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Una donna smarrita e attonita davanti a un mondo malato. Un enigmatico incontro nel parco di Villa Borghese. Una passeggiata tra templi e fontane che si fa viaggio d’iniziazione, in cui la protagonista sprofonda man mano dal regno del razionale a quello dell’irrazionale.

Qui, se si metterà in gioco e supererà le prove cui è sottoposta, potrà ritrovare se stessa; e accedere a un codice magico che, tramite gli insegnamenti della Natura e un alfabeto di simboli universali, ha il potere di risvegliare una memoria comune oggi dimenticata.

La memoria di una bussola naturale, nascosta in ciascuno di noi, da riportare alla luce per tracciare la rotta verso un mondo nuovo, e sano; un mondo che non è da inventare, ma da ricordare.

PROLOGO 

Sono ventidue, come le lettere dell’alfabeto fenicio. O come le carte degli Arcani Maggiori dei Tarocchi – che sono ventuno, più una non numerata. Ventidue come i libri dell’Apocalisse. Ventidue, pare, come le forme-funzioni originarie del pensiero socratico. Forse sono solo coincidenze, come il fatto che 22 sia un numero maestro e palindromo; quel che so per certo è che sono ventidue, perché tanti ne ho ricevuti. 

Si tratta di ventidue scritti, corredati da una bussola e da un alfabeto; insieme formano un libro che mi è stato detto giungere da un tempo lontano nel passato e nel futuro. Ancora non ho ben capito cosa significhi quest’affermazione – anche perché nel libro mi è parso di cogliere alcuni riferimenti al tempo presente –, né molte delle altre cose che mi disse quella donna; tuttavia per qualche motivo ho continuato a pensarci, non per giorni o mesi, ma per anni, fino a quando mi sono risolta a raccontare l’intera storia. Magari per qualcuno, ho pensato infine, potrà essere di una qualche utilità. 

Sono entrata in possesso del libro in circostanze quantomeno curiose, e io per prima dubiterei dell’intera faccenda se non fosse che è capitata proprio a me, che ho la natura di san Tommaso e non credo finché non metto il naso. E dunque, avendoci messo il naso, non ho potuto far altro che crederci; sebbene, ripensandoci, ancora adesso non sono certa che quei fatti siano accaduti veramente. D’altro canto, però, il libro è qui, tra le mie mani, e in un modo o nell’altro c’è capitato; o almeno, così dice la logica.  

Per quel che ne so, tutto ebbe inizio nel corso di un caldo pomeriggio estivo, che poi divenne una notte, a Villa Borghese. 

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PARTE I
L’INIZIAZIONE 

POMERIGGIO 

Arrivai sul viale del Museo Borghese attratta da una melodia. Quel giorno Roma ribolliva fin nel travertino, e dopo aver attraversato la vasca incandescente di Piazza del Popolo ed essermi inerpicata su per il Colle del Pincio, mi sentivo tramortita, con la testa che mi girava. 

Allora mi fermai un momento, appoggiandomi a un albero per trovare un po’ di sollievo al fresco del fogliame, ma soprattutto per sentire un punto fermo, visto che tutto intorno a me ondeggiava pericolosamente. 

Chiusi gli occhi. Un esercito nascosto di cicale friniva sugli alberi, un sottofondo che di solito amo, perché per me ha l’odore di resina e sale dei pini sul mare, il gusto dei lunghi e indolenti pomeriggi estivi della mia infanzia; ma in quel momento, stretta da una morsa di caldo che non mi dava scampo, quel vociare mi urtava a tal punto che le cicale sembravano urlarmi addosso, in un coro disordinato e assordante. Voci che si sperticavano nel tentativo di sovrastarsi l’un l’altra, ognuna strillando un proprio monologo che si confondeva con quello delle altre, diventando una babele incomprensibile; cicale, cicale che parlano e parlano e parlano, ma non dicono niente; cicale non diverse da quelle che si sentono quotidianamente intorno, e che infestano il mondo.  

Sfregai il palmo della mano sulla corteccia ruvida, come se volessi accertarmi di poterla toccare.  

Erano cicale o voci del mondo? Erano sugli alberi o nella mia testa? Pensiero vertiginoso, quello di udire tutte le voci del mondo in un medesimo istante! E difatti ebbi una vertigine che mi lasciò senza fiato. Mi spaventai perché sapevo cosa sarebbe successo di lì a poco. Talvolta, in quel periodo, mi capitava di sentirmi male; all’improvviso, inaspettatamente e senza alcun motivo apparente.  

Mi era successo proprio poco tempo prima a una festa. Ero in un locale insieme a degli amici, e mi stavo anche divertendo!, quando di punto in bianco mi trovai senz’aria, con lo stomaco attorcigliato e il cuore che andava a mille; come se, in un istante, fossi stata catapultata dal pavimento in resina del locale allo spazio profondo, senza più atmosfera né terra sotto i piedi, a una distanza siderale da tutti quelli che avevo intorno, ridotti a immagini sbiadite senza più sonoro.  

Il corpo impazzisce e ogni pezzo se ne va per conto suo. Un freddo immotivato ti invade da dentro, le mani tremano, l’aria non oltrepassa la laringe, tutto si mischia in una spirale che ti ghermisce con le sue dita lunghe e sottili trascinandoti giù, è il panico, il panico che ti assale, che risale, anzi, da un qualche recesso profondo che nemmeno sapevi di avere; e non hai dubbi che di lì a poco, semplicemente, inevitabilmente, morirai; morirai, ti rendi conto con terrore e sconcerto, per la troppa vita che ti vortica dentro. 

Tuttavia, appunto perché mi era già capitato di trovarmi sull’orlo esatto dell’abisso, ero preparata e mi ripetevo che no, non stavo per morire e no, il panico non avrebbe avuto la meglio su di me. Mentre scandivo questo mantra e vedevo persone passare – alieni, ai quali ero invisibile –, udii il suono di una chitarra arrivare da chissà dove. Mi ci aggrappai, perché la musica ti salva la vita delle volte, e in altri casi può addirittura cambiartela. 

Seguii la scia di quell’ipnotico flauto magico, e lentamente vidi allontanarsi quell’abisso, che poi svanì d’un tratto, risucchiato dalla realtà parallela da cui proveniva; il cuore aveva ripreso un ritmo accettabile, e mai nessun suono m’era parso più rassicurante dello scricchiolio della ghiaia sotto i miei piedi. 

Ancora un po’ spaesata, tagliai per una radura, superai la frattura del viale del Muro Torto, e infine trovai la sorgente: un musicista di strada con uno strumento che non era una chitarra, ma una sorta di liuto collegato a un piccolo amplificatore. 

Le panchine in pietra, intorno a lui, erano zeppe di gente; turisti che insieme facevano un campionario di mondo. Molti di loro tenevano gli occhi chiusi, forse per cogliere un refolo d’aria o forse per godersi meglio la musica. Sullo sfondo, il Museo di Villa Borghese; un tempio bianco e luccicante, un Taj Mahal verso il quale accorrevano pellegrini da ogni dove.  

In effetti, era anche la mia meta e il motivo per cui mi trovavo lì; ma in quel momento volevo solo sedermi per ascoltare quella musica bellissima e riprendermi dallo spavento di poco prima. Mi guardai intorno, e alla fine mi sedetti tra una ragazza orientale e una donna occidentale, proprio di fronte al musicista. E anch’io, come gli altri vicino a me, chiusi gli occhi, ascoltando la melodia di Stairway to Heaven spandersi nell’aria. Stavo già meglio, e feci un respiro profondo. 

 

«La musica ti salva la vita, delle volte» disse la donna occidentale seduta di fianco a me. 

Sorpresa nel sentir pronunciare quelle stesse parole che avevo pensato poco prima, la guardai di sfuggita, notando dei vistosi anelli alle sue dita. 

«È proprio vero» risposi, incrociando il suo sguardo per un breve istante. 

Non aggiunsi niente, né le chiesi cosa intendesse, né accennai a quello che mi era appena capitato. Non avevo davvero voglia di imbarcarmi in una conversazione, ma solo di rilassarmi per un tempo indefinito, mettendo a tacere quel cicaleccio nella mia testa che, seppure più sommesso, non smetteva di tormentarmi. Tuttavia, lei continuò. 

«Hai da accendere?» mi chiese. 

Mi stupisce sempre come i fumatori si riconoscano tra di loro, sarà forse per via del colorito? Mah. A ogni modo le porsi l’accendino e, già che c’ero, ne accesi una anch’io, per abitudine o per dimostrare a me stessa che stavo di nuovo bene. 

Con un salto spazio-temporale di paesaggio sonoro, il musicista aveva intanto iniziato a suonare Vacanze romane. Canzone adorata, struggente eppure leggera, come la città di cui parla. 

«Che bellezza questo pezzo» mi sorpresi a dire sul finire del brano. 

«Non lo conosco, di chi è?» chiese lei. 

«Dei Matia Bazar, ma dovresti ascoltarlo con la voce di Antonella Ruggiero, perché…» 

Lei frugò all’interno di una grossa borsa di pelle che teneva in grembo, ne estrasse un taccuino consunto e si segnò i nomi con una piccola penna d’argento. 

«Così, poi, lo sento» disse, accorgendosi che mi ero interrotta.  

«Fai bene» commentai, non so perché. «Meglio conoscere un artista in più che uno in meno.» 

«Sono d’accordo» asserì lei, guardandomi in profondità negli occhi, mentre faceva un tiro dal mozzicone brillante. 

Senza alcun motivo apparente, quello sguardo mi mise a disagio, come se per un istante fossi stata nuda e temessi che qualcuno mi avesse visto. Sentii l’impulso di andarmene, ma lei incalzò. 

«Anche questo pezzo è bellissimo. Lo conosci?» 

Certo che lo conoscevo. I Noir Désir… che strana scaletta stava componendo quel musicista. Dal colore fluido che dava alle note e dal rapimento in cui si trovava, indifferente alla gente intorno, era chiaro che fosse un vero musicista; così com’era evidente che stesse seguendo una traiettoria imperscrutabile, un algoritmo tutto umano che saltava da un genere all’altro con soluzione di continuità. 

Incuriosita da cosa avrebbe suonato dopo, decisi di fermarmi ancora un po’. Risposi alla donna: «Le vent nous portera» e poi continuai ad ascoltare quel concerto fortuito, pensando, non sai mai quando, nella vita, ti possa capitare la bellezza; e per questo, quando succede, bisogna restare. 

 

All the children are insane/Waiting for the summer rain – canticchiavo tra me, mentre il musicista suonava The EndRide the snake/To the lake, the ancient lake/The snake, he’s long, seven miles – e tenevo il tempo con la mano. 

«Un classicone!» commentai sorridendo. 

«Sì,» rispose la mia vicina «uno di quei brani che, a forza di sentirli, ti dimentichi quanto siano potenti e visionari.» 

«È vero» dissi, mentre in testa proseguivo la canzone. “Father?” “Yes son?” “I want to kill you”/“Mother?”. «E anche trasgressivi» aggiunsi. 

«Be’, Jim…» sospirò la donna, per poi rivolgere lo sguardo altrove, «era un rivoluzionario.» 

Qualcosa nel tono con cui aveva pronunciato la parola “rivoluzionario”, quasi scandendola, mi colpì. 

«In effetti, oggi, di rivoluzionari non ce ne sono molti» osservai di rimando. 

«O forse sì, ma stanno tutti nascosti» disse lei guardandomi sorridendo. 

«Può darsi» risposi, dopo averci pensato un attimo, e il discorso si spense lì. 

Restammo in silenzio per un po’, in balìa delle melodie che intanto si susseguivano; alcune conosciute, altre no. A un certo punto, mi chiese di nuovo se conoscevo il pezzo che il musicista aveva da poco preso a suonare.  

«Ma sì! Mi sfugge in questo momento… come si chiama, uff…» mi sforzavo di ricordare. 

«Sì, anch’io non ricordo…» mi fece eco lei «ma è famosissimo… che fastidio non ricordarsi i titoli delle canzoni.» 

«Anch’io lo detesto!» 

Ridemmo entrambe, ma comunque il titolo non ci venne in mente. Da quel momento diventò un gioco: il musicista suonava un brano e chi ricordava il titolo per prima vinceva. Avevamo gusti musicali molto simili, ed era un vero testa a testa. Dopo alcuni pezzi che non riconobbi, il musicista intonò Revenge. 

«Patti Smith, wow» commentai.  

«Adoro questo pezzo» mi confidò lei.  

«Vendetta» dissi, pensando al titolo. 

E la donna aggiunse: «O anche rivalsa, dipende da come interpreti la parola».  

«Vendetta, rivalsa, che differenza fa?» osservai io. 

«Fa tutta la differenza del mondo» disse lei. «La vendetta è dettata dalla rabbia, mentre la rivalsa dalla giustizia. La prima distrugge, la seconda ripristina un equilibrio andato perso.» 

«La giustizia… concetto astratto.» 

«Tu trovi?» domandò lei. «A me pare che giustizia e ingiustizia siano fatti molto concreti, di cui viviamo le conseguenze ogni giorno.» 

«Non hai tutti i torti» ammisi, pensando in una frazione di secondo a tutte le ingiustizie del mondo, e anche alle mie. 

«E tu che cosa cerchi,» mi chiese lei all’improvviso, guardandomi apertamente «vendetta o rivalsa?» 

«Be’…» balbettai, spiazzata. «Che domande! Io…» ma non riuscii a terminare la frase, perché mi resi conto che, banalmente, non sapevo rispondere. Chi ci aveva mai pensato alla differenza tra vendetta e rivalsa? Ma poi, sono domande da farsi tra estranei?! 

Vedendo che mi ero irrigidita, lei cambiò discorso: «Sei di qui? Di Roma?». 

«No, sono di Torino. Mi trovo a Roma per una breve trasferta di lavoro e ho mezza giornata libera, riparto domani. E tu, di dove sei?» 

Lei restò per un lungo istante in silenzio, poi, come tra sé e sé, disse: «Be’… qui a Roma ho vissuto per un po’, da bambina… ma ho viaggiato così tanto che… non saprei dirti di dove sono esattamente». La sua espressione era impenetrabile, e quindi non capivo se fosse una battuta o se parlasse seriamente. 

«Questa è bella» mi sfuggì senza pensare, e lei scoppiò a ridere. 

Poi mi tese la mano e stringendola saldamente mi disse: «Non ci siamo presentate. Io mi chiamo Eva Bruni». 

 

La musica mutava insieme alla luce del giorno, che da accecante si era fatta pian piano più dolce. Il musicista si prese una pausa e solo allora mi accorsi che ero seduta lì da quasi due ore. Mi meravigliai perché, cosa per me insolita, avevo smesso di tenere il tempo, perdendone la cognizione: non avrei saputo dire se ero stata seduta lì cinque minuti o sei giorni, ma, stranamente, trovai che la cosa non mi importava.  

«Ti va di fare due passi?» mi chiese Eva.  

Ormai il mio turno per la visita al Museo Borghese era saltato, e non avevo un vero motivo per dire di no; in qualche modo, inoltre, volevo rimanere dentro quel flusso, in cui il tempo – che mi sforzavo ogni giorno di dividere, frazionare fino a cesellarlo meticolosamente – scorreva libero, dandomi l’idea illusoria di averne davanti una quantità infinita.  

Feci un respiro profondo quanto un pozzo; il musicista aveva ripreso a suonare, e nell’aria c’era A Quiet Life. Lasciai una banconota che lui guardò stupito e gli dissi: «Grazie, grazie davvero». Poi, rivolgendomi a Eva, aggiunsi: «Andiamo».  

Così voltammo le spalle a quella Mecca che la luce del pomeriggio inoltrato aveva vestito d’oro. 

 

«Conosci Villa Borghese?» mi chiese Eva.  

«Veramente, non molto.» 

«Allora ti porto un po’ in giro, se ti va. È un luogo a cui sono molto legata.» 

«Come mai, se posso chiedere?» 

Eva rifletté un momento, come cercando le parole, poi disse: «Da bambina venivo spesso qui a giocare, lo chiamavo “il mio bosco”. Conoscevo ogni pietra e ogni albero e, ai tempi, erano tutti amici miei, sai?». Rise, poi sospirò. «Bisognerebbe restare sempre un po’ bambini. Comunque, stavo dicendo… passavo giornate bellissime in questo parco.» 

Nel frattempo avevamo imboccato viale dei Cavalli Marini; mi parve un nome meraviglioso, uscito da una fiaba. 

«Poi» proseguì Eva «un pomeriggio come tanti altri trovai un libro per terra, tra le radici di un noce. Aveva una copertina di cuoio con impressa al centro una sorta di stella. Mi incuriosì, e cominciai a sfogliarlo; c’erano parti scritte alternate a disegni, dipinti, ventidue capitoletti in tutto. La lettura mi assorbì talmente che non mi accorsi del tempo che passava, se non che a un certo punto la luce era troppo fioca per leggere. Allora misi il libro nella mia sacca, e mi avviai verso casa. Visto che era tardi, pensai di fare una strada più veloce, così lasciai il sentiero che percorrevo abitualmente e tagliai tra gli alberi. Andai avanti un po’, certa che la direzione fosse quella giusta, ma indovina? Non lo era!» 

«Ti sei persa» dissi.  

«Appunto» rispose lei «e il peggio era che ormai era notte, e oltretutto il parco non era illuminato. Fino a quel momento, non avevo mai davvero conosciuto il buio e non potevo immaginare il suo potere disorientante. Procedevo a tentoni, inciampando continuamente, e con le mani cercavo la corteccia degli alberi; ricordo ancora i rami che mi graffiavano le braccia! E poi i rumori… rumori che non avevo mai sentito, diversi da quelli del giorno… versi striduli, fruscii, echi lontani che mi terrorizzavano… e più cercavo di aprire gli occhi, più non vedevo. Ciò che più temevo era di incontrare un lupo!» Rise, e proseguì: «Quel genere di bestie feroci di cui sentivo sempre parlare nelle storie; ecco, ero ossessionata dall’idea che un lupo sarebbe saltato fuori dai cespugli, e che mi avrebbe sbranata. Mi prese il panico, in fondo ero una bambina di otto anni che si era persa in un bosco di notte, puoi immaginare la paura! Mi sentivo senza via d’uscita e, per la prima volta nella mia breve vita, pensai che sarei potuta morire; anzi, che stavo per morire». 

«Capisco» dissi io pensosa, e davvero comprendevo di cosa stesse parlando. 

Chiacchierando, eravamo giunte vicino a una grande fontana. Ne osservai la composizione: quattro creature alate, per metà cavalli e per metà pesci, incrociando le code sostenevano una vasca ornata di foglie di acanto, da cui zampillava l’acqua, così come dalle loro bocche spalancate. 

«E poi, cos’è successo?» chiesi, riscuotendomi da quella visione. 

«A un certo punto sorse il giorno. Come sorge sempre, dopotutto. Così capii dov’ero, e ritrovai la strada di casa.» 

Ci fermammo davanti alla vasca. 

«Quindi hai passato l’intera notte nel bosco?» conclusi incredula. 

«Già» disse lei «ed è stata una delle esperienze più spaventose e istruttive della mia vita.» 

«Perché istruttive?» chiesi, non capendo cosa potesse esserci di positivo nel trovarsi smarrita in un bosco di notte, e per giunta a quell’età.  

«Perché» rispose lei, accendendosi una sigaretta, «quando non vedi, ti ricordi che hai altri sensi da utilizzare. E allora ascolti, annusi, tocchi. Ti lasci guidare da ciò che senti, non da ciò che vedi. E allora, pian piano, un altro mondo ti si apre davanti, e tu sei la notte, e tu sei il lupo; meglio, il lupo e la notte non sono altro da te. Ne diventi parte, e così smetti di averne paura.» 

«Mmm…» feci io, pensando a quello che aveva appena detto. 

Mi accucciai sull’erbaccia cresciuta ai margini della fontana, feci scivolare due dita nell’acqua; era calda. Guardavo quelle creature al centro della vasca, sembravano emerse dagli abissi, dal buio dei fondali, e trasformate in pietre; mi ritrovai a pensare a quanto dovesse essere oscuro un luogo dove la luce non arriva. Quand’era stata l’ultima volta che mi ero trovata immersa in un buio totale? Terrorizzata all’idea di non vedere nulla? Trasalii, mi era capitato solo poche ore prima. Mi rialzai di scatto e proseguimmo oltre la fontana, prendendo un altro viale. 

«Ho detto qualcosa che ti ha dato fastidio?» mi chiese lei, notando il mio silenzio.  

«No, anzi!» risposi io. «Stavo pensando… a questa cosa che hai detto del buio.» 

«Quando quella notte presi la decisione di affrontare il buio,» riprese lei «invece di cercare inutilmente di sfuggirvi, scoprii un’altra realtà che era davanti a me, ma che fino a quel momento ignoravo totalmente. Una condizione in cui vigono regole diverse: al buio, è l’intuito a condurti e non la ragione; reagisci in base a ciò che senti, e non a ciò che vedi; il corpo sente e la mente ascolta, sintonizzandosi su frequenze diverse da quelle abituali.» 

«Non ci avevo mai pensato» commentai io, afferrando per un istante qualcosa che però mi era già sfuggito dalle mani. «Certo, arrivare a pensare una cosa del genere a otto anni è… notevole» buttai lì, anche per smorzare il tono della conversazione. 

«Ah, non lo capii di certo allora!» disse ridendo. «Quella notte l’unico mio pensiero era sopravvivere! Il resto, l’ho compreso molto tempo dopo, col famoso “senno di poi”,» aggiunse, ritornando seria, «quando mi resi conto che anche nelle esperienze più buie…» e si interruppe. 

«… si nasconde una luce?» suggerii ironicamente; quante volte avevo sentito quella banalità.  

«No, si nasconde una verità» concluse. 

«“Verità”…» sbuffai «che cosa vuol dire, poi, verità… non è qualcosa che esiste, che si può toccare…» 

«Un’altra parola vuota, quindi, come giustizia?» mi provocò lei. «Puoi dire di poter toccare l’amore? Puoi, che so, tirarlo fuori da un cassetto all’occorrenza, e rigirarlo tra le mani?» 

«Che sciocchezza, ovviamente no» risposi io. 

«Eppure, quando lo provi, non hai dubbi che sia vero.» 

Rimasi interdetta, colpita dall’evidenza disarmante di quel ragionamento. 

«Perché la verità non risiede solo in ciò che vedi o puoi toccare,» continuò «ma anche in ciò di cui fai esperienza.» 

«Quindi, stai dicendo che ogni esperienza nasconde un insegnamento e dunque una verità» commentai.  

«Sì» rispose lei. «O mutos deloi oti, dicevano i Greci.» 

«La favola insegna che…» chiosai io «ma un conto sono le favole e un conto è la realtà.» 

«Favole, miti, vita vissuta, in fondo, che differenza fa? Sono solo storie scritte in modo diverso, ma se le riduci ai loro meccanismi principali, alla loro essenza, parlano tutte della stessa cosa.» 

«Sarebbe a dire?» chiesi, davvero incuriosita a quel punto. 

«Della natura umana!» esclamò Eva, fermandosi. Poi, indicando davanti a sé, disse: «Quello è il tempio di Diana, non è bellissimo?». 

Alzai lo sguardo e vidi un tempietto circolare assalito da turisti che si scattavano selfie. Mi sorse intanto un dubbio: la storia della bambina smarrita nel bosco era vera o inventata? Del resto, però, che importanza poteva avere in quel momento? Nessuna, pensai, mentre Eva si avvicinava al tempio, facendomi segno di seguirla. 

«Guarda» mi disse, indicando l’iscrizione sull’architrave del tempio. 

«NOCTILUCAE SILVARUM POTENTI» lessi.  

«“Alla potente luce notturna dei boschi”» tradusse lei, inchiodandomi nel suo sguardo. 

Approfittando di una momentanea assenza di turisti, entrammo e ci sedemmo sul piedistallo. Fissai la volta a cassettoni, con al centro l’effige della Dea circondata da un caleidoscopio di animali inscritti in ottagoni turchesi. Era ipnotico, un vortice di creature che si allargava sopra le nostre teste. 

«Su questo piedistallo c’era la statua di Diana, un tempo» osservò Eva. 

«È andata distrutta?» chiesi. 

«No, è al Louvre,» rispose lei «ma, dopotutto, era solo una copia.» 

«Una copia?» 

«Dell’Artemide greca» continuò Eva. «I Romani copiavano gli Dei altrui e davano loro nomi nuovi. Come si è sempre fatto, del resto.» 

«Che cosa intendi?» chiesi. 

Eva si alzò e uscì dal tempietto, la seguii. 

«Guarda,» mi disse «vedi quella pigna sulla sommità della cupola?» 

«Certo» risposi. 

Lei continuò: «La pigna è un simbolo antico: la trovi nelle mani del Dio babilonese, ma anche sul tirso di Dioniso e sul bastone del Papa. Curioso, no? Però, pensa… la pigna ha una forma molto simile a quella di un uovo, anzi, potremmo dire che, essenzialmente, ha quella forma. L’uovo rappresenta ciò da cui tutto trae origine, sei d’accordo? Un tempo, lo chiamavano “uovo cosmico”, perché raffigurava l’origine della vita. La pigna, quindi, simboleggia l’uovo nella sua forma, ma anche nella sua funzione». 

La pigna, l’uovo, l’ovulo, quante forme in Natura, dal macroscopico al microscopico, esprimono questa stessa funzione? Quante forme in Natura sono simbolo universale di vita!, mi sorpresi a pensare. 

Come seguendo il filo dei miei pensieri, lei proseguì: «Un simbolo universale che ogni cultura ha fatto proprio, mutuandolo dalle precedenti. La pigna è il frutto dell’abete e del pino, che sono sempreverdi. I pagani adornavano un abete in occasione del solstizio d’inverno per festeggiare il ritorno della luce e il rifiorire della vita, dal momento che trascorso il solstizio le giornate iniziano ad allungarsi. Tale usanza fu poi adottata dai cristiani, che sostituirono la festa del solstizio d’inverno con la celebrazione del Natale: Gesù rappresenta la luce che nasce e porta la vita… Il simbolo, vedi, è il medesimo; cambia solo la storia che si costruisce intorno». 

«“La storia che si costruisce intorno…”» ripetei, cercando di capire. 

«Sì,» affermò lei «la narrazione che si costruisce intorno ai simboli. Ogni epoca ha la sua: in questo stesso posto, duemila anni fa, avresti pregato Diana invece della Vergine Maria.» 

Mi guardò e sorrise. E al pensiero, sorrisi anch’io, immaginandomi davanti a questo stesso tempietto, duemila anni fa, nell’atto di offrire un sacrificio a Diana, accompagnata dal tintinnio dei bracciali ai miei polsi e avvolta in una lunga tunica. Come mi chiamavo? Aspasia? Diotima? Luperca? Prisca? Chissà.  

«Vieni, andiamo a vedere un altro tempio» disse Eva. «Magari puoi offrire un sacrificio anche lì» ammiccò. 

«Andiamo» risposi, figurandomi ancora come una donna romana che duemila anni fa, in un tardo pomeriggio estivo, attraversava un bosco sacro agli Dei. 

 

Camminammo fianco a fianco per un po’, senza dire niente. Lei teneva le mani affondate nelle tasche dei suoi ampi pantaloni di lino blu, su cui si poggiava una canotta bianca. Era una figura elegante, considerai, anche se non riuscivo a capire che età avesse; sui quaranta, immaginavo, anno più anno meno. In maniera quasi automatica, mi chiesi che età dovessi dimostrare io. 

«A volte mi sento davvero di avere duemila anni» dissi, senza motivo, dando voce a un pensiero che spesso mi affiorava in testa. 

«Forse li hai» scherzò lei, anche se non c’era traccia d’ironia nella sua voce.  

Alzammo gli occhi seguendo uno stormo di gabbiani che gridava in cielo, quando davanti a noi si aprì uno spiazzo, oltre il quale si poteva scorgere un lago al cui centro sorgeva un tempio. Il cuore mi s’incrinò per la bellezza. 

«Questo è il tempio di Esculapio» disse lei, fermandosi sulla riva. 

L’avevo visto tante volte in foto, ma ovviamente dal vivo era tutta un’altra cosa. Rimasi senza parole davanti alla luce che increspava l’acqua del lago in fili dorati, fino a tessere un manto cangiante; un’immagine meravigliosa rovinata solo dalle barchette a remi dei turisti, in prevalenza coppie che – tanto per cambiare – si scattavano selfie.  

Il tempio sorgeva su un isolotto centrale, incorniciato da una macchia verde di alberi. Sembrava uscito da un dipinto di Friedrich, ma anche da un quadro di de Chirico; un sogno catapultato nella realtà. Che posto surreale, pensai, magico. Un luogo in cui tutto può succedere. 

«Cosa devi chiedere al Dio?» disse Eva allegramente, distraendomi dai miei pensieri. 

«Scusa?» le domandai, ricordandomi solo un secondo dopo di quella sorta di gioco che stavamo facendo. «Ah, sì! Dunque, cosa si può chiedere a Esculapio?» Raccolsi le mani in preghiera, sorridendo, e mi rimisi nei panni dell’antica donna romana. 

«Salute, prettamente» rispose pronta Eva. E poi aggiunse: «Nell’antichità, al tempio di Esculapio, venivano gli infermi. Dormivano nel tempio e si dice che, il giorno dopo, si risvegliassero guariti». 

«Una sorta di Lourdes!» commentai io.  

«Già,» asserì lei «e pare che Esculapio guarisse anche dalla pazzia.» 

«Ah» dissi in tono neutro, ma dentro sentii una scarica di adrenalina partirmi dal cuore. 

Barcollai un momento, appoggiandomi alla ringhiera, ed Eva subito mi chiese: «Tutto bene?». 

«Sì… sì, scusa… è solo un po’ di pressione bassa. Poi oggi, con questo caldo… è già la seconda volta che mi capita.» 

«Ma adesso non fa più così caldo» commentò lei, scettica. «Vieni, sediamoci un po’ qui.» E, scavalcando la ringhiera, ci sedemmo sulla riva del lago. 

 

«Ti ho mentito» confessai dopo qualche minuto che eravamo sedute. «Non è stata la pressione bassa. È quello che hai detto… guarire dalla pazzia… è una cosa a cui penso spesso.» 

«Perché? Credi di essere pazza?» chiese lei con semplicità. 

La sua domanda e la franchezza con cui l’aveva pronunciata mi spiazzarono. Ma questa volta conoscevo la risposta, che mi uscì in un soffio, senza rifletterci più di tanto: «Sì, delle volte» ammisi, e dirlo mi fece sentire meglio. 

«Capisco» sospirò lei. «Ma vedi,» proseguì «il solo fatto che tu abbia il dubbio di essere pazza… indica che non lo sei» sorrise, stringendo i pugni in segno di vittoria. «Perché i veri pazzi non pensano affatto di esserlo ma, al contrario, credono che lo siano tutti gli altri.» 

«Be’,» osservai con malcelato sconforto, pur sorridendo anch’io, «effettivamente penso spesso anche questo. Mi sembrano tutti matti. Quindi? Sono pazza, o no?» 

«Ti invito a considerare, cara…» disse Eva, assumendo un tono fintamente professionale e prendendomi la mano scherzosamente, «ti invito a considerare l’ipotesi che tu possa essere sana in un mondo di matti che si credono sani: che ne pensi?» 

«Penso che… ci dovrei riflettere per i prossimi cinque anni!» scoppiai a ridere, e lei insieme a me.  

«Dunque, cosa chiedi al Dio?» mi domandò nuovamente, riprendendo un discorso rimasto interrotto. 

«Salute!» risposi, e aggiunsi semiseria: «Fisica e… mentale». 

«E cosa offri in dono?» mi chiese la sacerdotessa del tempio. 

Frugai nelle mie tasche e trovai tre biglie bianche, comprate il giorno precedente in una bancarella a Campo de’ Fiori. Parevano grandi perle color del latte; un tesoro che avevo preso per me. Le misi sul palmo della mano mostrandole a Eva e lei annuì. Allora mi alzai e le gettai poco distanti dalla riva; fecero tre cerchi concentrici che, man mano, si mischiarono l’uno con l’altro fino a disperdersi. 

La luce continuava a mutare, mentre le note fresche della sera si spandevano tutt’intorno. 

«Vieni,» disse Eva «voglio farti vedere la Fontana dell’Orologio, prima che faccia buio.» 

04 January 2021

La Repubblica

Anche La Repubblica parla di Mnemosine della nostra Annalisa Russo
28 December 2020

Il Corriere della Sera

La nostra autrice Annalisa Russo con il suo Mnemosine sulle pagine del Corriere della Sera.
07 aprile 2020

Aggiornamento

Nel corso di Aprile verranno pubblicati su Soundcloud sotto forma di tracce audio 7 dei 22 Oracoli tratti da Mnemosine: brani di una sapienza antica e collettiva che giace in noi dimenticata, una bussola naturale da riportare alla luce per orientarsi in questi tempi incerti, dove tutti oscilliamo tra emozioni contrastanti.
Gli Oracoli sono letti da Gian Luca Favetto, Francesco Forlani, Olga Gambari, Giulia Caira, Lorenzo Naddeo, Annalisa Pascai Saiu e Patrizia Saroglia.
questo il link: https://soundcloud.com/user-724973519 Buon ascolto!
12 dicembre 2019

Aggiornamento

In occasione dell'apertura della campagna di crowdfunding per Mnemosine il 4 dicembre si è tenuto "Mnemosine. Un teatro magico solo per pazzi", un piccolo spettacolo in cui racconto i temi del libro, tra natura e magia, accompagnata dalla musica dei Lite Orchestra e dagli attori del Labperm di Castaldo, che hanno recitato brevi testi tratti da Mnemosine. Per chi vuole saperne di più, a questo link la registrazione completa dello spettacolo! Su Facebook inoltre alla pagina Mnemosinelibro un po' di spunti per raccontare il libro e le sue atmosfere :-) apertura della campagna di crowdfunding per Mnemosine

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Annalisa Russo
si occupa di divulgazione artistica e culturale. Nel 2010 fonda ArteSera, piattaforma editoriale e progettuale per l’arte contemporanea, con cui pubblica il freepress ArteSera, oltre a guide e cataloghi per mostre. In seguito la sua attività si concentra sull’organizzazione di eventi artistici, tra cui i festival theGifer e NESXT. Parallelamente sviluppa un filone di ricerca sui miti, i simboli e gli archetipi come strumenti di lettura e interpretazione del presente, nella convinzione che essi rappresentino una base culturale comune da cui ripartire.
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