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Il custode della valle

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Merry vive nell’impervia Vallostica isolato dal mondo. La sua quotidianità scorre tranquilla e monotona, fino a quando non trova una ragazza nel bosco vicino casa. Ha perso i sensi, è piena di ecchimosi, non ha documenti né telefono e dice di non ricordarsi il proprio nome né cosa le sia accaduto.
Come è finita in quel posto lontano da tutto? Come può tornare a casa se non si ricorda neanche come si chiama? Ma soprattutto: perché ha quattro bruciature uguali sotto al seno sinistro? Inoltre, può fidarsi del suo soccorritore che abita da solo in quella valle sperduta? Da quale passato starà scappando?
Nel frattempo, la famiglia della ragazza si mette sulle sue tracce affidandosi a una trasmissione che si occupa di persone scomparse.
Ma non sono i soli a volerla ritrovare, anche qualcun altro la sta cercando, e le sue intenzioni non sono buone…

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è nato per caso. L’ispirazione mi è venuta grazie alla lettura di uno scritto di Stefano Benni. Ho iniziato senza sapere esattamente come si sarebbe sviluppata la narrazione. Non sapevo se la mia idea sarebbe diventata un romanzo o un racconto. Poi è accaduto che i personaggi e la storia siano cresciuti e si siano incamminati per la loro strada. Non ho programmato niente in anticipo e, in sei mesi, il tutto era finito. So che mi è piaciuto molto farlo, che mi sono divertito.

1. MERRY
Si svegliò di soprassalto, udendo il latrare dei suoi cani e il
belato, aspro, delle capre. Solo Felixia, la sua gatta, non emise
alcun suono, pur non dissimulando, certo, il suo stare all’erta.
Dall’esterno non si percepiva alcun suono che non fosse
causato dagli animali, ma a lui era sembrato di avere udito un
rumore forte, come se, in lontananza, stesse tuonando. Accese una piccola abat-jour, si sedette sul giaciglio dove stava riposando e rifletté.
L’alba era ancora lontana, dall’esterno non filtrava nessun
chiarore.Continua a leggere
Continua a leggere

