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Omega 9 - Carpet dal Mare di Angle

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Consegna prevista dicembre 2019

Esplosioni ovunque, fiamme rosse e blu coloravano la terra e il cielo, il verde dei prati era scomparso sotto uno strato nero di cenere.

In una guerra tra la razza degli Araldi, semi-dei alati che traggono poteri magici dalle loro ali, e gli umani, loro discendenti ripudiati senza onore, serpeggiano molti dubbi, molti misteri sulle vere cause dello scontro.

Gli umani soppiantano la mancanza di ali e poteri con la tecnologia, e la squadra Omega9, il loro team d’élite, dovrà portare avanti la battaglia contro la regina degli alati, incontrando però difficoltà e risposte spiacevoli.

Perché ho scritto questo libro?

Abbiamo iniziato questo progetto quando eravamo ancora tra i banchi di scuola. È passato molto tempo ormai, ma anno dopo anno le idee si sono sommate e hanno riempito i nostri block notes a tal punto da scoppiare, da dover trovare ragion d’essere in questo nostro romanzo d’esordio.
Questo è un racconto, un’avventura, che fonde in sé molte delle influenze ricevute nei nostri anni giovanili ma anche esperienze odierne, da adulti. È per questo che crediamo possa piacere un po’ a tutti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Premessa

In un mondo dominato da magici esseri alati, chiamati araldi, gli umani,

creature deboli e imperfette, sono confinati in una landa desolata e

inospitale, abitata da mostri e specie pericolose. Ma essi bramano la

rivincita e il posto che gli spetta nel mondo. Negli anni hanno sviluppato

una tecnologia avanzatissima: hanno creato armi sofisticate e incredibili

armature che gli permettono di volare per sfidare il nemico nei cieli.

L’epica battaglia volge finalmente in favore degli uomini grazie alla

discesa in campo della famigerata Omega 9, una squadra di nove guerrieri

eccezionali: Marden è il giovane comandante, non solo del team ma

anche della prima linea. Con lui i migliori combattenti del popolo di Seth:

Aisa, un’abile spadaccina, Siegfried il cecchino, la dottoressa Celine, Zell il

folle, Fenix il gigante di colore e Callimaco, scienziato ed ingegnere capo.

Oltre a loro gli ultimi arrivati: Carpet, un ragazzino che ha scoperto di

saper controllare gli elementi pur non avendo le ali, gli arti dove nasce

l’energia e la magia, e infine Sparda, ex generale della guardia di Amelia,

regina del popolo degli Araldi, che ha perso un’ala in battaglia e per

questo è stato ripudiato senza onore dalla sua gente. Perdere un dono

divino significa non averne avuto cura e niente è più tragico per un

individuo nato e cresciuto tra le torri della città di Harta.

Quest’ultimo farà parte del team senza saper bene se patteggiare per

chi l’ha accolto o se fare il doppio gioco per scoprire utili informazioni e

riscattarsi.

Qui vi proponiamo uno dei capitoli più inoltrati, dove la squadra si trova

ad affrontare l’attacco imprevisto di una megattera volante che minaccia

di spazzare via un’intera città.

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Capitolo 18

Elettricità sulla Città

«Oggi è proprio una bella giornata.» disse un anziano mettendosi il

cappello appena uscito dall’uscio di casa.

Nella regione di Jafina l’inverno era arrivato in anticipo e le ultime

settimane ne erano state la prova. Il sole non si faceva vedere spesso a

causa delle piogge e della foschia di stagione; tra una precipitazione e

l’altra i giorni erano spesso grigi e tristi con fitte nuvole in cielo. Quel

giorno invece sembrava promettere bene e finalmente avrebbe potuto

constatare la maturazione delle sue arance. Sotto i raggi che illuminavano

la campagna la brina cominciava a sciogliersi e dei lenti gocciolii iniziarono

a cadere dagli umidi alberi creando un sottofondo musicale che

manifestava tutta la bellezza della vita della natura.

Il contadino respirò l’aria fresca a pieni polmoni. Era felice: suo figlio era

tornato dai campi di battaglia sano e salvo e il periodo di congedo era

stato prorogato a data da destinarsi. Ora era al sicuro in città.

«Bene!» disse con un sorriso compiaciuto. «Andiamo a controllare la

piantagione.»

Fece un passo per incamminarsi verso i suoi terreni quando una folata

di vento improvvisa gli fece volare via il cappello.

“Una splendida giornata rovinata da quest’aria; mi fa gelare le ossa”

pensò. Si chinò per raccogliere il copricapo quando un’ombra velò

l’atmosfera e cominciò a cadere una debole pioggia.

«Ma che diavolo … a quanto pare sono partito troppo ottimista» si

rimise il cappello in testa, si drizzò e guardò nuovamente in su.

«Oh, buon Dio!»

L’ombra si mosse veloce nel cielo, non era una nuvola. Le pinne

sbatterono sferzando l’aria; qualche piccola scossa elettrica ne percorse la

superficie mentre l’acqua che si portavano dietro venne scaraventata

verso il basso. Il grigio e maestoso corpo di più di cinquanta metri

ondulava nuotando nell’aria mentre i piccoli occhi scrutavano la valle in

direzione della città. Aveva fame.

Nell’ufficio di Caus si stavano decidendo le prossime mosse. Callimaco,

Aisa e Zell erano seduti come il governatore mentre Marden, in piedi,

faceva il punto della situazione.

«Se non abbiamo attaccato direttamente il cuore del regno puntando a

sbarcare sulle coste vicino alla capitale è perché non volevamo correre il

rischio di essere circondati.» fece una pausa in modo che quello che stava

dicendo venisse percepito al meglio «L’idea prevedeva che le piccole

comunità e etnie, quelle che hanno da sempre una rivalità con il regno, si

sarebbero dovute unire a noi contro il nemico comune. La regina è

scomoda anche per alcuni araldi, sempre per motivi di stupidi credi

religiosi ovviamente.»

