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Il peggior libro scritto a partire dal Novecento

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Per un autore scrivere il peggior libro dal Novecento a oggi non è cosa facile: richiede dedizione e sacrificio, e a farne le spese è il suo rapporto con la compagna, ma forse anche con la scrittura stessa. In un fitto intreccio di narrazione, dialoghi e riflessioni, il protagonista analizza con spietata ironia il proprio essere scrittore, la propria relazione e la propria vita, nel fermo proposito di scrivere un’opera che sia la più brutta del suo tempo. Perché? Per pura realizzazione personale o per esorcizzare il demone della scrittura, a volte così doloroso e totalizzante? O forse soltanto per vedere l’effetto che avrà sui suoi lettori?

CAPITOLO UNO
(COME INIZIARE?)
Un faro nel buio guida un piccolo yacht in porto, mentre attracca in acque più sicure rispetto a quelle attraversate nella notte, illuminata di tanto in tanto dai lampi della tempesta che infuria con forza devastante. In quei rari momenti di luce l’immagine restituita gela il sangue nelle vene dell’equipaggio.
Lo so cosa stai pensando, letto-rice…
Prima di procedere, mi soffermo su una nota a cui tengo molto. Si tratta di una parentesi un po’ speciale per me, con un significato preciso. È il mio modo per mettere i puntini sulle “i” e prendere le distanze da certe abitudini abbracciate dai più, soprattutto nel mondo della scrittura. Il punto è il seguente: userò il termine “letto-rice”, da me inventato, per mettere in atto una forma di giustizia di genere e per non cedere a nessuna forma di discriminazione, ai danni soprattutto dell’universo femminile. Insomma, per me chi ama leggere è la persona, non l’uomo, la donna, la bambina o il bambino. Questa volontà di unificare il genere con l’uso della parola “lettore”, al maschile guarda un po’, e la risposta alla domanda “Perché non lettrice?” le lascio a te, sono scelte. Non le condivido ma, allo stesso tempo, le capisco. Capisco tutti gli scrittori e le scrittrici a cui non va a genio l’idea di dover declinare ogni volta la frase per entrambi i generi, o di dover trovare soluzioni linguistiche fantasiose, e magari poco ortodosse come la mia, per aggirare l’ostacolo posto dall’uso dell’italiano. Adesso sai, letto-rice, e tanto basta a me per continuare. Questa è la mia soluzione al problema, solo mio ovviamente – ma chi non ne ha? – e, come avrai modo di constatare andando avanti con la lettura, è solo uno dei tanti ad assillarmi, e nemmeno uno dei peggiori.
Riprendo dai puntini di sospensione.