Sicuramente era notte. Uscire nell’oscurità non aveva nessun senso per lui, in una zona impervia come quella dove abitava. Rimase indeciso sul da farsi. Avrebbe potuto prendere
la lampada d’emergenza e andare a vedere cosa stesse succedendo fuori, ma decise di aspettare.
I cani mutarono il loro latrare in un sordo brontolio che,
quasi controvoglia, andava scemando. Le capre smisero presto di belare e ripresero il loro sonno. Felixia gli dedicò uno
sguardo molto felino, a cui lui non seppe resistere. Si allungò sul proprio giaciglio e con un bisbiglio si rivolse alla gatta:
«Hai ragione, come sempre. Con voi qui, nessuno potrebbe
avvicinarsi troppo». Chiuse gli occhi e tornò a dormire. La
gatta si acciambellò ai suoi piedi e cominciò a fare le fusa.
Nella valle, intanto, la notte tornò a essere quieta.
Era da poco sorto il sole quando Felixia lasciò i piedi, su cui
era comodamente sdraiata, per spostarsi sulla testa di Merry;
poi, come ogni giorno, la sua coda cominciò a muoversi ritmicamente, iniziando il rito del risveglio. In contemporanea, il
volume delle fusa si alzò leggermente e il giovane cominciò
a fare dei piccoli movimenti. La gatta lo guardò soddisfatta e,
allungando la zampa, gli sfiorò un orecchio.
Si udì in risposta uno strano suono, un farfuglio incomprensibile: «… che… già… Fel… mi fai il… auuh… mmmh…». Seguì l’apertura di un occhio.
Felixia cessò ogni movimento, aumentando di un’ottava le
proprie fusa.
La mano la sfiorò piano e una carezza la premiò per il suo
ruolo di sveglia felina. Il giovane si alzò e, infilati gli zoccoli,
andò ad aprire la porta. I suoi due cani si accostarono all’uscio, rimanendo all’esterno, perché addestrati a non varcare
la soglia della vecchia costruzione.
Non avrebbero potuto essere più diversi: la femmina, Fräulein, era uno splendido esemplare di pastore maremmano;
mentre il maschio, di nome Gozoso, poteva vantare un vero
“pedigree” da meticcio – inoltre, aveva una zampa, la posteriore sinistra, che non riusciva a muovere bene, a causa di una
vecchia lesione, non curata in modo adeguato.
Merry aveva trovato Gozoso una mattina, legato a un guardrail, spaurito, malato e denutrito. Lo aveva slegato e, guardandolo, stando accovacciato, gli aveva chiesto se volesse
mangiare qualcosa. Il cane aveva inclinato la testa di lato e,
un attimo dopo, si era grattato un orecchio. Credo possa esser
considerata una risposta affermativa, aveva pensato, per poi
aprire la propria borsa ed estrarre del pane e del formaggio.
Dopo aver preso un coltello e tagliato un po’ di pane, lo aveva lanciato verso l’animale. In un attimo, era scomparso fra
le fauci della bestiola. Analoga fine aveva fatto il formaggio.
«Ok, ti ho capito,» aveva esclamato Merry «sembri apprezzare il buon cibo. Oggi sei invitato a pranzo, se vorrai seguirmi.»
Come se avesse inteso le parole – molti cani ne sono in grado –, si era messo a trotterellare dietro al giovane. Inoltre, come spesso accadeva, sembrava avere un’espressione quasi
sorridente. Era un cane allegro.
«Gozoso,» aveva detto Merry «Gozoso! Credo che, se deciderai di restare con me, ti chiamerò così.» Si era fermato,
si era appoggiato sui talloni e aveva allungato le dita verso il
cane. Forse per l’odore del formaggio o forse per altri motivi, il cane aveva posato la propria testa sulla mano e, avendo
ricevuto una grattatina da quel simpatico bipede, con mossa
repentina aveva tirato fuori la lingua, cominciando a leccargli
le dita.
Così era nata un’amicizia che non si sarebbe mai interrotta.
Fraülein, invece, gli era stata data insieme alle capre. All’epoca era poco più di una cucciola, ma fin da subito aveva
dimostrato le proprie doti di cane pastore, oltre a uno spiccato senso del comando. Era lei la regina di tutti gli animali
di Merry; a eccezione di Felixia che, rispettando l’ancestrale anarchia della sua specie, non aveva alcun rapporto con Fraülein.
Le capre davano modo a Merry di preparare dei formaggi a
stagionatura diversa che permettevano al giovane di dedicarsi all’antico uso del baratto.
Erano trascorsi tre anni da quando aveva deciso di abitare
in quella vecchia casa in Vallostica e, da quel giorno, non aveva più toccato del denaro.
Non aveva dovuto fornire spiegazioni per la sua scelta. Le
persone per cui nutriva affetto e stima avevano annuito quando aveva comunicato loro che sarebbe stato via per un po’, ma che avrebbe dato comunque proprie notizie.
In Vallostica era capitato per caso.
Conosceva quella località in quanto vi era già stato, in precedenza, a trovare il suo ex insegnante di filosofia che, dopo la pensione, si era ritirato, seppur allo stato laicale, nel convento di Villagnostica, il piccolo paese confinante con la valle.
Quando era entrato in crisi, tre anni prima, gli era sembrato
naturale chiedere aiuto e confrontarsi con un uomo che considerava saggio e autorevole. Così, il suo vecchio professore  gli aveva offerto, per poter meglio riflettere, di trascorrere un
periodo nell’unica casa presente in Vallostica, di proprietà
della sua famiglia da sempre.
Merry aveva accettato, con la curiosità di vivere quella nuova esperienza. Sin dall’inizio non era stato d’accordo nel definire quella sistemazione come “in mezzo al nulla”. Lui aveva
trovato molto più di quanto avesse creduto. Le prove da superare ogni giorno erano tante e non c’era nessuno che lo potesse aiutare. Si sarebbe dovuto abituare a risolvere ogni tipo
di situazione problematica usando, più che mai, l’intelligenza
adattiva. Era molto giovane, godeva di buona salute e aveva
qualche ferita emotiva non ancora del tutto cicatrizzata. Non
aveva idea di come sarebbe stato, né se ce l’avrebbe fatta a vivere in un modo così diverso da quello a cui era abituato, ma
la Vallostica aveva esercitato su di lui un fascino immediato.
Ora, erano quasi mille giorni che viveva in quel luogo coi
suoi animali. Lavorava a stretto contatto con la natura, sentendosi libero e cercando, senza alcuna fretta, di trovare le
proprie risposte. Non si era mai sentito così indipendente,
in precedenza, né così ricco. Forse è proprio il denaro che ci
rende schiavi e poveri, pensò, mentre mungeva la prima capra.
Finì senza alcuna fretta le sue incombenze con gli ovini, poi
andò a farsi una doccia.
Vista la cospicua distanza con il centro abitato più vicino,
la casa non aveva mai avuto allacci con nessuno dei fornitori
di acqua, energia e gas. Per l’acqua, a dirla tutta, non vi erano
mai stati problemi: un pozzo provvedeva alle forniture domestiche, mentre il torrente – che scorreva là vicino – svolgeva
la funzione di abbeveratoio per le capre. L’energia elettrica gli
veniva fornita da alcuni pannelli solari montati sul tetto, ma,
nonostante questa fosse gratuita, Merry non aveva nessuno
degli elettrodomestici che vengono considerati indispensabili da miliardi di persone e anelati da altrettante. Niente radio,
televisione, frigorifero, lavatrice, né, tantomeno, una lavastoviglie. Non possedeva nemmeno un telefono, e non ne sentiva
il bisogno. Sapeva però che, se avesse trovato mai le risposte
che stava cercando, queste non sarebbero certo arrivate tramite uno smartphone.
Finì la doccia, si preparò un caffè e controllò la cottura del
cibo per i suoi cani. Tolse la grande pentola dalla cucina a legna e l’appoggiò sul tavolo.
L’odore che si diffuse nella stanza diede fastidio alle narici di
Felixia, che si alzò dal davanzale della finestra e, dopo un paio
di allungamenti delle zampe, saltò sul pavimento, andando verso le gambe di Merry. La testa del felino colpì con precisione
la tibia. Il significato di quel gesto era noto a entrambi: Felixia
voleva uscire, e per farlo non utilizzava mai la porta, bensì la finestra. Il giovane uomo sorrise e aprì di quel tanto che bastava
per permettere l’uscita della gatta. Non apriva mai più di quel
che le serviva – lei non avrebbe gradito un gesto così teatrale
–, era un tacito accordo tra di loro: solo ciò che era necessario,
senza sprecare mai nulla. Ai due stava bene così.
Chiuse piano la finestra e, indossati nuovamente i guanti da
lavoro, sollevò la pentola dai manici ancora caldi.
Uscì e cominciò a riempire la ciotola di Fraülein. Mangiava
sempre con appetito e la gerarchia imponeva fosse la prima a
essere servita.
Di solito, vedendo la pentola, Gozoso si metteva a scodinzolare e a fare dei giri su se stesso, ma quella mattina sembrava voler infrangere quel rituale: rimase fermo, col muso rivolto
alla montagna.
Strano, pensò Merry. Molto strano. Se Gozoso non mostra
entusiasmo per il cibo, deve esserci qualcosa di strano in giro.
Riempì la ciotola del meticcio e lo chiamò.
Il cane si alzò e con molta circospezione si avvicinò al padrone. Alzò il muso, guardandolo negli occhi, poi voltò lo sguardo verso la montagna e abbaiò.
Non lo aveva mai fatto prima.
«Sembrerebbe che tu non abbia fame, oggi. Vuoi andare da
qualche parte? Cosa stai cercando di farmi capire?»
Gozoso mosse qualche passo e si fermò, infine guardò Merry, di nuovo.
«Ok, spero di averti capito. Vuoi farmi vedere qualcosa.
Adesso andiamo.» Tornò verso la casa, prese il suo zaino con
l’occorrente per le escursioni e, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, si incamminò.
Fraülein smise di mangiare e, con due passi veloci, li raggiunse.
Il terzetto si mosse, guidato da Gozoso.
Dal tetto della casa, Felixia li osservava.

2. SIBILLA
Merry e Fraülein camminavano dietro al loro amico “melting pot” con notevole curiosità. Sembrava che stesse seguendo una pista ben precisa, e a lui nota. Procedeva a velocità
costante, fermandosi di tanto in tanto per odorare il terreno;
quindi, appagate le esigenze olfattive, voltava la testa e, accertatosi che i suoi due compagni lo stessero seguendo, riprendeva la marcia, apportando solo modeste correzioni alla
propria direzione. Dopo qualche decina di minuti dalla partenza, si diresse verso Bosco Fitto.
Il nome non compariva in nessuna cartina geografica perché quel luogo era stato così battezzato da Merry. Si trattava
di un bosco di discrete dimensioni, senza nessun sentiero
indicato; con molta probabilità, da che esisteva, non doveva avere avuto che sporadici contatti con la specie umana.
Merry stesso, che pur aveva imparato a conoscere bene la
Vallostica, non era entrato che una sola volta al suo interno,
utilizzando, per poter uscirne, il “metodo Pollicino” e l’ausilio di Gozoso.
Il meticcio aveva un vero talento per non perdere mai il
senso dell’orientamento, quali che fossero le condizioni meteorologiche o l’orario. Anche in una notte senza luna sarebbe
stato capace di ritrovare con facilità la strada di casa. Era un
buon cane. Si fermò sul limitare del bosco e voltò la testa, attendendo i suoi compagni di escursione.
I due lo raggiunsero. Il giovane si fermò, non del tutto convinto sul da farsi, ma l’atteggiamento deciso dell’animale vinse il dubbio umano. «Ok, ti seguiremo dentro al bosco, ma non
farcene pentire! Go, Gozo, go!»
Con fare deciso, il terzetto si addentrò nella fitta vegetazione.
Dopo pochi metri, la luce cominciò ad affievolirsi e la temperatura a ridursi. I suoni di molti animali si interruppero al
loro passaggio, per poi riprendere.
Merry si sentiva al centro dell’attenzione. Percepiva la presenza di innumerevoli creature, ma non vi era alcuna ostilità
all’interno di quel bosco. Il timore era tutto suo, dell’unico bipede presente. Perché non siamo più capaci di vivere in armonia con la natura? si chiese, stando attento a non mettere un
piede in fallo nel fitto sottobosco.
Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato da che
erano entrati nel bosco, quando, con una decisione improvvisa, il cane deviò verso destra.
Gli alberi erano meno numerosi e la luce tornò a essere più
intensa, la temperatura un po’ più calda. Fecero ancora pochi
metri e si trovarono in una piccola radura.
«Questa, poi, chi se l’aspettava?» esclamò Merry.
A quel punto, Fraülein si fermò con fare guardingo.
Gozoso, al contrario, si mise a trotterellare verso un punto
ben preciso dello spiazzo erboso. Aveva un piglio deciso ma
non aggressivo. In poco tempo arrivò in prossimità di uno
strano rialzo del terreno e si fermò.
E quel mucchio di terra cos’è? Sempre che sia terra… pensò il
giovane. Tentò di allungare la mano verso lo zaino per prendere da uno dei tasconi il coltello, ma si fermò subito. Quasi tre anni da semieremita e ho ancora lo stress del cittadino… Si
concesse un amaro sorriso.
Si trovava a un paio di metri dal cane, quando si accorse che
quel mucchio non era terra. Né un grande sasso.
Era un corpo. Rannicchiato.
Non avrebbe però saputo dire, a causa della posizione di quello, se fosse di un uomo o di una donna; né se fosse ancora in vita.
Si avvicinò e vi si posizionò accanto.
Era una donna. Giovane e piuttosto malconcia. Sul viso aveva varie ecchimosi e qualche ematoma, ed era sporca di fango.
Per fortuna, respirava ancora.
Merry si chinò per vedere se ci fossero ferite evidenti.
Anche Fraülein si avvicinò, poi si sdraiò.
