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Una piccola tragedia per bene

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Consegna prevista Ottobre 2020
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È un idiota, nient’altro che un idiota. Tutti lo hanno sempre considerato così, forse – inconfessabile – anche sua madre Elena, che lo ha amato tanto da fargli del male. Ma Danilo Colombo è pur sempre a capo di un piccolo impero di poltrone, da cui dipende la vita e la morte di un anonimo paese di provincia.
Così, quando un giorno scompare insieme ai soldi della M&C, l’azienda fondata dal nonno, deflagra il panico.
Ma chi è veramente Danilo? Se lo chiede la famiglia, intossicata da decenni di rancori mai digeriti, se lo chiedono i dipendenti, pietrificati dallo spettro della disoccupazione, se lo chiede Alice Veli, una non più giovane giornalista alle prime armi, che con la storia della M&C si gioca l’ultima possibilità di costruirsi uno straccio di carriera.
Saranno proprio gli articoli di Alice, melodrammatici al limite del grottesco, ad accompagnare il lettore nelle viscere di una tragedia piccola e meschina, che metterà in luce la banalità del male che si insinua in ognuno di noi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché ho il vizio di iniziare tante cose e non portarne a termine nessuna. E volevo sfatare questo tabù. L’ho scritto quando ho cambiato città, ispirata da un paesaggio che non sentivo mio e di cui ho cercato di appropriarmi, trasformandolo nell’ambientazione del racconto. L’ho scritto per gioco e mi sono divertita a giocare, cercando di incastrare tutti i pezzi di un puzzle che fino alla fine sembrano rifiutarsi di stare insieme.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 2

1.1

5 gennaio 2003

Doveva fuggire ma non riusciva a muoversi. I piedi sembravano incollati al terreno, pesanti, infangati. Sentiva delle voci avvicinarsi, sempre più nitide e minacciose. Nel cielo anche gli uccelli sembrava avessero preso ad urlare: non era un verso sereno, come quello della nidiata che apre il becco in attesa del pasto, ma un rumore stridulo, sinistro. Si girò di scatto, terrorizzata. Li vide. Erano ormai a pochi metri da lei, quando la sirena iniziò a suonare. Drin drin drin.

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Aprì gli occhi e si guardò intorno spaesata, ancora incerta se lasciare la mano alla fantasia che si stava dissolvendo. Allungò il braccio con un gesto meccanico, facendo cadere dal comodino il bicchiere dell’acqua. Le ci volle ancora un attimo per metabolizzare di trovarsi al sicuro, nel suo letto. Il sollievo durò solo un istante, quel maledetto telefono continuava a strillare da non si sapeva bene dove. Già insofferente per la giornata partita con il piede storto, si ritrovò per terra a carponi, nel tentativo di far cessare la tortura. Tra un batuffolo di polvere e una penna appiccicosa, riuscì finalmente ad afferrare la fonte del rumore.

«Alleluia, stavo per mettere giù. Non è che ti ho svegliato?». Ci mancava solo Gabriele. Si schiarì la gola fingendo una lieve tosse. «Buongiorno anche a te e soprattutto buon anno». «Si certo, buon anno. Sei sveglia, posso parlarti?». Amava dormire avvolta dalle tenebre più profonde, con le finestre oscurate in maniera ermetica. Solo il buio completo riusciva a garantirle un sonno profondo e animato da sogni vividi e interessanti. Il problema è che quando si svegliava, se si svegliava da sola, non aveva indizi per indovinare in che orario si trovasse a vivere il mondo di fuori.

«Ma certo che sono sveglia, è solo che ho un lieve raffreddore». «Bene, meglio così. Allora, se già non l’avessi fatto, infilati un golf pesante e un cappotto e vai a seguire la conferenza stampa sul crac della M&C. Inizia tra poco meno di un’ora. Ce la fai?». Le scappava la pipì e iniziava a sentire freddo. Continuava a tastare con la punta del piede il pavimento alla ricerca disperata delle pantofole, ma l’unica cosa che riuscì a trovare fu una piccola, rognosissima scheggia di vetro. «Ahi!». «Come dici Alice? Non ce la fai?». «Eh? No, no. Cioè, sì, certo che ce la faccio. Nessun problema. Solo uno starnuto». «Bene. Senti, mi raccomando, è una faccenda abbastanza grossa. Ci sarei andato di persona, ma la redazione rischia di rimanere scoperta, visto che Marino e Giannetti sono ancora in ferie. Ti giro subito l’indirizzo, se hai problemi chiamami». «Tranquillo Gabriele». «Anzi, facciamo così: appena finisce la conferenza chiamami comunque, così facciamo il punto della situazione e vediamo come muoverci. Tutto chiaro?». «Certo Gabriele». «Bene, a dopo allora».