Continua a leggere

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… come se non bastassero quelli esistenti, ecco l’ennesimo racconto di mare e marinai, navi e porti lontani, avventure in terre sconosciute e donne dalla bellezza disarmante con labbra dal sapore di sale, per un bacio rubato un litro d’acqua tracannato. Niente di tutto questo e niente di più lontano da quanto sarà, se qualcosa sarà. Si tratta solo della luce proveniente dalla lampada sul comodino della mia lei, in camera da letto. Continua freneticamente ad accenderla e spegnerla nel tentativo di svegliarmi. È furibonda. Non riesce a dormire e la causa sono io. Mi agito nel sonno come se stessi litigando con qualcuno e, in effetti, c’è questo sogno ricorrente che m’insegue da un po’ di tempo. Te ne parlerò più avanti, penso gli dedicherò un intero capitolo. Ora devo cercare di calmarla, di farle passare l’arrabbiatura. «Scusami. Lo sai, è un periodo movimentato per il mio inconscio. Succede sempre quando scrivo tanto.» «Sì, tu scrivi e io non dormo.» Nella sua voce sento l’esasperazione causata dal protrarsi della situazione. «Vedrai, non appena termino il libro, tornerò a dormire pesantemente.» «Certo, come no. Nel frattempo, sono morta di sonno.» Dice queste parole mentre si alza e prende il cuscino. «Dove vai?» Mi guarda e sembra non aver sentito la domanda. Ma non è così e mentre esce dice: «Dove vado? E dove dovrei andare? Sul divano a spezzarmi la schiena. Buonanotte».
La luce della sua lampada resta accesa. Non la spegne e non la chiamo certo indietro per dirglielo. Non è una luce calda, come quella della mia lampadina. Lei preferisce la luce a led bianco e, quando l’accende, i lampioni in strada impallidiscono e le mura dell’appartamento arrossiscono. Si sentono nude come ossa bombardate dai raggi x della radiografia. Resto seduto sul letto a fantasticare su questi pensieri.
Al mattino l’intero quartiere, al posto delle solite macchine parcheggiate ovunque, si è trasformato in un porto. Un piccolo yacht è ormeggiato davanti al portone e m’impedisce di uscire. Il bar sotto casa è intasato da marinai invasati e ubriachi che si abbracciano e baciano cantando «Quindici uomini, quindici uomini, sulla cassa del morto. Yoh, oh, oh! E una bottiglia di Rhum!». Penso: nemmeno nei miei assurdi sogni mattutini, quelli del sonno paradosso, potrei arrivare a immaginare tanto.
Ora sono sveglio e tutto è tornato al suo posto, tranne i miei pensieri: loro viaggiano all’impazzata e cominciano a costruire mondi fantastici, storie senza senso, come adesso.
Guardo la sveglia. Sono le cinque e, come ogni mattino, la giornata inizia uguale alle altre, quando non sono finito ubriaco la sera prima: correndo una decina di chilometri a passo tranquillo, senza spingere. Non temere, non scriverò certo un libro sulla corsa come quello che mi è piaciuto tanto: si chiama L’arte di correre, di Murakami Haruki, anche se sono altri i libri che invidio, tra i suoi. Scriverò due righe, giusto per darti l’idea di cosa mi succede durante la corsa, perché ha a che fare con questa storia. Corro rilassato per favorire il fluire dei pensieri, il loro sciogliersi. Alla ricerca di un barlume di linearità capace di restituire loro un senso, una logica digeribile da una qualsiasi persona normale e non solo dal sottoscritto, per il quale parlare di linearità è causa di nausea e voltastomaco. La banalità mi distingue come una grossa cicatrice. Mi concentro sul risveglio del corpo. Focalizzo l’attenzione dapprima sul transito dell’aria per raggiungere i polmoni. Poi la immagino, la visualizzo attraversare i meandri del mio corpo, dentro, correre con il sangue e il piscio, aggrapparsi ai muscoli, scivolare su tendini e legamenti, attraversare i pori della pelle e, in apnea, scendere in profondità. Quindi passo in rassegna i muscoli e le ossa interessate dal gesto atletico, penso a come apro le gambe e poggio i piedi, figurandomi dall’esterno.
