Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Passeggiata nella notte

Passeggiata nella notte
100%
200 copie
completato
30%
35 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista Novembre 2021
Bozze disponibili

A trent’anni e con un divorzio in corso, Sofia pensa di volere una cosa sola: riconquistare una porzione della felicità che si sentiva in grado di vivere e che si è lasciata sfuggire di mano. A modo suo ci prova. Ma quel desiderio di ricominciare, che i suoi figli non riescono a comprendere e che l’ex marito non pare intenzionato a permettere, sfuma sempre di più sotto i colpi di circostanze e coincidenze avverse. Fare i conti con le proprie ferite e debolezze sembra riportarla indietro nel tempo, fino a una situazione in apparenza senza vie d’uscita. Si tratterà invece di una “discesa agli inferi”, per trovare infine il passaggio che permette di salvarsi. Anche se la salvezza non sarà quella che Sofia si immaginava.

Perché ho scritto questo libro?

Mi sono ritrovata a riflettere su come le parole, impiegate in determinati modi all’interno della famiglia e degli ambienti sociali che più ci condizionano, giungano talvolta a costruirci intorno vere e proprie gabbie, visioni deformate della realtà, lasciandoci poco spazio per scoprire chi siamo e cosa vogliamo davvero. Ho scritto questo libro per esplorare quali siano le possibilità di evasione da situazioni che ci convincono di non avere vie d’uscita, ma solo dilemmi impossibili da risolvere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo Uno

I.1

Ero pazza, sì, ma non per i motivi che diceva Vittorio, invece mi succedeva una nuova adolescenza che mi ingravidava il cuore di un desiderio astratto, e così finalmente entrai nell’appartamento del mio amante segreto, di Ivan, che era piccolo, odoroso di essenze, arredato con mobili in legno grezzo e pieno di fotografie appese alle pareti, di libri e riviste ammucchiati ovunque, di souvenir di viaggio dall’Africa e dall’Asia, lui era davvero un uomo con lo sguardo sempre rivolto altrove e mi ricordava le caravelle che vedevo talvolta in sogno quando la mia vita era particolarmente insoddisfacente, tre caravelle che partivano verso l’orizzonte lentissime quasi immobili, e io le guardavo dalla cornice di una finestra che incorniciava il mare immobile e verticale, e avevo la sensazione che, come esisteva ancora un orizzonte, così esisteva ancora un futuro radioso di nostalgia, questo nel sogno, ma al risveglio mi rimaneva appiccicata addosso quella sensazione e benché si trattasse solo di un sogno mi dava il gusto, come se mi fossi nutrita di un cibo speciale, che poteva essere quello della felicità.

Continua a leggere

Continua a leggere

In corridoio, appena oltrepassata la porta d’entrata, mi fermai a guardarmi attorno. Entra non avere paura. Non ho paura, è solo strano, strano, fammi realizzare che sono qui davvero, aspetta un attimo, un attimo solo, dammi un bacio. La sua lingua che sapeva di tabacco. Ero rimasta a fissare le foto in bianco e nero appese alle pareti, una in particolare, con il ponte di Rialto fotografato dal basso, dall’interno di un negozio. Una sagoma femminile nella penombra, che guardava placida il fotografo. Chi è? Una. Lui si avvicinò, mi abbracciò da dietro, piegandosi come su una bambina, la fronte poggiata alla mia nuca. I viaggi che potremo fare, sussurrò, li immagini? Fece scivolare le mani lungo i miei fianchi.

