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Il mio funerale e altre cose poco importanti

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Giacomo Necchi, il protagonista di questa storia, è morto.
Lascia un figlio, una moglie, una sorella, due nipoti, degli affezionati vicini. Ma soprattutto una passione bruciante per la scrittura che ha sempre e solo confinato al suo studio, la “stanza senza sottobicchieri”, l’unico spazio della sua casa di Long Beach che per quasi trent’anni è riuscito a sottrarre all’ordine maniacale della moglie americana, Grace.
Mentre le persone più importanti della sua vita si riuniscono per il suo funerale, Giacomo si accorge che la morte gli concede una prospettiva privilegiata. Si rende subito conto che tutti intorno a lui hanno qualcosa da nascondere e che non sono davvero come ha sempre creduto che fossero. Persino lui stesso ha un segreto postumo che potrebbe sconvolgere la sua famiglia.
Scrittore mancato e osservatore impotente, Giacomo capisce però che questa è la più grande occasione di narrare una storia che gli sia mai capitata, e non ha nessuna intenzione di lasciarsela sfuggire.

 

Grace aveva cinquantasette anni e non avrebbe voluto
che la prima informazione data di lei fosse l’età. Eppure è
quello che ho appena fatto.
Va bene, ricominciamo.
Grace era alta, bionda e possedeva una di quelle bellezze
che si svelano completamente solo con il passare del tempo.
A vent’anni era una ragazza dall’aspetto indiscutibilmente
piacevole, capelli lunghi, sempre in ordine, occhi chiari e

lineamenti regolari, ma solo il tempo e le rughe le hanno

conferito il fascino della complessità.
Si trovava nella cucina della sua casa, in uno dei quartieri
residenziali di Long Beach, una città a metà tra Los Angeles

e Orange County, passata agli onori della cronaca locale
per avere tra le navi attraccate al porto anche la Queen Elizabeth,

la nave che aveva salvato i malcapitati superstiti del
Titanic.Continua a leggere
Continua a leggere

I capelli di Grace erano corti. Aveva deciso di tagliarli quando

era rimasta incinta, ventinove anni fa, e da allora
non li ha più lasciati crescere. Una cosa in meno a cui pensare,

per dedicare l’attenzione a ciò che è davvero importante,
come se, ogni centimetro di capelli in meno, corrispondesse
a un pezzetto di attenzione in più da riservare a suo figlio.
Da quando era una ragazzina, membro della gioventù
cattolica del liceo, Grace era stata abituata a organizzare
le cose in ordine prioritario, perché, senza stabilire il grado

di importanza di ogni azione, non ci si può comportare bene.

La correttezza che cercava di applicare a ogni suo
comportamento e che le derivava da un’educazione severa
e dal tentativo costante di migliorarsi, si traduceva in una
dolcezza austera. Non c’era persona, davanti a lei, che si azzardasse

a pronunciare una parolaccia, come se la sua sola
silenziosa presenza riuscisse a inibire le persone più difficili da intimidire.
Le mani di Grace si muovevano sul bancone della cucina.
Veloci.
Il tempo non era riuscito a rubarle l’agilità conquistata
con gli anni passati a correre nelle squadre di atletica del liceo e

dell’università. Aveva perso quella magrezza eccessiva
che a vent’anni, complici i lunghi capelli biondi, la rendeva
così eterea. Il suo corpo era cambiato, diventando più robusto,

come se l’età adulta fosse riuscita ad ancorarlo al suolo,
ogni anno di più. La cicatrice del parto cesareo, gli occhi affaticati

da una lieve miopia e le braccia scurite dal sole, testimonianza

delle lunghe ore passate a curare i fiori del suo
giardino, erano alcuni segni di quella solidità guadagnata col
passare del tempo.
Osservò la lunga fila di bruschette al pomodoro e basilico
sul tavolo. Aiutandosi con uno strofinaccio raccolse le briciole

avanzate sul palmo della mano e le rovesciò sul davanzale, richiuse

la finestra e rimase a fissare due passerotti che
erano volati di fronte a lei per beccarle, incuranti della sua
figura oltre il vetro. Anche se si fossero concentrati, i due uccellini

non sarebbero riusciti a vedere nulla oltre al proprio
riflesso, sulla finestra.
Molti anni prima, durante la ristrutturazione della casa,
era stata proprio Grace a scegliere quel particolare tipo di
vetro oscurato. Il fatto che quel materiale potesse tenere lontano

da casa sua gli sguardi altrui, permettendole di vedere
cosa accadeva fuori senza essere vista, la faceva sentire più
sicura di qualsiasi porta blindata.
Quando il passerotto più piccolo si fermò improvvisa
mente, rimanendo immobile, per volare via dopo qualche momento,

Grace si chiese se, in realtà, non avesse percepito il
suo sguardo su di sé. Scosse la testa, cercando di scrollarsi di
dosso il torpore che ormai da due giorni le avvolgeva i muscoli
e sembrava non volerla abbandonare. Aprì il forno e posò sul
tavolo, davanti alle bruschette, una crostata di mele dorata.
Eccola lì, la torta perfetta. La torta perfetta fatta dalla
donna di casa perfetta per il ricevimento che si sarebbe tenuto

a casa nostra dopo il mio funerale.
Proprio così. Grace è mia moglie e io sono morto.
Mi chiamo Giacomo Necchi e prometto che non sarò un
morto blaterante come le voci narranti dei film in cui il povero

defunto comincia a raccontare delle tragiche circostanze
della propria dipartita, con annessi interminabili monologhi
sulla meraviglia della vita, l’ineluttabilità della morte e il desiderio

di confessare episodi scabrosi del proprio passato.
Questo non è un noir e questa storia non parla di me, né della
mia morte che, seppur disgraziata, non si può certo definire
straordinaria.
Da morto mi sento piuttosto bene. Trovo rilassante fare
parte della vita altrui senza il peso di una relazione interattiva e reciproca.
Prendete il mio matrimonio, ad esempio, vi assicuro
che le cose avrebbero funzionato molto meglio se io mi fossi sempre

trovato in questa condizione: incapace di parlare,
incapace di fare la più piccola azione, se non rimanere così,
immobile, a guardare Grace in eterno.
Eppure così non è stato, di cose ne ho fatte parecchie e

immobile non ci sono rimasto nemmeno quando avrei dovuto.
La verità è che non so bene come sono finito qui, a un
oceano di distanza, in un posto dove ho trascorso gli ultimi
trent’anni a correggere chiunque chiamasse il mio cognome.
Professori universitari, colleghi, amici, postini e assistenti alla

poltrona del mio dentista: non mi sono mai stancato
di mostrare a chiunque ne sbagliasse il suono, la vera forma
del mio cognome. Rivendicavo il rumore di quelle due cc una
dopo l’altra, e dell’h che seguiva, in modo puntuale, metodico,
sempre accurato, facendo schioccare le doppie sulla superficie

del mio palato, lentamente, come per assaporarne tutta la
pienezza. Pensavo al mio nome come all’unico brandello di
solidità che ero riuscito a strappare alla mia terra e a portarmi

dall’altra parte del mondo, una bussola indispensabile per
sopravvivere nel Paese in cui tutto mi sembrava sfuggente.
Ironico pensare che il motivo per cui ero andato così lontano

era proprio sottrarmi a tutta quella solidità, per non restarne schiacciato.
Sono uno scrittore, un drammaturgo per essere esatti.
In realtà non mi sono mai guadagnato da vivere con questo

mestiere e il fatto di presentarmi al mondo come scrittore deve essere uno degli effetti benefici della morte. Sono
molto più coraggioso da morto di quanto io non lo sia mai
stato da vivo. Non ho più paura di mettere in chiaro come mi
sento davvero. E io mi sono sempre sentito uno scrittore.
Non avevo nemmeno venticinque anni quando sono
scappato dal mio paesino, sui colli dell’Emilia Romagna, una
laurea in Lettere in tasca e l’urgenza bruciante di andarmene

via dal posto in cui ero cresciuto. Un posto dove l’appartenenza

alla terra ti cola addosso fin da quando sei piccolo,
pesante quanto il cemento delle zone industriali e dei nuovi

palazzi che negli anni Settanta continuavano a crescere
come funghi, mangiandosi chilometri e chilometri di prati e
campi coltivati.
È difficile creare mondi immaginari tra tutto quel cemento,