Potrà sembrarti strano ma l’uomo medio, maschilista e fallocentrico, proprio come la nostra società, fatica a credere che si possano aprire le gambe per ragioni diverse dall’accogliere, più o meno consensualmente, il suo membro eretto e, il più delle volte, scorretto e storto, piegato a sinistra o a destra a seconda dell’impugnatura e non certo per cultura o schieramento politico. I primi due chilometri li corro così, concentrato sull’aspetto meccanico del gesto. Poi i muscoli si scaldano, a poco a poco il rilassamento prende il sopravvento e con esso la parte non razionale della faccenda. Il pensiero comincia a fluire regolare e si moltiplica, si fa plurale.
Non si dovrebbe correre di corsa, così come non si dovrebbe vivere di corsa. Pensiero estemporaneo dal sapore filosofico, ma non preoccuparti: è solo il sapore; di sostanza non c’è ombra, come “di doman non c’è certezza” e, con questa, potrei tranquillamente chiudere qui la scrittura di questo libro e cominciare a sperare. A cosa mi riferisco quando dico “sperare”? Lo capirai tra pochissimo, circa un paio di pagine più avanti. È una promessa. La posso mantenere e devi approfittarne, perché non è cosa a cui sono avvezzo, il mantenere le promesse dico. Appuntamento fissato, spero di trovarti ancora. Obiettivo della mattinata, a corsa terminata, è trovare l’inizio del mio nuovo libro. Ormai è passato troppo tempo, continuo a scrivere quello che verrà dopo senza darmi animo e preoccupazione per un prima. Non è una regola e mi accade spesso, ma di solito dura poco. Questa volta è diverso e non so il perché.
Dopo una doccia, di cui gli ultimi dieci secondi li ho trascorsi sotto un getto d’acqua fredda, perché si dice che rassodi – anche se prima devi avere sviluppato dei muscoli da rassodare, altrimenti è solo ruggine per le ossa, anche nota come reumatismi –, una bella spremuta di arance e limoni, il caffè e la prima litigata della giornata con la mia lei di cui sopra, mi sono seduto con la volontà di scrivere. Ma la volontà, da sola, non basta, esige un’urgenza come quella dell’attore verso il problema del suo personaggio, deve essere una necessità dalla quale non puoi esimerti. Senza urgenza, cala il sipario e tutti a casa: per me nemmeno il contentino di uscire, perché sono già a casa, nel mio studio. Studio… lo chiamo così per darmi delle arie, scoprirai quanto posso essere vanitoso. In realtà lo studio è una semplice scrivania.
Spesso mi accade, come ti dicevo, di nutrire delle perplessità su come cominciare, esattamente come sta accadendo da qualche giorno a questa parte. Ho trascorso alcuni minuti fermo a guardare il mio quaderno aperto sulla pagina bianca dove ho scritto Capitolo uno. Ho un’abitudine: scrivo il primo capitolo di ogni libro o almeno l’incipit su carta e poi, quando la scogliera è superata e comincio a navigare verso il mare aperto, passo a computer, tastiera e video. Sono i crampi alla mano destra a esigerlo, la sinistra è buona solo per scrollare.
Mi alzo e vado verso il tavolino per rompere il momento di stallo. Ci sono, poggiate alla rinfusa, alcune letture di questi giorni. Distrattamente noto il titolo nonché incipit del libro di Roland Schimmelpfennig fare capolino, faticosamente, da sotto un altro testo, La nausea di Jean-Paul Sartre. Il libro di Schimmelpfennig inizia così: “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del Ventunesimo secolo…”. Penso: avrei voluto scriverlo io un inizio così, ma lo ha fatto Roland. Lo chiamo per nome per farti credere che lo conosco personalmente, perché fa figo essere amico di uno scrittore, anche se potrebbe non essere vero, ma lasciamo il dubbio a pascolare. Solo gli asini non ne hanno di dubbi, è risaputo, infatti non si è mai visto un asino pascolare (mamma quanto è brutta questa).
Mi resta una sola possibilità e ne attingo a piene mani: citarlo. Lo chiamo al telefono ma non risponde ed entra la segreteria telefonica: «Salve, non sono in casa. Se sei quello pseudo scrittore che dice in giro di conoscermi, sappi subito una cosa. Ascolta bene. Non hai il mio consenso a citarmi nel tuo libro e non è questione d’intenti, né di privacy. Ma come può pensare di scrivere uno come te, che usa i “che” come li usi tu? Se vuoi un consiglio, datti alle corse. Non dei cavalli, ci vuole troppo studio per quelle, troppo cervello, e conosciamo entrambi le condizioni in cui versa il tuo e cosa ne resta. Punta sulla corsa degli scarafaggi. Lì si tratta solo di fortuna, così hai qualche possibilità di riuscita, perché la fortuna aiuta non gli audaci ma gli stolti, i segnati da Dio e i carabinieri. E tu, in quanto segnato da Dio, puoi sperare di diritto».