Le radici degli alberi erano sul punto di far esplodere la crosta d’asfalto, avevano divelto bolognini e gonfiato bolle grigiastre, piene di spaccature, che dissestavano i marciapiedi. Le avevo viste arrivando all’appartamento, camminando veloce lungo il viale che dalla stazione portava alla piazza e dalla piazza nelle vie del centro, dove solo pochissimi alberi resistevano cementati in aiuole talmente piccole da essere simili a fessure che a stento permettevano alle radici di respirare. Ma anche da casa mia alla stazione era tutto un dispiegarsi di segnali d’insubordinazione vegetale, io non li avevo mai notati prima, non di certo la scorsa primavera, ero troppo impegnata in altre vicende, insomma stavo trovando il coraggio di chiedere il divorzio e non vedevo altro che uccelli che si precipitavano ubriachi tra i cavi elettrici e le pareti di vetro dei palazzi. Ma adesso che ci camminavo sopra li avevo notati, e non riuscivo più a togliermeli dalla testa: questa sensazione improvvisa di un punto di vista dal basso o dall’alto, dalle radici o dalla chioma, ma non dalla mia solita statura, come se mi si sciogliessero le ginocchia e la pavimentazione urbana mi arrivasse ai denti e agli occhi, una vertigine poco prima di un impatto, oppure come se tutto si trovasse ai miei piedi, mentre agognavo il cielo in mezzo a pareti scure altissime. La città niente più che uno strato di bitume sopra la materia biologica viva e piena di un’ira lenta ma determinata; uno strato tutto sommato sottile, sopra lo spessore di vita altra, aliena, uno spessore di profondità imprevedibili, mie complici come tutti i miei malesseri. Avrei voluto raccontare questo a Ivan, ma l’istinto mi diceva che non sarebbe stato opportuno. Tutta la mia vita si suddivideva tra ciò che sarebbe stato opportuno e ciò che non lo era. Rinunciavo spesso a dire le cose perché mi sovrastava l’inutilità di quel dire. Chi vuole seguirti nei tuoi viaggi, se non sa neppure dove vai? Io mi ero innamorata di Ivan, credo, un paio di mesi prima, perché era inverno. Avevo bisogno di una nicchia di braccia e del calore, immaginavo il gelo e avevo necessità di una famiglia nuova. Sul finire dell’inverno, invece, la materia “terra” e la vitalità vegetale avevano colpito all’improvviso la mia immaginazione, ma non sapevo come mettere questa immaginazione in relazione con Ivan, se non per il fatto di desiderare con lui un sesso rivitalizzante. Lui mi chiedeva a modo suo una nuova disposizione al “gaudium”, al godere, che ero ben lieta di ricercare, pur non sapendo esattamente come liberarmi dalle ferite del passato. Lui parlava sostanzialmente di sesso, vino rosso, viaggi, fotografia, libertà. La mia relazione con Ivan doveva guarirmi dalla mia relazione con Vittorio, che avrebbe dovuto guarirmi dalla mia relazione con Lucien, che mi aveva guarita da non so cosa, o forse no, mi aveva solo illusa, ma aveva ucciso mio padre.

Lasciai che Ivan continuasse ad accarezzarmi. Recuperare la gioia era il motivo per cui ero lì, gioia da gaudium, sostantivo derivato dal verbo “godere”, avrei spiegato ai miei studenti, e la lingua stessa, ragazzi, ci avverte che non si tratta di una cosetta da niente, ma di un’attività nobile, come la creazione di energia, che è la base della vita, capite? Niente energia, niente vita. Mi baciò il collo, le sue labbra scottavano per la febbre del fiato che risaliva dall’interno del corpo. Con la punta della lingua toccò il lobo del mio orecchio. Subito arrivò tutta la bocca a sopraffarmi e fu come se mi divorasse l’udito e il cervello, io mi lasciavo andare. Chiusi gli occhi, rilassai il collo. Il corpo risaliva in superficie attraverso sospiri e  mugolii, per risanarsi a quel calore miracoloso, a quella febbre di respiro che bruciava. Desiderare e ottenere piacere per sé è puro peccato, avrei spiegato ai miei studenti, perché è puro egoismo. Ogni individuo non deve perseguire il proprio benessere, ma quello della specie alla quale appartiene. Come lo avrei spiegato ai miei figli? Eppure in quegli attimi, quella notte, mi pareva quasi di riuscire a dimenticare tutto.