perché è il tipo di cemento rurale, così diverso da
quello della città, nato da una razionalità contadina legata al
qui e ora, che rende impossibile attribuire un senso a ciò che
non si può vedere.
La mia è la terra dei bulloni, delle automobili, delle piastrelle,

del metallo e della ceramica, degli oggetti resistenti
al tocco delle mani, spesso costruiti per essere funzionali ad
altri oggetti, per sommare concretezza a concretezza. È il
tipo di ambiente che ti ricorda che l’etica risiede nell’utilità
di ogni azione e di ogni cosa, che svuota di significato tutto
ciò che non ha un fine, tutto ciò che non si può toccare.
In Emilia la solidità è dappertutto, si annida nello spessore delle esse

e delle zeta del nostro accento, ti incanta e ti
trattiene a sé con le sue radici lunghe, affondate nella storia
delle generazioni che ci hanno preceduto.
Mia madre era la più grande di cinque fratelli e, prima che
io venissi al mondo, era stata una lettrice vorace. L’amore per
le storie l’ho preso da lei, di questo ne sono sicuro, eppure
non l’ho mai vista con un libro in mano e credo sia andata al
cinema solo poche volte nella sua vita.
Aveva studiato fino alla quinta elementare e poi era andata

a lavorare nella bottega di una sarta. A vent’anni, non
ricordo con quali risparmi, era riuscita a prendere in gestione,

insieme a due dei suoi quattro fratelli, la locanda nella
piazza principale del paese, proprio accanto alla biblioteca
comunale. Nei tempi morti, tra un caffè e l’altro, si rintanava

dietro al bancone a leggere. Leggeva e leggeva, e più libri
prendeva in prestito dalla biblioteca, più ne voleva. Ogni
volta che il campanello della porta d’ingresso della locanda
suonava, decretando l’arrivo di un nuovo avventore, veniva
strappata a quei mondi vasti, pieni di possibilità e costretta
a ripiombare nella vita reale, dove lo spettro delle scelte era
limitato al menù del giorno e alle richieste dei clienti. Un’ingiustizia:

ecco cosa le sembrava quel distacco dalle pagine
motivato da richieste così mondane.
Per mia madre lo scarto tra i suoi libri e la vita reale diventò

sempre più difficile da sopportare. Fino a quando non
si ritrovò a trattare in malo modo un avventore che aveva
avuto la malaugurata idea di richiedere una grappa proprio
alla penultima pagina di Cime Tempestose. Si sorprese a rispondere

in un tono brusco, scortese, del quale non pensava
nemmeno di essere capace. Fortunatamente i suoi fratelli
non erano lì e il bar era mezzo vuoto a quell’ora. L’avventore
in questione non era altro che il vecchio Uràcia (che in dialetto

significa orecchia) e non aveva sentito nulla di quello
che lei aveva detto. Eppure non poté trattenere un profondo
senso di vergogna che la costrinse a ripensare all’accaduto
diverse volte nei giorni successivi.
I libri erano una distrazione troppo pericolosa, decise di
smettere di leggere.
Da bambino sentivo questa storia ogni volta che mi sorprendeva

con la testa tra le pagine di un libro, quando invece
avrei dovuto svolgere qualche compito domestico che mi era
stato affidato. E anche se capivo come quel racconto volesse
trasformare il suo vissuto in una parabola, che mi insegnasse

l’importanza del sacrificio, in realtà avvertivo sempre una
nota di malinconia quando parlava della lettura e del bar. Se
non fosse stata mia madre, e per questo costretta a impartirmi

un’educazione basata sul principio di responsabilità,
avrei detto che nella sua espressione si potesse cogliere una
certa soddisfazione, constatando che anch’io, proprio come
lei, mi trovavo sospeso a metà tra il mondo reale e le pagine
ma, a differenza sua, sceglievo sempre le pagine.
Credo però che mia madre sopravvalutasse la mia capacità

di essere impermeabile al mondo reale.
Sapevo di non essere abbastanza forte per resistere al ricatto

