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Una piccola tragedia per bene

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In un’anonima provincia italiana, la ditta M&C, specializzata in arredamento, da tre generazioni dà lavoro a un intero paese e ricchezza e benessere alla numerosa famiglia Maletti Colombo. Proprio per questo, quando Danilo Colombo e sua moglie Sara scompaiono insieme a tutti i soldi dell’azienda, il paese precipita in un abisso di panico e sospetti. Che fine hanno fatto?

Tentando di rispondere a questa domanda, Alice Veli, giornalista di una piccola testata locale, si ritrova coinvolta in un’indagine che sembra portare a tante verità diverse ma tutte racchiuse all’interno delle stesse mura: un luogo in cui vecchi rancori hanno convissuto a lungo e il male è diventato un’abitudine.

Capitolo uno 

Persino la G se nera andata, dileguata senza far troppo rumore, come tutti quelli che si erano ritrovati con un briciolo di talento. Gli altri erano rimasti lì, schiacciati da quella nebbia che ti si insinua nelle ossa, rosicchiati vivi da zanzare che destate colpivano duro, butterando i parabrezza delle auto come grandine. 

Persino la G se nera andata, ma nessuno ci aveva fatto caso. Avevano imparato ad abbassare lo sguardo, non sono mica fatti miei, ma sapevano benissimo chi aveva regalato lo stipendio a quelle ingorde slot machine.  

La G se nera andata, ma, dopotutto, nemmeno serviva; la sala da BIN(G)O era stata lultima grande attrazione da quelle parti, a cui pochi avevano saputo resistere: una bella donna che profuma di rovina. Con le sue suadenti luci al neon che si specchiavano tra file di capannoni e sexy shop, era ben presto diventata il polo negativo, lo yin, il lato oscuro della madre generatrice da cui tutti dipendevano e da cui tutto era nato: la M&C. O, semplicemente, la fabbrica. 

Era stata lei il loro piccolo Big Bang: allinizio era il nulla, una piana saccheggiata dalla guerra, terra di animali e contadini. Poi nacque il laboratorio e accanto a esso la prima casa. E quando il laboratorio divenne azienda, vicino alla prima casa ne comparve una seconda, poi una terza, una quartae così via. Ecco sorgere il paesone, con le sue case basse, grigie e ordinate come le vite dei suoi abitanti, rosicchiati dalle zanzare e soffocati dalla nebbia. 

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16 dicembre 2002, ore 06:45 

Anche quella mattina il sole sembrava non volerne sapere di uscire allo scoperto e fare il suo lavoro, mentre Antonio attraversava le strade deserte, incurante della pioggerellina che pareva aver deciso di trascorrere il Natale proprio là. Ai bei tempi sarebbe stata neve, pensò, ricordando con una certa nostalgia i primi anni in quella laboriosa provincia che era stata casa per più di metà della sua vita. Nonostante letà, pedalava forte, con le mani ruvide e arrossate ben strette sul manubrio. La bicicletta era uno dei tanti buoni propositi per il nuovo anno, insieme allimmancabile smettere di bere tutte le sere. In effetti, non ci sarebbe stato più da celebrare la fine del turno con qualche bicchiere di birra tra colleghi, alticci e svuotati come lui. Da quel momento in poi, solo tranquille serate da dividere tra moglie, nipoti, figli e il bel cielo della sua terra, che in tutto quel tempo non aveva smesso di sognare. Dopo quasi quarantanni di onorato servizio, si apprestava a compiere lultima settimana in fabbrica.  

Entrò con dieci minuti di anticipo, timbrò il cartellino e, mandando giù un bicchierino di brodaglia marrone che la macchinetta etichettava come espresso, si preparò per iniziare il turno. Più tardi sarebbe passato da Graziano del personale per chiudere i documenti della pensione e valutare un piano di risparmio per il suo gruzzoletto, accumulato con parsimonia e anni di cinghia tirata. Si infilò la tuta, fece un cenno al ragazzotto ancora mezzo addormentato e attese il suono familiare della sirena. Lultima settimana era cominciata come di consueto.  

Ma di consueto, quella mattina, cera ben poco. 

 

16 dicembre 2002, ore 10:30 

Per laspetto asciutto e la carnagione perennemente olivastra lo si sarebbe potuto scambiare per un atleta. Anche il sorriso, aperto e sincero, grazie al quale riusciva a mettere a proprio agio il cliente più scontroso e mal disposto, rappresentava un indizio fuorviante. Perché Stefano Roncaglia, direttore commerciale della M&C da quasi dieci anni, fatta eccezione per la risicata corsetta del fine settimana negli ultimi mesi spesso sostituita da una doverosa passeggiata con carrozzina , aveva sempre lavorato diligentemente dietro una scrivania.  