Infine ero nell’appartamento di Ivan, entrata nella sua vita in modo materiale, e dopo due mesi di nascosto come adolescenti nei luoghi meno opportuni, avevamo di che godere con tranquillità, o quasi.  Respirai d’improvviso come uno schiocco nel petto. Avevo a disposizione l’aria solo adesso, dopo tanto tempo. Oh, sì, essere passivi, fiduciosi, abbandonati al ritmo del respiro (scendeva lungo la mia gola, onorava il mio petto con baci infiniti). Potersi fidare. Il verde che spuntava sui tronconi neri degli alberi prigionieri tra le strade e l’erba che appariva come un miracolo al centro di alcune piazze, elemento completamente alieno, presenza consolante e inquietante allo stesso tempo, tutto questo verde, questa erba, me li sentivo scorrere dentro e avrei voluto comunicarlo a Ivan che percorreva il mio corpo risanandolo, renderlo partecipe di questa mia nuova integrazione estatica con l’universo, ma temevo che non mi avrebbe capito, non lo conoscevo abbastanza magari mi avrebbe presa per pazza come Vittorio, e io ero stufa di sentirmi dire che ero pazza, non ne potevo più, quando si giunge a un limite si giunge a quel limite. Eravamo due alberi, due piante rampicanti, due divinità vegetali, lo sapevo solo io, non glielo dicevo. Stavamo celebrando qualcosa, certo era una mia immaginazione (niente mai accadeva davvero), però mi permetteva di giungere più vicina a una liberazione necessaria da Vittorio. Ivan mi scompigliò i capelli. Me li ero fatta sistemare dal parrucchiere in onore del mio trentesimo compleanno. Lo lasciai fare. Gli uomini mi scompigliavano i capelli e mi accarezzavano la testa come a una bambina, mi dicevo che occorre pur prestarsi, a volte, alle immaginazioni degli altri. Ti piace? mi chiese. Questo è solo un pied-à-terre finché non risolvo alcune cose nella mia vita, voglio andarmene, disse, non voglio rimanere qui, senti, mi sto organizzando. Il mestiere di insegnante per me è solo un ripiego (me l’aveva già detto mille volte), voglio dedicarmi a fotografare in modo professionale, riuscire a viverci. Lo guardavo con un sorriso benevolo, perché gli brillavano gli occhi quando parlava di fotografia, io stavo zitta e mi concentravo sugli occhi, se entravo dentro di lui avrei potuto comprenderlo e amarlo senza riserve, anche se lui non voleva comprendere quella mia difficoltà con il divorzio, la mia ansia per i figli, la paura di fronte a ciò che avevo osato fare. Infilai le dita tra i suoi capelli e tirai, gli feci quasi male. Mi spinse sul letto. Legno di cirmolo, spezie indiane, aspro dopobarba, lenzuola di bucato. Ivan aveva un sorriso feroce, anche se lui non era per nulla feroce, solo bambino; i lineamenti del suo volto, però, come gli occhi selvaggi e cattivi disegnati sulle ali di certe farfalle, cercavano di raccontare le cose in altro modo. D’altra parte Vittorio non aveva per nulla lineamenti feroci, nel suo volto era tutto morbido: la linea del naso, le sopracciglia, il taglio degli occhi, gli zigomi e le labbra. Neppure la sua barba era feroce, quando non se la radeva, e i suoi baci pungevano e grattavano solo un pochino, non troppo. Neppure i suoi denti erano feroci, mentre Ivan quando sorrideva mostrava canini sani forti e lunghi. I denti di Vittorio erano piccoli, modesti, li mostrava raramente. Fantasticavo e intanto mi lasciavo andare, decisa a essere felice a costo di narcotizzarmi, gli chiesi soltanto di mettere la sveglia alle 22.30, se avessi fatto tardi mi sarei trasformata in zucca, glielo ripetei e aggiunsi: Dico davvero, credimi. Devo prendere il treno alle 23.15. Lui sbuffò. Tu non guidi, continuai, E io neppure, vedi la sfortuna? Se tu non fossi stato epilettico, la mia relazione con te sarebbe stata più utile. Gli accarezzai anch’io la testa. Non si tratta di materialismo ma di osservazione della realtà. Poi si ama lo stesso, scherzai, Non è questo che cambia l’amore, assolutamente no, però sono cose che magari, in certi momenti, si notano. Lui andò in cucina e tornò con due bicchieri di vino, montò con le ginocchia sul materasso, il liquido rubino in equilibrio instabile creò un moto ondoso e traboccò. Macchie rosse sulle lenzuola pulite. Pazienza, sospirò, Vorrà dire che faremo un rito scaramantico. Toccò la macchia di vino con il dito e mi sfiorò dietro l’orecchio, odore alcolico come profumo. Si profumò anche lui, “Così non ci porterà sfortuna”.