della solidità. Se non fossi scappato in tempo mi sarei
arreso all’illusione della sicurezza e sarei andato a lavorare
nell’officina meccanica di mio padre, finendo per ereditarla.
È per questo che ho vinto una delle prime prestigiose
borse di studio Fullbright e sono partito per la University
of California, Los Angeles, riuscendo persino a confondere
i miei genitori. Addolorati per la mia partenza ma orgogliosi
di quel figlio così distante da loro che era riuscito a ottenere
una specializzazione negli Stati Uniti, finirono quasi per di
menticare che la ragione per cui mi trasferivo dall’altra parte
del mondo era un master in drammaturgia, ovvero quanto di
più lontano potesse esserci dalla concretezza, che per loro
era un dovere morale.
Scelsi Los Angeles, perché non c’era posto al mondo in
cui mi sarei sentito più libero di creare i miei mondi immaginari,

e scappai, solo per rendermi conto che, in realtà, uno
come me senza la concretezza non vive.
Anche dopo più di trent’anni non potevo fare a meno di
provare stupore osservando le lunghe mani affusolate di
Grace, pensando a come fossi riuscito a sposare una donna
così eterea, perché, per quanto gli anni l’avessero sempre più
ancorata al suolo, la mia bionda moglie californiana era lontana

un mondo dalla solidità della mia terra.
La mia cucina, il frigorifero inspiegabilmente enorme, il
telefono appeso al muro con un filo lunghissimo, come fosse
uscito da una sit-com degli anni Ottanta, e la fila di tartine
perfette ma dall’aspetto poco autentico sul tavolo sembravano

essere una caricatura del goffo tentativo di sottrarmi
a chi ero davvero, un tentativo durato una vita. Trasferirmi
dall’altra parte del mondo, cambiare Paese, lingua, amici, e
famiglia, non era servito a niente. La solidità per me non era
il pericolo di una tentazione facile, era un bisogno.
Me ne resi conto dopo la fine del master. Ero riuscito a
mettere in produzione una commedia, che mi era valsa anche
un paio di premi. Le cose sembravano andare bene, tanto che
io e Grace decidemmo di sposarci e mettere al mondo quello
che pensavamo fosse il primo di una lunga sfilza di bambini,
ma che alla fine è rimasto l’unico.
Intorno al sesto o settimo mese di gravidanza mi resi
conto che vivere con l’angoscia di scrivere qualcosa di abbastanza

decente da essere venduto non era cosa per me.
Non ci misi molto a trovare un lavoro stabile in una compagnia di

assicurazioni e marcai l’ingresso nel mondo reale
lasciando Los Angeles e trasferendomi in una graziosa zona
residenziale a Long Beach. È qui che io e mia moglie abbiamo
vissuto gli ultimi trent’anni del nostro matrimonio, in una bella

casa con giardino. Ho sempre continuato a scrivere, ma solo
nel mio studio, una stanza minuscola che mia moglie avrebbe
voluto utilizzare come ripostiglio. Lì dentro ho continuato a
essere lo stesso che, appena arrivato in America, senza nemmeno

padroneggiare la lingua, aveva vinto il premio per la miglior

commedia del corso di scrittura per il teatro.
Quella stanza era il mio posto senza sottobicchieri, era
così che lo chiamavo. Grace ha la mania di tenere tutto in un
ordine museale e in casa ci sono più sottobicchieri che mobili.

Sono sparsi ovunque. Vi è almeno un sottobicchiere in
ogni cassetto. Persino nell’armadietto delle medicine in bagno

ce n’è uno, così che se uno sentisse l’esigenza di bere una
tazza di tè mentre è in seduta, be’, potrebbe trovare un sottobicchiere

d’emergenza.
Il mio studio però me l’ero conquistato, giorno dopo giorno,

con una colonizzazione silenziosa e costante che avevo
iniziato sin dal momento in cui eravamo entrati in quella casa.
Avevo capito che Grace intendeva trasformare quella
stanza in una sorta di cabina armadio per tutta la famiglia,
un posto in cui infilare le tute da sci, le giacche a vento pesanti

che non avremmo mai utilizzato, se non per andare a
far visita ai miei genitori in Italia, un Natale sì e uno no, e
a tutti i parenti meno fortunati di noi che vivevano lontano
dalla mite California. Anche la vecchia macchina da cucire
Singer, ereditata da sua nonna, era destinata a finire lì. Da
quando era stata scaricata dal camion dei traslochi, la pesantissima

vecchia Singer attendeva paziente nel corridoio un
posto in cui essere collocata.
Apparentemente non feci nulla per scoraggiare la trasformazione