Gozoso, al contrario, continuava a girare in tondo, quasi
fosse preoccupato.
«Tranquillo, Gozo, tranquillo. Adesso la svegliamo e vediamo come sta.» Si sfilò lo zaino e, dopo averlo poggiato a terra,
prese la borraccia e un telo. Bagnò la stoffa e, con molta circospezione, sfiorò il viso della donna. Il corpo si mosse appena.
«Ehi» bisbigliò. «Ehi, mi senti?»
La ragazza non diede risposta.
Lui prese un giubbotto impermeabile ancora piegato e lo sistemò sotto alla testa della sconosciuta. Tra i capelli notò un
grumo di sangue secco, di colore scuro.
Deve aver battuto prima la testa, poi il viso, e ha perso conoscenza. Ma che ci faceva in un posto come questo una vestita
così?
La giovane indossava un paio di leggings neri, una camicia – forse di seta –, una giacca di cotone simile a un chiodo,
e, soprattutto, un paio di scarpe non adatte alla Vallostica:
con il tacco alto. Anzi, a esser precisi, una sola aveva il tacco,
l’altra no.
Ok, è inciampata e lo ha rotto, pensò Merry. Cerchiamo di
capire dove è successo. Da come è messa, potrebbe essere arrivata dalla zona della pietraia. Con quelle scarpe! È un miracolo
che sia arrivata fin qui…
Si mise a controllare con attenzione il terreno e, quasi subito, trovò ciò che stava cercando. Il tacco si trovava nei pressi
di una radice. Ma è grandissima! Come avrà fatto a non vederla? A meno che non sia successo di notte, al buio. Allora, a maggior ragione, che ci faceva qui?
In quel momento udì un lamento. Si voltò e vide la ragazza
muoversi. Non devo spaventarla, sarà già sotto shock. Per prima cosa, non mi deve vedere in piedi, incombente su di lei; poi
dovrò parlare piano e stare attento con le domande. Si mise in
ginocchio accanto a lei e bisbigliò un “ciao”.
Subito, Fraülein si alzò.
Questa volta, la giovane provò ad aprire gli occhi: uno rispose meno bene dell’altro. Sollevò il tronco e si poggiò su un gomito, poi richiuse gli occhi. Sentiva dolore in ogni parte del
corpo. «Ahi… ahi… Dove sono?» Con fatica, socchiuse l’occhio
destro – il meno malconcio dei due – e vide Gozoso, che aveva
iniziato a scodinzolare felice, come se fosse contento di udire
la voce della ragazza.
«E tu… tu chi sei? Sei solo?» Girò piano lo sguardo e vide Fraülein, e, poco più in basso, un volto sorridente e una mano che si
alzava, in segno di saluto. «Io… dove sono? E… tu… chi sei?»
«Ciao. Io mi chiamo Merry, loro sono Fraülein e Gozoso. È
lui che ti ha trovata in mezzo al bosco. Come ti senti?»
La ragazza fece una smorfia. «Sento dolori dappertutto. Ma
cos’è successo? Dove sono?»
«Non so cosa ti sia successo, mi dispiace. Certo non sei vestita da escursionista, direi. E qui, in Vallostica, ne vengono
pure pochi. Hai sete? Vuoi un po’ d’acqua? Ho anche un po’ di
pane e formaggio, se vuoi mangiar qualcosa.»
«Un po’ d’acqua, sì, per favore. Mi sento come se mi fosse passato sopra un tir. Come l’hai chiamato, sto posto? Valle… che?»
Merry si alzò piano e le offrì la borraccia, ma la ragazza
sembrò non accorgersene. «Sei in Vallostica, è un posto poco
conosciuto.»
Gozoso ruppe gli indugi e leccò una delle mani della ragazza, che riuscì a fare un mezzo sorriso. «Tu sei il mio salvatore,
quindi. Grazie, cagnolone, non credo che qualcuno mi avrebbe mai più trovata qua.» Si fermò per un attimo, poi riprese:
«Tu hai detto di chiamarti Merry, giusto? Io sono… sono… oddio… Non ricordo più il mio nome!». E, a quel punto, cominciò
a piangere.
Merry si sentì confuso. Non sapeva cosa dirle. La guardò
smarrito. «Penso che tu abbia preso un colpo alla testa. Sei un
po’ frastornata e disidratata. È normale ma ti passerà presto,
spero. Vuoi bere un po’ d’acqua? Ti aiuto io, se vuoi. Così fai
meno fatica.»