Nudi nel letto a bere vino, storditi, giocavamo. Rannicchiati. Intrecciati. Rotolavamo ansimando, ci aprivamo ed eravamo stelle marine, rilassati e radianti sulle lenzuola. Non ricordo molto altro. Non ricordo quando siamo scivolati nei sogni. Il tempo allaga veloce le immagini dei ricordi, su alcuni passaggi posso solo fare ipotesi. So che a un certo punto la bambina mi fissava, ferma in piedi accanto alla mia sponda del letto, e io allungavo una mano, provavo a spostarle la frangetta dalla fronte mentre lei mi fissava con i suoi occhi verdi. Cercavo di supplicarla di restare lì con me, il giorno del mio compleanno, ma mentre parlavo mi rendevo conto di non riuscire a muovere la bocca, tutti i miei sforzi non riuscivano ad arrivare ai muscoli inerti. Mi ribellai con disperazione e urlai, d’un tratto fui sveglia.

In mezzo a un groviglio di lenzuola mi tirai su. Stavo ansimando ancora sull’eco del mio urlo, un mugghio nelle orecchie, già lontano. Mi ci volle del tempo per comprendere dove mi trovassi. Mi vergognai, mi sentii in colpa, mi sembrava di aver fatto qualcosa di completamente sbagliato – e con quale testa? Dove se ne era andata la mia mente? Come avevo fatto a fare una cosa così stupida? Accanto a me Ivan, gli occhi piccoli, che cercava di capire cosa avessi. Macchie di colore intermittenti dalla finestra, forse il lampeggiante di un’ambulanza, o di un’auto della polizia o dei vigili del fuoco, o un’insegna, non so. Cercavo il mio orologio da polso, non lo trovavo. Ivan si allungò verso il comodino. Le due, disse laconico. Trattenni il respiro per un tempo indefinito. La sveglia, sussurrai infine, Mi avevi assicurato di averla messa, la sveglia, ti avevo spiegato il problema del treno, del rientro a casa, dei miei figli… Sì, la sveglia, sbuffò lui, lasciandosi ricadere sul letto. Ti ho pregato… Lui si alzò di scatto, si sedette sulla sponda, cercò le ciabatte piegandosi in avanti e annaspando sotto il letto. Se ne andò in bagno. Sentii il clic della luce, il crepitio dell’urina, lo sciacquone. Ebbi un momento di vuoto.