Non ancora varcata la fatidica soglia dei quarantanni, poteva già vantare un bel pezzo in massello, largo abbastanza da contenere una fetta del suo orgoglio e da nascondere linettitudine dellidiota: quante volte, col sorriso tirato, aveva dovuto rimediare agli errori di chi, per nascita e non per virtù, si era ritrovato seduto dentro la stanza dei bottoni, premendo pulsanti a caso, come un bambino che gioca con lo schermo del cellulare!  

Ma questa volta era diversa. Sentiva che cera qualcosa di più di un ordine impartito da una mente vuota, qualcosa di inquietante.  

Erano quasi due ore che sbatteva il muso su una pila di libri contabili. Quella notte aveva dormito poco, il piccolo stava mettendo i dentinialmeno così sosteneva sua moglie, che da mesi si affidava a improbabili forum di mamme per trovare spiegazioni metafisiche alla natura e non aveva fatto altro che piangere. Così, quella mattina, si sentiva da schifo. Si diresse in bagno, si sciacquò la faccia e osservò quel viso improvvisamente segnato dalle rughe e da unorbita di occhiaie nere. Glielaveva detto, laveva avvertita: I figli si fanno da giovani, abbiamo perso il treno, godiamoci il viaggio su questo vagone di lusso. E invece no, figurati.  

Forse era stanco, tutto qua. Erano sette mesi che non dormiva come Dio comanda. Quella piccola e puzzolente creatura lo stava sfinendo. Si risistemò la cravatta e controllò il cellulare. Di Danilo neanche lombra. Chiamò in soccorso il vecchio contabile. 

 

16 dicembre 2002, ore 14:00 

Giuseppe, Peppino per i pochi intimi, era la memoria dellazienda, il computer efficiente che non prende virus e non chiede aggiornamenti. Nel suo cervello, oltre a calcoli e numeri e fogli e chilometri di contabilità, cera spazio per ben poco: funzioni vitali quali mangiare, dormire, camminare e rispettare lordine e le gerarchie. Il senso dellumorismo, come qualsiasi altro attributo accessorio, gli era del tutto estraneo. Celibe, viveva da sempre con la sorella Sulpizia, e si raccontava andasse a letto insieme alle galline e con loro si svegliasse puntuale ogni mattina.  

La sua routine era stata spezzata quel giorno da una strana convocazione del direttore commerciale. Stefano Roncaglia era un uomo gioviale, sorridente, con un effetto calmante sulle persone che lavoravano con lui. Ma nella sua voce aveva avvertito qualcosa che somigliava a una nota di panico.  

«Giuseppe, c’è qualcosa che non quadra. Prima mi ha chiamato la ditta Mazzi per dirmi che lassegno era scoperto. Ho pensato a un errore della banca, qui risulta un attivo di trecentomila, ma se guarda in questo libro, ci sono cifre che non stanno in piedi. Una serie di prelievi che non sono riuscito a collocare.» 

Il vecchio Peppino inforcò gli occhiali senza scomporsi. «Posso, signore?»  

«Certo, prenda una sedia, anzi si metta al mio posto. Vado a prendere gli altri documenti nellufficio del dottor Colombo.»  

«Non vuole che vada io?»  

«No, ho bisogno di sgranchirmi le gambe. Trovi un giustificativo, cerchi di capire dove sta lerrore. E» aprendo la porta della stanza «so che non c’è bisogno di dirle niente, ma mi raccomando: massimo riserbo. Chiaro?» 

Stefano percorse il corridoio a grandi falcate, dirigendosi come un automa verso il terrazzino privato della direzione. Frugò nervosamente nelle tasche dei pantaloni prima di ricordarsi che aveva smesso di fumare. Tutta colpa dellesserino. Marina gli aveva fatto promettere che con la nascita del bimbo avrebbe detto addio alle sigarette. Gli ultimi studi dicono che il fumo passivo sui neonatie bla bla bla…”  

Lo aveva fatto, controvoglia, ma in quel momento avrebbe pagato oro una sola boccata di fumo. Lastinenza dura solo pochi secondiera scritto nel libro che gli aveva regalato la moglie. Inspira ed espira a fondo per dieci volte. Chiudi gli occhi. Pensa a qualcosa di bello, tentò di controllarsi. Ma lunica cosa che gli veniva in mente era una nuvola di fumo che usciva dalla sua bocca. 