«Ovviamente» gli fece eco Callimaco con un sorriso beffardo.

Marden continuò: «Conquistando prima i lati settentrionali e

meridionali non solo avremmo avuto delle basi d’appoggio, constatando

la forza del nemico e le loro strategie di difesa delle città e di attacco in

campo aperto, ma avremmo potuto trattare con i locali dando loro la

possibilità di combattere al nostro fianco ed evitare così perdite di uomini

e di tempo. Nonostante paresse un’idea fattibile non abbiamo tenuto

conto della loro testardaggine. Una cultura ed un credo diverso non

cambiano la loro specie ed hanno opposto comunque resistenza. Gli

abbiamo facilmente soggiogati ed ora il sud è nostro. Per quanto riguarda

il nord il discorso cambia. Se l’avanzata pareva proseguire senza intoppi la

vicinanza ad Harta ha significato una precoce discesa in campo della

stessa regina. Ci sono giunte voci che nell’ultimo attacco hanno perso la

vita ben tre membri di Alpha 6.»

«Che cosa?» chiese allibito Zell.

«Tramp, Gipsy e Rover.»

«Rover? Io conoscevo quel bastardo.»

«Questa cosa ci fa capire la pericolosità di quell’arpia. E’ più forte di

quanto immaginassimo.»

«Questo significa che bisogna eliminarla quanto prima, non significa

desistere!» disse Caus con tono accusatorio.

«Certo che no! Ma non dobbiamo essere folli nelle nostre azioni. Se

vogliamo farcela dobbiamo programmare ogni singolo dettaglio del

piano. Ognuno di noi avrà un ruolo importante.» rispose il colonnello.

Appoggiò le mani sul tavolo e guardò uno per uno negli occhi: «Ora. Noi

punteremo nuovamente al centro del loro regno. Dobbiamo farci vedere

e notare. Dobbiamo dare vigore e nuova fiducia alle truppe ma più di

tutto dobbiamo attirare l’attenzione di Amelia. Dovrà credere che siamo

tutti lì a scontrarci con i suoi sottoposti ai confini della loro città. Ma non

si aspetterà che ci saremo già spostati e addentrati al suo interno.

Dovremmo cercare di essere veloci, anche se trasportare un ordigno ci

rallenterà un po’.»

«Un ordigno?» chiese Zell.

«Ci arriverò tra poco. Il nostro vantaggio sarà proprio l’essere in pochi.

Voleremo bassi e ci fermeremo ogni volta che sentiremo o vedremo

qualcosa di sospetto. Potremmo contare anche sulle indicazioni

dell’araldo, se tutto andrà come pianificato, e sulle nuove tute alari create

per l’occasione: più simili alle vere ali degli araldi e più silenziose delle

attuali armature che usiamo. Di notte sarà più difficile distinguerci,

almeno finché planeremo, poiché l’attivazione dei razzi non può che

creare frastuono. Ci divideremo e ci sposteremo silenziosi fino a due punti

focali dell’intera operazione. Una parte di noi si dirigerà a nord per

preparare il campo, oltre che alla via di fuga. Gli altri si dirigeranno ad

Akara, il faro dell’ovest. Lì Celine, Fenix e Sparda attireranno nuovamente

lo sguardo della regina utilizzando dell’esplosivo per far crollare l’antico

monumento. In questo modo speriamo di distrarre il nemico

dall’operazione di infiltrazione principale. Il gruppo poi si ricompatterà e,

guidati dalle indicazioni di Sparda, penetreremo nella reggia dove

piazzeremo un ordigno e faremo saltare in aria la regnante. Dubito che

sarà così semplice avvicinarci a lei e farla fuori, quindi dovremmo

aspettarci anche un duello fisico. È per questo che Carpet si sta

addestrando. Dovrà essere pronto ad un’evenienza come questa. La sua

magia potrà aiutarci. Se il piano andrà a buon fine Callimaco e Siegfried, in

un’insenatura nascosta, avranno pronta una piccola e veloce

imbarcazione con la quale fuggiremo. Come potete capire loro due non

saranno subito dei nostri. Callimaco ha studiato a lungo tutti gli

avvistamenti fatti dalle nostre Sentinelle del Mare, il gruppo di spionaggio

che pattuglia il perimetro delle zone nemiche, e ha elaborato una rotta

sicura per avvicinarci alle coste a nord-est delle catena montuosa dove c’è

il loro porto. Il difficile sarà attraccare, ma confido nelle sue capacità

logistiche e credo che le sue manovre siano calcolate e affidabili. Inoltre

io, Aisa, Zell e Carpet avremo già ripulito e reso sicuro la zona. Con la

barca arriverà anche il secondo ordigno, quello che utilizzeremo per il

botto finale. A quel punto speriamo che la confusione generata

dall’esplosione e dalla morte della regina non consenta loro di

organizzarsi velocemente per inseguirci.»

«Sembra tutto così semplice. Ma siamo sicuri che il piano sia fattibile?

Siamo sicuri che l’araldo non ci tradirà proprio sul più bello?» Domandò

Caus.

«È per questo che Sparda andrà al faro e ci raggiungerà in un secondo

momento. Non sarà informato del piano di fuga. Una volta ricompattato il

gruppo non parteciperà al combattimento e a quel punto che ci tradisca o

meno poco importa perché avremo già completato la missione. Lui potrà

allora scegliere se starsene lì aspettando il linciaggio dei suoi simili o

seguirci verso un posto sicuro.»

«Bene Signor Majestic. Sembra una buona soluzione. Vi do via libera»

«Grazie Governatore. Ora dobbiamo parlare dell’ordigno. Callimaco

spiegaci le…»

La frase fu rotta a metà.

Un boato generato da un colpo di cannone inondò la pianura e attirò la

loro attenzione. Altri seguirono il primo e dalla città si innalzò dapprima

un brusio, poi il chiasso della gente che si riversava in strada per vedere

cosa stava accadendo.

«Cosa succede?» chiese Caus alzandosi e affacciandosi alla finestra.

Tutti fecero lo stesso mentre le sirene d’allarme iniziarono a stridere e

risuonare per la capitale.

Una sagoma in lontananza sfiorò le fronde degli alberi delle colline

antistanti. Un enorme cetaceo volante si stava avvicinando puntando

dritto alla prima cinta di mura.

«Impossibile! Non ne ho mai vista una così grande!» esclamò Callimaco

basito.

«Imbracciate i fucili!» disse Caus «Quella cosa non verrà giù da sola.»

L’animale emise un fragoroso lamento in risposta alle sirene e il caos fu

alimentato e rinvigorito dal continuo gemere della gente e dagli scoppi

che partivano da ogni torretta di guardia.

Marden si voltò e si diresse verso la porta: «Callimaco, ai cannoni; Zell,

con me!»

«Si signore!»

Un tonfo seguito da un crepitio indicò a tutti che la Zattera aveva ormai

raggiunto la città. Nella sua veloce discesa si piegò su un fianco e la

grande pinna sinistra abbatté in un sol colpo la prima postazione degli

artiglieri. Pietre e ferro furono scagliati giù per le pareti della cinta

difensiva ed andarono a schiacciare alcuni soldati che stavano accorrendo

per dare man forte.

Urla, questa volta di dolore, si levarono dal perimetro della capitale

anticipando un nuovo tonfo che fece tremare la terra.

«E’ stata abbattuta?» chiese l’ingegnere mentre scendevano di corsa le

scale.

«No. Questo è un palazzo che rovina a terra!» rispose il comandante col

fiatone.

Giunsero finalmente alla hall, ormai evacuata dai civili, si fecero

consegnare le ricetrasmittenti e si divisero. Marden impostò la frequenza

d’emergenza, comunicò le sue credenziali e si mise in contatto con le

varie squadre. Un addetto del settore nord gli comunicò quel che aveva

supposto. Il Palazzo Bianco era caduto.

«Zell, accidenti! I ragazzi del Corpo 37 non sono in grado di gestire le

operazioni di soccorso con questo caos. Dirigiti in zona e sistema le cose.»

Zell strappò un fucile a pompa dalle mani di una delle guardie e corse

fuori verso le strade e verso i rumori della città che stava crollando.

Celine, non appena sentì l’allarme, capì che si trattava di qualcosa di

grave. “Una Zattera” le avevano detto. Erano anni ormai che non

accadeva. Non ci voleva proprio. Già troppi venivano rispediti a casa dalla

guerra menomati o con altri danni irreversibili. Troppi erano i feriti ad

occupare posti letto. Ed ora? Dove avrebbero messo coloro che sarebbero

stati colpiti dalla furia della creatura?

Si diresse immediatamente all’ospedale centrale. Il primario fu contento

di vederla , era stata sua allieva quando ancora insegnava medicina e ne

era stato subito colpito dalla grande intelligenza e determinazione.

«Abbiamo bisogno di prestare le prime medicazioni ma non avremo

posti letto per tutti. Dobbiamo classificare i feriti e lavorare di

conseguenza. Non c’è altra scelta.»

«I corridoi si riempiranno di persone. In questo modo pochi ce la

faranno!» constatò amareggiata.

Il medico la guardò per un istante per farle capire le difficoltà etiche che

anch’esso provava per quello che stava per ordinarle, ma non esitò: «Il

codice rosso ha la priorità; Il giallo tienilo nella sala comune; il verde non

considerarlo. Poi c’è il nero.»

«Il nero?»

«Per il nero solo morfina!»

Aisa era in volo con una piccola compagine e manteneva un contatto

visivo con l’obbiettivo, pur rimanendo ad una distanza di sicurezza.

Aspettava solo il segnale per attaccare. Per ora i bombardamenti da terra

non sortivano alcun effetto: la zattera spostava il suo asse magnetico e

deviava tutti i proiettili di metallo; i missili e le pietre catapultate contro,

invece, venivano disintegrati dalle scosse elettriche emanate a fior di

pelle mentre quelli che riuscivano a passare scalfivano appena il derma

coriaceo dell’animale.

“Che rabbia girarci attorno senza poter far nulla” pensava, “sta

distruggendo la città! Che aspetta Marden?”.

Accostò la mano all’elmo e accese la ricetrasmittente.

Uno squillo.

La zattera virò sulla sinistra e trapassò per intero un palazzo di vetro.

Secondo squillo

Si spostò sulla destra e con una possente vogata si diede una spinta per

riprendere quota.

Terzo squillo.

«Avanti! Rispondi cazzo!»

Quarto squillo.

Puntò al tetto di un edificio. Mirò ad un gruppo di soldati che la stavano

infastidendo con dei fucili e li scaraventò nel baratro.

Quinto squillo.

«Ora basta! Marden se non rispondi io intervengo!»

«Non farlo!» rispose infine una voce dall’altra parte.

«Finalmente! Che fine avevi fatto? Qui è una carneficina.»

«Aspetta! Fenix sta tornando ora da una retata. Se vogliamo abbatterla

dobbiamo colpirla in massa. E’ inutile colpirla a singoli gruppi, vi

scaraventerebbe via senza che possiate avvicinarvi.»

«E quindi dobbiamo rimanere qui a guardare mentre rade al suolo la

città?»

«Lascia che se ne occupi l’artiglieria per il momento. Fenix è vicino. Ti

chiedo solo un momento.»

«Cavolo Marden … e va bene!»

«Tienila d’occhio … ma sta attenta!»

Aisa interruppe la conversazione.

La zattera si abbassò tanto da sfiorare le strade, aprì le fauci e inghiottì

un’intera folla di civili in fuga.

