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Il peggior libro scritto a partire dal Novecento

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C’è una coppia in crisi. Non sempre è facile vivere a stretto contatto con qualcuno che si pretende di amare. Ci sono le convenzioni e le convinzioni. I compromessi e le scommesse. Le aspettative, i fallimenti e i tradimenti. Ci sono le parole che restano sotto, soffocate dalla ragione, e ci sono quelle che invece non bastano mai. C’è il dare per scontato e il non prendere in considerazione le ragioni dell’altro e, a volte, nemmeno le proprie. Ci sono le parentesi che non sempre si chiudono, così come i “me ne vado” seguiti dai “sono tornato”. Ci sono semi dentro di noi non piantati. Ci nasciamo, li portiamo dentro, li facciamo crescere, li annaffiamo senza sapere se fioriranno rose o ortiche. Ma c’è la vita dentro questi semi. E alla fine, o all’inizio, c’è un uomo che si considera uno scrittore fallito, banale, senza futuro, ma che comunque a un certo punto sceglie di raccogliere una sfida: scrivere un libro pessimo, anzi il peggiore a partire dal Novecento (prima no, era troppo).

Perché ho scritto questo libro?

Per fare un esperimento e restare a vedere. Per seguire un istinto nato negli anni dell’adolescenza con la musica e le prime parole dei testi delle canzoni, transitando attraverso il teatro per arrivare sino a qui, a questo libro che rappresenta il mio omaggio a tutti i libri letti e che leggerò. Perché è il mezzo che ho sempre usato per confrontarmi, da cui partire per costruire un dialogo, tanti dialoghi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un faro nella notte. Lo so cosa stai pensando, letto-rice…

Prima di andare avanti con la scrittura (lettura, da parte tua), una nota a cui tengo particolarmente. Questa non è una semplice parentesi come ne troverai all’interno del libro, questa è una parentesi un po’ speciale per me, con un significato ben preciso. È il mio modo per mettere il puntino sulla “i” e prendere le distanze da certe abitudini letterarie abbracciate dai più, soprattutto nel mondo dell’editoria. Il punto: userò il termine “letto-rice”, per mettere in atto una forma di rispetto e per sottolineare, a mio modo e anche attraverso la scrittura, quanto siano di pari dignità entrambe i generi (maschio, femmina) e non assolutamente oggetto di discriminazione alcuna da parte del sottoscritto. Insomma, chi ama leggere è l’essere umano non l’uomo, la donna, il bambino o la bambina. Questo voler unificare il genere con l’uso della parola “lettore”, al maschile guarda un po’ (e la risposta alla domanda: “Perché non lettrice?” la lascio a te), è una scelta. Non la condivido ma, allo stesso tempo, la capisco, capisco tutti gli scrittori e le scrittrici a cui non va a genio l’idea di dover, ogni volta, declinare la frase per entrambe i generi. Adesso sai, letto-rice, e tanto basta a me per continuare. Questa è la mia soluzione al problema, solo mio ovviamente ma chi non ne ha e, come avrai modo di costatare andando avanti con la lettura, è solo uno dei tanti ad assillarmi e nemmeno dei peggiori. Riprendo dai puntini di sospensione.

Continua a leggere

 …ecco l’ennesimo, come se non bastassero quelli esistenti, racconto di mare e marinai, navi e porti lontani, avventure in terre sconosciute e donne dalla bellezza disarmante con labbra al sapore di sale, per un bacio rubato un litro d’acqua tracannato. Niente di tutto questo e niente di più lontano da quanto sarà, se qualcosa sarà. Si tratta solo della luce proveniente dalla lampada sul comodino della mia lei, in camera da letto. È furibonda. Non riesce a dormire e la causa sono io. Mi agito nel sonno come se stessi litigando con qualcuno e, in effetti, c’è questo sogno ricorrente che m’insegue da un po’ di tempo. Te ne parlerò più avanti, penso gli dedicherò un intero capitolo. Ora devo cercare di calmarla, di farle passare l’arrabbiatura. “Scusami. Lo sai, è un periodo movimentato per il mio inconscio. Succede sempre quando scrivo”. “Sì, tu scrivi e io non dormo”. Nella sua voce sento l’esasperazione causata dal protrarsi della situazione. “Vedrai, non appena termino il libro tonerò a dormire pesantemente”. “Certo, come no. Nel frattempo, sono morta di sonno”. Dice queste parole mentre si alza e prende il cuscino. “Dove vai?”. Mi guarda e sembra non aver sentito la domanda. Ma non è così e mentre esce dice “Dove vado? E dove dovrei andare? Sul divano a spezzarmi la schiena. Buonanotte”.

