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Milioni di stelle

«Studierò Giurisprudenza o Economia» disse con un tono convinto e intriso di pragmatismo. Come se fosse davvero indecisa tra le due. Eppure, in tutto quel caos, una certezza era rimasta. Intatta, per quella inarrestabile forza che hanno le stelle,i sogni, i traguardi che paiono irraggiungibili e gli amori platonici. «Però voglio fare la scrittrice» aggiunse.

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Consegna prevista luglio 2019

Che fine fanno i desideri chiesti alle stelle?
È la domanda che si pone Astrid. Da bambina amava quelle piccole luci lontane a cui affidava sogni e desideri, primo tra tutti quello di essere sempre felice. Ma ora che è una giovane donna piena di paure e rancori, ha una sola grande certezza: la felicità non esiste. L’unica soddisfazione è la pubblicazione del suo romanzo, Milioni di stelle.
La stessa domanda se la pone Gemma, la protagonista del libro di esordio di Astrid. Entrambe le donne, con personalità difficili, controverse e deluse dalla vita, affronteranno un percorso di rinascita personale da un passato familiare complesso che faticano ad abbandonare. La felicità è una meta che sembra appartenere soltanto alle stelle, ma, a volte, i desideri sono esauditi e…

PROLOGO
«Quante saranno le stelle nel cielo, mamma?»
«Non lo so, Astrid. Milioni di miliardi, credo.»
Astrid vagò con lo sguardo nella moltitudine di puntini che tempestava di luce il manto scuro della notte. Era talmente incantata da quello spettacolo da non percepire il fastidio dello scoglio irregolare sotto la testa, né l’umidità sulla pelle. C’erano solo il silenzio e l’immensità.
D’un tratto una scia luminosa, impercettibile quasi, unì due stelle.
«L’hai vista, mamma?»
Eugenia sorrise. «Esprimi un desiderio, presto» le disse soltanto.
Astrid si mordicchiò le labbra. Aveva già espresso il suo desiderio.
Lo esprimeva ogni giorno, ogni istante.
Però stavolta era certa. Quella piccola scia luminosa lo avrebbe esaudito.
Inspirò e chiuse gli occhi per un attimo, rasserenata, poi li riaprì e cercò la mano di sua madre sul telo fucsia.
Saremo sempre felici come lo siamo adesso, mamma, si disse. Le stelle non sono come le persone. Le stelle mantengono le loro promesse.

CAPITOLO UNO
C’è chi si fissa a vedere solo il buio. Io preferisco contemplare le stelle. Ognuno ha il suo modo di guardare la notte.
Victor Hugo