Non conosco il tedesco né posseggo denari da sprecare per pagare un traduttore, ma il messaggio tradotto da Google Traduttore dovrebbe suonare più o meno così: «Hi, ich bin nicht zu Hause. Wenn Sie der Pseudo-Schreiber sind, der behauptet und von mir weiß, wissen Sie, nein, Sie haben nicht meine Zustimmung, mich ungeachtet der Absicht in Ihrem Buch zu zitieren. Wisse, dass ich an dich denke, unabhängig von dem Buch, das niemals das hässlichste des zwanzigsten Jahrhunderts sein wird, nur weil du es nicht einmal für ein Buch halten kannst, du bist ein schlechter Schriftsteller, der schlechteste, den ich je gelesen und gebetet habe, jeden Morgen unser Christus, von dem ich weiß, dass du ihn nicht so sehr schätzt, damit du diese absurde Fantasie überwinden kannst, die dich glauben lässt, dass du schreiben kannst. Wenn Sie Rat brauchen, gehen Sie zu den Rennen. Keine Pferde, es braucht zu viel Forschung für sie, zu viel Gehirn und wir wissen beide, welche Bedingungen für das übrig bleiben, was von Ihrem Gehirn übrig ist. Konzentriere dich auf das Kakerlakenrennen. Da ist es einfach nur Glück, also haben Sie eine Chance auf Erfolg, denn das Glück hilft nicht dem Mutigen, sondern dem Dummkopf, denjenigen, die von Christus und den Carabinieri gekennzeichnet sind. Und du, als von Christus gezeichnet, kannst auf Recht hoffen».
Sull’utilità ed efficacia di Google Traduttore, lascio a te il giudizio, letto-rice. Io, di solito, preferisco la pagina bianca a una traduzione del genere. Ma l’intento del libro giustificherà la sua presenza qui e l’eccezione alla mia regola.
Forse non è tra le cose più simpatiche utilizzare l’incipit di un altro autore, per di più senza il suo consenso, come pretesto per l’inizio del proprio libro, penso mentre riattacco il telefono. Ma credo ci sia di peggio e spero Roland non se ne abbia a male. E poi, non potrà mai sapere della telefonata perché non ho lasciato nessun messaggio (scrittore fallito sì, ma fesso no) e, se non ho telefonato, non posso sapere del suo dissenso in merito all’essere citato nel libro.
Una cosa andrebbe detta in verità: potrei citarlo per danni morali e d’immagine a causa delle parole spese a mie spese nel messaggio in segreteria. Pessima pubblicità per uno scrittore sconosciuto, ottimo motivo per pubblicizzare un libro, al contrario, nel caso fossi stato famoso. Non lo faccio perché non ho soldi per pagare un avvocato e perché preferisco, di gran lunga, aggiungere questo agli altri pretesti per alimentare la mia frustrazione, accompagnata da depressione da scrittore fallito, e affogarle e affogarmi in sacrosante sbornie. Infine, caro Roland, si può scrivere anche senza “che”, come ho fatto nelle ultime 169 parole (da “Forse” a “sbornie”), ma non è detto sia un buono scrivere, non è detto basti a piacere. Una volta ne ero abbastanza convinto, poi ti ho letto e ho capito si trattava di una grossa fesseria. “Stronzata” sarebbe il termine più appropriato, nel gergo postmoderno di questa società barbarica sempre ben disposta a conservare il brutto e a consumare e dimenticare il bello. “Fesseria” ha un suono capace di rispettare la sensibilità e il gusto del bello di chi scrive e di chi legge (spero), una sensibilità che “stronzata” se la sogna di notte. Vuoi mettere? Ma purtroppo tendiamo a lasciar correre, e la barbarie finisce per dilagare sotto gli occhi di tutti.
Così, citare Roland doveva essere l’inizio del libro ma “Un faro nella notte” è stato abbagliante, accecante come sole d’agosto a mezzodì. È mia ferma intenzione, al di là di chi si è aggiudicato l’incipit migliore, festeggiare. Una nascita va sempre festeggiata, per cui mi sono meritato la birretta o il bicchiere di vino a pranzo. Mi premio da solo perché se aspetto sia qualcun altro a farlo rischio di morire di sete, e mi spiacerebbe accadesse proprio ora. Inizio a divertirmi. Non mi servono pretesti per bere, sono un vizioso e in quanto tale il resto viene da sé. Ma se passi la maggior parte del tuo tempo a bere e ubriacarti e vuoi scrivere un libro, non ne esci vivo, a meno di chiamarti Bukowski ma, è palese, non è il mio caso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    In bocca al lupo!

