosa.

La ragazza dell’agenzia mi guardava curiosa. Mi ha mostrato cataloghi, alberghi cinque stelle, crociere, anche agevolazioni per anziani e dializzati.

«Ora che ci penso bene» le ho detto dopo un po’ «mi piacerebbe tanto vedere Liverpool». Avevo studiato l’inglese, perché mai sarei dovuta andare a Capo Verde? «E mi vorrei fermare una settimana.» «Sì, questo albergo va bene, è grazioso.» «Sì, anche il prezzo. Lascio un acconto, no pago in contanti il volo e la commissione, sì. Poi là pago l’albergo, con le sterline, certo» e dentro di me pensavo che avrei dovuto portare la scatola in banca un’altra volta. «No il biglietto di ritorno non lo voglio, grazie.»

«Come?»

«No, non lo voglio, non so ancora quando torno, forse dopo Liverpool vado a trovare una mia amica in Galles». Lei mi ha guardata come se la stessi prendendo in giro e un po’ mi sono offesa. Perché mai una come me non avrebbe potuto far visita a un’amica gallese? Poi ho provato a guardarmi dall’esterno e ho capito: quella lo sapeva che non avevo idea di dove stesse Liverpool, figuriamoci il Galles. Però ho anche pensato che facesse il suo lavoro serena, e sono uscita con il biglietto per due settimane più tardi. Mi serviva del tempo per organizzarmi e per scrivere una lettera a Giuseppe.

Quella sera, mentre dormiva sulla poltrona e io ero in cucina, ci ho provato.

Caro Giuseppe, io parto e non torno più. Scusami, ti voglio bene. Carla.

E lo stracciavo.

Caro Giuseppe, non mi sento libera, voglio vedere il mondo. Forse torno, forse no. Ti abbraccio forte. Carla.

E mi arrabbiavo di più a ogni riga.

Giuseppe, non ti ho mai sopportato, vaffanculo. Carla.

E riempivo il cestino.

Sono andata a svegliarlo. «Andiamo a letto Beppe, è tardi, ti sei addormentato.» In camera, mentre russava come un orco, io, con gli occhi sbarrati nel buio, pensavo che sarei partita e basta, senza dirgli una parola. Era giusto? Mi aveva fatto qualcosa di male? Mai. Iniziavo a ripensarci e mi infuriavo. Mi faceva pena e mi facevo pena. Mi aveva fatto fare la vita più noiosa del mondo con la convinzione che per me fosse la migliore possibile. Non era stato egoista in questo? Nel credere che fossi felice così? Si era mai degnato di far colazione con me invece di portarmi quei ciclamini ogni compleanno? Aveva mai pensato di regalarmi, non dico un gioiello, ma almeno un vaso di fiori diverso?

Era iniziato maggio, io dovevo andare e sarei andata.

Poi una mattina, proprio mentre pensavo che a Liverpool sicuramente avrebbe piovuto e mi serviva uno spolverino, anzi, non volevo più pensare da provinciale, mi serviva un trench, Giuseppe è morto. Era domenica, stava tornando dalla pasticceria. È morto per la strada, di fianco al semaforo. Quando è arrivata l’ambulanza chissà già dove stava. Ha avuto un infarto. Giuseppe, che non avrebbe mai fumato una sigaretta nemmeno per scommessa, che si beveva quel famoso e noiosissimo bicchiere di rosso a cena ogni sera, perché si sa, fa sangue. Giuseppe. Morto.

Per il funerale mi ha aiutato Mariarosa. Era in pensione da due anni e non sapeva mai che fare, non vedeva l’ora di rendersi utile. Ha pianto tanto quando mi hanno fatto vedere i cataloghi con le bare. «Fate voi» ho detto, così mi hanno pure scelto la più cara. Una super bara per Giuseppe, che non sarebbe tornato più. Ho pianto anche io la sera, dopo aver acceso la televisione. Mi sono sentita sola al mondo, con Striscia la notizia e un uomo che non avevo mai amato e che mi era pesato addosso tutta la vita. Ora che era morto mi mangiavano i sensi di colpa. Ho pianto perché a lui il Gabibbo faceva tanto ridere e ho pensato: si può stare quarant’anni con un uomo che ride per il Gabibbo? Avrei tanto voluto stringerlo, dirgli che mi dispiaceva. Mi dispiaceva che fosse morto e mi dispiaceva non averlo mai amato, e avrei voluto che Mariarosa mi confessasse che erano stati amanti, loro due, per potermi permettere di pensare male di lui, una volta in vita mia, e poterglielo urlare in faccia.

Me l’hanno pure messo in casa, di fianco alla sua poltrona preferita. Sono venuti a trovarlo i suoi colleghi e Umberto, quello della pesca al sabato mattina. Prima che arrivassero l’ho guardato. Non l’avevo mai visto dormire senza russare. Sono andata in cucina, ho preparato un caffè, ho fatto tostare il pane, preso la marmellata e messo tutto su un vassoio che mi avevano regalato appena sposata e avevo usato sì e no due volte. Non abbiamo mai avuto ospiti. Mi sono seduta sulla sua poltrona e ho fatto colazione, per la prima volta, insieme a mio marito.

Quello che ho pensato mentre masticavo è così complesso che non posso raccontarlo. Ho sentito tutto e il suo contrario, ho pensato ai ciclamini e alle canne da pesca, ai miei volumi di inglese, a Mikko, Astrid, Sharon e Greg, alle bugie, ai soldi che avevo messo da parte, e al fatto che non avevo mai contemplato la possibilità che Giuseppe un giorno avrebbe potuto lasciarmi. E proprio mentre cercavo di scaricarlo con due righe vigliacche, lui ha scaricato me in grande stile, per sempre. Sembrava l’avesse fatto apposta. Beppe si era riscattato, forse, senza saperlo.

Giovedì mattina hanno suonato alla porta. Non ho guardato dallo spioncino, sapevo che era il tassista. Non avevo mai visto un aeroporto, mi hanno fatto un sacco di storie per la macchina da cucire. «Pesa dieci chili, signora, dobbiamo imbarcargliela a parte.» E mi hanno obbligata a pagare un mucchio di soldi. Mentre li prendevo dalla vecchia scatola che non ho mai abbandonato, ho pensato che avrei potuto pure lasciarglieli tutti, che non mi interessava più niente, e poi mentre l’aereo decollava ho anche pensato: ma perché mi sono portata appresso la macchina da cucire? Ho chiuso gli occhi, l’ho sentita, tattattattattatta, e ho sorriso.

Mentre volavo via.

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Su Vero la recensione della raccolta di racconti di Sara Nissoli Mentre volavo via.

Commenti

  1. Stefano Mecca

    (proprietario verificato)

    “Mentre volavo via” di Sara Nissoli è un piccolo grande libro. Quattordici storie che rimangono nella memoria per la loro profondità e sincerità. Io sono stato completamente conquistato dalla scrittura sapiente e dallo sguardo incisivo sulla realtà e sui sentimenti dei personaggi. Mi sono trovato di fronte a una scrittrice di grande talento che sa creare mondi e sa come coinvolgerti. Io mi sono innamorato di questo libro e come tutti gli innamorati non vedo difetti.

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Sara Nissoli
Sara Nissoli è nata a Treviglio (BG) nel 1984. Vive a Milano e quando non scrive per la pubblicità inventa storie. Mentre volavo via è la sua prima raccolta di racconti.
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