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Non c'è tempo per un tango

Non c'è tempo per un tango
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Consegna prevista Dicembre 2021
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Un viaggio in Argentina. Forse l’ultimo, pensa Giovanni, ingegnere in pensione ancora curioso della vita. Da assaporare con calma, senza un itinerario preciso. Ma un incontro a Buenos Aires riapre una storia d’amore iniziata quarant’anni prima a New York. Blanca torna a insinuarsi nei suoi pensieri. A separarli, allora, era stata la Storia, il dramma del golpe militare argentino. La volontà di Blanca, coinvolta nelle vicende del suo Paese, di continuare il suo impegno politico non aveva lasciato spazio a una storia d’amore.

Ora, entrambi con una vita serena e appagata alle spalle, decidono di concedersi del tempo in un viaggio attraverso l’Argentina. In un periodo dell’esistenza in cui ci si sente prossimi al declino, all’assopimento delle passioni e delle prospettive di futuro, Giovanni e Blanca si trovano a fare i conti con i loro sentimenti, con nuovi desideri, con la storia e gli affetti che negli anni ciascuno ha costruito. In un corpo a corpo di parole, gesti ed emozioni.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo raccontare un amore tra anziani. Ho immaginato due giovani che si erano persi dopo una storia di passione. Li ho fatti incontrare di nuovo a quaranta anni di distanza, entrambi con una vita felice alle spalle. Li ho fatti partire per un viaggio, li ho seguiti mentre cercano di conciliare gli affetti costruiti nel corso degli anni con la riscoperta del desiderio.

Si può, nel tempo che resta, immaginare un altro futuro? Un amore vale sempre la pena viverlo? In questa storia la mia risposta

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 2

Milano, 2 giugno 1978

Si ritrovò nel suo letto, fradicio. Aveva fatto un brutto sogno. Guardò l’orologio, le tre del pomeriggio. […]

Non era stato solo il sogno a metterlo di cattivo umore. Quel venerdì era il 2 giugno, l’anniversario della nascita della Repubblica. A causa della crisi economica il governo aveva abolito le feste infrasettimanali e spostato alla domenica successiva le celebrazioni per la ricorrenza, ma lui aveva deciso di continuare a rispettare la tradizione concedendosi un giorno di ferie per un lungo fine settimana. Lo aveva organizzato con metodo. Aveva bisogno di prendersi una pausa, svuotare la testa di tutti i cattivi pensieri che nei mesi si erano accumulati in un disordine confuso.

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Aveva prenotato la solita stanza a Punta Chiappa, in una vecchia locanda affacciata sul mare. Aveva telefonato a Marte, il barcaiolo, per assicurarsi che fosse lì ad aspettarlo, al molo di Camogli, alle sette di sera. […]

Aveva pianificato quei giorni per festeggiare l’arrivo dell’estate con lunghi bagni e il primo sole, sulla striscia di pietra protesa sul mare. Non aveva fatto i conti con gli imprevisti del mestiere. La riunione per esaminare lo stato di avanzamento del progetto cui stava lavorando insieme ad altri due colleghi era stata fissata per le nove di lunedì mattina. Le nove, figurarsi!, avrebbe dovuto rientrare a Milano la domenica sera, con tutto il traffico del lungo ponte. Era il suo primo incarico, non voleva rischiare sbavature o imprecisioni. Aveva disdetto le prenotazioni e si era rassegnato a consumare quei giorni in città.

Nemmeno il caffè era servito a migliorare il suo stato d’animo. Tra due ore sarebbe iniziata la prima partita dell’Italia ai Mondiali di calcio, in Argentina. Carlo lo aveva invitato a casa sua a vedere l’esordio contro la Francia e Giovanni, che pure era un appassionato abbastanza tiepido di calcio, aveva accettato.

[…]

Si mise in cerca del romanzo che gli aveva prestato quando era andato a New York, Poema a fumetti, in cui Buzzati aveva messo in mostra il suo talento per la pittura e il disegno. Ogni volta si dimenticava di riportarglielo. Lo trovò, accatastato tra altri libri su uno scaffale. […] Stava per infilarlo in borsa quando dalle pagine scivolò una foto che si adagiò per terra, vicino alla poltrona.