Non sarò mai felice.
Questa è l’unica certezza che ho.
E non lo dico in senso tragico, anzi. Aver raggiunto questa consapevolezza mi dà serenità. Mi dà la forza necessaria per affrontare la vita. Senza troppe pretese, senza aspettative.
C’è gente che si lascia sopraffare dalla continua, incessante ed esasperante ricerca della felicità. C’è gente che muore infelice dopo averla cercata tutta la vita, dopo essersi aspettata chissà cosa, dopo aver sognato fino all’inverosimile di raggiungere qualcosa che, alla fine, non è altro che un miraggio. Io morirò infelice, ma assolutamente consapevole che in ogni caso sarei morta infelice e non felice.
La felicità è come Babbo Natale: un’invenzione per bambini. È un’illusione. È più dannosa della droga. Perché se cerchi di continuo la felicità e non la ottieni mai – perché non puoi ottenerla – finisci per ammalarti. Io morirò infelice ma sana.
«Ecco il suo caffè, signora.»
Il ragazzo scuro e longilineo a cui ho chiesto il caffè poco fa posa il bicchierino di plastica sul piattino. Deve essere nuovo, perché non l’ho mai visto prima d’ora e vengo qui quasi ogni giorno.
«Grazie. Posso avere un po’ d’acqua, per favore?» aggiungo.
Annuisce un «certo» mentre prende un bicchiere dal cestello della lavastoviglie e mi versa dell’acqua.
«Scusi, se le ho chiesto il caffè in plastica, è chiaro che voglio anche l’acqua in plastica. Si tratta di coerenza, non trova?»
Il ragazzo mi guarda perplesso. Cede l’acqua nel bicchiere di vetro al signore accanto a me e ne riempie uno in plastica.
«Grazie» sorrido a labbra strette, poi inizio a gustarmi il caffè.
Accidenti, la gente non fa caso a niente. Non pensa minimamente a quanti microbi proliferino beati sulla superficie delle stoviglie dei bar, a quante malattie si possano contrarre sorseggiando amabilmente un caffè. Io non ho alcuna intenzione di farmi infettare.
La sala è illuminata da faretti gialli che si specchiano negli espositori creando un gioco di luci ed è pervasa da un invitante profumo di rosticceria e caffè. È l’ora di punta. Qualche minuto fa, in fila per lo scontrino, ho temuto mi venisse un attacco di panico – aliti caldi, colpi di tosse. Da questa prospettiva ho una panoramica dell’intero locale: alla mia sinistra l’entrata, una porta di vetro da cui filtra uno splendido sole primaverile. Davanti a me il bancone e un enorme specchio che riflette la saletta con i tavolini alle mie spalle. Sono circondata per lo più da coppie, famiglie, colleghi di lavoro che si godono la pausa pranzo chiacchierando allegramente.
E io sono sola, in silenzio, immersa in questo marasma. La confusione mi fa stare bene – sempre che nessuno mi starnutisca accanto o mi tocchi con le mani sporche, s’intende. Paradossalmente, solo quando tutto intorno a me è chiassoso e affollato mi sento in pace. Forse perché soltanto così riesco a non sentire il caos che ho dentro e che non ho alcuna voglia di ascoltare.
Sollevo lo sguardo dal fondo marrone del mio bicchierino e mi guardo nello specchio che ho di fronte, abbagliata dal riflesso delle luci che vi rimbalzano. In effetti, vista dall’esterno non sono male. Gli occhialoni da diva, il cappotto tartan grigio e nero e i capelli lunghi e corvini mi attribuiscono un’aria vagamente modaiola. Peccato che nessuno mi stia guardando, minimamente. Nemmeno il cameriere sessantenne che serve la sala mi degna di un’occhiata tra un tavolo e l’altro. Altro che vagamente modaiola e niente male! Devo essere la persona meno attraente del mondo. Praticamente invisibile. Il che non è del tutto negativo.
Io amo osservare la gente, specie nei posti affollati. Il fatto di non essere ricambiata non solo mi consente di farlo senza passare per una guardona, ma mi permette di cogliere le espressioni e i gesti più spontanei. A volte rimango imbambolata a guardare le persone. Mi perdo a immaginare cosa facciano nella loro quotidianità, a interpretare i loro stati d’animo. Immortalo nella mia mente ogni singola scena, istantanee degne di Instagram. E sia chiaro, non perché io non abbia una vita mia, anzi, la mia vita è abbastanza incasinata. E non mi riferisco a torbide relazioni o ad amori impossibili, visto che non ho una vita sentimentale. Per mia scelta. Non sarò mica l’unica ragazza al mondo che a ventinove anni non sente l’esigenza di avere un fidanzato o un marito o dei figli! Io sto bene così e non ho alcuna intenzione di alterare questo mio stato di single. Non ho voglia, né tantomeno bisogno, di un uomo. Nemmeno a livello fisico. Io mi basto. Non mi va proprio di aggiungere complicazioni a una complicazione vivente. Sono già sufficientemente infelice così.