La luce della sua lampada resta accesa. Non la spegne e non la chiamo certo indietro per dirglielo. Non è una luce calda, come quella della mia lampadina. Lei preferisce le lampadine a led bianco e, quando l’accende, i lampioni in strada impallidiscono e le mura dell’appartamento arrossiscono. Si sentono nude come ossa bombardate dai raggi X della radiografia. Resto seduto sul letto a fantasticare su questi pensieri. Al mattino l’intero quartiere, al posto delle solite macchine parcheggiate ovunque (una volta ne ho vista una dentro un secchione della spazzatura, te lo giuro, e non a pezzi ma intera), si è trasformato in un porto. Un piccolo yacht è ormeggiato davanti al portone e m’impedisce di uscire. Il bar sotto casa è intasato da marinai invasati e ubriachi che si abbracciano e baciano cantando “Quindici uomini, quindici uomini, sulla cassa del morto. Yoh, oh, oh! E una bottiglia di Rhum!”. Penso: nemmeno nei miei assurdi sogni mattutini, quelli del sonno paradosso, potrei arrivare a immaginare tanto. Ora sono sveglio e tutto è tornato al suo posto tranne i miei pensieri, loro viaggiano all’impazzata e cominciano a costruire mondi fantastici, storie senza senso come adesso.

Guardo la sveglia. Sono le cinque del mattino e come ogni mattino inizia uguale agli altri (quando non sono finito ubriaco la sera prima), correndo una decina di chilometri a 5:30/5:40, senza spingere. Non scriverò certo un libro tipo “L’arte di correre” di Haruki Murakami, sono altri i libri che invidio, tra i suoi. Scriverò due righe, quel tanto a bastare. Corro rilassato per favorire il fluire dei pensieri, il loro sciogliersi. Alla ricerca di un barlume di linearità capace di restituire loro un senso, una logica digeribile da una qualsiasi persona normale e non solo da quella del sottoscritto, per il quale, parlare di normalità è causa di nausea e volta stomaco. La banalità mi distingue come una grossa cicatrice. Mi concentro sul risveglio del corpo. Focalizzo l’attenzione dapprima sul transito dell’aria per raggiungere i polmoni. La immagino, la visualizzo attraversare i meandri del mio corpo dentro, correre con il sangue e il piscio, aggrapparsi ai muscoli, scivolare su tendini e legamenti, attraversare i pori della pelle e, in apnea, scendere in profondità. Poi passo a rassegna i muscoli e le ossa interessate dal gesto atletico, su come apro le gambe e poggio i piedi figurandomi dall’esterno. Potrà sembrarti strano ma l’uomo medio, maschilista e fallocentrico come la nostra società è, fatica a credere si possano aprire le gambe per altri motivi, per ragioni diverse dall’accogliere, più o meno consensualmente, ma questo è ormai un dettaglio, il suo membro eretto e, il più delle volte, scorretto e storto (piegato a sinistra o a destra a seconda dell’impugnatura e non certo per una questione politica). I primi due chilometri li corro così, concentrato sull’aspetto meccanico del gesto. Poi i muscoli si scaldano, il rilassamento piano, lentamente, prende il sopravvento e con esso la parte non razionale della faccenda. Il pensiero comincia a fluire regolare e si moltiplica, si fa pensieri.

Non si dovrebbe correre di corsa così come non si dovrebbe vivere di corsa. Pensiero estemporaneo, dal sapore filosofico ma, non preoccuparti, è solo il sapore, di sostanza non c’è ombra come del domani non c’è certezza e, con questa, potrei tranquillamente chiudere qui la scrittura di questo libro e cominciare a sperare. A cosa mi riferisco quando dico sperare? Lo capirai tra pochissimo, circa un paio di pagine più avanti. È una promessa. La posso mantenere e devi approfittarne perché non è cosa a cui sono avvezzo, il mantenere le promesse dico. Appuntamento fissato, spero di trovarti ancora. Obbiettivo della mattinata, a corsa terminata, è trovare l’inizio del mio nuovo libro. Ormai è passato troppo tempo, continuo a scrivere quello che verrà dopo senza darmi animo e preoccupazione per un prima. Non è una regola e mi accade spesso ma di solito dura poco. Questa volta è diverso e non so il perché.