del mio studio in un ripostiglio. Approfittai
della confusione generale, dei mille scatoloni e della distrazione

di Grace, per dimenticarmi di trasportare la macchina
da cucire in quello che mia moglie chiamava già the closet,
o lo sgabuzzo, una delle tante parole dialettali che le avevo
insegnato quando eravamo ancora fidanzati e che erano poi
entrate a far parte di quel grammelot in bilico tra inglese, italiano

e dialetto emiliano che era il nostro lessico famigliare.
Lì dentro iniziai invece a montare diverse mensole, su cui sistemai

con molta noncuranza qualche rivista. Notammo poi
che, casualmente, tutti gli scatoloni contenenti i miei libri
erano finiti in quella stanza, così sembrò naturale posizionare

lì anche la mia vecchia libreria. A quel punto giustificare
l’ingresso della scrivania fu naturale.
Per la vecchia Singer non rimase spazio e Grace si rassegnò a

sistemarla in lavanderia, nel seminterrato.
Quello studio era la mia zona franca. Lì dentro, su lunghi
fogli di carta appesi al muro, prendevo appunti che sarebbero

poi diventati le membra dei miei personaggi. Spesso li
strappavo e li buttavo per terra, quegli enormi pezzi di carta,

finendo per calpestare quelle che potevano diventare le
mie storie, ma che spesso non riuscivano a superare il primo
atto. Molti dei miei personaggi sono nati senza alcuna fatica,
di getto, mentre la casa era assopita nel torpore invernale,
ma tantissimi sono rimasti intrappolati nelle mie insicurezze di scrittore amatoriale.
La morte dà accesso alla vita delle persone in un modo
che mai avrei pensato possibile. Per anni ho passato pomeriggi

e serate interminabili là dentro, cercando di costruire
il passato, il presente e il futuro di persone inesistenti. Se
avessi potuto avere accesso da vivo alla complessità della
vita reale che solo da morto sono riuscito a scoprire!
Qualcuno ha scritto che il passato è l’unico tempo che
possediamo. Non è così quando muori. Quando muori possiedi

l’eterno. È per questo che mi trovo qui. Per raccontare
il mio funerale, ma soprattutto per scrivere di quelle persone
che in quelle ore hanno voluto essere presenti per salutarmi,
quando io non ero più lì. O almeno credevano non lo fossi.
E adesso possiamo cominciare

15 Settembre 2019

Gazzetta di Modena

Su la Gazzetta di Modena la recensione del libro Il mio funerale e altre cose poco importanti di Ottavia Spaggiari.  
24 Maggio 2019

Il Venerdì di Repubblica

Su Il Venerdì di Repubblica la segnalazione della pubblicazione de Il mio funerale e altre cose poco importanti di Ottavia Spaggiari.  

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Finalmente è arrivato e finalmente l’ho letto! Meglio: l’ho divorato! Un libro davvero bello, si legge d’un fiato, con tantissimi spunti di riflessione e ricco di umorismo. Un gran bel libro, da leggere, conservare e acquistare di nuovo per regalarlo!
    E adesso, cara Ottavia, aspettiamo il prossimo 😉

  2. (proprietario verificato)

    Hola, A quando la versione in lingue straniere?? Gui

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Ottavia Spaggiari
Ottavia Spaggiari è nata e cresciuta in Emilia Romagna. Ha studiato Cinema, televisione e produzione multimediale all’Università di Bologna e alla University of California, Irvine. Ha collaborato con diversi festival del cinema e case di produzione internazionali, tra cui The Skin Deep, per cui ha prodotto e diretto la versione italiana del documentario vincitore di un Emmy Award, {The And}. Giornalista professionista, da anni lavora per Vita, il magazine di riferimento del sociale in Italia, per cui ha raccontato la crisi migratoria al confine greco-macedone, il lavoro delle Ong nel Mediterraneo e l’emergenza umanitaria nel bacino del Lago Ciad. Dopo aver vissuto a Los Angeles e Milano, oggi si trova a New York dove frequenta il Master of Arts in Politics alla Columbia Graduate School of Journalism.
Il mio funerale e altre cose poco importanti è il suo romanzo d’esordio
Ottavia Spaggiari on FacebookOttavia Spaggiari on Instagram
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