Lui tornò e accese la luce. Stavo cercando i miei vestiti al buio, mi voltai a guardare il suo corpo nudo, spento, mi parve estraneo. Mi sarò dimenticato, disse. Fece un gesto con la mano. Potevi mettertela tu una sveglia, no? E poi che dramma c’è? Mica è morto nessuno, ti accompagno alla stazione e prendi il primo treno, fine della storia. Non riuscivo ad allacciarmi i bottoni della camicetta. Cosa c’è di così drammatico, Sofia? A quest’ora i tuoi figli dormono, se volevano qualcosa chiamavano, ci sono i cellulari apposta sant’iddio! Tirai un calcio alle sue scarpe e recuperai le mie. Cresci, liberati, cerca di emanciparti, non puoi mica essere solo una madre per sempre! Non lo guardavo, non riuscivo a seguire un ordine logico nel vestirmi, avevo infilato la gonna poi mi ero accorta di essere senza le calze, cercavo in giro, lui mi guardava lì nudo con le braccia incrociate, i muscoli tesi. I miei slip per terra, ai piedi della poltrona; le scarpe una accanto al letto, una chissà dove; la macchia rossastra di vino sul lenzuolo ingorgato in mezzo al letto. Afferravo le cose, tentavo di infilarle. Mi dispiace, pensavo di averla messa, la sveglia, disse lui. E a volte non funziona, non so perché. Si infilò i pantaloni, la maglietta, si piegò e si allungò sotto il letto per recuperare le scarpe, se le infilò. Comunque non si può essere così apprensivi con i figli… così non li fai crescere, e non vivi tu. Lui era pronto, io avevo la camicetta allacciata storta, cercavo la borsetta, non sapevo più dove fosse l’orologio, forse non lo avevo neppure portato, non mi ricordavo. Bisogna pur avere una vita propria, mica si può vivere al posto degli altri, e poi a volte si fanno drammi inutili per cose che si potrebbero risolvere facilmente, sai, Sofia? Spesso siamo noi che esageriamo, ci sentiamo in dovere di fare molto più di quanto sarebbe ragionevole, siamo noi… Sentivo le sue parole, un basso continuo molesto sulle mie aritmie e il mio fiato corto. Si avvicinò per accarezzarmi.

Camminavamo veloci verso la stazione nel freddo umido della notte. Vestita poco tremavo, ero uscita inneggiando al sole primaverile, sentendomi giovane e invincibile. Adesso era buio e freddo. Avevo i brividi anche se provavo a fare brevi corse, e quando arrivammo ebbi uno strano presentimento, lungo la banchina vidi correre un ferroviere che si premeva la borsa a tracolla contro il fianco. Suicidio, urlò a un altro ferroviere che gli veniva incontro, e mentre questo si fermava perplesso, lui continuò a correre. Invece di interrogare quello fermo, io inseguii quello in corsa, Scusi, il treno di mezzanotte per la città X? Tutto subisce ritardo! mi urlò seccato, mentre scompariva trottando giù per un sottopassaggio. Tornai da Ivan, mi chiusi nel mutismo. Sulla banchina sotto lo sfrigolio dei neon un altro viaggiatore allungava occhiate furiose a destra e a sinistra, ogni tanto piegava la testa un po’ di lato per osservare noi due, come un piccione. Telefonare a casa? Controllare se fosse tutto a posto, spiegare che… C’è stato un problema, Gemma, ho un ritardo enorme… la riunione con i colleghi si è trascinata più del previsto, tutta una serie di imprevisti, sai, poi ti spiego meglio… Sì, avrei voluto farla quella telefonata, ma non mi decidevo. Magari stavano dormendo, non si sarebbe creato nessun problema né quella notte né l’indomani, non avrei dovuto spiegare nulla. Fra