«Maledizione!»

Erano in volo da quasi due ore quando Fenix e la sua squadriglia

vennero informati dell’attacco a Jafina.

L’ordine era chiaro: tutte le pattuglie aeree nella regione erano

chiamate a dar manforte all’artiglieria, che a quanto pareva non riusciva a

ottenere risultati.

Il gigante e la squadra che lo accompagnava aumentarono la velocità.

Appena videro l’obbiettivo capirono immediatamente la drammaticità

della situazione. Un mostro di tali dimensioni non lo si vedeva da anni,

forse decenni, e mai in un territorio così lontano dal mare.

«Che succede? Perché si è spinta fin qui?» chiese alla radio.

«Non lo sappiamo. Adesso che siamo in guerra siamo un po’ scoperti nel

nostro territorio. Siamo a corto di vedette. Forse è per questo che nessuno

ha dato l’allarme in tempo!» rispose Marden dall’altro lato.

«Guardate, si sta dirigendo verso di voi. Aisa è alle sue spalle. Siete

pronti?»

«Anche se non lo fossimo non credo ci siano alternative.»

«Colpitelo da ogni direzione: sopra, sotto, di lato; ma abbattetelo al più

presto! Buona fortuna Fenix!»

“Ce ne servirà molta” pensò.

Iniziarono ad aprire il fuoco quando furono abbastanza vicini ma il

risultato non fu dei migliori: i proiettili viravano la loro traiettoria o

graffiavano appena l’animale, senza contare che l’attacco multi

direzionale li esponeva agli stessi colpi alleati e già qualcuno era caduto a

causa di un incrociarsi di rotta con i colpi di mortaio partiti da terra.

«Non lo abbiamo scalfito» constatò uno degli uomini

«Non preoccupatevi» disse il loro comandante «Venite! attacchiamo

dall’alto!» ordinò.

«Aisa!» chiamò alla radio «Ora spareremo diritto sulla sua schiena. Tu e

la tua squadra avvicinatevi dal basso e fatelo a fette con le vostre lame.

Sarà rischioso ma dubito ci sia un altro modo.»

«Saremo esposti ad una pioggia di metallo! Non so se tutti siano

abbastanza in gamba da rimanere incollati al suo ventre e farsi scudo con

esso; e per di più attaccando.»

«Allora portati dietro solo i migliori e dì agli altri di continuare a

sparare.»

«Ok! Andiamo!» rispose la donna prima di chiudere.

«Marden!» chiamò ancora Fenix mentre si portava sopra la creatura «Fa

sospendere l’antiaerea, ora proveremo un attacco!»

«Ok!» fu l’assenso del comandante.

«Al mio tre scaricate tutti i caricatori!» il capitano di colore si rivolse alla

decina di soldati che lo seguivano in volo.

«Uno!»

Vide Aisa e altri quattro soldati mettere al massimo i razzi e accelerare

seguendo la scia della bestia.

«Due!»

Gli spadaccini schivarono il battito di pinne e si portarono in posizione.

«Tre!»

Troppo presto; troppo vicino: un soldato rimase folgorato da una scossa

generata dagli organi inferiori.

«Fuoco!» il massiccio attacco partì e fece sentire il suo peso

sull’animale. Questa volta per una decina di secondi i colpi andarono a

segno e fecero zampillare del sangue dalla schiena del cetaceo.

Aisa e i tre spadaccini rimasti attesero ancora qualche secondo, il tempo

di notare che le sfere sotto pelle cambiarono direzione. Parte dei proiettili

deviarono improvvisamente ai lati, altri sembrarono fermarsi in volo per

un momento per poi venire rispediti a tutta velocità verso l’alto e colpire

un paio di soldati al servizio di Fenix. Gli spadaccini ne approfittarono, si

abbassarono un momento per poi caricare verso il cielo. Le spade si

conficcarono nel ventre anche aiutate dal polo favorevole. La bestia

mugolò accusando i colpi. Aisa riuscì ad andare abbastanza in profondità,

tanto da sentire la lama sbattere contro l’organo magnetico.

«Bene!» disse.

Rigirò la lama e disegnò un semicerchio. La sfera sembrò muoversi.

«Ancora un po’» La spadaccina diede un altro colpo e finalmente l’organo

nero scivolò fuori dalla pelle e cadde nel vuoto.

La Zattera urlò. «Questo l’hai sentito vero? Bastarda!»

La creatura reagì. Capendo di avere dei moscerini addosso iniziò a

volteggiare su sé stessa piroettando verso il basso.

Aisa capì immediatamente il pericolo e si lanciò verso l’esterno per

allontanarsi dal possente corpo. Appena in tempo: una delle pinne la

sfiorò e le fece sbalzare la spada di mano.

«Via di lì!» urlò alla squadra

Due di loro si lasciarono andare. Uno sfortunatamente finì contro la

pinna e venne scagliato nel cielo per finire chissà dove. Un altro non fece

a tempo ad uscire dal vortice, si tenne all’elsa della sua arma con tutte le

sue forze ma la velocità raggiunta era troppa. Iniziò a vomitare prima di

perdere conoscenza, cadere anch’esso nel vuoto e schiantarsi al suolo.

«Maledizione!»

Il compagno superstite le si affiancò.

«Che facciamo capitano?»

Aisa rimase immobile, pietrificata per un istante.

«Non lo so. A questo punto possiamo solo aspettare che si stanchi e se

ne vada; o solamente un miracolo può salvarci.» disse sconsolata,

intontita dal combattimento, mentre osservava la zattera non ancora

sazia di sangue ondeggiare nell’aria di fronte a lei.

Zell si era fatto strada fino al palazzo crollato, uno dei più antichi della

città e per un breve periodo anche casa del vecchio Desmond, ora

semplice sede di uffici amministrativi.

“Un simbolo che crolla non è mai di buon auspicio” pensò.

