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Never Never

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Quando Jack accetta con entusiasmo l’invito a passare un week-end nella megavilla fuori Roma di Gloria, il suo attraente capo, crede di essere finalmente riuscito a farla capitolare: non sa, invece, che sarà l’inizio dell’apocalisse e che proprio lui ne sarà l’artefice. Jack, programmatore esperto, è stato infatti invitato da Gloria per testare un nuovo videogioco per smartphone su cui l’azienda ha investito tutti i suoi utili: Never Never. Attraverso la realtà aumentata il gioco permette agli utenti di compiere impunemente tutte quelle azioni che nella vita di ogni giorno non sono permesse dalla morale e dalle convenzioni sociali.
È un successo planetario e Jack diventa ricco e famoso, fino a quando il gioco inizia a mostrare i primi effetti collaterali: sembra creare una strana dipendenza nei giocatori psicologicamente più deboli, che non riescono più a distinguere la realtà dal gioco, diventando violenti e molto pericolosi…

 

GIUGNO 2012

Ciao a tutti, mi chiamo Giacomo – Jack per gli
amici – e sono un programmatore della GG – Go Games di Roma,

una ditta che sviluppa videogiochi per
conto terzi. È un mercoledì qualunque e sto lavorando al
computer come sempre, quando Gloria Guidetti (GG, sarà un caso?)
– boss dell’azienda – mi si
avvicina, si siede sul bordo della scrivania accavallando
le gambe nel tailleur e, guardandomi dritto negli occhi,
mi dice: «Ancillotti, anzi, posso chiamarla
Giacomo?».
«Certo, signora Guidetti, si figuri.»
«Allora, Giacomo, volevo chiederle se per caso nel
week-end ha degli impegni.»
«Impegni? Io? No, non mi pare proprio, perché?»
Mi faccio guardingo subodorando una fregatura del
tipo: “Avrei bisogno che lei mi facesse un po’ di straordinari”.
Invece, quasi sussurrando e sporgendosi in avanti con un sorriso
irresistibile e un’aria misteriosa, mi
dice: «Perché avrei piacere di invitarla a trascorrerlo
da me, nella mia villa di Castel Porziano».Continua a leggere
Continua a leggere

Ma lo sta proponendo proprio a me? Gloria è la
quarantaduenne figlia divorziata del commendator
Guidetti, ricchissimo proprietario di una vecchia
azienda di apparecchi elettrici ed elettronici che lei
ha preso in gestione e trasformato in quello che è
adesso: un centro di sviluppo software all’avanguardia
nel mondo dei videogames – praticamente un’eccellenza
globale – che l’ha resa ancor più ricca di quel
che già non fosse e messa in contatto con la maggior
parte dei personaggi importanti di Confindustria qui
a Roma…
Non riesco a credere che mi stia invitando a passare due
giorni da solo con lei nella sua villa. Faccio
un rapido e – spero – obiettivo esame di me stesso, ne
concludo che sono un trentunenne decisamente carino…
scopabile, azzarderei: ho i capelli ricci e biondi,
un po’ di barbetta, sono magro senza essere secco e
alto quanto basta, praticamente il Massimo Ciavarro
dei tempi migliori. In più, qui al lavoro tutti sanno che
sono un single impenitente; insomma, l’unica conclusione
logica che si affaccia alla mia mente è che la mia
divorziatissima boss voglia portarmi a letto. E io cosa
dovrei fare, rifiutare? Neanche morto! Oltretutto, la
Guidetti non è neanche male, e chissà quali scenari
lavorativi mi si potrebbero aprire se diventassi l’amante del capo!
«Ma certo, signora Guidetti, ne sarei lusingato!»
«Benissimo allora, dopo le darò tutti i dettagli.»
Se ne va via ancheggiando sui tacchi alti, con la gon-
na stretta che le dà quell’andatura così sexy. A metà
strada tra la mia postazione e il suo ufficio, si gira, mi
guarda ancora e aggiunge: «Mi raccomando, Giacomo.
Ci tengo».
Il resto del pomeriggio lo passo eccitatissimo,
cercando di lavorare nonostante l’uccello duro nei
pantaloni; del resto, io sono sempre stato a favore della
parità dei sessi e quindi non ho mai capito perché le
donne abbiano il diritto di essere molestate sessualmente
sul luogo di lavoro e gli uomini no; oltretutto è
anche il modo più antico di far carriera.
I due giorni seguenti al lavoro trascorrono tra
routine al computer e occhiatine significative con la
Guidetti, la quale mi ha confermato l’invito dandomi
l’indirizzo esatto e dicendomi di presentarmi il pomeriggio
di sabato verso le quattro; in tutto questo mi ha
guardato dritto negli occhi, fissandomi senza battere
ciglio, per almeno una decina di secondi… Se non è un
segnale questo…
Ovviamente vado subito a sbirciare su Google
Maps dov’è e com’è questa villa, rimango a bocca aperta:
si tratta di una casa anni Venti con tanto di torretta
e posizionata a mezza costa, con un parco munito di
piscina, prato all’inglese e pini marittimi sul davanti,
è attraversata da un vialetto in ghiaia bianca e ha un
bellissimo gazebo – da almeno trenta persone – per
pranzi e cocktails che guarda il mare.
Il venerdì sera me ne sto da solo a casa fantasticando
sull’incontro che mi aspetta il giorno successivo,
non esco con nessun amico per paura di bere trop-
po – un problema personale ricorrente negli ultimi
anni – e lasciarmi scappare di bocca qualcosa su ciò
che farò nel week-end; per ora è bene che tutto rimanga
segreto, non voglio certo rischiare di bruciarmi
spifferando a destra e a manca quello che potrebbe essere
il miglior colpo della mia carriera e una scopata
che minaccia di essere storica. La Guidetti, in effetti,
pur con qualche anno più di me, è ancora una bellissima
donna, elegante, bionda, con un bel arsenale di
tette e culo e, dulcis in fundo, un’aria da mangiatrice
di uomini niente male. Chissà se qualcuno dei miei
colleghi ci è già passato e io sarò per lei solo l’ennesimo
week-end di sesso o se, invece, si è davvero invaghita di me.
Se questa seconda possibilità dovesse
essere quella giusta e io mi giocassi bene le mie carte,
potrei diventare velocemente supervisor o, addirittura,
direttore della produzione… Il limite è il cielo!
La serata finisce a letto tra visioni erotiche della
boss in lingerie e sogni ancora più spinti sulla medesima
senza più niente addosso.
Il sabato mattina passo almeno un’ora a strigliarmi ben bene,
profumarmi e scegliere vestiti che mi
facciano sembrare elegante ma casual, pronto per
un’occasione importante ma dando contemporaneamente
l’impressione che mi vesta così ogni mattina,
giusto perché anche le prime cose che mi metto addosso
sono fighissime. Finisco per indossare scarpe
da barca, un paio di pantaloni blu scuri della Murphy
& Nye e una polo rossa coi risvolti bianchi su maniche
e colletto della North Sails: praticamente sembro sceso
adesso al porto dopo una regata velica!
Tiro fuori dal frigo la bottiglia di champagne Krug
– per cui mi sono dissanguato ieri pomeriggio – e la
ripongo in una borsa termica coi mattoncini ghiacciati,
in modo da presentarla ancora bella fresca a Gloria –
ormai, nelle mie fantasie erotiche la chiamo per nome
– quando arriverò.
Alle tre salgo sulla mia Polo e mi dirigo lentamente dal
mio appartamento in via dell’Umanesimo, in
zona EUR, verso Castel Porziano, lungo la via Pontina;
la primavera avanzata mi concede di guidare
lentamente con i finestrini aperti, annusando l’odore
dei pini e del mare che si avvicinano: mi sento in gran
forma, bello come il sole e convinto di affrontare una
due giorni di sesso nel migliore dei modi. Per sicurezza,
ieri mi sono fatto prescrivere del Cialis da Carlo, il
mio amico che fa l’assistente chirurgo al San Camillo,
il quale mi ha assicurato che l’effetto dura almeno
dodici ore e che, con quella pillolina, oltre alla prima
e alla seconda, sarò in grado di fare anche la terza. Il
problema maggiore è stata la vergogna tremenda provata
al momento di presentarmi in farmacia con la
ricetta. Ho preso una pasticca prima di uscire di casa
ma, ovviamente, ne ho una scorta nella tasca posteriore
dei pantaloni per il prosieguo del fine settimana.
Com’era prevedibile, arrivo in un anticipo tremendo,
cerco esattamente quale sia il cancello della
villa e, una volta trovatolo, mi metto a gironzolare nei
dintorni per guardare le case dei ricchi sognando a
occhi aperti un futuro in cui anche io potrò permettermi
tutto questo: il benessere e il successo sono lo
scopo della mia vita.
Alle quattro meno un quarto decido che ne ho abbastanza
e suono al campanello della villa, mi risponde Gloria
in persona con una voce che sembra felice e
ansiosa, risalgo in macchina e percorro il lungo viale
fiancheggiato di pini marittimi che mi conduce fino al
piazzale antistante la costruzione principale. Lì parcheggio
e scendo, sfoderando il mio miglior sorriso
che stamattina ho provato accuratamente allo specchio
dopo essermi strofinato i denti così a lungo da
aver rovinato lo spazzolino.
Sceso dalla macchina con la bottiglia in mano,
vedo la boss che mi viene incontro in costume da bagno e
con un prendisole vedo non vedo che la rende
particolarmente sexy e appetibile. Era chiaramente
distesa sui lettini a bordo piscina a prendere il sole, e
vedendola arrivare così sorridente e discinta, l’unica
parola che mi viene in mente è: succosa.
«Buona sera, signora Guidetti.»
«Ben arrivato, caro Giacomo. Ma chiamami Gloria, ti prego.»
Sorrido di nuovo come se mi stesse venendo una
paresi e annuisco leggermente col capo, accettando
con modestia e buona grazia questa nuova intimità
tra di noi. Poi rincaro la dose con una certa sicumera:
«Benissimo, Gloria, e allora tu chiamami pure Jack,
come tutti quelli che mi conoscono a fondo».
«Oh ma che bellezza, caro Jack. Sono sicura che andremo
molto d’accordo. Non vedo l’ora di metterti alla
prova, sono certa che saprai essermi di gran sostegno.»
A questo punto sono già su di giri, il Cialis sortisce
il suo effetto e io mi ritrovo con una dolorosa ere-
zione che cerco di nascondere in ogni modo tenendo
la bottiglia di Krug davanti e rifiutandomi, per ora,
di offrirla alla mia prossima amante come mi ero ripromesso.
Se fosse per me saremmo già nudi a rotolarci sul prato,
me la immagino che urla come un’ossessa mentre mi graffia
la schiena con quelle unghie
laccate di rosso vivo… invece mi sa che dovrò ancora
aspettare, con quell’erezione dolorosa che minaccia
di farmi passare per un maniaco.
L’alto lignaggio della signora in questione e le
buone maniere da alta società mi impongono di recitare
la parte del cicisbeo per almeno una mezz’oretta o
finché lei non mi darà un segnale inequivocabile, prima di
sfoderare la bestia e portare a termine la
missione alla quale sono chiamato.
Mi conduce alla piscina dove si distende su un
lettino e, piegando una gamba in una posa sensuale
e mostrandomi una coscia abbronzata e decisamente
tonica, si dedica ad alcuni convenevoli chiedendomi
informazioni come se fosse veramente interessata
alla mia vita. Guardandola, la mia erezione si fa ancora
più urgente e dolorosa, quindi mi metto seduto sul
lettino accanto rispondendole educatamente e con
più doppi sensi possibili per portare velocemente la
discussione sull’argomento che mi preme di più. La
bottiglia per ora resta sul mio grembo, perché, oltre a
mimetizzare la mia imbarazzante situazione, è fredda
e spero possa aiutarmi a contenere i miei ardori.
All’improvviso, Gloria rompe gli indugi, si alza con
gesto fluido e atletico e mi prende per mano sorridendomi
con aria complice. Mi porta verso la casa tiran-
domi come uno scolaretto, e io già mi immagino nella
sua alcova dove, tra pochi attimi, finalmente potrò dare
sfogo a tutto quello che ho dentro.
Entrati dalla veranda nel salotto, la mia prossima amante
mi studia con aria birichina e si mette un
dito sulle labbra prima di indicarmi una porta a due
battenti chiusa, poi mette le mani sulle maniglie e
con gesto teatrale le spalanca di colpo.
«Et voilà!» grida, sorridendomi come fossimo davanti
al giardino dell’Eden.
Io guardo dentro, e lì per lì credo di non aver capito,
sbatto gli occhi e osservo meglio: la stanza è piena
di terminali e schermi di computer, c’è un lungo bancone
dove almeno tre persone stanno smanettando
freneticamente sulle tastiere, e di fianco a questo
due enormi CPU (Central Processing Unit, Unità di
elaborazione centrale), ognuna col suo bravo tecnico
accanto, addirittura in camice bianco come nei filmini americani.
Gloria mi osserva con sguardo trionfante: «Colpito, eh?».
«Anche troppo…»
Sto lì, imbambolato, con lo champagne ancora in
mano, di certo un’espressione incredibilmente stupida
stampata in faccia, la bocca aperta e l’erezione che si
ammoscia con la velocità di una lumaca che rientra nel
guscio. «Ma… che significa?»
«Caro Jack, significa che tu sei il fortunato primo
sperimentatore di Never Never, il nostro prodotto più
segreto e destinato a sconvolgere il mercato. Lo stiamo
realizzando in gran segreto da più di un anno.»
Il suo sguardo trionfante mi dice che ora quella
eccitata è lei, io mi consolo pensando che almeno non
mi sono presentato anche con un mazzo di fiori.
«Vedi,» insiste lei, abbattendomi definitivamente
«nell’ultimo periodo abbiamo fatto delle ricerche
di mercato molto accurate per cercare il giusto
target a cui proporre questo prodotto estremamente
innovativo ed è venuto fuori che tu sei dell’esatta
età media, dell’esatta estrazione sociale media, hai
un fatturato perfettamente nella media, un lavoro
altrettanto perfettamente nella media e gusti incredibilmente
nella media… sei la rappresentazione umana della
medietà che cerchiamo. Affidando
la sperimentazione a te, risparmiamo mesi e mesi
di prove con volontari di ogni tipo per giungere a
risultati che tu, invece, potrai fornirci da solo. Non sei
eccitato?»
«Non sai quanto…»
Mi strappa letteralmente di mano la bottiglia e la
stappa davanti a tutti. «Questa è una giornata fondamentale
per le sorti della nostra azienda. Never Never
finalmente è pronto per le prove sul campo e noi dobbiamo
festeggiare. Venite tutti a fare un brindisi con
lo champagne portato dal nostro Jack!»
Gli altri si alzano e ci vengono incontro con in
mano degli stupidi bicchieri di plastica in cui versano
senza ritegno il mio Grande Cuvée da centocinquanta
euro, rovinandolo definitivamente e affossando per
sempre i miei sogni erotici.
Finito il brindisi, Gloria mi riprende per mano e
mi porta a vedere il lavoro svolto su questo, a suo dire,