Mentre bevo l’ultimo sorso, noto con la coda dell’occhio il tizio accanto a me. Sta mescolando il suo caffè, accanto al piattino una bustina di zucchero di canna ormai vuota. Con la mano libera dal cucchiaino scorre il pollice sulla superficie del suo iPhone. Anche lui, come me, è solo. Con la sua tazzina, con i suoi pensieri – e con la sua più o meno consapevole infelicità, naturalmente. La sua mano, curata ma non vanitosa, sembra scolpita. L’orribile giacca color ruggine, che forse indossa per mettere in risalto il suo incarnato abbronzato, ha un taglio che penalizza un po’ le sue spalle possenti. Deve essere un tipo sportivo. I capelli lievemente mossi, neri e qua e là brizzolati, gli spiovono sui Ray-Ban. Ha un profilo interessante, potrebbe essere il terzo Bronzo di Riace. Dal suo stile trascurato sembrerebbe un intellettuale; chissà, magari uno di quelli che provano un gusto sadico nel farti sentire una perfetta ignorante. Oppure, vista la splendida forma, è un professore di educazione fisica. In ogni caso, è chiaro che ha un gusto pessimo in fatto di abbigliamento. E se invece operasse proprio nel settore della moda? Oh, basta. Se continuo a edificare storie dentro la mia testa, finirò per impazzire.
Inaspettatamente gira il capo nella mia direzione. Le lenti a specchio non mi permettono di capire se mi sta guardando, eppure arrossisco per l’imbarazzo. Come quando avevo quindici anni e il tipo che mi piaceva mi domandava che ora fosse. Solo che il tipo in questione non soltanto non mi ha chiesto l’ora, ma non mi piace per niente. Figuriamoci se può piacermi uno che somiglia a un Bronzo di Riace!
Bevo la mia acqua tutta d’un sorso, scendo giù dallo sgabello con un tonfo sui miei stivali ultraflat e mi avvio verso l’uscita, pronta a immergermi di nuovo nel viavai cittadino.
Quando esco dal bar, seguita dal tintinnio della porta, vengo inghiottita dal sole delle due e mezza. Cammino a passo svelto, come se stessi fuggendo da qualcosa – non dal caos che mi circonda, piuttosto da quello che è dentro di me. Sono sul ciglio del marciapiede e sto per attraversare quando sento tamburellare due dita sulla mia spalla. Sobbalzo e mi giro di scatto, pronta a sferrare un gancio destro – che in realtà non sarei capace di sferrare – ma non appena scorgo il Bronzo davanti a me mi blocco. Adesso sono più sorpresa che impaurita. Rimango imbalsamata a fissarlo per qualche istante, con il battito accelerato. Mannaggia a questi Ray-Ban a specchio che non mi fanno vedere i suoi occhi. Potrebbero trasudare crudeltà, potrebbe essere un tipo pericoloso. Improvvisamente solleva una mano. Convinta che mi stia per colpire, emetto un gridolino e chiudo gli occhi, schermandomi con le braccia.
«Si calmi, non voglio farle del male» dice, con una voce lievemente roca e un tono rassicurante, sfiorandomi il gomito. Riapro gli occhi lentamente e, facendo capolino dalle mie braccia, lo vedo agitarmi la mia pashmina sotto al naso: «Le è caduta la sciarpa».
Immobile, fisso la pashmina, mentre tento di riappropriarmi di un respiro regolare e della mia dignità. Che figura.
«Mi dispiace, non volevo spaventarla…» aggiunge, sforzandosi di apparire mortificato. A me sembra più divertito.
«Non mi sono spaventata, infatti» ribatto, leggermente acida.
Il Bronzo accenna un sorriso e delle rughe gli increspano il volto. Deve avere più di quarant’anni.
«È rimasta incastrata nel piede dello sgabello, lei non se n’è accorta ed è andata via» mi spiega porgendomela.
L’afferro cercando di non mostrarmi troppo disgustata. In questo momento la mia pashmina pullula di microbi.
«Non doveva disturbarsi,» dico solo «vede, è vecchia» gli faccio notare. Lui soffoca una risata.
«Lo terrò a mente per la prossima volta.»
Fa anche del sarcasmo. Mi fa prendere un colpo e poi tenta di fare lo spiritoso!
«A saperlo prima… avrei guadagnato una sciarpetta vecchia!»
Oltre a non avere il minimo gusto nel vestirsi, ha anche un pessimo senso dell’umorismo.
«Non è una sciarpetta. Si chiama pashmina.»
Stavolta il Bronzo prorompe in una risata: «Lei è proprio un bel tipo. L’ho capito dalla coerenza del caffè in plastica.»
Lo guardo perplessa. Mi ha spiata?
Cioè, spiata non è il termine esatto, visto che ero in un posto aperto al pubblico e lui era accanto a me. Si è limitato ad assistere alla scena. D’altra parte è lui il tipo a cui il cameriere ha ceduto il mio bicchiere di vetro. Che figura. Sarò sembrata una maniaca dell’igiene. Una che ha paura di farsi contagiare da chissà che. Una che ha paura del mondo che la circonda. Ma non è assolutamente così. Io non ho fobie di questo genere.
«Lei è proprio un impiccione!» sbotto, appallottolando la pashmina e non sapendo dove metterla. Di certo non dentro la borsa, che schifo. I miei occhiali da sole hanno le lenti chiare, quindi lui può sicuramente scorgere il mio sguardo sospettoso e accigliato. Il fatto che invece io non riesca a vedere il suo mi infastidisce. Il Bronzo accenna un sorriso.
«È un piacere conoscerla…» mi tende una mano, pensando che io magari gliela stringa o pronunci il mio nome. Ma io non intendo far niente di tutto ciò. Gli rifilo un ultimo sguardo seccato, prima di voltargli le spalle e attraversare la strada.