Dopo una doccia, di cui gli ultimi dieci secondi li ho trascorsi sotto un gettito d’acqua fredda (dice rassoda, ma per rassodare devi avere dei muscoli da rassodare altrimenti è solo ruggine per le ossa anche nota come reumatismi), una bella spremuta di arance e limoni, il caffè e la prima litigata della giornata con la mia lei di cui sopra, mi sono seduto con volontà di scrittura. Ma la volontà, da sola, non basta, necessita un’urgenza come quella dell’attore verso il problema del suo personaggio, deve essere una necessità dalla quale non puoi esimerti. Senza urgenza cala il sipario e tutti a casa senza nemmeno il contentino di uscire perché sono già a casa, nel mio studio. Studio, lo chiamo così per darmi un tono, delle arie, scoprirai quanto posso essere vanitoso. In realtà lo studio è una semplice scrivania.

Spesso accade, mi accade (il sottoscritto non è eccezione ma quanto mi è piaciuto esserlo quando è capitato) come ti dicevo, di nutrire delle perplessità su come cominciare, esattamente come accade da qualche giorno a questa parte. Ho trascorso alcuni minuti fermo a guardare il mio quaderno aperto sulla pagina bianca dove ho scritto “Capitolo I”. Ho un’abitudine: scrivo il primo capitolo di ogni libro o almeno l’incipit su carta e poi, quando la scogliera è superata e comincio a navigare verso il mare aperto, passo a computer, tastiera e video. Sono i crampi alla mano destra a esigerlo, la sinistra è buona solo per scrollare.

Mi alzo e vado verso il tavolino per rompere il momento di stallo. Ci sono, poggiate alla rinfusa, alcune letture di questi giorni. Distrattamente noto il titolo nonché l’inizio del libro di Roland Schimmelpfennig fare capolino, faticosamente, da sotto un altro testo, “La Nausea” di Jean-Paul Sartre. Il libro di Schimmelpfennig inizia così: “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo…” e penso: avrei voluto scriverlo io un inizio così ma lo ha fatto Roland. Lo chiamo per nome per farti credere che lo conosco personalmente, perché fa figo essere amico di uno scrittore anche se potrebbe non essere vero ma lasciamo il dubbio a pascolare. Solo gli asini non ne hanno, è fatto noto questo, infatti non si è mai visto un asino pascolare.

Mi resta una sola possibilità e ne attingo a piene mani: citarlo. Lo chiamo al telefono ma non risponde ed entra la segreteria telefonica:” Salve, non sono in casa. Se sei quello pseudo scrittore che millanta e spaccia in giro di conoscermi sappi subito una cosa. Ascolta bene. Non hai il mio consenso a citarmi nel tuo libro e non è questione d’intenti. Ma come può pensare di scrivere uno come te, che usa i che come li usi tu? Se vuoi un consiglio, datti alle corse. Non dei cavalli, ci vuole troppo studio per quelle, troppo cervello e conosciamo entrambe le condizioni in cui versa e cosa ne resta del tuo. Punta sulla corsa degli scarafaggi.  Lì si tratta solo di fortuna, così hai qualche possibilità di riuscita perché la fortuna aiuta non gli audaci ma agli stolti, i segnati da Dio e i carabinieri. E tu, in quanto segnato da Dio, puoi sperare di diritto”.

Non conosco il tedesco ne posseggo denari da sprecare per pagare un traduttore per cui, nel caso il libro capitasse in mano ad un tedesco, il messaggio, tradotto da Google Traduttore, dovrebbe suonare più o meno così: “Hi, ich bin nicht zu Hause. Wenn Sie der Pseudo-Schreiber sind, der behauptet und von mir weiß, wissen Sie, nein, Sie haben nicht meine Zustimmung, mich ungeachtet der Absicht in Ihrem Buch zu zitieren. Wisse, dass ich an dich denke, unabhängig von dem Buch, das niemals das hässlichste des zwanzigsten Jahrhunderts sein wird, nur weil du es nicht einmal für ein Buch halten kannst, du bist ein schlechter Schriftsteller, der schlechteste, den ich je gelesen und gebetet habe, jeden Morgen unser Christus, von dem ich weiß, dass du ihn nicht so sehr schätzt, damit du diese absurde Fantasie überwinden kannst, die dich glauben lässt, dass du schreiben kannst. Wenn Sie Rat brauchen, gehen Sie zu den Rennen. Keine Pferde, es braucht zu viel Forschung für sie, zu viel Gehirn und wir wissen beide, welche Bedingungen für das übrig bleiben, was von Ihrem Gehirn übrig ist. Konzentriere dich auf das Kakerlakenrennen. Da ist es einfach nur Glück, also haben Sie eine Chance auf Erfolg, denn das Glück hilft nicht dem Mutigen, sondern dem Dummkopf, denjenigen, die von Christus und den Carabinieri gekennzeichnet sind. Und du, als von Christus gezeichnet, kannst auf Recht hoffen”. Sull’utilità ed efficacia di Google traduttore, lascio a te il giudizio caro letto-rice. Io, di solito, preferisco lasciare la pagina bianca ad una traduzione si fatta. Ma l’intento del libro giustificherà la sua presenza qui e l’eccezione alla mia regola.

Forse non è tra le cose più simpatiche utilizzare l’incipit di un altro autore, per di più senza il suo consenso, come pretesto per l’inizio del proprio libro, penso mentre riattacco il telefono. Ma credo ci sia di peggio e spero Roland non se ne abbia a male. E poi, non potrà mai sapere della telefonata perché non ho lasciato nessun messaggio (scrittore fallito sì, ma fesso no) e, se non ho telefonato, non posso sapere del suo dissenso in merito all’essere citato nel libro. Una cosa andrebbe detta in verità: potrei citarlo per danni morali e d’immagine a causa delle parole spese a mie spese nel messaggio in segreteria. Pessima pubblicità per uno scrittore sconosciuto, ottimo motivo per pubblicizzare un libro, al contrario, nel caso fossi stato famoso. Non lo faccio perché non ho soldi per pagare un avvocato e perché preferisco, di gran lunga, aggiungere questo agli altri pretesti per alimentare la mia frustrazione accompagnata da depressione da scrittore fallito e affogarle e affogarmi in sacrosante sbornie. Infine, caro Robert, si può scrivere anche senza “che”, come ho fatto nelle ultime 169 parole (da Forse a sbornie), ma non è detto sia un buono scrivere, non è detto basti a piacere. Una volta ne ero abbastanza convinto, poi ti ho letto e ho capito si trattava di una grossa fesseria. “Stronzata”, sarebbe il termine più appropriato, nel gergo post-moderno di questa società barbarica sempre ben predisposta a conservare il brutto e a consumare e dimenticare il bello. “Fesseria” ha un suono capace di rispettare la sensibilità e il gusto del bello di chi scrive e di chi legge (spero), una sensibilità che “stronzata” se la sogna di notte. Vuoi mettere? Ma, aimè, lasciamo perdere e la barbarie dilaga sotto gli occhi di tutti.

Così, citare Robert doveva essere l’inizio del libro ma “Un faro nella notte” è stato abbagliante, accecante come sole d’agosto a mezzodì. È mia ferma convinzione, al di là di chi si è aggiudicato il primato, festeggiare. Una nascita va sempre festeggiata per cui mi sono meritato la birretta o il bicchiere di vino a pranzo. Mi premio da solo perché se aspetto sia qualcun altro a farlo rischio di morire di sete e mi spiacerebbe accadesse proprio ora. Inizio a divertirmi. Non mi servono pretesti per bere, sono un vizioso e in quanto tale il resto vien da sé. Ma se passi la maggior parte del tuo tempo a bere e ubriacarti e vuoi scrivere un libro, non ne esci vivo a meno di chiamarti Bukowski e, è palese, non è il mio caso.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha divertito perché il suo protagonista, aspirante scrittore un po’ allo sbando, a volte molesto, a volte tenero, che sembra un povero diavolo ma nasconde un animo sensibile e poetico, è simpatico, molto simpatico soprattutto quando si ingarbuglia tra i suoi stessi pensieri. Insieme a lui, ci perdiamo nelle rocambolesche avventure della mente tra ricordi, ipotesi, auto-analisi e interviste impossibili. E’ autentico e sincero il suo perdersi dentro i fili delle sue idee, emozioni, sensazioni alla ricerca di ispirazione per il libro più brutto che sia mai stato scritto mentre non trova nemmeno le parole giuste per raccontare la crisi di coppia in cui è completamente immerso. E si sente che ne soffre. Non trova le parole perché è un irrecuperabile incasinato, forte bevitore e fortissimo lettore e agli autori letti dedica questo suo quasi imbranato tentativo di scrittura. A tratti incontriamo la sua compagna e proviamo tanta compassione per lei, perché come fa a stare con un uomo inconcludente e immaturo così? O anche: come fa a lasciare un uomo così imprevedibile e bohémien così? Personalmente con uno così ci passerei volentieri una serata, o forse anche più di una.

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Agostino Terranova
Agostino Terranova nasce a Novara (NO) il 24 gennaio del 1971.
Vive e lavora a Roma da più di vent'anni.
Dello stesso autore:
"Così come siamo" (Medimond - Collana GME opera prima - 2007)
"Comincio a camminare" (Book Sprint Edizioni - 2018)
Agostino Terranova on sabfacebook

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