1.2

Gettò il telefono sul letto, aprì le tapparelle, inforcò gli occhiali e scoprì l’ora: erano le dieci passate e la conferenza sarebbe iniziata tra meno di cinquanta minuti. Zampettò verso il bagno con il piede che le faceva male e si sciacquò il viso con l’acqua fredda. Si guardò allo specchio: aveva due occhiaie profonde e la pelle spenta di chi dorme e mangia male; i capelli erano unti: era da Capodanno che non li lavava, tanto non aspettava visite e non aveva in programma alcun impegno lavorativo o mondano. Bisogna sempre farsi trovare pronti, le ripeteva la nonna, biancheria pulita e piega fatta, che se dovessi finire in ospedale come credi che ti giudicherebbero poi i dottori? Era fissata con gli ospedali e alla fine non aveva neanche fatto in tempo ad arrivarci. Però in vita sua mai l’aveva sorpresa con i capelli in disordine e, anche senza prove, poteva giurare che lo stesso si sarebbe potuto dire della biancheria.

Si lavò i denti e le ascelle, si buttò sul viso qualche spolverata di colore e concluse l’operazione ripresa della dignità con un pizzico di profumo. Corse in cucina a prepararsi un caffè e osservò con sconforto il lavandino. La moka affogata tra piatti sporchi incrostati dall’incuria, bicchieri ricoperti di alone di vinaccio a buon mercato, pezzetti di cibo incastrati nello scolo dell’acqua. Ecco il prezzo di condividere quella topaia con due studentelli sbarbati, ecco il conto della professione. O dei tempi, che detta così a volte aiutava a sentire meno il peso del fallimento.

Alice era l’ultima ruota di scorta di un piccolo e insulso giornale locale, la panchinara da chiamare quando i titolari hanno partite più importanti da giocare. Era l’eterna risorsa in prova, senza diritti, senza certezze, con l’unica consapevolezza di dover dimostrare ogni giorno, dopo quasi dieci anni di gavetta, di saper lavorare. Sempre che venisse chiamata a lavorare. Avevano scoperto il Sacro Graal, l’elisir dell’eterna giovinezza. Perché, nonostante avesse superato da un po’ la trentina, continuava ad essere considerata la “ragazza”. Lusinghiero, se non fosse che le pieghe del gomito non erano più elastiche come un tempo e iniziassero a fare capolino intorno agli occhi avvilenti zampette di gallina. Gli addominali ultimamente stavano mollando, le sbronze diventavano una maratona intestinale e la cellulite aveva preso ad espandersi con la furia e la disonestà della Germania nazista, ma senza la possibilità di un intervento alleato.

Dovrei lasciar perdere tutto e ricominciare dalla mia dignità, pensò affogando il buon proposito nella tazza fumante del caffè. Trin, trin. Doveva essere Gabriele. Lesse l’indirizzo e fu colta dal panico. Non sarebbe mai arrivata per tempo.

1.3

La conferenza stampa era iniziata da diversi minuti. Cercò di non pensare alla macchina malamente parcheggiata nell’unico buco disponibile di quel sovraffollato buco di paese. Si era fatta largo nella sala tra facce rosse e inferocite, braccia conserte in attesa dell’inquisizione, occhi attenti a ogni singolo fiato che usciva dal microfono. Nessuna sedia libera in vista. Si sedette per terra e iniziò ad armeggiare nella borsa in cerca del telefono, della penna e del taccuino, e come al solito tirò fuori mille altre cose inutili prima di trovare quello che cercava. Sbuffò. Era nervosa e accaldata. Arrivare in ritardo non le piaceva, soprattutto quando la colpa non era sua.

Si guardò intorno alla ricerca del viso rassicurante di un addetto stampa col comunicato stampato. Niente. Solo mani concentrate sui fogli. Alice non aveva fatto in tempo a documentarsi seriamente sulla storia di quell’azienda, ma aveva capito che si trattava di una storica ditta familiare affondata da una truffa finanziaria.

Gabriele non aveva tutti i torti. Era una faccenda di un certo rilievo, decisamente più delicata delle storie di cui normalmente si prestava a diventare testimone per il suo giornale: la nuova start up rivoluzionaria che collassa puntualmente alla fine dell’anno solare, la vacca locale premiata per il tono muscolare, l’assessore alla complicazione burocratica che illustra l’ultima tassa comunale, la fiera dell’asparago d’altura, la case history del contadino imprenditore, convegni inutili e strette di mano, sprechi di soldi e palco per germi, palloni gonfiati, sorrisi tirati che si trasformano in ghigni di fronte ad una domanda non concordata. Non era certo questo che aveva sognato di fare quando, testarda come un mulo che soffre di vertigini e si rifiuta di risalire la montagna, aveva scelto di infilarsi tra le pieghe della professione. Ma il mulo che viveva in lei sentiva che prima o poi il vento sarebbe cambiato. Anche la statistica le dava ragione: il numero di raccomandati stava iniziando a scemare. L’unico dubbio, a questo punto, era: sarebbe stata ancora pronta dopo tanta snervante attesa?  Tirò un profondo sospiro, chiuse la mente ad altri stimoli, e iniziò a prendere voracemente appunti.

1.4

«Stiamo vagliando le diverse posizioni, per ora non possiamo rilasciare dichiarazioni in merito. Come ho già detto, si tratta di un’indagine piuttosto complessa. Ci sono altre domande?». Carlo Scarpiere, comandante della Guardia di Finanzia, era stato sommerso da un’onda di mani alzate. A lui l’onere di illustrare ad una platea burrascosa e tutt’altro che amichevole lo stato di disfacimento di un’azienda che stava trascinando nella rovina la comunità. Doveva misurare con cura ogni singola parola, se non voleva rischiare di finire trascinato nella fossa del leone.