Lo guardò con diffidenza, poi annuì piano.
Merry si mise in ginocchio, aiutandola con molta delicatezza.
Lei bevve un paio di sorsi, poi riprese a piangere.
La schiena della ragazza, scossa dai singhiozzi, appoggiata
al torace del giovane, fece a quest’ultimo una strana impressione. Non sembrava un pianto legato solo a quel particolare
momento. Gli diede l’idea di un dolore da troppo tempo seppellito e che, finalmente, ora, poteva manifestarsi. Le sfiorò piano una spalla, a disagio come solo gli uomini sanno essere
di fronte al pianto di una donna, e, con la voce più tranquilla
che potesse usare, le disse: «Vuoi provare ad alzarti? Io abito
più giù. Credo tu abbia bisogno di riposarti su un letto, magari
dopo avere mangiato qualcosa. Se adesso ti tolgo l’appoggio,
ce la fai a stare seduta da sola? Passo davanti per aiutarti, ok?
Credo ci sia un problema con le tue scarpe, però. Si è rotto
un tacco… Si può togliere anche l’altro?». Le parole di Merry
ebbero l’effetto di far smettere il pianto.
«Solo un uomo potrebbe fare una domanda così… Non credo
siano fatte per essere smontate, sai. Forse hai ragione, meglio
averle della stessa altezza. Ok, provo a stare seduta. Non andartene subito, però… Non ti garantisco di esserne capace.»
«Tranquilla, tranquilla. Resto con le mani accanto alla tua
schiena finché non ti senti sicura, ok? Pronta?» Merry, comunque, si trovava a disagio a non poter chiamare per nome la giovane.
Quasi gli avesse letto nel pensiero, lei disse: «Merry, Fraülein, Gozoso… Che nomi particolari che ci sono qui in Vallostica. Chi li sceglie? E a me, questa valle che nome darebbe? Ora
proverò a stare seduta da sola. Ma tu non allontanarti, eh!».
Le mani del giovane si staccarono dalla schiena della ragazza, che riuscì a mantenersi in equilibrio. «Ce la fai! Bene, bene. Ti fa male?»
«Un po’, ma credevo di stare peggio. Ho male al piede, però!»
Era gonfio, infatti, e Merry si diede dello stupido per non
essersene accorto subito. «È quello che si è incastrato nella
radice, vedi? Quella laggiù. Bisogna fargli qualcosa, ora.»
«Hai anche del ghiaccio in quello zaino?»
Merry scosse la testa. «No, niente ghiaccio. Ti farò un impacco con l’argilla.»
«Non ti sembro già abbastanza piena di fango?»
I due sorrisero insieme e Merry disse: «Questa è argilla
buona, curativa. L’impacco serve per ridurre il dolore. Ti aiuterà, vedrai. E, mentre lo preparo, risponderò alla tua domanda sui nomi, vuoi?».
La ragazza annuì.
«I loro nomi, ma anche il mio, li ho scelti io. Per te, in attesa
che ti torni in mente il tuo, ne potremmo trovare uno temporaneo. Ti va?»
Di nuovo, la ragazza annuì.
«Bene. Si potrebbe scegliere Luna, visto che credo tu sia arrivata di notte; o Sibilla, come una fata della montagna. Pensa che c’è una catena montuosa che prende il nome da lei. Ma
se nessuno di questi ti piace… Be’, poco male, ne troveremo
un altro.» Nel frattempo, Merry aveva aperto una tasca dello
zaino, estraendone argilla e olio di vaselina. Prese anche una
piccola ciotola di legno e si mise a mischiare il tutto con un
bastoncino, ottenendone un composto verde. «Questo ti farà
bene, vedrai. Hai una distorsione alla caviglia, probabilmente.
Per arrivare a casa, credo tu abbia bisogno di un passaggio.»
«C’è un servizio taxi, qui?» chiese la ragazza. «Davvero, non
credevo…» e per la prima volta riuscì a ridere. «A me, comunque, come nome, piace molto Sibilla. E mi piace anche credere di essere una fata.»

27 maggio 2018

Aggiornamento

"leggere per credere...una scrittura ricca di suggestioni e un racconto che tiene sospeso il cuore..." - Tiziana C. (architetto)
"in metro leggevo il tuo libro...e il tragitto era troppo breve..." - Maria S. (sociologa)
"mamma, quando lo faranno al cinema...andremo a vederlo, vero?" - Sofia, 12 anni (studentessa)
"con il tuo libro sei sempre con noi...i tuoi animali, le tue espressioni, le tue parole... sono molto soddisfatto della lettura..." - Mauro B. (dirigente)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Giano è mio marito e quindi potrei sembrare di parte.
    Ma la sera non vedevo l’ora che lui scrivesse un “pezzetto” di Merry.
    Con il tifo sfegatato mio e di nostra figlia per alcuni personaggi e l’odio profondo per altri.
    Gli animali della storia sembravano girare in casa nostra e per alcuni mesi la storia di Merry è stata una realtà dove si è immersa tutta la famiglia. E’ stato divertentissimo assistere all’entrata in famiglia di alcuni personaggi accolti come reali, con fattezze familiari a volte difesi da risvolti della storia che non condividevamo. Il coinvolgimento nella storia è stato “totale” ed emozionante perché, profondamente, ci ho letto il grande cuore di Giano.

  2. Giano Zamboni

    (proprietario verificato)

    Giano è mio marito e quindi potrei sembrare di parte.
    Ma la sera non vedevo l’ora che lui scrivesse un “pezzetto” di Merry.
    Con il tifo sfegatato mio e di nostra figlia per alcuni personaggi e l’odio profondo per altri.
    Gli animali della storia sembravano girare in casa nostra e per alcuni mesi la storia di Merry è stata una realtà dove si è immersa tutta la famiglia. E’ stato divertentissimo assistere all’entrata in famiglia di alcuni personaggi accolti come reali, con fattezze familiari a volte difesi da risvolti della storia che non condividevamo. Il coinvolgimento nella storia è stato “totale” ed emozionante perché, profondamente, ci ho letto il grande cuore di Giano.

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Giano Zamboni
GIANO ZAMBONI vive a Roma dove svolge, da più di trent’anni, la professione
di fisioterapista. Lettore curioso, ha scritto qualche racconto, diverse
rime e molti acrostici. Il custode della valle è il suo primo romanzo.
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