Molte persone gridavano aiuto ma l’entrata principale era stata

sbarrata dalle macerie ed erano rimaste bloccate al suo interno.

Le squadre di soccorso cercavano di togliere i detriti ma ci voleva

tempo, che probabilmente non avevano, e molte pietre erano troppo

grandi per essere spostate a mano. Avevano bisogno di una gru o di

un’alternativa.

Nell’aria grigia e inondata di polvere non si vedeva molto ma si

potevano sentire i colpi dei cannoni e il brusio di sottofondo si stava

nuovamente intensificando, segno che la zattera stava tornando in quella

direzione.

«Che fate? Non c’è tempo per liberare le porte a mano!»

«Capitano. Non c’è altro modo. Il rischio di nuovi crolli è alto e ci sono

almeno una decina di persone ancora intrappolate.»

«Se aspettiamo ancora non solo saranno a repentaglio le loro vite ma

anche le vostre. Dovete raggiungere i bunker al più presto. Guardate!»

indicò una zona alla loro destra. «Quel muro non è portante e sta

reggendo poco peso. Fatelo saltare. Ci sono buone probabilità che il tetto

scivoli sulla sinistra e si apra un varco.»

«Capitano. E’ un azzardo…»

«Un azzardo che bisogna correre. Prendete l’esplosivo. Presto!» ordinò.

La squadra andò a recuperare la dinamite, fecero allontanare tutti da lì

e si prepararono alla denotazione.

«Andrà bene!» incitò.

Un membro del team di soccorso abbassò la leva e fece partire il botto.

L’esplosione fu assordante ma si confuse tra gli interminabili colpi della

battaglia.

Il muro saltò in aria ed il tetto volò di lato come previsto.

«Qualcuno è rimasto ferito?» chiesero.

Dopo un attimo di attesa i civili ad uno ad uno iniziarono ad uscire tra la

polvere tossendo; insanguinati ma vivi.

«Bene! Portateli subito via da qui. Via! Muovetevi!» ordinò a gran voce

prima di introdursi in ciò che restava dell’edificio.

«Ma che fa?» chiesero stupiti gli uomini dietro di lui. Ma le voci

divennero presto lontane, non c’era tempo per rispondere.

Superò con un agile salto un banco di massiccio legno di rovere che

serviva agli addetti all’accoglienza, ancora intatto grazie alla sua

grandezza e durezza; poi si abbassò e passò oltre una trave caduta. Del

fumo si stava propagando per i corridoi ma non ci badò. Cercò le scale e

iniziò a salire. Qualche gradino si era sgretolato ma con salti veloci e

precisi riuscì ad avanzare. Ancora corridoi, ancora scalinate a pezzi. A Zell

interessava salire. Doveva arrivare in alto.

Finalmente vide la luce che filtrava dalla porta che portava sul tetto.

Riuscì a superarla e ad uscire allo scoperto. Il panorama era diverso dal

solito. Rocce e palazzi in frantumi. Vetri e fiamme tra le vie e sul cemento.

Anche parte del verde parco della città bruciava.

Il pavimento si mosse.

“Non starà su ancora per molto” pensò.

Guardò in alto e cercò di individuare il mostro tra gli edifici.

“Eccoti!”

La zattera iniziò a rigirarsi su sé stessa abbassandosi velocemente. Dei

soldati furono sbalzati via nello scontro.

“Che sta succedendo? Maledetta”

La bestia rasentò il suolo lambendo la strada principale della metropoli

e abbattendo le cime di alcuni piloni e alberi che la costeggiavano. Mirava

proprio verso di lui.

“Bene! Era ciò che volevo!”

Apparentemente la creatura era ancora distante ma la verità era che,

nonostante la mole, si muoveva rapidissima e presto sarebbe stata lì.

Le pinne sfiorarono le vetrate di un palazzo che si infransero e

scoppiettarono colpite dalle rapide e potenti scariche elettriche.

“Dai vieni!”

Ormai era vicina; si alzò di poco solo per superare le macerie che si

trovavano di fronte a lei. Forse lo vide, il moscerino sul tetto, o forse no,

ma non rallentò e non cambiò direzione.

Zell aspettò che fosse ad una decina di metri e che aprisse le fauci, poi

prese la rincorsa e vi si lanciò contro. Il salto fu folle e rischioso ma forse

poteva essere l’unica maniera per farla fuori.

Evitò per un soffio la corona di denti e cadde sull’umida lingua ancora

sporca di sangue e detriti. Scivolò e striscio su alcune rocce che gli

tagliarono la pelle della gamba destra e della schiena prima di riuscire a

fermarsi; niente di grave.

Si rialzò immediatamente e cercò di ritrovare l’equilibrio, poi puntò il

fucile verso l’alto.

«Muori bastarda! Muoriiiiiiiii!» urlò scaricando una raffica di colpi

contro il tessuto morbido del palato.

La caverna vibrò. Un suono profondo fuoriuscì dalla gola e scagliò il

guerriero violentemente contro le gengive.

Zell iniziò a tossire sangue ma non si arrese. Guardò il foro che aveva

creato e da cui fuoriusciva del liquido nero.

“Ancora non ti basta?”

Puntò il fucile nuovamente nello stesso punto.

“Fammi vedere il dolore!”

Sparò l’ultimo colpo in canna.

Marden osservava la scena dal basso. Voleva combattere, voleva essere

lì con i suoi compagni, ma non poteva, doveva gestire tutte le operazioni.

Ormai i civili erano stati tutti evacuati e messi al sicuro nei sotterranei.

Ora si combatteva solo per la città, per salvare quel che era il simbolo

della potenza dell’umanità. Perdere non era contemplato; avrebbe

significato una sconfitta non solo fisica ma anche morale. Uno stop

definitivo alle ambizioni di grandezza del popolo senz’ali.

Non solo: uscirne martoriati proprio nel cuore dello Stato significava

anche una falla nei sistemi di guardia e di sicurezza e ciò avrebbe fatto

vacillare la sua posizione.

Non potevano lasciare semplicemente che si stancasse e se ne andasse,

dovevano farla scoppiare come avevano fatto anni prima con una zattera

che non era nemmeno la metà di quella che stavano affrontando ora e

che non era in grado di respingere tutti gli attacchi.

Ma come?

Gli assalti multipli non avevano effetto; i missili venivano deviati e le

spade tutte scalfite.

Poi sentì uno stridio.

Era stata colpita? Qualcuno era riuscito a farsi breccia nella sua carne?

La vide in controluce. Si portò una mano davanti alla faccia per filtrare la

luce del sole con le dita e vedere che accadeva. La vide soffrire, la vide

sputare fuori qualcosa.

Un’ombra iniziò a precipitare verso il suolo e verso la morte.

«Zeeeelll!» Fenix urlò vedendo l’amico svenuto scaraventato nel

baratro.

Accese tutti i razzi e si lanciò verso il basso alla massima velocità.

«Arrivo, cazzo arrivo!»

Ormai era ad una quarantina di metri da terra, due o tre secondi, forse

meno.

«Arrivo!»

Fenix allungo la mano. Le dita si strinsero attorno al braccio di Zell.

«Preso!»

Il contraccolpo probabilmente slogò la spalla del guerriero ma lo salvò

da morte certa. Fenix si sbrigò ad atterrare in un posto sicuro. Si assicurò

che l’uomo fosse ancora vivo, poi guardò nuovamente verso l’alto.

La zattera era lì: ancora a volteggiare, ancora ad uccidere. Solo molto

più arrabbiata di prima.

«Capitano. Che possiamo fare? Capitano? Ci dia degli ordini capitano!»

La squadriglia era atterrata ed un tenente continuava ad incalzare Aisa

per avere risposte ma la donna era immobile, inerte, impietrita sopra le

rocce a guardare il cielo come tutti.

Ricordò che quando era piccola sul giornale lesse di un attacco simile

avvenuto contro la cittadina costiera di Losanca. Alla fine riuscirono ad

abbattere la creatura ma ad un prezzo esorbitante tanto che quel che

rimase in piedi fu definitivamente abbandonato. Ora quelle mura

fungevano da rifugio per animali e bestie selvatiche.

Tutto questo era accaduto quasi due decenni prima e chi visse quei

terribili momenti si spostò nell’entroterra per allontanarsi dallo

spaventoso oceano di morte e paura. Ma la loro scelta fu saggia? Erano

scappati lontano per ritrovarsi nella stessa situazione nella città più

protetta del Paese.

Aisa era immobile e spaventata. Nei campi di battaglia aveva vissuto di

peggio: aveva visto più sangue e più violenza. Eppure in quel caso

qualcosa la bloccava. Quella era la sua città. Lei era nata e cresciuta lì. Era

l’unico ricordo della sua famiglia; di sua madre e dell’ubriacone di suo

padre. Sebbene fosse doloroso pensarci sapeva che cancellare il suo

passato significava anche non accettare sé stessa. La casa dei suoi genitori

era un simbolo delle difficoltà che aveva passato per diventare ciò che era

ora. Non poteva, non doveva crollare sotto i colpi della zattera.

Gli uomini la guardarono eclissarsi nei suoi pensieri e temettero il

peggio.

«Capitano. La zattera sta venendo verso di noi. Dobbiamo andarcene

ora. La prego di darci degli ordini.»

Ma Aisa aspettò.

Il mostro mirò verso le figure che le stavano davanti, questa volta le

fauci si aprivano e si serravano a gran velocità col desiderio di uccidere,

non tanto per mangiare ma per vendicarsi del dolore che quelle creature

le stavano procurando.

La situazione era disperata; i soldati cominciarono a cedere e a tremare

di paura. Poi qualcuno disertò. Accese i razzi e si allontanò dalla

squadriglia. Nessuno disse niente, nessuno tentò di fermarlo. Dopo di lui

ad uno ad uno sciolsero la formazione. Alcuni gettarono la propria arma a

terra prima di fuggire a tutta velocità.

«Capitano … mi dispiace.» disse il tenente prima di seguire i compagni.

Aisa non parlò ancora, si girò solo per vedere il piazzale vuoto e le armi

a terra. Ne raccolse una e guardò la morte in faccia.

«Se così deve andare almeno ti staccherò qualche dente.» disse fra sé.

Si preparò al colpo della disperazione. Era giunta la fine della battaglia,

almeno per lei.

Un lampo rosso; una palla arancione; un flash accecante.

L’aria fu sferzata da un botto assordante che lasciò Aisa confusa e

disorientata.

“Che … che sta succedendo?” si chiese mentre il tempo sembrò fermarsi

e i suoi occhi vedevano solo bianco.

Poi tutto riprese a scorrere.

Qualcosa era intervenuto e aveva colpito la zattera facendola deviare

forzatamente sulla sua destra.

Dalla luce sbucarono delle sagome, due, due ombre.

«Carpet? Sparda?»

A poca distanza i due guerrieri si erano frapposti fra la bestia e la

ragazza.

«Non ti preoccupare!» disse il più giovane «Ora siamo qui noi!»

I bombardamenti ripresero con vigore. Se l’aviazione non poteva fare

nulla allora l’artiglieria avrebbe scaricato tutte le munizioni contro la

bestia. Almeno qualche colpo sarebbe andato a segno.

«Ma che diavolo di creature vivono in questo inferno?» chiese Sparda al

giovane allievo.

«E’ una zattera volante. Un mostro marino che si è stancato di cacciare

in mare per librarsi in aria e attaccare sulla terraferma.»

«Un pesce che vola? Ormai sembra che tutti qui abbiano imparato a

farlo!»

«Se devo essere sincero nemmeno io ho mai visto una zattera prima

d’ora»

«Beh! Ragazzo mio allora siamo arrivati appena in tempo per non

perderci lo spettacolo.»

«Andiamo a cuocerlo a puntino!» incitò il mago sfilandosi il mantello e

gettandolo a terra.

I due si misero a correre per le strade inseguendo la creatura, veloci e

sospinti dalla forza di un vento che loro stessi avevano evocato.

Carpet aprì il palmo della mano sinistra che scintillò un istante prima di

accendere una fiamma arancione. Ne fece una sfera e la lanciò verso il

nemico. La palla però si infranse sul bordo di un palazzo distruggendone

le vetrate.

«Accidenti, non abbiamo campo libero da qui.»

Sparda evocò anch’esso un sfera dorata e la spedì verso il cielo. Il fuoco

magico virò in volo facendo una parabola, schivò gli edifici e andò a

segno.

«Si fa così» ammonì.

La bestia si sentì vulnerabile.

Sottopelle si spostarono delle ossa e gli organi adibiti alla levitazione. La

creatura perse quota ma i colpi di cannone furono deviati verso l’alto

senza andare a segno.

«Che significa?» chiese l’araldo.

«La zattera sfrutta il magnetismo del pianeta sia per schivare i colpi che

per volare. Se noti si abbassa ogni volta che è costretta a invertire il verso

dei suoi organi interni. Bisogna colpirla da più direzioni simultaneamente

per riuscire a superare le sue difese.»

«Non ho capito nulla di quello che hai appena detto ragazzino ma se

riusciamo a farla abbassare abbastanza da avvicinarla a noi potremmo

abbatterla. Credi si possa fare?»

«Credo di sì. Dov’è Siegfried?»

«Si è appostato qua vicino.»

Carpet si fermò e si concentrò un istante.

«Di qua!»

Voltarono a destra verso la via principale, un quartiere ormai disastrato

dove si reggeva in piedi solo un piccolo palazzo.

«Siegfried!» urlò al compagno appostato sul tetto. «Abbiamo un piano.

Contatta la base e dì loro di colpire la bestia solo dall’alto. Dovete cercare

di farla scendere proprio sopra di noi!»

Siegfried brontolò fra sé convinto che fosse una pazzia «Accidenti

ragazzo!» Prese la radio e contattò Marden.

“Che diavolo hanno in mente quei due” pensò il cecchino.

La canna del suo fucile seguiva pari passo ogni movimento del cetaceo

aspettando il momento giusto per colpire.

Aveva appena contattato il colonnello. Sembrava felice di sentirli ma al

contempo troppo impegnato per poterne dimostrare la gioia. Aveva tirato

un sospiro di sollievo quando aveva sentito la sua voce, ora aveva tre

pedine in più da muovere per dare scacco alla bestia.

Era già pronto a dare a Siegfried degli ordini ma questo lo interruppe

per riferirgli il piano di Carpet. Non lo prese troppo sul serio, in fondo

anche Zell aveva rischiato la vita un attimo prima facendo lo stesso. Il

cecchino isistette assicurandogli che il mago non era più il ragazzino di un

tempo e lo fece desistere e accettare la strategia, dopotutto non erano

rimaste molte alternative.

“Vediamo dove andrai a schiantarti quando non ci vedrai più” sparò un

colpo. Il pallino piombò sul viso della creatura ancora lontana, il volto era

la parte più vulnerabile ai colpi poiché presentava meno organi magnetici

ma gli occhi erano quattro minuscole sfere scure che si mimetizzavano in

quell’ammasso di muscoli e grasso. Ci voleva estrema precisione per

poter centrare il bersaglio e Siegfried era il migliore.

Il proiettile evitò tutti gli scudi energetici e sfruttò i punti ciechi fra essi

per poter centrare il bersaglio.

Un bulbo scoppiò all’improvviso facendo nuovamente urlare la bestia.

“Ti stancherai e ti pentirai di essere uscita dal mare” pensò mentre la

creatura cambiava direzione e muoveva due organi a difesa esclusiva del

volto.

“Vediamo se riesco a prendertene un altro prima dell’assalto.”

Sparò nuovamente. Questa volta la zattera fu attenta, volò a bassa

quota e niente la poteva più accecare.

«All’attacco!» un urlo generale fu il segno che l’assalto finale era

iniziato.

Dal cielo tutta l’aviazione aveva iniziato a riversare una tempesta di

metallo contro la schiena del mostro. Un disperato e futile attacco

secondo molti, ma non secondo Sparda.

L’araldo si era posizionato in mezzo alla piazza assieme al giovane

allievo pronto a colpire.

La zattera si abbassò sempre più fino a sfiorare il terreno, fino a

sembrare un grosso verme che strisciava e scivolava verso l’alato e il suo

compagno.

«Bene così. Avvicinati! Avvicinati!» nessuna paura, nessun timore.

Poi la zattera fece una cosa che lo colse impreparato. Stanca della

pressione sbuffò dallo sfiatatoio un getto d’aria calda che scaraventò

lontano tutta la squadriglia che gli ronzava sulla testa e in un attimo

cominciò a riprendere quota.

«Noooo!» gridò. «Cazzo non va bene così.» Spalancò entrambe le mani

«Carpet tiriamola giù noi!»

«Come?»

«Quanta forza pensi di scatenare? Quanta aria pensi di riuscire a

bruciare?»

Il mago lo guardò, poi annui e aprì anch’esso le mani.

«Erodiamole il ventre finché non inizieranno a colare le sue membra!»

disse con sorriso maligno.

«Un’eruzione vulcanica!» urlò mentre la creatura passava sopra di loro

e alzavano le mani al cielo.

Una miriade di bolle di fuoco sgorgarono verso l’alto. Dieci, cento, mille.

