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Mokummer

È la terra del riscatto,
un mercato di solitudini e voglie in cui emergono le verità di noi stessi,
le sole che valga davvero la pena conoscere.

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Vals è uno smarrito, un giovane in cerca di ordine tra i ponti e i canali di Amsterdam, tra le sue case sospese sull’acqua, tra il delirio di fumi ed ebbrezza della vita in città. La sua ricerca non è (solo) affanno e oblio, perché sotto la disperazione resta quella voglia di mettersi costantemente in gioco, di stupirsi, di aprirsi a personaggi quali Sugar, Zoe, Bianconiglio, il Maestro, anche loro impegnati nella frenetica rincorsa a se stessi. Uomini con “pensieri e problemi e colpe di uomini”, e con amori che vengono e vanno, scombinando ogni volta le carte.
Fino a quando arriva il momento di affrontare l’orlo del baratro, per trovare la spinta necessaria a risalire e continuare il viaggio.

Prologo. Parte prima

Il vecchio Damp gode di una certa fama tra i locali di Amsterdam, grosso modo tutti quelli che vivono in zona ne conoscono l’indirizzo. Credo che Bowie, il gatto del proprietario, non sia mai uscito da queste mura. Preferisce trascorrere la giornata sullo sgabello davanti alle vetrine, lato opposto rispetto a dove sono io ora, bello panciuto a dormire o leccarsi la coda (non lo biasimo, tutto sommato). Una volta ho provato a spostarlo, un semplice sciò con la mano, e avresti dovuto vedere che pandemonio ne è venuto fuori: il bastardo rizza le orecchie, mi graffia sul polso, rovescia l’Acqua della Terra sulla jolla già pronta e poi salta giù, non prima di aver seminato peli sulla giacca di un tizio il quale, ascolta bene, si incazza con me e mi accusa di odiare gli animali e magari anche i bambini – è pieno di gente strana, dentro e fuori il locale, e chissà quanta ancora ne devo incontrare tra le strade di questo mondo.
La prima volta che sono entrato qua dentro, sarà stato ormai un anno fa, avevo pensato che il Damp fosse il luogo adatto per mettersi a scrivere, giusta atmosfera e nessuno che ti rompe i coglioni. Poi ho rimandato, con la speranza che arrivassero l’ispirazione, la voglia o un’idea, e insomma ho aspettato fino a questo momento per prendere la penna. E noto con piacere che non sono neppure l’unico ad averlo fatto: Neruda – così lo chiamano le bariste con braccia tatuate e occhi che ricordano l’Ecuador, le avenidas di Lima e la grande musica del Sud America intero – sta seduto in poltrona, lì vicino al gabinetto, e scrive da ore su un quaderno che, mi crederai, è il quaderno più grande che si possa trovare in circolazione. Per carità, ogni tanto una pisciata se l’è pure concessa, ma in generale è rimasto tutto il tempo con la testa china sui fogli, l’impermeabile addosso e i suoi capelli unti grigi sul collo, colori simili a quelli del gatto che non avrai dimenticato – e difatti i due si somigliano, vestiario a parte, zitti e solitari ai rispettivi angoli della stanza. C’è chi dice sia stato un autore in voga negli anni Novanta e che si sia fottuto scaffali e carriera per colpa dell’alcol, ma io non ci ho mai parlato, non so quanti minuti di gloria abbiano in dote i poeti, né se lui se li sia bruciati già tutti, quindi mi astengo dal confermare la cosa.
Intanto s’è fatta una certa, stanno pulendo per terra e mi chiedono di uscire – immagino sia l’ora della chiusura, in cui il personale conta l’incasso e i ristoranti spengono i fuochi e le famiglie dormono da un pezzo e il quartiere a luci rosse inizia a vibrare di gemiti e orgasmi. Bowie mi fissa con fare altezzoso, quasi scazzato, felino a cui non importa nulla delle carezze ma solo che io mi tolga di torno il prima possibile; lo stupido però mica capisce che è grasso e in salute anche per merito mio, “il cliente ha sempre ragione”, non te lo hanno spiegato, maledetto ammasso di pulci? Qualcuno dovrebbe insegnarti cos’è il rispetto, voi gatti siete buoni solo a cagare nelle lettiere e portare sfiga, nient’altro, ma va bene, va bene, stavolta ti lascio tranquillo.

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Prologo. Parte seconda
Sono per strada. Il vento mi sta consumando le ossa a pedalare senza giacca di notte, mentre i lampioni si perdono alle mie spalle come polvere di cristallo. Il tragitto lungo Rokin è il solito, con la statua della regina a cavallo a svettare sul bordo del canale, un gioco di pesi e di zampe che solo pochi sanno essere sbagliato: l’artista deve aver invertito le logiche della fisica per metterci alla prova, noi anime distratte, e finora pare abbia vinto lui, ché nessuno da queste parti si è accorto che né il ronzino né Guglielmina potrebbero mai stare in equilibrio messi così. Continuo, rimbalzo su crepe d’asfalto e sul tracciato del tram, scanso biciclette contromano che vorrei mandare a fanculo, ma siccome ogni mattina faccio lo stesso anche io mi trattengo e penso che sono queste e altre piccole trasgressioni a dar pepe alla vita.
Da sinistra mi supera una ragazza che sembra di fretta, il ritmo di chi deve essere dall’altra parte della città entro cinque minuti. È impossibile che sia lei e infatti non lo è, ma sul momento mi ricorda una ex scomparsa: ero ancora in Italia quando Lora mi aveva scaricato senza apparenti motivi, io mi ci ero incazzato, rivendicando le promesse d’acqua che mi aveva fatto negli anni ma niente, tutto inutile, e da allora era successo di tutto, gli spinelli tra amici a prenderla male, la ragazza carina con cui mi ero appartato in spiaggia prima di vomitare sambuca proprio sul più bello (che so io, manco l’avessi fatto apposta), e poi una squallida serie di chiodi che ahimè non scacciano chiodo, eccetto che per quella moretta a cui piaci davvero e che ti piace davvero, però parte per l’America tra due giorni e così sprofondi ancora una volta – cos’è questo, un complotto? –, si poteva star nudi, sui nostri vestiti, sparsi sul terrazzo insieme a foglie e sigarette.
Pedalo più forte, colpi secchi di nervi e caviglie, le due ruote sotto al culo provano a stare al passo con la mia mente, le sento arrancare, ma i ricordi riaffiorano troppo veloci e in giro non c’è nessuno con cui distrarmi o fermarmi a parlare. Così capisco quanto sia sincera la notte, seduta in cima alle nuvole e ai tetti, che ti lascia in silenzio coi tuoi problemi e le tue questioni irrisolte – quindi torniamo a quell’estate, Lora decide di trasferirsi in Irlanda, allora chiamata inaspettata, «Ci vediamo prima che vada?», e poi finisce come ti aspetti, il campanile che suona, il ventilatore che muove aria calda, e siamo sul letto, sudati fradici un’ultima volta, da domani pronti a perderci come pioggia nei tombini d’una metropoli.

Prologo. Parte terza
Con certe persone funziona così: ci si continua a sfiorare e prendere e legare al punto che o sbrocchi (cuore che urla e che strilla) oppure fuggi scappi insomma spezzi la corda, non c’è mica altra scelta – e allora finisce l’estate, io non trovo risposte alle domande dell’ultimo sesso e fumare non basta a sedare il cervello, non lo seda affatto, perciò con in mano una birra da discount (lattina d’alluminio e linguetta che si stacca senza fare clack) lancio in aria il cappello e lascio che il futuro imbocchi le strade del nord. Del resto non c’era più motivo per trattenersi oltre, persa la donna e quindi la casa e quindi la quiete, perché ormai quella città non odorava d’altro che di lei e di quel “noi” naufragato, ci soffocavo dentro al punto che uh, Vals, respira lento prima che ti venga una brutta crisi di nervi, e sarei partito la sera stessa, a gambe levate, a correre scalzo con la valigia in spalla – d’accordo, quattro chilometri e sarei collassato, ma lo avrei fatto davvero, lo giuro –, invece alla fine ho aspettato settembre per venire quassù, ma questo non cambia il concetto del cosa ci faccia io in Olanda. Però adesso basta passato, cambiamo discorso.
Torno verso il mio alloggio, comincia a scrosciare e so che andrà peggiorando. Parcheggio e allaccio la bici al lampione davanti all’ingresso, fa zzzzh e non l’hanno sistemato. Rientro che gli altri dormono, o magari sono ancora fuori, sta di fatto che c’è silenzio. Mi chiudo in camera e riprendo in mano la carta, perché da qualche tempo tra voce e scrittura scelgo scrittura, tra mondo fuori e scrittura scelgo di nuovo la seconda, e tutto il resto è solo un grande spunto da cui rubare idee per l’inchiostro, perciò fammi raccontare di quel che è successo in questa città, magari mi aiuterà a capire e a schiarirmi le idee, e non importa se fuori piangono le nubi o i neonati nelle loro culle e se adesso non sarà più adesso quando tu leggerai, non te l’hanno mai detto che in fondo è un tutt’uno gigantesco? Bene, ora che lo sai possiamo pure iniziare.

10 ottobre 2019

Aggiornamento

"Mukummer: un viaggio attraverso una città e una vita".
Letto, consigliato, e da oggi anche recensito sul blog di Alice Sogno. Qui il link all'articolo.
26 settembre 2019

Aggiornamento

Finalmente è tempo: Mokummer è da oggi acquistabile online e in tutte le principali librerie italiane!
13 febbraio 2019

Aggiornamento

È tempo di festeggiare: obiettivo raggiunto!
Mokummer conclude con successo la campagna di crowdfunding ed entra a far parte della famiglia di bookabook.
Ci si vede a Settembre sugli scaffali d'Italia!
24 gennaio 2019

Aggiornamento

"È stata veramente una bellissima lettura e una meravigliosa sensazione (..)".

Per l'intervista e recensione completa, link all'articolo.
23 gennaio 2019

Aggiornamento

"(..) si viene immediatamente catapultati in quella che è la vera Amsterdam, con i suoi pregi e difetti: la città della droga, dei bordelli, ma anche un luogo in grado di accoglierti e proteggerti se la vita prende una piega indesiderata, se hai bisogno di tempo per mettere insieme i pezzi e rialzarti".

Link alla recensione sul blog "Gaia's Pages"
30 novembre 2018

Aggiornamento

"Tanti genitori e tanti giovani dovrebbero leggere questo scritto, perché credo ne uscirebbero più maturi e consci di loro stessi".

Il resto della recensione sul blog di Elenia Stefani disponibile a questo link.
23 ottobre 2018

Metropolitan Magazine

Ospite su "Metropolitan Magazine", per una piacevole intervista assieme al compagno di penna Marco Tartaglione. Il tempo di un caffè, due risate e qualche parola sulla genesi di Mokummer.

Qui il link all'articolo.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro da leggere tutto in una volta e che ci fa capire che c’è un po’ di Zoe in ognuna di noi.

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Marco Cornetto
MARCO CORNETTO nasce a La Spezia nel 1992. Laureato in Economia per l’Innovazione, vive e lavora tra Italia, Australia, Olanda, Spagna e Vietnam. Si occupa di imprenditoria sociale di giorno e di scrittura creativa la sera. Mokummer è il suo secondo romanzo.
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