  2. L’anteprima e molto stimolante sarà un vero piacere leggere il libro

  3. Monica Brancato

    (proprietario verificato)

    Ecco, anche io ti ho sostenuto e appena possibile mi dedicherò all’anteprima.
    In bocca al lupo !!!

  4. L’anteprima promette una storia stimolante e un tipo di scrittura fluido e brillante. Una buona occasione per arricchirsi di una nuova storia e di un nuovo scrittore. Spero di leggerlo al più presto.

  5. Scrittura che permette al lettore di inoltrarsi a gamba tesa nella mente del protagonista; uno scrittore preda dei suoi pensieri filosofici che lo spingono,il più delle volte,a rinchiudersi nei suoi silenzi alcolici allontanandolo,inequivocabilmente,da quei momenti di vita che la consuetudine definisce”normale”.
    Il protagonista è in continua lotta con se stesso,nel tentativo di definire il suo ruolo(di scrittore,) in una realtà che , ahimè, lo priva di “inizio frase” nei capitoli del suo libro.
    Un animo pieno di contraddizioni lo rendono ironico,burlone,dolce,simpatico.
    Decisamente da proseguirne la lettura .

  6. spendo volentieri delle parole (non a mie spese, tanto è gratis) dopo la lettura di quest’anteprima, che mi ha molto divertito. Interessante la scelta della stile e la prima persona, geniale la dichiarazione d’amore democratica verso il letto-rice, azzeccatissimo il taglio costantemente ironico e al quadrato, fra una parentesi e l’altra (ma son quadre, graffe o solo tonde)?. Si preannuncia una lettura, ma soprattutto una meta-lettura da non perdere!

  7. Ho letto l’anteprima del libro e ho trovato una scrittura leggera e scanzonata, non per questo superficiale.
    Alcune considerazioni del protagonista mi hanno fatto sorridere e ridere, chissà dove andrà a parare la sua attitudine.
    Credo che lo leggerò!

  8. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha divertito perché il suo protagonista, aspirante scrittore un po’ allo sbando, a volte molesto, a volte tenero, che sembra un povero diavolo ma nasconde un animo sensibile e poetico, è simpatico, molto simpatico soprattutto quando si ingarbuglia tra i suoi stessi pensieri. Insieme a lui, ci perdiamo nelle rocambolesche avventure della mente tra ricordi, ipotesi, auto-analisi e interviste impossibili. E’ autentico e sincero il suo perdersi dentro i fili delle sue idee, emozioni, sensazioni alla ricerca di ispirazione per il libro più brutto che sia mai stato scritto mentre non trova nemmeno le parole giuste per raccontare la crisi di coppia in cui è completamente immerso. E si sente che ne soffre. Non trova le parole perché è un irrecuperabile incasinato, forte bevitore e fortissimo lettore e agli autori letti dedica questo suo quasi imbranato tentativo di scrittura. A tratti incontriamo la sua compagna e proviamo tanta compassione per lei, perché come fa a stare con un uomo inconcludente e immaturo così? O anche: come fa a lasciare un uomo così imprevedibile e bohémien così? Personalmente con uno così ci passerei volentieri una serata, o forse anche più di una.

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Agostino Terranova
nasce a Novara il 24 gennaio del 1971. Vive e lavora a Roma da più di vent’anni. Il peggior libro scritto a partire dal Novecento è il suo terzo romanzo, dopo Così come siamo (2007) e Comincio a camminare (2018).
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