tutti i posti nei quali è possibile morire, perché la gente sceglie proprio i binari? Due viaggiatori si avvicinarono, li potevo ascoltare, e si accesero le sigarette. Dipende dalle possibilità che hai, rispose quello che per parlare agitava la mano con la sigaretta. Armeggiare con pistole sonniferi o corde è più complesso. Se ti fai prendere sotto da un treno, invece, è come se il mondo ti investisse e ti schiacciasse, ed è chiaro il simbolismo, è chiaro che vuoi mandare un messaggio, vuoi dare la colpa dei tuoi casini al resto del mondo. Io comunque, se proprio dovessi lanciare quel messaggio, preferirei una bella strage, tu no? L’altro, anche lui con una mano fumante, ma stazionaria in prossimità della faccia, rispose con una certa flemma che secondo lui, oggi come oggi, nel nostro Paese sarebbe davvero l’unica cosa ragionevole da fare. I due, sulla cinquantina e ben vestiti, ondeggiarono nel fumo mentre proseguivano a discorrere di tipologie di suicidio e stragi. Alzai lo sguardo: al di sopra dei binari i cavi ferroviari proseguivano all’infinito nel buio, da una parte e dall’altra, e tracciavano una specie di strada fantasma nel cielo. Il tempo è impazzito, sembra primavera ma d’improvviso fa così freddo… Ivan mi si avvicinò e cercò di spezzare il silenzio fra noi due. Dalle due gallerie di vuoto dalle quali avrebbero dovuto provenire i treni che non c’erano, correva un risucchio gelido fin sulla banchina. Lo senti che freddo fa? ripeté Ivan. Poiché non gli rispondevo, si allontanò lungo i binari fino a diventare piccolo giù in fondo, nella semioscurità. Poi tornò indietro. La luce dei semafori era rossa, ma non accadeva nulla. Ivan mi prese le mani, cercò il mio sguardo; si portò alla bocca le mie dita e le riscaldò con il fiato. Hai le labbra blu disse Ivan. Mi tirò per farmi sedere sulla panchina di marmo, Ti tengo sulle ginocchia, mai io resistetti. Non avevo voglia di nulla, solo di essere a casa. Il tuo regalo, disse a un tratto Ivan colpendosi la fronte, Lo abbiamo dimenticato. Me lo darai, dissi io. Poi aggiunsi a bassa voce che mi dispiaceva molto per come era andata la serata, che capivo che lui aveva fatto il possibile. Ci abbracciammo. Il suo odore mi procurò una punto di dolore da qualche parte nel petto, come se mi pentissi di aver rotto un bicchiere prezioso. Avevamo fatto pace? Ma a Ivan avrei mai potuto raccontare di mia figlia Sara? Avrebbe mai compreso il mio terrore di Vittorio? Rimanemmo sulla banchina ad attendere per un tempo infinito, stretti per scaldarci a vicenda, e quando finalmente arrivò un treno che andava nella direzione giusta, lo salutai in fretta con un bacio e salii senza più voltarmi a guardare, né lo cercai una volta dentro, ma pensai solo a sedermi da qualche parte nel vagone vuoto. Ecco le mie abituali poltroncine scomode, che spingevano in avanti la testa dei viaggiatori come una mano molesta, pregne dell’odore acre di polvere e di passeggeri. Tutte le mattine, tutti i pomeriggi, avanti e indietro, le pause forzate e per me stupide di quella mia nuova esistenza di pendolare. Incontrai il mio viso riflesso nel vetro nero del finestrino, un viso sfatto con un’espressione infelice, i trent’anni nuovi di zecca incisi impietosamente nelle pieghe dei lineamenti. Sullo sfondo della notte vedevo sfilare grappoli di luci, non distinguevo più bene quelle che erano dentro da quelle che erano fuori.

Per lavorare facevo avanti e indietro fra la città X e la città Y, ci impiegavo quasi un’ora in treno, più tutti i minuti sprecati per autobus, attese, spostamenti a piedi. Un’ora all’andata e un’ora al ritorno, più addendi vari, circa tre ore di ogni mia giornata lavorativa se ne andavano così, le altre cinque o sei ore le trascorrevo lavorando a scuola, un’ora per mangiare. Quindi nove o dieci ore al giorno erano occupate da queste faccende. Era dura con i figli. Tre ore al giorno di viaggio è circa un mese intero, in un anno di lavoro, trascorso spostandosi. Le cose che si possono fare spostandosi non sono le cose che si possono fare stando fermi in un luogo. Il tragitto sempre uguale. C’erano molte cose che avrei voluto fare nella mia vita a quel punto, ma non avevo il tempo di farle. D’altra parte ero convinta che non avevo nessun diritto di lamentarmi, quella vita l’avevo voluta io sfidando il parere di tutti intorno a me, dato che avrei potuto starmene a casa mia con mio marito, avrei potuto cercare di risolvere le difficoltà e continuare a vivere alla Villa invece di fare il colpo di testa e chiedere il divorzio. Prima facevo la signora, come diceva mia sorella, vivevo agiatamente senza fare nulla per la maggior parte della giornata, e avrei potuto ingoiare i miei rospi e andare avanti, come tutti, diceva. Perché far patire ancora mia madre dopo aver fatto morire mio padre? Mia sorella mi ripeteva sempre, fin da quando ero bambina, che chi è causa del suo male deve piangere se stesso. E al liceo mi scriveva quella frase in latino nel diario, faber est suae quisque fortunae, e a me sembrava sempre che a quella frase mancasse un pezzo, È bene che io pianga ogni tanto, dovrei piangere, piangi! mi dicevo, ma non mi riusciva. Fuori c’era il sole, era arrivata la primavera, e per il mio compleanno già da qualche tempo mi ero messa in mente di concedermi un regalo speciale, con una specie di disperazione l’avevo deciso, volevo trascorrere la serata con Ivan che avevo conosciuto da un paio di mesi, e nonostante i miei terribili sensi di colpa volevo rafforzare la nostra relazione che non avevo ancora confessato ai miei figli. I sensi di colpa mi pesavano addosso come una montagna, a volte sentivo tutto il collo e le braccia bloccate e avevo dovuto rivolgermi a un osteopata. L’amica che mi aveva convinta e aiutata con il divorzio era sparita dalla scena, uno di quei voltafaccia improvvisi che prima o poi capitano nella vita di tutti, credo, ieri ci si confida l’anima, e il giorno dopo gli occhi sono opachi, la voce è rigida, poi ci si rende fantasmi. Non ho mai capito cosa fosse successo davvero. Ma per il mio compleanno volevo fare qualcosa di simbolico, tagliare definitivamente i ponti, entrare nell’appartamento e nella vita di un altro uomo senza che Vittorio lo sapesse e ci potesse fare niente. Gemma non aveva ancora compiuto i quattordici anni, però per la sua età era sicuramente molto matura e potevo benissimo lasciarli a casa da soli per una sera, lei e Gabriele, anche se avevano protestato, soprattutto Gabriele, perché non avevo neppure fatto la torta, mi sentivo così, incapace di fare quello che avevo sempre fatto in passato, volevo fare qualcosa di diverso che mi desse la certezza di aver fatto un passo in un’altra direzione, ma come facevo a spiegarglielo? Perché Vittorio me lo ripeteva sempre, che non sarebbe bastato il divorzio. La mattina del mio compleanno preparai la colazione e attesi che i miei figli si sedessero al tavolo. Mi ero preparata la bugia da raccontare, parlai di una riunione a scuola che sarebbe finita molto tardi e di una cena tra colleghi dalla quale non potevo certo esimermi, compleanno o non compleanno, mi avrebbero offerto un brindisi ma sarei ritornata entro la mezzanotte, che stessero tranquilli e andassero a letto non dopo le ventitré. Controllavo le reazioni di mia figlia con la sua barriera di capelli lunghi e neri davanti alla faccia e la tazza del caffè latte come una museruola per non gridarmi contro tutto il suo disprezzo. Gabriele insisteva a chiedere la torta, Perché non fai la torta, voglio la torta… batteva le mani sul tavolo, si contorceva, piagnucolava come il suo solito, Posso avere la torta a merenda? Perché no? Perché no? Perché no? Strillava, mi scuoteva per un braccio, tirava pugni, come tutti gli animaletti intuiva il pericolo di un’infrazione rispetto al rituale tradizionale. Perché perché perché? A un certo punto Gemma abbassò la tazza del caffè latte come se ne avesse abbastanza di suo fratello, i gomiti piantati sul tavolo e gli occhi  scuri pieni di rabbia. Tu sei l’unica insegnante che ha tutte queste riunioni, mi disse sprezzante e si alzò. Con voce cattiva le chiesi di sciacquare almeno la tazza, mentre già se ne stava andando nella sua stanza. Lei tornò, prese la tazza, andò al lavello, aprì il rubinetto, sciacquò la tazza, si voltò, aprì le dita della mano. Un colpo secco, la tazza andò in mille frantumi sulle mattonelle. Tutti e tre guardammo per qualche secondo i pezzi di ceramica schizzati in ogni direzione. Le chiesi perché faceva così. Mi rispose che era lei a non sapere perché io facessi come facevo, e se ne andò in camera a prepararsi per andare a scuola. Nel pomeriggio avevo davvero una riunione, ma finiva abbastanza presto. Dopo la riunione andai da Ivan, che mi aveva preparato un regalo con il fiocchetto, una cena e molte bottiglie di vino. Mancavano sei mesi alla conclusione del divorzio, e io volevo sentirmi in salvo. Tutto stava rifiorendo, perché non potevo farlo anch’io, a trent’anni?