Ho la sensazione che, di qualunque colore siano, i suoi occhi continuino a fissarmi mentre proseguo nel traffico.
«Sono tornata!» dico chiudendomi la porta d’ingresso alle spalle.
La casa è ancora avvolta nell’oscurità, perché nessuno si è preoccupato di alzare le serrande del corridoio, ed è impregnata di profumo di carne arrostita e colore a olio. Mentre percorro il corridoio, do un’occhiata alla cucina – la padella sporca è rimasta sul fornello – e dopo qualche passo faccio capolino nel soggiorno.
Eccola lì, nel suo mondo, come immaginavo. Ha gli auricolari nelle orecchie e non si è nemmeno accorta della mia presenza. Rimango a osservarla, appoggiata allo stipite della porta. Approfitta delle ultime luci del pomeriggio, seduta a gambe incrociate su un cuscino adagiato sul pavimento, il piattino di plastica nell’incavo tra le ginocchia e davanti il cavalletto basso che sorregge la tela. Completamente assorbita dal suo dipinto, intona lievemente la canzone che sta ascoltando – credo sia Hallelujah nella versione di Jeff Buckley. Solo qualche minuto più tardi distoglie gli occhi dal quadro e si accorge di me. Si sfila un auricolare e si sistema gli occhiali marroni sul naso. I riccioli castani le incorniciano il viso e ha la sua consueta aria allegra.
«Ah, sei tornata, finalmente. Vieni a vedere che te ne pare» mi invita.
Le obbedisco e mi piazzo alle sue spalle per ammirare il quadro. È una maternità. Una madonna del Cinquecento che stringe una bella bambina paffuta. I colori tenui conferiscono raffinatezza all’immagine, lo stile realistico le dona una profondità fuori dal comune. Le due figure sembrano così vere che ho quasi l’impulso di prenderle la bambina dalle braccia. È incredibile, anche stavolta si è superata. Ofelia è una pittrice straordinaria.
Sollevo le spalle non sapendo cosa dire, leggermente emozionata.
«Ofelia, non ci sono parole. È veramente… direi bellissimo, ma non renderebbe l’idea.»
Lei solleva il viso e mi guarda compiaciuta: «Davvero?».
«Davvero.»
«Sono contenta che ti piaccia!»
Prendo una sedia e mi metto accanto a lei, poi mi sbottono il cappotto, ma non ho il coraggio di togliermelo. L’aria è fredda, anche se lei non sembra percepirlo. Anzi, ha addirittura le guance arrossate.
Ofelia è il ritratto della salute. Bella, paffutella, solare.
Quando ho letto il suo annuncio su Facebook non ho avuto dubbi. Sentivo che sarebbe stata la coinquilina perfetta e finora il tempo mi ha dato ragione. “Una casa luminosa e accogliente al favoloso prezzo di seicento euro diviso tre. Che ve ne pare?” recitava l’offerta. In effetti niente di particolare, ma la combinazione tra quelle parole e il suo sorriso era bastata per convincermi a contattarla. Così condividiamo questa casa da tre anni. Insieme a Chiara, che è arrivata qualche mese dopo di me. Siamo un bel trio e voglio bene a entrambe, anche se Ofelia occupa un posto speciale nel mio cuore. È la migliore amica che potessi incontrare.
L’anno scorso si è laureata all’Accademia di Belle Arti e adesso si destreggia tra mostre, lavori su commissione e lezioni private ai ragazzini delle medie. Prima o poi diventerà famosa, su questo non ho dubbi. Sarebbe un peccato se il mondo perdesse l’opportunità di conoscere il suo talento.
«Com’è andata al lavoro?» mi chiede, tornando all’opera.
Tiro un sospiro, grattandomi la nuca: «Come sempre, niente di eclatante».
Cosa può mai succedere nella segreteria di un’azienda che produce fibre ottiche? Escludendo incendi o catastrofi naturali, è davvero difficile che accada un evento degno di nota. I giorni si somigliano tutti, trascorro le mie mattine rispondendo al telefono, protocollando e-mail, archiviando la posta e facendo fotocopie. Non è il lavoro dei sogni – non dei miei, quantomeno – ma si tratta di trenta ore a settimana che mi assicurano mille euro al mese, e quando lo zio di mia madre mi ha ventilato questa opportunità non ero certo nelle condizioni di fare la schizzinosa e lasciarmela scappare. Avevo conseguito la triennale in Economia da qualche tempo, la mia situazione familiare era catastrofica e non avevo le possibilità economiche, né tantomeno le facoltà intellettive, per continuare a studiare. Così ho accettato. Ho fatto i bagagli e sono venuta qui in città, lasciando mia madre al paese. È solo un lavoro temporaneo. E, sebbene me lo ripeta già da tre anni, è probabile che prima o poi troverò qualcosa di meglio. Prima o poi. Ma tanto, anche se dovessi trovarlo e dovesse piacermi, so già che qualcosa di terribile si abbatterebbe su di me sotto qualche altro fronte. Giusto per mantenere immutata la mia condizione di infelice.
«Nessun incontro favoloso? Che ne so, il CEO di una multinazionale asiatica o americana che ti ha chiesto informazioni…»
Esalo una risata, scuotendo il capo.
«Il clou della giornata è stato quando il direttore mi ha detto di portargli dei documenti che aveva mandato in stampa…» rispondo «quindi direi di no, nessun incontro favoloso.»
Per un attimo, un attimo minuscolo, infinitesimale, mi viene in mente il Bronzo. E non capisco perché, visto che favoloso è l’ultimo aggettivo che userei per definire il nostro incontro, pessimo e assolutamente indegno di nota. Caccio via il pensiero, poi mi concentro su Ofelia che intinge un pennellino piatto nel giallo.
«Ho sentito che parlate di incontri favolosi!» esordisce Chiara, apparendo sulla soglia. La osservo rapita, mentre avanza verso di noi ancheggiando. Gonna plissettata bianca, chiodo nero di pelle così come i tronchetti dal tacco alto. Sembra uscita da una rivista, come sempre.
«Ciao Chiaretta» la saluta Ofelia. Chiara si avvicina a me inebriandomi con il suo Coco Mademoiselle e mi mette un braccio intorno alle spalle.
«Vediamo un po’» dice prima di piombare in una silenziosa e minuziosa osservazione del quadro.
Strizzo gli occhi come se mi stessi preparando a uno scoppio. Tre, due, uno…
«Però ha un occhio diverso dall’altro, vero?»
Ecco. Trovato il difetto. Chiara è capace di scovarne ovunque. Su chiunque e su qualsiasi cosa. Non per niente l’ho ribattezzata Defect scout, o Deffy, per abbreviare. Non oso immaginare quanti ne trovi addosso a me, evito meticolosamente di chiederle pareri di qualunque genere.
«Non sono diversi,» replica Ofelia stizzita «è una questione di prospettiva!» le spiega. Ofelia è piuttosto restia a credere ai complimenti, ma allo stesso tempo è particolarmente sensibile alle critiche, specialmente a quelle che ritiene infondate. Chiara fa una smorfia poco convinta, arricciando il suo arco di cupido.
«Sarà sicuramente una mia impressione.»
«Sicuramente» puntualizza Ofelia, piccata.
Io mi astengo vivamente dal proferire commenti.
Chiara si sistema un ciuffo di capelli biondi dietro le orecchie e si volta a guardarmi, con quegli occhi sempre gelidi anche quando vorrebbero emanare calore. Avere gli occhi del colore del cielo deve pur avere dei contro!
«Non ho ancora il vestito per la serata» mi informa, piuttosto pensierosa.
«Oh,» sbuffa Ofelia spazientita, senza lasciarmi il tempo di replicare alcunché «hai diecimila vestiti, scegline uno e piantala!»
Forse è per il commento di poco fa. Ma, a prescindere da questo, comprendo – e condivido – l’esasperazione di Ofelia. Il vestito di Chiara è stato l’argomento principale delle ultime settimane, tanto da oscurare completamente l’evento al quale dovrà indossarlo. Non è abituata a stare in ombra, perciò ha dovuto trovare un modo per rimanere sotto i riflettori pur non essendo la protagonista. La perdono solo perché non lo fa con cattiveria, è geneticamente egocentrica.
In ogni caso, le sue parole riescono a mandarmi in agitazione. Sebbene finga che non sia così, tra pochi giorni sarò io sotto la luce dei riflettori. Io che, di solito, preferisco essere invisibile – e, a dirla tutta, lo sono quasi sempre. Stavolta, però, dovrei essere lieta di non esserlo. E in fondo lo sono. Non oso immaginare quale immane tragedia si consumerà quel giorno.
Le ore scorrevano lente. Eppure sembrava che gli ultimi mesi fossero volati in un soffio. Gemma non sapeva che cosa sarebbe accaduto in quelli a venire, adesso che le sue poche certezze erano andate in frantumi. La vita non era stata mai facile, grazie a suo padre, ma adesso sentiva di essere precipitata in un tunnel oscuro di cui non riusciva a vedere la fine.
Rimase immobile a osservare il suo riflesso nello specchio. Aveva preso qualche chilo – la fame di quel periodo era terribile. Era arrivata a mandar giù tre croissant uno dopo l’altro, senza avvertire la sensazione di sazietà. Sarebbe stata in grado di divorare un elefante, ma neanche quello sarebbe bastato a colmare il vuoto che aveva dentro.
Era l’estate più terribile della sua vita. Sul suo viso triste i resti di un’abbronzatura quasi svanita – nel mese di giugno, prima della catastrofe, era andata al mare ogni giorno. Adesso non ne aveva più voglia. E poi non c’era più suo padre ad accompagnarla e lei non aveva il motorino.
Legò i capelli in due trecce e si passò il lucidalabbra. Voleva mantenere un aspetto curato. Non le andava che il mondo che la circondava si rendesse conto del dolore che portava dentro. Non subito, almeno, dato che presto lo avrebbero saputo tutti. Di lì a poco sarebbe stato settembre e avrebbe dovuto affrontare compagni di classe e professori. Non sopportava l’idea di dover subire le loro parole di conforto e i loro sguardi di compassione. Avrebbe preferito di gran lunga essere ignorata come sempre, rimanere la detentrice indiscussa del titolo di Meno popolare della scuola. Eppure adesso le si prospettava innanzi una popolarità che le faceva desiderare ardentemente di avere una macchina del tempo, per tornare alla sera prima di quel mattino maledetto. Così avrebbe potuto implorare suo padre di non andare.
Con una smorfia addolorata, rise di sé – di quella nuova, paffuta, immagine di sé. Abbandonò il bagno e, indossato un sorriso finto, salutò sua madre prima di uscire.