La riconobbe subito. Blanca, con una grande sciarpa intorno al collo, gli stava sorridendo davanti al Flatiron, lo stretto grattacielo a forma di ferro da stiro, a Manhattan. L’aveva scattata lui. La raccolse, la infilò a caso in un cassetto della scrivania e andò in bagno. Doveva muoversi, la partita iniziava alle sette e aveva perso già abbastanza tempo.

Il gesto gli era sfuggito. Ma l’immagine rilanciata dallo specchio – la mano intenta a massaggiarsi il viso – gli aveva svelato quella piccola tenerezza. Indugiò ancora un po’ strofinando con il palmo della mano i contorni ruvidi del mento, sentì sulle dita le spine dure della barba. Le volte che si era dimenticato di radersi, Blanca si era lamentata mostrando la pelle arrossata come giustificazione per rifiutare i suoi baci. Dal soggiorno Thelonius Monk attaccò a suonare Don’t blame me. Diede un’occhiata attraverso la finestra, scostando lievemente le tende. Non c’era gente per strada. […] Riempì il pennello di schiuma per insaponarsi il viso. Thelonius Monk riusciva a

trovare la bellezza persino nelle dissonanze, nei contrasti. Lui no, non era attrezzato. Continuava a inciampare nei ricordi. In quei mesi, dopo la notte con la neve a New York, aveva cercato di cambiare le mappe e in qualche momento aveva davvero creduto di esserci riuscito a farla franca. “Non esiste solo Blanca”. Ma era bastata una foto per dimostrargli che non era sparita.

– È vero – si disse mentre iniziava a disegnare strisce con il rasoio sul viso insaponato da cui s’intravedeva la pelle di nuovo liscia – questo gioco a nascondino è stato un’illusione, non ha funzionato, ma ci deve essere un modo per chiudere i conti, riconoscere che è stato un errore, che non ho colpe.

– Sei sempre stato abile nel fare confusione con le parole – si rispose dallo specchio – ma non ci provare a parlare di errore. Non è così che funziona. Non è così che è andata.

Si affrettò a uscire. La partita stava per iniziare, le strade si erano svuotate in fretta. Non regnava il silenzio, come nei giorni più caldi dell’estate, quando la città resta deserta per le vacanze. Dalle finestre delle case, aperte sulla strada, uscivano prepotenti il suono delle trombe da stadio e gli slogan scanditi a ritmo di marcia. A molti balconi erano appese bandiere, non solo dell’Italia, e chi ne era sprovvisto aveva esposto quella della propria squadra. Ogni salotto, ogni bar era la gradinata di uno stadio. […]

All’inizio del secondo tempo, quando l’Italia passò in vantaggio Carlo fece un balzo sul divano. […] Per le strade stava cominciando la festa. Si sentivano i cori inneggianti alla Nazionale, la gente aveva abbandonato i salotti, i tinelli, le cucine, i

tavolini dei bar e iniziava ad affollare i marciapiedi. Si era creato in pochi minuti un ingorgo nel traffico, tutti gli automobilisti suonavano il clacson ma non con l’aria stizzita dei soliti giorni, quando serviva a sfogare il fastidio per un blocco imprevisto. No, in quei clacson ritmati c’era la pretesa, o l’illusione, di improvvisare una musica che si univa ai cori delle persone che con le bandiere in mano marciavano in un disordine colorato verso piazza Duomo. […]

– Dai, andiamo a festeggiare, tu ne hai bisogno più di tutti qui dentro, sono mesi che sei impigliato con quell’ accidenti di spagnola di New York. Non ti sei goduto niente, l’assunzione, le nuove esperienze, la tua prima casa senza la santa madre tra i piedi! Non hai nemmeno fatto la festa di inaugurazione, sempre in lutto stretto. Dai, prendila come un augurio, arriva l’estate, le sere fuori, le vacanze. La ruota gira, Giovanni, un bel ragazzo come te […]. Andiamo, forza, mescoliamoci al popolo. Concluse Carlo.

[…]

Quando sbucarono in via Orefici, dove la strada gira verso via Torino, videro una camionetta della polizia che bloccava il passaggio. Carlo si avvicinò a chiedere informazioni.

– Ci sono gli argentini che protestano. Gli rispose un funzionario in borghese.

– Abbiamo battuto la Francia, mica l’Argentina. Replicò Carlo. – È una protesta politica, contro i Mondiali nel loro Paese, passate di dietro, di là. Aggiunse un poliziotto.

Giovanni e i suoi amici si infilarono nella galleria che dava l’accesso a Piazza Duomo. Si fermarono a cercare di capire che cosa stava urlando uno al megafono,

sovrastato dalle grida della folla, si avvicinarono al gruppo di sudamericani che distribuivano volantini “No alla dittatura, mondiali della vergogna!”. Erano una ventina, non di più, cercavano di restare uniti, di non farsi travolgere dalla folla. Provavano a fermare le persone che si affrettavano a raggiungere il centro della piazza – dove alcuni venditori di bandiere si erano già posizionati con le bancarelle mobili – tentando di dare loro un volantino. Alcuni non lo prendevano neppure, altri facevano il gesto di accettarlo. Giovanni si fermò a leggere il testo. In poche righe si ricordava il golpe del ’76, la presa del potere da parte della Giunta militare con l’instaurazione di un regime basato sul terrore, sulla repressione. Migliaia di persone arrestate come oppositori politici o sovversivi, detenute in carceri segrete, torturate, spogliate, legate, narcotizzate. “Dietro il pallone sangue” continuava a urlare quel tipo al megafono, “Basta de Guerra sucia! sostenete le madri de Plaza de Mayo, boicottate il Mondiale!”.

Alzò la testa in cerca di Carlo e Martina, che si erano fermati a salutare qualcuno.

Lei era lì.

Stava protestando con uno che aveva gettato a terra il volantino. Si era voltata, per un attimo, prima di essere inghiottita dalla folla. Non lo aveva visto. O forse si era sbagliato, non era Blanca.

– Stiamo insieme, se no ci perdiamo. Lo chiamò a gran voce Carlo.

Giovanni non si muoveva, continuava a guardare verso il punto in cui aveva visto scomparire la ragazza.

– Che c’è, hai una faccia. Chiese Martina.

– Credo di aver visto Blanca.

-Chi!?! Carlo lo guardò incredulo.

– Blanca. Stava inseguendo uno che aveva buttato il volantino, poi è sparita. Era lei, o mi è sembrato, non sono riuscito a vederla bene.

– Ah, sei messo così? Una spagnola incontrata otto mesi fa a New York che ti ha dato di lungo, ti sembra di rivederla all’improvviso a Milano con degli argentini che protestano contro i Mondiali di calcio – lo schernì Carlo – hai dei problemi, amico mio, adesso magari vuoi andare a chiedere a quello col megafono se si tratta proprio di lei, vero? Andiamo via – prese Giovanni sotto braccio – ci vuole qualcosa di forte. E non so se ti basta. Andiamo.

La notte era scesa su Milano, la gente sembrava avere ancora voglia di baldoria. […] Avevano trovato posto in un bar sotto i portici, al banco di servizio, in un angolo un po’ defilato.

– Cosa fai, la cerchi ancora? Sai quanta gente si somiglia, dai, non ci pensare. Finiscila, beviamo qualcosa e andiamo a mangiare una pizza da qualche parte. Tiriamoci fuori da questo casino.

– No, facciamoci una birra e ci salutiamo. Vado a casa, sono stanco di questo bagno di folla, ho bisogno di un po’ di silenzio.

[…]

All’angolo di via Orefici si era guardato bene intorno, del gruppo degli argentini non c’era più traccia. […]

In realtà […] aveva bisogno di mettere un po’ di distanza tra sé e i suoi amici, non gli andava di tediarli con il suo malumore. Quando arrivò all’altezza del cinema Rubino prese la decisione.

– Vado da Franco, sarà ancora aperto. E si avviò verso il Carrobbio.

Franco era il proprietario della Trattoria degli Artisti di fronte alle Colonne di San Lorenzo, il suo rifugio da quando era andato ad abitare nella nuova casa. Non era soltanto un locale alla buona con menu fisso e prezzi bassi. Era una sorta di capolinea di un binario morto in cui, tra un piatto di penne all’arrabbiata e un involtino “messicano”, andavano in scena le rappresentazioni più diverse: il ladro che cercava di rivendere qualche pezzo di refurtiva, la prostituta che tentava di convincere qualche cliente che non si vive di solo cibo, artisti incompresi, militanti della sinistra extraparlamentare, giovani coppiette senza molti soldi in tasca, impiegati di qualche ufficio in zona.

A fargliela conoscere era stato Carlo. Quando aveva voglia di avventure, il suo amico sapeva di poter trovarci sempre qualche ragazza di passaggio da incantare, cui tessere la tela intorno, giusto per il tempo di conoscersi, piacersi, mangiare qualcosa insieme e finire la serata in gloria, com’era nei suoi piani.

Franco non era solo il proprietario. Mentre sua madre presidiava la cucina, lui girava per i tavoli, era il cameriere, il confidente, anche il vigile talvolta, rapido a smistare tra una sala e l’altra persone che era meglio non si incrociassero, per via di ruggini residue di altre sere. Giovanni sapeva di potersi affidare a lui.

– Portami per favore un primo, quello che c’è, mezzo di rosso e acqua gassata.

– C’è la pasta all’arrabbiata, bella piccante, se ti va.

– Va bene, grazie. Sei riuscito a vedere la partita?

– A tratti, puoi immaginare, era pieno così, tutti agitati, a urlare. Hai fatto bene a venire adesso. Se non vuoi il secondo ti darei una crème-caramel. Fatta in casa, lo

sai, specialità della mamma.

Ottimo, grazie.

Era passata appena mezzanotte. Giovanni si avviò verso casa, poche decine di metri. Il bar nei pressi del suo portone era ancora aperto, passando vide di sfuggita delle ombre, gente che non aveva fretta di andare a dormire. Nemmeno lui. Introdusse la chiave nella serratura del portone, sentì girare il chiavistello.

– Giovanni.

Capelli un po’ più lunghi, jeans, una camicia indiana. Viola. La borsa a tracolla. Blanca era lì, davanti a lui. Con un sorriso che stentava ad aprirsi, come se le sembrasse inopportuno farlo.

Non si era sbagliato.

– Non eri a New York?

– Ho finito il mio lavoro, ora sto a Barcellona.

– Veramente sei a Milano, adesso.

– Sì, in effetti. Adesso sono a Milano.

– Come mai?

– Vine por tí. Sono venuta per te.

– Per me? Potevi almeno avvisare, sapere se avevo voglia di incontrarti.

– Hai ragione. Ma avevo bisogno di parlarti.

– Potevi farlo quella sera. Ora non ho più bisogno di capire. Mi sembrava di averti visto stasera in Duomo, non mi ero sbagliato, eri tu .

– Ero io, sì. Anche io ti ho visto.

– Potevi fare uno sforzo e venire a salutarmi, invece sei sparita. Un’altra volta. Tipico.

– Non mi sembrava il modo né il momento giusto per farlo. Troppa gente, todo aquel clamor. Ho pensato che era meglio venire ad aspettarti qui.

– Allora mi hai seguito.

– No, mi avevi dato l’indirizzo, ricordi? Sono a Milano da una settimana, ero già venuta a cercarti. Stavo per suonare il campanello, ma ho avuto paura che fossi con qualcuno.

– Se me lo avessi detto avrei fatto in modo di accontentarti.

– Lo sè, quando ti ci metti sai fare le cose per bene.

– Che ci facevi in piazza?

– Ero con i miei amici, quelli che mi ospitano. È una storia lunga.

– Me la vuoi raccontare adesso, qui, davanti al portone?.

– Devo dirti una cosa. No soy española.

– Come?

– Non sono spagnola. Sono argentina.

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Giorgio Secchi
Giornalista economico in alcuni tra più importanti organi di informazione (Agi, Ansa, Il Sole 24 Ore, L'Espresso, Corriere della Sera). Responsabile rapporti con la stampa e Responsabile Iniziative Culturali di Eni, autore di programmi tv, ha scritto con
Marco Cecchini Il grande sboom (Etas Libri,1988) sulla finanza italiana e internazionale dopo il crac delle Borse nell'ottobre '87.
Nel 2009 ha messo in scena uno spettacolo sulla storia della Comunità ebraica di Asti, dal libro I giorni del mondo di Guido Artom. Con Gloria Arbib ha scritto Italiani insieme agli altri gli ebrei nella Resistenza in Piemonte (Zamorani Editore).
Nella raccolta L’integrazione degli ebrei: una tenace illusione?(Zamorani Editore) hapubblicato con Gloria Arbib il saggio La
Resistenza e gli ebrei. Oggi si occupa di un';azienda agricola biologica in Maremma. Nel tempo che resta si dedica alla scrittura
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