2021-01-29

Aggiornamento

Per chi ha già fatto il pre-ordine: ho messo a disposizione la bozza non editata, ma vi pregherei di scaricarla solo fra un paio di giorni, perché vorrei apportare ancora delle modifiche dalla metà in poi del testo... Grazie!

Commenti

  1. Elena R. Marino

    Grazie Antonella!

  2. (proprietario verificato)

    Un capolavoro. Il ritmo è incalzante ma ti permette di assaporare ogni parola, ogni sfumatura e non so come la autrice sia riuscita a fare intuire la violenza dietro a gesta apparentemente innocue. Pochi romanzi mi sono piaciuti di più perché non ci sono parole in eccesso, ma tutte quelle che servono.

  3. Elena R. Marino

    Grazie, Luana!

  4. (proprietario verificato)

    Di getto: sensazione di disagio fin da subito nel percepire la situazione della protagonista; questa sensazione ti tiene legata fin da subito al lavoro perché si percepisce il tentativo continuo di affrancarsi e liberarsi da un passato complesso di manipolazioni e condizionamenti… bellissima e realistica la rappresentazione della Villa e dei suoi abitanti, ma ancor di più del giardino, come embrione di possibile libertà…tutto il lavoro è permeato da questa sensazione di angoscia che culmina con la passeggiata finale tra lei e il marito che fa pensare all’esito finale di classica violenza sulle donne. Bellissima invece la scena finale dall’esito assolutamente inaspettato. Anche la figura della vicina greca rimanda ad altre solitudini e sofferenze ma molto centrata e poetica. Ottima conoscenza delle dinamiche umane descritte. Molto consigliato!

  5. Elena R. Marino

    Grazie, Fiorella!

  6. Fiorella Malchiodi Albedi

    (proprietario verificato)

    Sofia è riuscita a ritagliarsi uno spicchio di vita autonoma con grandi difficoltà, ostacolata dal marito, da cui è separata ma che non si arrende alla fine del loro rapporto, dai figli, che vorrebbero riunire la famiglia, incapaci di comprendere i sentimenti della madre, ma soprattutto dai suoi sensi di colpa. Finché un episodio doloroso e inaspettato sembra far vacillare il difficile equilibrio raggiunto e sembra rimettere tutto in discussione. Sofia, nella sua nuova solitudine di donna separata, troverà aiuto e conforto solo nella sua vicina di casa, Xenia, un personaggio enigmatico di cui non sa nulla. Un finale inaspettato scoprirà le carte e farà cadere le maschere.
    Elena Marino segue le vicende di Sofia scandagliandone minuziosamente i sentimenti, con la precisione di un settore anatomico. La prosa è ricca e densa, ma mai ridondante. È un libro sulle solitudini e sulle debolezze, palesi o nascoste, e sulle colpe dei padri che ricadono sempre sui figli.
    Fiorella Malchiodi Albedi

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Elena R. Marino
Vive a Trento, dove lavora come drammaturga e regista. Dopo essersi laureata in Letteratura greca e aver conseguito il dottorato di ricerca a Urbino, ha lavorato come ricercatrice a contratto presso l’Università di Torino e come cultrice della materia presso l’Università di Trento. Ha ottenuto la cattedra presso il Liceo Pascoli di Bolzano, ma ha abbandonato definitivamente l’insegnamento nel 2006 per dedicarsi al teatro in modo professionale. Attualmente gestisce il Teatro Spazio 14 di Trento e l'impresa creativa Live Art con Silvia Furlan. Ha pubblicato un libro sulla metrica di Pindaro e svariati articoli sulla letteratura greca. Suoi racconti sono apparsi su Verde, Crapula, Pastrengo, inutile, Neutopia, Clean, Risme.
Elena R. Marino on FacebookElena R. Marino on InstagramElena R. Marino on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie