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Nessuna favola in città

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Consegna prevista Marzo 2021
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In una Napoli piovosa e invernale, dove la bellezza convive con la legge cruenta della strada e destini ricchi e privilegiati si muovono in parallelo a quelli marginali che non interessano a nessuno, quattro vite s’intrecciano in maniera improvvisa. Una prostituta minorenne che uccide il suo protettore e fugge via, sperando di evitare la vendetta terribile del clan che l’aveva resa schiava. Un poliziotto corrotto e disilluso, desideroso di vederla morta perché conosce troppe cose sugli affari loschi che ha in città. Una giovane ragazza, madre di un bimbo e con un doloroso passato di periferia alle spalle, che indaga sul presunto suicidio del suo compagno ed è disposta a tutto per scoprire la verità. Una giornalista precaria che si ritrova dopo anni a fare i conti con la figura di un padre che l’aveva abbandonata alla nascita e che le ha lasciato una strana eredità. Vite diverse che il destino farà incontrare e travolgerà, tra vicende criminali e personali che le cambieranno per sempre.

Perché ho scritto questo libro?

Mi interessava raccontare una storia che avesse atmosfere noir e fosse avvincente per il lettore, ma che mettesse al centro non i soliti personaggi criminali che imperversano nelle opere ambientate a Napoli, ma piuttosto i destini di donne comuni segnate da esperienze intime e dolorose e coinvolte in qualcosa di più grande di loro. Anime che oscillano tra luci e ombre, esattamente come la città stessa in cui si ritrovano a muoversi, dove meraviglie e drammi vanno in parallelo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

Respirava a fatica. Il coltello gli aveva perforato un polmone. Vera, in piedi davanti a lui, lo guardava con rabbia. Solo ora, mentre stava per morire, l’uomo comprendeva il grande errore commesso. Aveva sottovalutato la ragazzina. Si era fidato del candore del suo viso innocente, ignorando l’odio che provava.
Quando gli occhi si chiusero e il respiro affannato si fermò, lei restò immobile per alcuni istanti. Osservava il cadavere e ogni altro dettaglio nella stanza, come se non riuscisse a comprendere ciò che aveva fatto. Come se quella scena non fosse altro che la sequenza di un film. Qualcosa di distante. Il sangue, un alone scuro e denso che macchiava il pavimento della camera da letto, era dappertutto, anche sulle mani e sul corpo nudo della giovane. Vera, quasi in trance, si allontanò di qualche passo. Le tremava la mano. La stessa mano che si era appena portata via una vita. Era confusa e spaventata, ma non provava rimorsi. Le ferite profonde che aveva dentro davano spazio solo al rancore.
Corse in bagno per sciacquarsi rapidamente sotto la doccia. Il sangue scivolò via dal suo corpo, svanendo com’era svanita la luce negli occhi del tizio. Troppe volte aveva dovuto soddisfarne le voglie e accettarne in silenzio gli ordini e la prepotenza. La sua pelle chiara si era ricoperta spesso di lividi. Segni dolorosi che raccontavano meglio di ogni parola ciò che aveva dovuto subire. La brutalità di una vita da schiava. Ormai però, nessun uomo avrebbe potuto farle del male. L’incubo era finito.

Continua a leggere

Ripulì il coltello e tornò nella camera da letto. Doveva andar via il prima possibile. Cercò nel suo armadio dei vestiti comodi per fuggire. Una felpa, una tuta e scarpette da ginnastica. Indossò ogni cosa in fretta e dopo aver recuperato una borsa, prese degli assorbenti, degli slip e magliette di ricambio e mise tutto dentro, nascondendo anche il coltello. Prima o poi avrebbe dovuto farlo sparire. Andare in giro con l’arma di un delitto, rischiando di essere beccata dalla polizia, non era una mossa saggia e solo a pensarci la ragazzina provava una forte ansia. Ciò che temeva di più però, era la reazione dei tizi per cui lavorava il bastardo. Uno dei clan più potenti di Napoli. Vera sapeva di essersi messa nei guai, ma le circostanze l’avevano spinta a compiere quel gesto e ormai non poteva più tornare indietro.
Rovistò nelle tasche dell’uomo e prese alcune banconote dal suo portafoglio. Poco meno di duecento euro. Li mise in borsa assieme al resto degli oggetti. Non aveva un piano. Seguiva soltanto l’istinto. Indossò il giubbino più pesante che aveva e si coprì la testa con il cappuccio della felpa. Erano ore ormai che sulla città si abbatteva una pioggia violenta. Aprì la porta di quel basso umido e sporco, tirandosela dietro con forza. Sperava di far crollare tutto.
Da quasi un anno la topaia in cui viveva a vico Santa Caterina a Formiello, un vicolo stretto dai muri cadenti a poca distanza da via Carbonara, era la sua prigione. Ingannata da false promesse, Vera aveva lasciato la sua famiglia a Kyiv con la speranza di un lavoro degno, finendo invece in quel posto, dopo essere stata stuprata dal bastardo e spinta a prostituirsi per conto del clan. Fin dal primo giorno aveva attirato numerosi clienti. La bellezza acerba del suo viso da diciassettenne, con i lineamenti delicati tipici delle ragazzine dell’Est, era stata subito notata e l’uomo aveva anche cercato di metterla in risalto, obbligandola a non truccarsi, affinché quel piacere restasse candido e scatenasse le fantasie nascoste dei clienti.
Il corpo di Vera, tentazione a cui il bastardo aveva dato un prezzo, era stato ferito e violato in più occasioni, provocandole sempre lo stesso dolore. Aveva visto la sua innocenza andare in frantumi tra le braccia degli uomini, costretta a sorridere anche quando avrebbe voluto solo piangere. Per una strana ironia del destino il suo visino pulito e apparentemente ingenuo aveva ingannato anche il bastardo. Dietro gli occhi limpidi e azzurri di Vera si era celato per mesi il desiderio di ucciderlo. Pensando solo al denaro e al piacere che lui stesso ricavava dalla ragazzina, l’uomo non aveva mai notato nulla, convinto di tenerla sotto controllo come faceva con le altre donne che vivevano nei bassi del vicolo. Vite costrette a vendere i loro corpi in quelle case talmente vicine ai marciapiedi da sentirne l’odore.
Adesso che il bastardo era morto, i codici criminali avrebbero spinto il clan a vendicarlo. Nessuno però si sarebbe commosso per quella perdita. L’uomo era un solitario e da anni trascorreva la maggior parte delle sue giornate nel degrado dei bassifondi, tra le ragazze che sfruttava e i criminali che le controllavano. Schiave e tirapiedi legati a lui per costrizione o per interesse, non certo per affetto.

Trovare il coraggio di affrontarlo e scappare dalla vita misera in cui l’aveva intrappolata, era stato difficile per Vera. Di fronte al timore delle possibili conseguenze, l’odio violento covato nei confronti dell’uomo si era spento più volte. Quella notte però la rabbia le aveva dato la forza di agire.
Ripensò a ciò che era accaduto. Il bastardo si era presentato da lei per recuperare i soldi di un cliente. Ancora nuda e con l’odore di quell’uomo addosso, la giovane aveva consegnato il denaro al protettore, chiedendogli di potersi riposare. Il cliente era stato molto violento e non se la sentiva di vederne altri. Dopo un secco rifiuto, il bastardo l’aveva schiaffeggiata. Stanca di tutto, di fronte all’ennesima prepotenza, Vera aveva preso un coltello dalla cucina, stando attenta a non farsi notare. Prima di tornare in camera da letto e colpire il tizio, un brivido le era corso lungo la schiena, facendola esitare. Il tempo necessario per allontanare gli ultimi indugi e lasciare che l’odio spezzasse finalmente le sue catene.
Libera, sotto una pioggia incessante, Vera valutava il modo migliore per allontanarsi dal vicolo. C’era sempre qualcuno che sorvegliava la zona. Ragazzi che giravano in scooter per fare la guardia o che nelle ore più tarde come quella e con il tempo pessimo, si fermavano in uno dei bassi, controllando di tanto in tanto la strada per capire se era tutto a posto. Davanti a quella casa c’era un’auto parcheggiata. Vera si avvicinò silenziosa, inginocchiandosi per non farsi vedere e dopo aver tirato fuori il coltello ne bucò le gomme. Un piccolo vantaggio che voleva sfruttare durante la fuga. Mise di nuovo il coltello in borsa e respirò profondamente. Da una finestra che si affacciava sulla strada, nascosta nell’ombra, una delle giovani schiave del clan la spiava. Si guardarono per diversi minuti, scambiandosi un sorriso. Appena si sentì pronta, senza perdere altro tempo, Vera iniziò a correre più veloce che poteva. Vedendola andar via, tre criminali uscirono dal basso e si lanciarono al suo inseguimento.
Spinta dal vento che scuoteva gli alberi di via Carbonara, Vera proseguì rapida lungo l’ampio stradone. Le insegne spente dei negozi e le finestre chiuse delle case rendevano tutto silenzioso. Nemmeno le auto passavano più di lì. La notte e il cattivo tempo avevano addormentato ogni cosa. Bagnata e infreddolita Vera pensava solo a correre. La pioggia rendeva l’asfalto scivoloso e temeva di cadere da un momento all’altro. Non poteva fermarsi però, alle sue spalle sentiva i passi dei criminali colpire la strada minacciosi.
A poca distanza da Porta Capuana un cane randagio si fiondò verso di lei, irritato dalla corsa della ragazzina e dai tuoni che rimbombavano nella notte. Presa dal panico, mentre l’animale abbaiava, Vera scivolò in una pozzanghera e cadde per terra. Alcuni degli oggetti che conteneva la borsa si sparpagliarono sulla strada, distraendo il cane. Cominciò ad annusarli, perdendo interesse nei confronti della ragazzina. Vera, ancora intimorita dall’animale, alzò lo sguardo e si rese conto che i criminali la stavano raggiungendo. Recuperò il coltello, lasciando il resto lì dov’era. Aveva già perso troppo tempo.

Proseguì la sua corsa fino ad arrivare a piazza Garibaldi. La mattina era sempre piena di gente. Profumi di spezie arabe, lanterne cinesi, abiti variopinti di donne africane, si mischiavano tra loro in mezzo al trambusto delle macchine e degli autobus. Scorci di mondi lontani, tra clacson e caos. Di notte però, la piazza si trasformava in un luogo desolato. Una zona fredda che per scaldarsi, offriva soltanto il corpo di qualche donna dalla pelle d’ebano, prigioniera di una vita che Vera conosceva bene.
La pioggia aveva allontanato anche loro. La ragazzina era sola e i tizi sempre più vicini. S’inoltrò lungo via Firenze, cercando in tutti i modi di trovare un nascondiglio. Notò un cassonetto dell’immondizia. Era la sua unica salvezza. Lo aprì e si tuffò all’interno. L’odore dei sacchetti, rancido e insopportabile, le dava la nausea. Mise entrambe le mani davanti al naso per cercare di non respirare. Ansimava per la fatica della corsa e la mancanza d’aria, ma provò a calmarsi. I criminali non dovevano assolutamente sentirla.
Pochi istanti dopo i tre tizi si fermarono nelle vicinanze del cassonetto per recuperare le forze. Erano furiosi. Credevano che Vera fosse riuscita a seminarli e avevano paura che potesse andare alla polizia. Per inseguirla si erano messi a correre senza pensare ad altro. Non sapevano nulla di ciò che era accaduto. Nel momento in cui avrebbero trovato il corpo del bastardo, la situazione si sarebbe fatta ancora più grave per la ragazzina. Vera conosceva bene i rischi che correva, ma non le interessava il futuro. Il suo unico obiettivo era riuscire a cavarsela quella notte. Nascosta a pochi metri dai tre uomini, ascoltava le gocce di pioggia colpire il cassonetto come fossero proiettili. Attimi lunghi e terribili. I criminali, non potendo fare nulla, decisero di tornare indietro, maledicendo la ragazzina per il casino in cui li aveva messi. Vera attese ancora un po’. Appena si sentì sicura, uscì dal cassonetto. Aveva l’odore d’immondizia addosso ed era completamente bagnata. Il cappuccio della felpa, ormai fradicio, serviva a poco. Lo abbassò, scoprendo i lunghi capelli biondi. Brillavano nella notte anche se umidi.
Cominciò a piangere. Quelle lacrime racchiudevano tutte le amarezze accumulate durante l’anno. Allo stesso tempo però, scivolavano sulle guance, fermandosi su uno strano sorriso. Era per strada, senza documenti e senza soldi e le sue uniche certezze erano una piazza deserta e un forte temporale che affondava Napoli e le sue vite complicate, nonostante ciò, provava un senso di tranquillità inaspettato. Era viva ed era libera.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un romanzo avvincente che ti tiene incollato alla pagina sin dall’inizio, grazie alla caratterizzazione dei personaggi per i quali si prova subito un sentimento ben definito di odio o amore. Quando uno scritto ti permette di vivere i luoghi che descrive, mentre lo leggi, vuol dire che ha raggiunto lo scopo. Non c’è giudizio sulle vicende, traspare solo la malinconia per quelle vite che avrebbero potuto prendere un’altra strada, se solo gliene fosse stata data la possibilità…ma, a volte, siamo solo attori del nostro destino…

  2. (proprietario verificato)

    Ho appena finito di leggere l’estratto, e che dire…bello, bello, bello. Personaggi che subito ti colpiscono nel profondo. Fusco un bastardo esagerato (secondo me tifa pure per la rubentus), Anna e Marta due donne diverse e caparbie, che sicuramente ci regaleranno forti emozioni. Una Napoli fredda, dura e poco stereotipata. Ci sono tutti gli elementi per una grande storia, e poi mi piace molto che si scavi nell’animo dei personaggi, che non sia una storia che si fermi alla superfice (gomorra style). Bravo e vediamo di trovare subito ‘sti 200 lettori!

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Sergio Chianese
È nato a Napoli ed è cresciuto nella periferia nord della città, osservando il degrado e le vicende marginali che aveva intorno e traendone continue lezioni di vita. A diciannove anni parte per Bologna studiando cinema al Dams e laureandosi con il massimo dei voti e una tesi sperimentale tra cinema e psicologia sugli archetipi femminili nel cinema di Terrence Malick. Quanto al resto, forse un giorno lo racconterà in un libro...
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