25 febbraio 2019

Evento

Sala "R. Chinnici", Palazzo comunale di Augusta
Ringrazio il Comune di Augusta che ha ospitato la presentazione di Milioni di stelle nella sala di rappresentanza. Grazie in particolare all'Assessore Giusy Sirena e alla Dott.ssa Mariada Pansera che hanno dialogato insieme a me.
23 febbraio 2019

Evento

Biblios Cafè di Ortigia
Nonostante le intemperie, ho comunque presentato Milioni di stelle al Biblios Cafè, un caffè letterario di Ortigia, a Siracusa. Un dialogo interessante e partecipato, i presenti hanno mostrato molta curiosità nei confronti del romanzo.
Ringrazio l'associazione socioculturale "Liberi di costruire" che ha organizzato l'evento.
Ringrazio anche "I fatti di Siracusa" che ha pubblicato un articolo sulla presentazione.
10 febbraio 2019

La Gazzetta Augustana

Parlano di me e del mio Milioni di stelle sulla Gazzetta Augustana!  
09 febbraio 2019

Evento

Associazione Filantropica "Umberto I"

Cari lettori,
ieri c'è stata la prima presentazione "dal vivo" del mio romanzo.
Dopo l'esperienza in radio, ho provato il brivido di parlare della mia Astrid e delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere la sua storia davanti a un pubblico abbastanza numeroso. Sono piuttosto soddisfatta del risultato.
Insieme alla mia interlocutrice, Mariada Pansera, sono riuscita a suscitare la curiosità dei presenti nei confronti di Milioni di stelle e del crowdfunding editoriale.
Che dire... Nonostante l'ansia iniziale, buona la prima!
15 gennaio 2019

Evento

Radio Musmea
Ho trascorso un'ora in allegria insieme agli amici di Radio Musmea, che ringrazio per l'ospitalità.
Daniela Paci ha presentato il mio libro con grazia, arguzia e professionalità. Ha evidenziato i temi fondamentali senza rivelare nulla e ha incuriosito senza togliere il piacere della scoperta attraverso la lettura.
Le ho affidato Milioni di stelle e ho fatto bene. Ha avuto cura delle mie parole.

Chi ne ha voglia, può guardare la diretta cliccando su questo link.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’anteprima è stuzzicante e interessante…. Complimenti alla scrittrice, penso proprio che lo comprerò!

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Barbara Valenti
BARBARA VALENTI è nata il 14 ottobre 1986 ad Augusta, dove vive ancora oggi con la sua famiglia. Dopo il liceo classico si è laureata in Giurisprudenza all’Università di Catania. Milioni di stelle è il suo romanzo d’esordio.
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