In fondo alla sala il brusio continuava a montare, sfociando talvolta in banali imprecazioni. “Fate schifo!!!”. “Vergogna!!”. “Mandateci i Colombo!!”.

Alice non era abituata ad un clima così incandescente: l’insuccesso delle sue presentazioni si misurava solitamente in sedie vuote e qualità del buffet. Mentre il salone si andava svuotando, una piccola corrente remava in direzione del tavolo dei relatori. Alice si accodò alla scia, riuscendo ad intrufolarsi nella selva di teste, telecamere e registratori: «comandante Scarpiere, a quanto ammonta il buco di bilancio?». «Signori, come ho già detto stiamo effettuando le nostre valutazioni». «Indicativamente, ci dica qualcosa». «Indicativamente, ma prendete la cifra con le dovute cautele, stimiamo un ammanco di circa 15 milioni». «Quanti sarebbero i clienti e i fornitori non pagati?». «Attualmente ci risultano una ventina di soggetti creditori, Erario escluso. Cortesemente adesso dovrei andare a lavorare. Non dubito che ci sarà presto occasione per aggiornarvi con dati più definitivi». «Comandante, un’ultima domanda: conferma che il presidente dell’azienda risulta irreperibile?». «Confermo. E ora, per favore, lasciatemi fare il mio mestiere».

La selva si girò famelica verso altre fonti da attaccare: assaggiata la prima preda, occorreva succhiare linfa dal resto delle bestie sedute al tavolo, che parevano però essere riuscite a volatilizzarsi. Si trattava dell’avvocato della famiglia Colombo, tale Matteo Ponci, del commissario della polizia Roberto Favella, e di un rappresentante dei lavoratori, tale Graziano, l’unico in trepidante attesa di parlare. Delusi per l’uscita di scena repentina dei protagonisti, i giornalisti si avventarono sulla comparsa rimasta. «Dott. Graziano, vuole rilasciare una dichiarazione?». L’omone, che probabilmente aveva provato la scena più volte quella mattina, in effetti non vedeva l’ora: «certo che la rilascio. Scrivete così, per favore: ci sono migliaia di famiglie a piedi, un’intera comunità che rischia di collassare. E questo, a quanto ci risulta, non perché l’azienda andava male. Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo lavorato a ritmi serrati e gli ordini erano ripresi, soprattutto dall’estero. Qui è sempre la solita vecchia storia del padrone, che non si accontenta di dividere il guadagno con chi se l’è sudato. Ecco cos’è». «Mi scusi, voi avete notizie del presidente?». «Quel coglione? Sì, lo scriva pure. Credo che in questo momento sia da qualche parte a godersi i soldi che ci ha rubato».

03 febbraio 2020

Aggiornamento

Si continua a parlare della mia "piccola tragedia" :-) Grazie ad Eduardo Cagnazzi per questo ottimo articolo su Affaritaliani.it http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/una-piccola-tragedia-per-bene-il-giallo-in-crowdfunding-di-federica-levi-650452.html
31 gennaio 2020

Aggiornamento

Un'emozione che non so descrivere. Quello che fino a poco tempo fa era soltanto un sogno in un cassetto, oggi piano piano, lettore su lettore, si sta trasformando in qualcosa di reale. Anche grazie all'articolo che l'ANSA, la più importante agenzia di stampa nazionale, ha dedicato al mio giallo e all'avventura del crowdfunding. http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2020/01/31/federica-levi-e-il-giallo-in-crowdfounding_3a0686dd-06b1-4353-bff4-bf8a56eb1a37.html
22 gennaio 2020

Aggiornamento

In una manciata di giorni la mia campagna, anzi la NOSTRA campagna, ha già superato un primo, fondamentale traguardo: 60 copie pre-ordinate. Questo significa che tutti voi che avete dato fiducia e dimostrato interesse nei confronti della mia Piccola tragedia per bene riceverete la vostra copia! Grazie, grazie e ancora grazie. La strada per la nascita del libro è ancora lunga, ma so che la percorreremo insieme.
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Federica Levi
Marchigiana di nascita, romana per gran parte della vita, da pochi anni vivo a Milano.
Ho sempre scritto fin da bambina, diari, appunti, sfoghi, piccole riflessioni senza né capo né coda. Oggi scrivo per lavoro: volevo fare la scrittrice, ma poi ho “ripiegato” diventando giornalista, specializzandomi per puro caso nel settore agroalimentare.
Sono una sognatrice, un’indecisa sofferta, una famosa tennista mancata, da qualche tempo anche una mamma. Sono un’entusiasta, mi aggrappo alle piccole cose per trovare la felicità. A volte mi sento un rottweiler nel corpo di un barboncino: all’apparenza calma e innocua, dentro brucio e macino pensieri.
“Una piccola tragedia per bene” è il mio primo tentativo di dare una forma compiuta ad una storia.
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