La crisi fu interrotta dallo squillo del cellulare. Danilo, pensò, alla buonora 

«Dottor Roncaglia, buongiorno, sono Tozzi.» 

Si appoggiò alla ringhiera, sconfortato. «Buongiorno a lei, dottor Tozzi, come va?» 

«Tutto bene, grazie. La chiamavo per un piccolo disguido. Mi ha contattato la banca questa mattina per dirmi che il vostro assegno risulta scoperto. Mi spiace davvero disturbarla per una cosa del genere, sono anni che lavoriamo insieme e non dubito del malinteso, ma saci sono le feste, le tredicesime e tutte queste rotture di palle…» 

«Ma no, ha fatto bene a chiamarmi immediatamente…» 

«In realtà avevo provato a chiamare il dottor Colombo, ma, non so, il telefono sembra staccato. Immagino sia fuori.» 

«Sì, il presidente in questi giorni è… in Cina. Mi scuso anche a suo nome, deve esserci stato un errore in banca. Non si preoccupi, faccio un paio di telefonate ed entro domani le faccio avere il dovuto.» 

«Ma certo, la ringrazio, non si preoccupi. Intanto, se non dovessimo sentirci, le faccio i migliori auguri di buon Natale, a lei e alla sua bella famiglia.» 

«Buon Natale anche a lei, dottor Tozzi.»  

Sì, buon Natale un corno. La faccenda si complicava. E dellidiota, con tanto di telefono staccato, non si vedeva neanche lombra. 

16 dicembre 2002, ore 18:40 

Le ombre si allungavano nella stanza del direttore commerciale. Due squadre di ignare formichine avevano già compiuto il loro dovere e lultimo battaglione operaio si preparava a chiudere la giornata. Non sapevano che sopra le loro teste si stava consumando una lotta disperata contro numeri che avevano scelto di disertare. 

Peppino non si era distratto neanche per andare in bagno. I circuiti nella sua testa sfrigolavano, mettendo in pausa ogni funzione che non riguardasse il conto perduto. 

Erano trascorse ore da quando Roncaglia laveva fatto chiamare. Ma da quel momento per ogni passo avanti ne aveva fatti due indietro, senza riuscire a trovare un senso alla voragine economica che aveva davanti agli occhi e che andava allargandosi. Stefano camminava nervoso, chilometri di corridoi alla ricerca della fonte di luce, ma lunica cosa che si illuminava, a intervalli regolari, era lo schermo del cellulare che continuava a sputare lamentele. 

«Ma come cazzo è possibile?» esplose in preda alla frustrazione «Me lo sa spiegare lei, eh?» Peppino lo scrutò da dietro le lenti spesse, non era il caso di fiatare. «Voglio dire. Fino a ieri tutto scorre a meraviglia, crisi archiviata, belle parole con i clienti. Cristo, abbiamo messo a budget il piano di investimenti per il prossimo anno solo un mese fa! E ora, dal nulla, spuntano assegni scoperti, conti non pagati, e un buco nero che non riusciamo neanche a quantificare. Da dove viene, come è possibile che non se ne sia accorto nessuno?»  

Peppino rifletté bene prima di parlare. Parsimonioso ben oltre il limite della decenza, provava dolore nello scialacquare, fosse anche solo una parola in più. «C’è una truffa» sentenziò, non senza fatica.  

A quelle sei lettere, come se avesse esaurito la carica, Stefano si bloccò: quella era lunica parola che si rifiutava di evocare, nonostante aleggiasse da ore nella stanza.  

«Signore…»  

«Mi chiami Stefano, per favore.»  

«Stefano, abbiamo setacciato i documenti a nostra disposizione. Per la fretta può esserci sfuggito qualcosa, ma non abbastanza da giustificare il conto in banca. Qualcuno ha prelevato senza registrare.» 

16 dicembre 2002, ore 19:30 

Stefano fece un ultimo tentativo, questa volta sul telefono di casa. Non era tipo da lunghe attese, ma per una volta decise di fare uno strappo alla regola.  

Quattro, cinque, sei, sette, otto. Restò ad ascoltare il suono della linea libera dellapparecchio abbastanza a lungo da fugare ogni dubbio. Niente.  

Il parcheggio dellazienda ormai era deserto, solo un piccolo lampione a far compagnia alla scritta cubitale M&C Interior Design. Una lieve pioggerellina aveva ripreso a cadere, tintinnando con insistenza sul tettuccio della sua macchina. Quel rumore lo stava facendo impazzire. Aveva bisogno di una sigaretta. