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Monologhi dall’aldiquà (e altri rovesci in terza persona)

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In Monologhi dall’aldiquà (e altri rovesci in terza persona) si dà voce a un’umanità dolente dalla vita stropicciata, che rivendica comunque lo sguardo attraverso la parola. Ispirato da spunti di cronaca, l’autore ne ha dilatato il perimetro e ideato personaggi e situazioni. In una società governata dal profitto, la crisi economica e lo sbiadimento del lavoro hanno sbriciolato diverse esistenze. E così, come in un caleidoscopio, ci si addentra in questo aldiquà che ha soffocato i sogni dell’altrove. C’è chi ha perso il posto come si perde una partita a Risiko, chi, per uno scherzo crudele, commette un delitto, chi è costretto a disfarsi del corpo di un collega in un sacco della spazzatura, e chi trova strade nuove dopo lo spegnersi di un’illusione. In questo viaggio, il tempo ora si dilata ora si restringe in un ritmo stonato risuonando come passi zoppi. Eppure, uno spicchio di azzurro, sottratto a un cielo nuvoloso, lascia intravedere la speranza, la solidarietà.

Perché ho scritto questo libro?

Ho voluto forzare i confini della cronaca per aprirla alla fantasia, a risarcimento delle vite che sui giornali transitano come meteore, schiacciate in una statistica o compresse in un titolo ad effetto. Cassintegrati, assassini per rabbia, operai senza più l’orizzonte della fabbrica, figli di ghiaccio e mogli disperate. Esistenze inceppate come una cerniera guasta, che chiedono di essere risolte, di essere raccontate per come avrebbero potuto essere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Poteva essere una rivoluzione

Quante volte si saranno sfiorati per le viuzze del grande paesino, incrociando passi frettolosi e preoccupazioni minute. Se i cattivi pensieri lasciassero delle scie, come aerei in avaria, la geografia del posto sarebbe un labirinto d’insoddisfazioni.
Nessuna uscita d’emergenza a incoraggiare un finale diverso.

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Si sono incontrati tante volte senza mai vedersi, è capitato anche che si urtassero, sotto i portici deserti, nella luce sporca del mattino, proseguendo a testa bassa come soldatini caricati a molla. Ognuno perso nel proprio orizzonte interrotto, tutti alla pasticciata ricerca di qualche briciola di felicità, pure tiepida e già masticata. Di seconda bocca.
Non si sono mai visti né si vedranno mai, ora che il contorno delle cose si è sbavato e la loro scheggia di mondo s’è fatta ancora più incerta. Niente più lavoro a distrarre l’inquietudine e addormentare la rabbia, niente più soldi ad appesantire le tasche e zittire il ronzio.
Solo una volta si sono trovati fianco a fianco nello stesso spicchio di marciapiede, sotto la cupola disordinata degli ombrelli aperti, a un passo dal riconoscersi. È stato quando la maestra in pensione si è arrampicata fino alla grondaia – una figurina sfocata, battuta dalla pioggia – e per un largo istante dilatato tutti gli sguardi si sono interessati al suo destino dondolante.
Poteva essere una rivoluzione, è presto sbollita in un’alzata di spalle che ha riconsegnato ognuno alla propria scia d’aereo guasto. Si sono slacciati l’uno dall’altro che la vecchia ciondolava ormai con una mano, senza più ciabatte, indifferenti alla sua sorte con la stessa ostinazione che soltanto un istante prima li aveva appassionati al suo destino. Che cadesse pure, tanto che differenza avrebbe fatto per le loro vite? È finita in niente, senza che nessuno si preoccupasse di chiamare i soccorsi, confidando che a farlo fosse il vicino d’ombrello. Cancellando tutto nell’istante successivo. La vecchia, il suo destino dondolante, la pioggia e pure il vicino d’ombrello.
Il cassintegrato si scordò del trans, che cancellò la coppia stracciona con le mani allacciate, che dimenticò gli operai della fabbrica sul fiume, che voltarono le spalle ai fessi dell’azienda concorrente, che non si filarono più l’assassino per gioco, che rimosse il tizio in ribellione permanente contro il fantasma del padre, che ignorò il commesso unto con la luna al posto del sole.
Solo lui, il commesso unto con la luna al posto del sole, rimase inchiodato al marciapiede dall’incertezza del momento, ma si riscosse presto e anche lui tirò dritto lungo la sua strada. Proprio dritto no, zigzagando come un vagabondo aggrappato al suo carrello pieno di cianfrusaglie.
Neppure il tizio in ribellione permanente contro il fantasma del padre ebbe un moto di compassione, con tutto che abitava nello stesso palazzo della vecchia penzolante.

Sospesa nel vuoto del proprio scontento, la vecchia nemmeno li vide, i suoi spettatori.

Anche a volerne incollare assieme i coriandoli di vita, ne verrebbe fuori una mappa stropicciata, inservibile.

Andate in guerra, che per voi non ci sarà mai preghiera alcuna.
O forse no.
Forse il ronzio sveglierà una fame nuova, e l’inquietudine si addomesticherà nel desiderio di un’altra ripartenza.

Forse.

Dai la cera

Buongiorno grugnì ostile alla faccia nello specchio.
Ma che diavolo avrà da fissarmi, poi?
Era lo stordimento di ogni mattina, quando, con le guance innevate e il rasoio puntato, incontrava lo sguardo dell’altro.
Era lo smarrimento d’ogni giorno, quando si scopriva estraneo a se stesso.
Questione di dettagli, lo slittamento era minimo.
L’arco delle sopracciglia, la distanza tra gli occhi, l’attaccatura dei capelli, la geometria dei nei.
Bastava un solo dettaglio a terremotare la geografia del viso.
Durava una manciata d’istanti, il tempo di puntare il rasoio allo specchio e realizzare che la lama cercava il suo riflesso.
Buongiorno ringhiò disperato all’altro nello specchio, che col sovrapporsi dei giorni aveva imparato a sentirsi amico, quasi un parente. Un fratello sfocato.
Se solo avesse potuto parlarci l’altro con sua moglie, che a lui le parole gli si sbriciolavano in bocca lasciandogli in gola un saporaccio metallico. Di sangue e di terra. Sua moglie non avrebbe nemmeno capito, persa com’era nella nebbia delle sue manie.
L’avevano messo in mobilità. L’avevano licenziato. Eccolo il veleno delle parole, dici mobilità e pensi alla possibilità del movimento. Lui, invece, si sentiva inchiodato al suo fallimento. Incapace di mettere un piede davanti all’altro.

Ciao soffiò all’ombra sul tavolo che s’accaniva a spolverare ogni mattina, prima di andare in fabbrica. Era la sua preghiera quotidiana. Alita, lucida, spera. Puntava la sveglia all’alba per ritagliarsi il suo tempo.
Suo marito le urlava di smetterla, che era una fanatica, ma lei non stava più a sentirlo. E ogni mattina anticipava il risveglio di cinque minuti per spolverare in santa pace. Il sonno era uno spicchio sempre più sottile e irrequieto.
Col sommarsi dei giorni l’ombra era diventata la sua confidente, le alitava le sue pene illudendosi di poterle spazzare via con un colpo di panno umido. Finché.
Se solo avesse potuto parlarci l’ombra con suo marito, staccarsi dall’ovale antico del legno e spiegargli che quella macchia era talmente grande che nessun panno avrebbe potuto cancellarla.
L’azienda delocalizzava. L’avevano licenziata.
Eccola la feroce leggerezza delle parole, quasi che delocalizzare fosse meccanico e indolore come spostare una pedina su un gioco da tavolo. Stai ferma un giro.

L’avevano messo in mobilità, ma lui ogni mattina indossava la sua tuta stinta, stampava un bacio distratto sulla guancia della moglie e se ne usciva di fretta, come se il cartellino da timbrare gli bruciasse ancora in tasca.
Se ne andava al parco a regalare briciole di pane duro a piccioni sporchi e rapaci, ogni mattina sulla stessa panchina grattugiata dalle scritte d’amore. Attento a non incrociare lo sguardo degli altri colleghi al parco come lui, ognuno agganciato alla sua pena e alla propria panchina. Attento a ignorare la postura storta, tutta rannicchiata, di chi sulle panchine ci era finito a vivere, con la giacca arrotolata sotto la testa e uno zaino lercio per valigia. Come il tizio rovinato che sembrava divertirsi a provocarlo, a puntargli gli occhi in faccia urlandogli in silenzio la sua condanna futura. A lui, e a tutti gli altri che davano le briciole ai piccioni.
E quando anche il pane duro divenne troppo prezioso da regalare ai piccioni, allora prese a grattugiare pure lui, graffiando il legno di parolacce contro il padrone. A furia di incidere e scavare, la chiave che usava non entrò più nella serratura, ma quell’esercizio lo faceva sentire bene. E quanto lo faceva sentire bene.
Al diavolo la serratura.
E al diavolo pure il padrone.

L’azienda aveva delocalizzato in qualche paese dal nome impronunciabile, pieno di consonanti, dove un lavoratore costava trenta volte meno. Le avevano chiesto indietro anche il camice, ma lei se l’era tenuto. Lo indossava ogni mattina, porgeva la guancia alle labbra meccaniche del marito – che avrebbero baciato pure una crosta di formaggio screpolata senza accorgersi della differenza – e usciva.
Se ne andava al deposito degli autobus, ché dopo quindici anni di fabbrica aveva bisogno di stordirsi di baccano e malumori altrui. Se ne stava in un angolo, accanto alla macchinetta delle bevande calde, a consumare mocaccini e brutti pensieri. Invisibile.
E quando non ebbe più monete da dare in pasto alla macchinetta, iniziò a prenderla a calci. Ogni giorno sempre più forte, finché due tizi in divisa la sollevarono dalle ascelle e la depositarono fuori dal cancello. Fine della storia.

Lui non le accennò della mobilità, lei non gli raccontò della delocalizzazione. Fingevano che non fosse accaduto nulla, si sedevano a tavola a mangiare in silenzio, col ronzio della tv di sottofondo. Qualche rutto svogliato lui, qualche colpo di tosse stizzito lei. Finché insieme al frigo non si portarono via il televisore al plasma, che non avevano ancora finito di pagare. Tutto pignorato. Gli stavano spogliando casa, ma non reagirono né si dissero nulla.
Lei si lasciò fuggire una lacrima soltanto quando si caricarono il tavolo ovale, lui disse addio al suo fratello sfocato e smise di radersi. Gli crebbe una barbaccia rugginosa da bucaniere. A lei non dispiaceva.
Restarono solo il tavolo di fòrmica della cucina e due sedie spaiate, con le gambe zoppe. Non reagirono né commentarono, ma per riempire il vuoto lasciato dai mobili presero a ubriacarsi di parole. Lui le raccontava dei turni massacranti, del caporeparto stronzo, dei colleghi invidiosi. Lei gli diceva delle gambe gonfie, del capo del personale che allungava le mani sulle ragazze più giovani, il porco, delle colleghe pettegole.
Parlavano senza ascoltarsi e nemmeno sentirsi. Finché il mozzicone di candela non piangeva la sua ultima goccia di cera e il buio li abbracciava come un panno nero.
Solo allora cominciavano a parlarsi.
Di grandi sogni e desideri quotidiani, di piccoli rancori e rimpianti dolorosi come fossero di filo spinato. Dei figli che non avevano voluto e di quelli che sarebbero arrivati. Forse. Di tutti i luoghi dove avrebbero voluto essere, lontano dalla loro cucina spoglia. Di quando si erano conosciuti e di come il tempo adulto li avesse stropicciati e resi diversi. Delle brutte copie.
Qualche volta finivano a fare l’amore sul pavimento nudo. Ma solo ogni tanto.
La barba di lui le solleticava i seni. A lei scappava da ridere.
La mattina si salutavano timidi. Lui tornava alla sua panchina. Lei al cancello del deposito degli autobus. C’era sempre qualcuno ad allungarle un mocaccino attraverso le inferriate. Lo beveva bollente, tenendo gli occhi chiusi.

Panchina e cancello. Qualche volta l’amore. Finché.

Inciamparono l’uno nei passi dell’altra in coda alla mensa dei poveri. Non si dissero nulla e nemmeno si guardarono. Però si riconobbero subito. Allacciarono le dite delle mani ed entrarono insieme.

15 maggio 2019

Evento

Camera del lavoro di Mantova, via Altobelli 5, ore 17.15
Quale luogo (concreto e simbolico) più appropriato della Cgil per raccontare di un testo costruito attorno al rapporto tra identità e lavoro? Igor Cipollina vi aspetta mercoledì 15 maggio alla Camera del lavoro di Mantova, in via Argentina Altobelli 5, per un’anteprima dei suoi “Monologhi dall’aldiquà (e altri rovesci in terza persona)” e per ragionare di diritti, precarietà, narrativa con il segretario della Cgil Daniele Soffiati.
04 maggio 2019

evento

Sarà l’attrice Edvige Ciranna a dar voce all’umanità stropicciata che abita i Monologhi dall’aldiquà (e altri rovesci in terza persona) di Igor Cipollina. Sabato 4 maggio Igor parlerà del suo nuovo progetto al Cinema del Carbone di Mantova, in via Oberdan. Ispirati a spunti di cronaca, monologhi e racconti sono percorsi dal filo della precarietà.
Il reading inizierà alle 17.30.

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Igor Cipollina
Nato al nord da genitori siciliani, Igor Cipollina ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza su e giù per lo Stivale, sulla scia del padre impiegato di banca. Tra i primi laureati in Scienze della comunicazione all’Università di Siena, dopo una parentesi in un’agenzia di comunicazione milanese, dal 2004 lavora per il quotidiano Gazzetta di Mantova. Giornalista professionista, inciampato felicemente nel mestiere, ha cominciato a scrivere narrativa per affrancarsi dal respiro corto della cronaca. E da allora non ha più smesso. Ha pubblicato due ebook passando attraverso le maglie del torneo letterario “Io Scrittore”, organizzato dal gruppo editoriale Mauri Spagnol, nel 2013 è stato segnalato dal Festivaletteratura di Mantova per il progetto di Telecom “ItaliaX10. Gli autori di domani”, e nel 2018 ha pubblicato il suo primo romanzo di carta “Ballata di provincia” (Edizioni della Sera).
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