fantastico nuovo gioco. Per prima cosa, mi mostra un
visore 3D al quale va applicato lo smartphone a cui,
mi spiega, verrà accesa la fotocamera per poter così
vedere realmente quello che avviene nel mondo oltre
quegli occhiali. «Capisci? Non giocherai più guardando
una scena creata al computer, ma vedrai quello che
accade fuori come se non avessi nessun visore addosso:
quello che facciamo noi è usare la “realtà potenziata”
per aggiungere elementi nuovi a ciò che troveresti
normalmente davanti a te. La trovata più fantastica è
che questi elementi sono stati filmati a migliaia, che
dico, a milioni nel mondo reale e non sono più solo
delle stupide immagini computerizzate, ma cose e
persone reali come me e te con cui interagire grazie
al sofisticatissimo software che ho fatto progettare e
realizzare in questa villa nel più assoluto segreto.»
«Sì, ok, vabbè: ma questo gioco di che parla? Cosa
si fa?» Il tono della mia voce suona vagamente scocciato,
me ne accorgo da solo, ma, vista la situazione,
mi ritengo pienamente giustificato.
«E qui sta il bello» risponde lei, tutta su di giri.
«Tu mi dirai: “È solo un gioco, questo tipo di prodotti
è tipicamente per adolescenti”.»
«Mah… io… veramente…»
«Ebbene, questo gioco, invece, è stato pensato e
realizzato per giovani adulti come te, per l’appunto, la
generazione più frustrata e senza speranze dell’ultimo
secolo e mezzo. Oltretutto, siete anche quelli che,
dati alla mano, spendono di più in tecnologia ad alto
tasso di ricambio generazionale. Lo abbiamo chiamato
Never Never perché ti permette di fare impune-
mente tutto ciò che non puoi fare, mai e poi mai, nella
vita di tutti i giorni. Gli attori che abbiamo filmato e
fotografato ti permetteranno di affrontare in modo
diverso situazioni quotidiane in cui normalmente sei
costretto a essere educato o a sottometterti a certe
regole non scritte. Ecco, con Never Never finalmente
potrai trattare tutta questa gente come ti pare e liberarti
di un sacco di frustrazioni senza dover subire
azioni legali o la riprovazione generale. Non è geniale?
Una sorta di psicoterapia anarchica; diventeremo
ricchissimi, e benefattori della psiche di milioni di
frustrati come te!»
La mia espressione la convince che probabilmente non sono
così colpito come si aspettava.
«Vedo che sei scettico. Allora non mi resta che
dare il via alla sperimentazione.»
«In cosa consisterebbe?»
«Niente di preoccupante, tu dovrai solo passare il
week-end qui alla villa con quel visore addosso e giocare
ininterrottamente fino a domani. Poi dovremo
farti compilare tutta una serie di questionari come
feedback, per capire cosa funziona davvero e cosa invece va modificato.»
«Ok.»
Nonostante la delusione di poco fa e l’incazzatura
ancora presente, l’idea di provare questo nuovo gioco
comincia a intripparmi; oltretutto, la possibilità
di far carriera non è svanita, quindi mi accingo alla
sperimentazione senza dare la soddisfazione a Gloria
di vedermi minimamente interessato alla cosa… così
impara!

23 maggio 2018

Intervista all’autore

Ecco un'intervista a Diego Cabras sul blog di Claudio di Manao. Potete leggerla a questo link!  
28 marzo 2018

Intervista

Ecco il testo di una mia intervista sul Blog di Claudio Di Manao, scrittore di Io sono il mare e opinionista.
05 Marzo 2018
Cari lettori! Sostenendo la campagna di Diego Cabras "Never Never", andrete ad appoggiare anche lo studio, la cura, l'assistenza e l'informazione sui tumori cerebrali infantili: il ricavato, infatti, andrà in beneficenza alla Fondazione Tommasino Bacciotti Onlus. Che bella iniziativa!

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Diego Cabras
DIEGO CABRAS, nato il 5 aprile del 1975 a Firenze, si è diplomato in studi classici e durante l’università ha iniziato a girare il mondo lavorando come guida equestre, marinaio e istruttore subacqueo. Nel 2012 è tornato in Toscana, dove insieme alla moglie gestisce un bed & breakfast. Never Never è il suo primo romanzo.
Diego Cabras on FacebookDiego Cabras on Twitter
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