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I mirabolanti incontri di Ade - John Lennon

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Per chi sa usare la fantasia non esistono confini nel tempo o nello spazio. Per chi sa usare la fantasia tutto è possibile, anche incontrare il giovane John Lennon. Trovare la chiave per cambiare il mondo, o semplicemente un pomeriggio noioso, è più facile di quanto sembri: Ade la trova appesa al proprio collo, un regalo dell’amata nonna che apre il misterioso terzo cassetto di un vecchio mobile di famiglia. Il buio polveroso di quel cassetto contiene una grande avventura: una lontana città inglese, il 1950, nuovi amici, sogni, atmosfere e musiche sconosciute, balli scatenati, merende, storie di fantasmi.
Un viaggio straordinario da cui Ade torna più spensierata e più coraggiosa. E più pronta a crescere, ma ricordandosi di rimanere sempre un po’ bambina, grazie alla musica e alle parole del suo nuovo piccolo amico inglese, che porterà nel cuore.

 

IL PICCOLO PAESE E LA GRANDE CITTÀ
«L’agente Bruchetto mi sta seguendo dal campo dei D.D.L:
nome in codice per Dente di Leone. Proverò a seminarlo grazie all’aiuto delle mie assistenti, le signorine Margherita.
Sono attrici perfette, le margherite: delicate, bellissime, ma
spietate se si tratta di agenti-spia insetto. Per il momento
passo e chiudo, Dottor Coccinella. Ci sentiamo alla prossima
missione.»
Ade si rimette in testa il suo cerchietto rosso-ricetrasmittente con

cui comunica con il Dottor Coccinella e chiude la
missione, poi si butta a terra e rotola su se stessa leggiadra,
come se fosse su sabbia morbida e bagnata.
Ora si trova su un’isola deserta. L’erba alta e le margherite
sono le onde e i pesci dell’oceano. Ade, per sopravvivere, deve
nuotare giù in profondità fino a raggiungere il forziere segreto

che sta sul fondo, negli abissi. Solo lei può aprirlo, perché
solo lei possiede la collana con il ciondolo a forma di chiave.
Si tratta di una collana che le ha regalato la nonna prima di
andare in cielo. In realtà Ade non sa cosa apra davvero quella
chiave. Tutte le chiavi, anche le più piccole, aprono qualcosa.Continua a leggere
Continua a leggere

Aveva provato a chiederlo alla nonna prima che se ne andasse
e lei aveva risposto solamente: “Un giorno lo capirai”.
Per il momento, la piccola chiave apre il forziere segreto in
fondo all’oceano, che è pieno di cioccolato. Sì, perché in fondo

all’oceano, negli abissi, tutti gli animali marini mangiano
cioccolato. Almeno, Ade pensa che così dovrebbe essere.

Fosse per lei, tutti dovrebbero mangiare cioccolato tutto il giorno.

Lei per prima. Anche se sua madre non sarebbe d’accordo;
ma, a dire il vero, lei e sua madre non sono d’accordo su molte
cose. A dieci anni compiuti non ci si dovrebbe più tuffare di
qua e di là sull’erba “come un maschiaccio”, ma ci si dovrebbe
comportare “come una signorina”. La mamma di Ade la pensa
così, inoltre le ripete spesso che “la curiosità uccise il gatto”
(modo di dire che Ade, tuttora, non ha del tutto decifrato, ma
intuisce che dietro c’è un velato rimprovero) e che parlare da
sola e ad alta voce durante il gioco delle spie è una cosa “sconveniente”,

ma Ade pensa che se dovesse giocare alle spie in
silenzio assoluto si perderebbe tutto il divertimento.
Insomma, se si cresce in un piccolo paese senza tante alternative

per divertirsi, bisogna lavorare molto di fantasia ed essere

intraprendenti nello scovare le situazioni più accattivanti.
L’idea di non poter più avere le sue conversazioni in codice
col Dottor Coccinella rende Ade triste. Da un mese, infatti, si
è dovuta trasferire nella grande città con mamma e papà e si
chiede se la sua fantasia e la curiosità per ogni cosa le potranno

mai servire in un posto del genere: una metropoli “che ci
metti due ore ad attraversare con la macchina”, dice sempre il
padre, dove c’è continuamente tanta gente e un sacco di traffico

e poi i tram, la metropolitana, un bar accanto all’altro e
lunghe, lunghissime vie.
Il paese invece era piccolo, piccolissimo, grande quanto il
giardino di casa sua. Una piazza con una fontana al centro
che faceva un rumore piacevole, che ti faceva venire voglia
di dormire, e un paio di baretti coi tavolini fuori, con le sedie

appoggiate sui ciottoli perfetti e tanti vasi di fiori intorno.
Quando era più piccola, Ade al mattino andava spesso al

baretto in centro con la sua tata, Aisha, a fare colazione.