Le singole sfere non si contavano più mentre tutto appariva come una

marea di fuoco che si scontrava contro gli scogli delle pinne e della pelle

dell’animale. Le grida della bestia furono le più spaventose che l’araldo

avesse mai sentito. Stordirono tutti ma lui e l’allievo non smisero di

colpire.

«Ancora! Ancora!»

La zattera prese fuoco, ma non poteva morire così, non può un essere

del cielo e del mare bruciare. Si impennò verso l’alto, salì come mai prima

di allora e torreggiò per qualche istante circondata da faville. Fu un nuovo

sole di mezzogiorno. Poi si rivolse verso il basso e si lanciò in una picchiata

perpendicolare proprio sopra le teste dei due sfidanti.

«Non ce la farai! Carpet, le catene!» ordinò al compagno.

Il ragazzo fece scivolare fuori dalla manica sinistra la catena incantata

che l’aveva accompagnato nell’ultimo mese di addestramento. Si mosse

come un serpente, come se fosse viva e puntò il nemico.

«No! Passamene un’estremità!» Carpet obbedì. Sparda l’afferrò e la

tenne ben stretta.

La zattera era ormai a poche decine di metri mentre iniziava la parabola

per non schiantarsi al suolo. Voleva solo azzannarli alla maggior velocità

possibile.

«Che sia incandescente. Che sia tagliente!» disse all’allievo che annuì.

Strinsero entrambi con forza il metallo e vi impressero la loro energia:

gli anelli diventarono arancioni mentre delle scosse vibrarono sulla sua

superficie.

«Non ancora, non ancora!» lo guidò mentre il cetaceo era a pochi metri

da loro.

«Ora!» I due guerrieri si spostarono rapidi verso direzione opposte.

La zattera vi passò attraverso mentre la catena iniziò a tagliarla pezzo

per pezzo in due macabre metà. Saltarono denti, saltarono ossa. Le

membra fiottarono in ogni dove mentre il sangue feriva e macchiava di un

torbido rosso la città. Un’onda di fluido investì le case ed i pochi palazzi

rimasti in piedi nella zona.

Tutto divenne oleoso e l’odore di bruciato venne accompagnato da

quello maleodorante delle interiora della bestia.

Dall’alto la squadriglia vedeva brandelli di zattera ovunque. Tutti

ammutolirono e osservavano l’apocalittico spettacolo.

Poi qualcosa si mosse. Due figure si rialzarono e si scrollarono di dosso

membra e carne.

«Non proprio un bel lavoro, ma efficace!» disse l’araldo al giovane mago

perplesso. Poi sorrise guardandolo incapace di reagire, sfinito, prima di

crollare e lasciare che il terreno lo cullasse per qualche istante e per un

meritato riposo.

27 aprile 2019

Aggiornamento

Ciao amici lettori!
Scriviamo per ringraziare tutti coloro che erano presenti alla prima serata di presentazione di Omega 9 nel locale A Tutta Birra di Selvazzano Dentro (PD). Abbiamo scelto una birreria perché è la cosa che più assomiglia alle vecchie locande in cui uomini, hobbit e nani si ritrovavano a bere nelle più famose saghe fantasy ma anche, e soprattutto, perché dopo aver girato biblioteche e librerie in lungo e in largo, abbiamo capito che il metodo migliore per avere nuovi lettori è farli prima ubriacare!
La presentazione è stata un successo e in pochi giorni ci siamo avvicinati di molto al goal finale. Se volete saperne di più su Araldi, Felidi e Uomini che popolano il mondo fantastico che abbiamo creato state allerta, presto annunceremo una nuova data in un nuovo locale!
Grazie ancora a tutti e non smettete di credere in noi!

 
10 aprile 2019

Aggiornamento

Cari amici, Omega9 è stato presentato anche su Radio People Italy, all'interno del programma "Vuoi Conoscere Un Casino?".
Se non avete avuto modo di seguire la diretta vi rimandiamo al minuto 1:35:49 del podcast del 10 aprile 2019, che trovate a questo link.  
25 marzo 2019

Aggiornamento

Ciao a tutti, cari sostenitori e lettori di fantasy.
Abbiamo avuto l'onore di essere citati in una testata giornalistica molto famosa che tratta di eSport e del genere fantastico in generale. Comparire per la prima volta in un articolo che parla di noi e dei nostri progetti ci rende molto orgogliosi. Speriamo vivamente di raggiungere il goal definitivo e di agguantare così quel che per ora è solo un grande sogno.
Potete leggere il pezzo a questo link.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di averlo tra le mani e leggere questo romanzo di 2 miei amici che ci hanno versato sudore e speranze.

  2. (proprietario verificato)

    Dopo aver letto il capitolo bonus non vedo l’ora di leggermi il romanzo completo.
    La voglia poi è maggiore, se questo romanzo è stato scritto da due amici.

  3. (proprietario verificato)

    “Ho partecipato ad una presentazione dove è stato letto un capitolo bonus, molto coinvolgente…non vedo l’ora di leggere il romanzo”

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Tom Garland - Josh Sparda
Tom Garland, pseudonimo di Tommaso Franchin, nasce a Padova nel 1989 e cresce all’ombra dei Colli Euganei. Attratto dalla narrativa, passa l’adolescenza a leggere saghe fantasy per poi passare a thriller e gialli. Dopo la laurea in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo si cimenta nella scrittura, sia come giornalista freelance per una testata specializzata online, che nel suo blog personale per raccontare i suoi viaggi attorno al mondo.

Joshua Primucci, in arte Josh Sparda, classe '89, cresce sui colli patavini ispirato dalle bellezze e dal panorama che vede ogni giorno dalla finestra di casa. In lui convivono due grandi passioni che contemplano immaginazione e fantasia: l'amore per la lettura e quello per la cucina. Quest'ultima strada, percorsa negli ultimi anni, l'ha portato a diventare un grande pasticciere. Ora, però, è tempo di scrivere.
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