La madre di Ade non lavorava quando vivevano al paese, però Ade
aveva ugualmente una tata, così come tante sue compagne di
scuola, perché la mamma aveva bisogno di un po’ di tempo per
se stessa, così le aveva detto la prima volta che Aisha si era
presentata alla porta, minuta come se fosse una bambina anche

lei, con la pelle scura, gli occhi enormi e i capelli lunghissimi

raccolti in una coda di cavallo. Di mattina presto, Ade e
Aisha si sedevano all’aperto, la tata prendeva un caffè e Ade
un succo di frutta all’albicocca. Beveva in silenzio e veloce e
poi chiedeva il permesso di avvicinarsi alla fontana, incantata
dall’acqua che scorreva e dal rumore ipnotico che faceva

scivolando sul marmo, prima di ricadere nella piscina sottostante.

A quel punto le veniva sonno, così tornava a sedersi con
Aisha, si appoggiava allo schienale della sedia di plastica e si
lasciava andare alle fantasie, poi la tata la scuoteva dai suoi
pensieri e la accompagnava a scuola.
A scuola c’erano Carla e Marco, i suoi migliori amici. Ogni
giorno la aspettavano in classe, si sedevano tutti vicini. Ogni
tanto la maestra li riprendeva perché ridacchiavano e parlottavano

quando succedeva qualcosa di divertente, come quella
volta che Alberto Censi era inciampato nello zaino della

Ferlini andando verso la cattedra e aveva buttato a terra il registro.

Insomma, la scuola, con Carla e Marco e con il Censi e
la Ferlini e gli altri, a Ade non dispiaceva affatto, anzi, aveva
anche dei buoni voti e sinceramente non capiva bene perché.
Non si dava particolarmente da fare nello studio, ma le veniva

tutto abbastanza facile. «Sei intelligente come mamma e
papà» diceva sempre Aisha, ma lei non sapeva se mamma e
papà fossero intelligenti, in realtà; alla fine era Aisha quella
che la aiutava nei compiti di matematica, la materia che proprio

non riusciva a digerire. «Sono intelligente come te» diceva

allora Ade alla tata, e lo pensava davvero.
In città Ade frequenta una scuola nuova, ma non ha molti
amici lì. Dopo settimane, ancora non ha trovato la sua Carla e
il suo Marco. I bambini di città sembrano già molto più grandi
di lei, anche se hanno la sua stessa età. Le bimbe portano tutte
lunghi capelli acconciati da adulte e alcune mettono lo smalto
colorato sulle unghie. I maschietti indossano la Polo come la
porta il padre di Ade e sono rumorosi e dispettosi. Spesso Ade
si sente un po’ esclusa. Durante la merenda si appoggia a una
colonna di cemento nel corridoio, fuori dalla classe, e osserva
gli altri bambini passare e giocare e le bambine chiudersi a
cerchio e parlare fitte di qualcosa o qualcuno. A volte crede
che parlino di lei, del fatto che ha i capelli corti e le unghie
delle mani senza smalto.
«Non sarà facile i primi tempi» le aveva detto la mamma
prima di partire. «Ma non sarà facile per nessuno» aveva

ripetuto quasi tra sé e sé. Pochi mesi prima avevano

offerto al padre un lavoro importante, a patto che si

spostasse in città. Lui
era sembrato felice del trasferimento, aveva parlato di nuove

opportunità e Ade, che non sapeva bene cosa significasse
opportunità, aveva intuito che si trattava di una cosa buona,
perché anche la mamma era rimasta in silenzio e dal giorno
dopo aveva iniziato a mettere nelle scatole tutte le loro cose.
I genitori di Ade lavorano molto, ma cosa facciano, esattamente,

Ade non lo sa. Sa solo che, anche a casa, stanno sempre al

telefono o al computer e sono sempre nervosi con qualcuno.

Sa che il padre incontra ogni giorno qualche persona
importante, perché indossa la giacca e la cravatta e spesso
rimane fuori per cena. Anche la mamma ha trovato un lavoro

nella grande città. Finisce alle 16:30, quando Ade esce da
scuola. Ora non c’è più nessuna tata che la accompagna.

Aisha è rimasta al paese e quando ha salutato Ade, prima della
partenza per la città, ha pianto un po’. Ade non ha pianto lì
davanti a lei, le si è stretta un po’ la gola quando è partita in
auto e ha visto Aisha allontanarsi a piedi con la lunga coda di
cavallo che ciondolava a destra e a sinistra.
In città, Ade prende l’autobus per andare e tornare da scuola.

Sono tre fermate. Ha studiato il percorso col papà il giorno

prima di iniziare. Il suo punto di riferimento per scendere
all’andata è la panetteria Colussi, il ristorante Faro al ritorno.
Il padre le ha fatto ripetere il percorso cinque o sei volte, i

nsieme al numero di telefono della mamma e all’indirizzo della
casa nuova, per essere sicuro che Ade li avesse memorizzati,

poi è arrivata una telefonata di lavoro e non è più tornato per
farglielo ripetere un’ultima volta, ma lei ha buona memoria e
si ricorda tutto perfettamente.
Ade è arrivata alla conclusione che i suoi genitori devono
guadagnare tanti soldi, perché la loro casa, adesso, è bella e
grande, molto più di quella del paese. Ade, ora, ha una stanza
tutta sua e un televisore gigante in salotto.
La stanza di Ade ha le pareti gialle e i mobili blu e un bel
letto grande pieno di cuscini colorati. Tutte cose nuove, se
si esclude un mobile gigante di legno scuro con tre cassetti.
Quella è l’unica cosa che mamma e papà hanno deciso di

portare in città dalla vecchia casa. Il mobile era della nonna e la
mamma ci è molto affezionata.
La mamma di Ade è l’ultima di tre fratelli, tutti maschi. È
nata quando la nonna aveva già quarant’anni, ormai aveva
perso le speranze di avere una figlia femmina e invece è arrivata lei.

La nonna era un’appassionata di oggetti antichi e
nella grande casa di famiglia ne avevano parecchi e di gran
valore. Nel tempo, i fratelli più grandi li hanno reclamati e
alla madre di Ade non è rimasto altro che il giradischi e quel
vecchio mobile.
«Non ti sei arrabbiata con la nonna, quando ti ha lasciato
solo questa roba vecchia?» aveva chiesto un giorno Ade alla
madre.
«No,» aveva risposto lei «tua nonna teneva tantissimo a
quel vecchio mobile che tu critichi tanto. Lo teneva in camera
da letto, che, notoriamente, era una zona vietata per chiunque,

tranne che per lei e il nonno. Credo che nessun altro,
tranne lei, abbia mai toccato quel mobile finché era in vita.
Da bambina però io sono andata a curiosare di nascosto nella
sua stanza, mi sono intrufolata per aprire tutti gli armadi e i
cassetti e vedere cosa c’era dentro. Ho aperto anche quelli del
vecchio mobile, ma non ho trovato nulla di particolare, qualche

vestito, della biancheria. Almeno nei primi due cassetti, il
terzo non si apriva.»

Raramente Ade ha sentito sua madre parlare della nonna.
Sa che non sempre sono andate d’accordo, ma è anche vero
che sua madre non le ha mai impedito di vederla o di passare
del tempo con lei.
Purtroppo Ade aveva solo sei anni quando la nonna è volata
in cielo e non ha molti ricordi con lei, ma quelli che conserva
la riempiono di tenerezza. Per esempio, si ricorda perfettamente

di quando la nonna le ha regalato il ciondolo a forma
di chiave. Erano sedute sul letto, nella stanza dei nonni,

quella camera proibita per tutti, ma non per lei. La nonna glielo
aveva appoggiato sul palmo di una mano, poi le aveva detto
che voleva assolutamente che lo tenesse lei, perché una chiave

senza la sua serratura è sempre un meraviglioso mistero e
lei avrebbe saputo cosa farne, prima o poi. Di certo più di sua
madre, aveva concluso la nonna. Ade si era sentita orgogliosa
per quelle parole. La nonna l’aveva fatta sentire davvero speciale.

Forse per la prima volta, le sembrava di avere un qualche dono

che nessun altro aveva, e quello è il suo ricordo più
bello di quando era piccola.
Mentre Ade si perdeva nelle sue memorie, sua madre aveva
continuato col racconto del vecchio mobile: «Tua nonna mi
diceva sempre che questo era un mobile speciale, che apparteneva

alla sua famiglia da generazioni e che un giorno sarebbe diventato

mio e finalmente mi avrebbe mostrato cosa avesse di tanto eccezionale.

Poi, da adolescente, ho attraversato
una fase di ribellione. Non andavo per niente d’accordo con
tua nonna. Più di una volta ha tentato di parlarmi del vecchio
mobile. Io le rispondevo che quell’affare brutto e vecchio non
lo volevo neanche morta, mi rifiutavo di ascoltare storie fantastiche

su un pezzo di legno e così non ho mai saputo perché
fosse speciale. Poi la nonna se n’è andata e questa è una delle
poche cose che me la ricordano, quindi starà con la nostra famiglia

per sempre e quando non ci sarò più io, lo terrai tu».
«Che fortuna» aveva risposto Ade sarcasticamente.
Ora è d’accordo con sua madre, il mobile non le piace granché

perché è vecchio, polveroso e scuro e non si abbina bene
con tutti quegli altri nuovi di fabbrica e colorati che sono nella sua stanza.

In tanti, negli anni, le hanno ripetuto che quel
mobile “ha un sacco di storia alle spalle” e lei non ha mai compreso

cosa volesse realmente dire. Quel mobile ne ha vista di
gente, ha vissuto tanti anni più di Ade, conosce segreti che lei
ancora non sa. Forse è quello il significato di “avere un sacco
di storia alle spalle”, vedere luoghi, conoscere persone e fare
esperienze, crescere un po’, ma Ade si sente ancora piccola
per tutte queste cose e le viene un po’ di tristezza per non riuscire a

capirle fino in fondo. Non capisce nemmeno perché
l’abbiano messo nella sua stanza.
«Non sta meglio in salotto?» si era azzardata a dire a sua
madre.
«Stona con il resto dell’arredamento» le aveva risposto la
mamma.
«Anche in camera mia» aveva osato ribattere Ade.
«Chi ci dovrà mai entrare in camera tua?» Discorso chiuso.

IL VECCHIO MOBILE
Tutti i cassetti del vecchio mobile si aprono, tranne l’ultimo.
Sembra chiuso a chiave, ma nessuno se n’è mai curato. Una
sera di ottobre, prima di cena, Ade è nella sua nuova stanza,
ha appena finito di fare i compiti e ha ricevuto dalla mamma
l’ordine di sistemare per bene tutte le sue cose nei cassetti e
negli armadi. «Ormai è un mese che abitiamo qui,» le ha urlato

dal salotto «vedi di dare un senso a quella camera.»
Ade è un po’ irritata per il rimprovero della madre, perché
sa benissimo di essere una bimba disordinata, ma le dà fastidio

quando glielo fanno notare, così decide di mettercisi d’impegno

e di suddividere le sue cose nei tre grandi cassetti del
mobile antico che non le piace.
Nel primo cassetto ci mette i suoi vestiti, i calzini e la biancheria,

nel secondo ci infila i suoi peluche, l’elefantino, l’orsetto,

l’ippopotamo, il pony e tutti gli altri. Non c’è però più
spazio per la collezione di sassi e conchiglie che da qualche
anno sta raccogliendo, né per i fumetti e i giornalini che la
mamma le compra ogni settimana. Nella bella libreria blu,
sopra il tavolo per fare i compiti, ci stanno solamente i libri
di scuola, i quaderni e una noiosissima enciclopedia intitolata

La storia del mondo dalle origini all’epoca contemporanea.
Ade l’ha ereditata da un cuginetto più grande e il papà si ostina a dirle

che un giorno le sarà molto utile.
“Un giorno capirai, un giorno ti sarà utile, un giorno, un
giorno, un giorno.”
Ma quando arriverà mai questo giorno? pensa Ade.
Rimane soltanto il terzo cassetto del vecchio mobile,

l’ultimo in basso, ma è irrimediabilmente chiuso.

Le sarebbe davvero molto utile per infilarci i sassi,

le conchiglie e i giornaletti, allora Ade prova a tirarlo

con forza, poi lentamente, poi
a strattonarlo come per far scattare un congegno di apertura
invisibile, ma nulla. Il cassetto è chiuso a chiave.
Quale chiave? Dov’è questa chiave?
L’unica chiave che Ade vede è quella appesa al suo collo, il
ciondolo che le ha regalato la nonna. Possibile?

Potrà mai essere questa la serratura misteriosa?
Non potrà mai funzionare, pensa tra sé e sé. Ma a provare
non c’è nulla da perdere, glielo dicono spesso, così infila

distrattamente il piccolo ciondolo nella serratura del cassetto.
Sembra troppo piccolo, non può certamente andare bene, e
invece… tac… un piccolo scatto e il cassetto si sblocca.

Ade rimane immobile per qualche secondo. Non ci crede.
Ecco cosa apriva il ciondolino della nonna. Lo sapeva che
dietro c’era un qualche mistero.
Si rimette la collana al collo e apre lentamente il cassetto,
che scricchiola e si contorce, facendo un po’ di resistenza,
come se il legno del vecchio mobile, nel tempo, fosse regredito
alla sua origine di albero e Ade dovesse spezzare uno dei rami
più grossi a mani nude. Il crepitio che produce sembra quasi
un gemito di dolore, come un anziano che fatichi ad alzarsi
dalla sedia dopo tante ore, come se nessuno aprisse il cassetto
da decenni, e forse è proprio così. Per questo Ade esita un po’
prima di tirare con forza, per paura di fargli male.

Poi si chiede perché qualcuno dovrebbe tenere aperti gli altri cassetti e
chiudere solo quello.
Chissà cosa c’è dentro. La mappa di un tesoro nascosto?
Strane foto di bimbi vestiti come adulti con bizzarri cappelli
in testa?
Ade sbircia dentro, ansiosa di scoprire un segreto e… niente.
Nel cassetto non c’è proprio nulla.
Agli scricchiolii pieni di suggestione segue un silenzio vuoto di delusione.

Come? Tutto questo mistero, la magia della chiave che calza

perfettamente, e poi è un semplice cassetto come tutti gli
altri?
Ade non si capacita. Prova a infilare una mano fino in fondo,

magari qualcosa è rimasto incastrato laggiù. Aiuto!

Il cassetto sembra non avere fine. Ade ci infila tutto il braccio fino
alla spalla, ma non riesce a toccarne il fondo ruvido di legno.
È impossibile. L’intero mobile non è così profondo. Allora
prova a infilarci anche la testa e poi l’altro braccio e parte del
busto, ma ancora non si vede la fine di quel misterioso cassetto.

Come un pozzo buio e infinito. Ade deve capire cosa sta
succedendo. Allora si spinge sempre più giù, toccando il nulla.
Entra con tutto il busto, poi una gamba, poi l’altra. È sempre
più buio e il cassetto sembra essere diventato grandissimo,
come una caverna, e sembra ancora non avere una fine.
A un tratto, Ade si gira verso la sua stanza e si accorge di
non vederla più. Tutto intorno a lei è oscurità. Si spaventa
moltissimo, inizia ad agitarsi e grida: «Aiuto!».
Il grido si disperde nel buio e rimbomba tra pareti invisibili,

poi Ade sente una piccola vertigine, come quando ti alzi
troppo in fretta e ti gira la testa. Improvvisamente si sente sospesa

nell’aria, in un cielo buio, ma tagliato da luci a intermittenza,

piccoli diamanti che luccicano. Sente un forte fischio
nelle orecchie e ha la sensazione di cadere, come quando

sogni di precipitare da una montagna e ti svegli aggrappata al
letto. Pum! Un tonfo sordo. Ade è caduta su qualcosa di soffice.

Apre gli occhi e rimane incredula di fronte a quello che si
ritrova davanti.

22 Ottobre 2019

La Repubblica ed. Milano

All'interno del La Repubblica, edizione Milano, la segnalazione della presentazione del libro I mirabolanti incontri di Ade dell'autrice Romina Bagatin a Germi - Luogo di contaminazione.
22 Ottobre 2019

Corriere della Sera ed. Milano

All'interno del Corriere della Sera, edizione Milano, la segnalazione della presentazione del libro I mirabolanti incontri di Ade dell'autrice Romina Bagatin a Germi - Luogo di contaminazione.
19 giugno 2018

Aggiornamento

“Il club delle mamme”, il blog più seguito dalle mamme milanesi, ha letto in anteprima “I Mirabolanti Incontri di Ade” e gli ha dedicato una bellissima recensione!

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Romina Bagatin
ROMINA BAGATIN, classe 1981, appassionata di cinema e di letteratura dall’età di tredici anni, dopo la laurea in Cinema al D.A.M.S. presso l’università di Bologna, si specializza in Montaggio cinematografico alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Attualmente vive nel capoluogo lombardo, dove lavora nel mondo della pubblicità e della TV collaborando con grosse agenzie pubblicitarie e case di produzione. I mirabolanti incontri di Ade – Il piccolo John è il suo romanzo d’esordio.
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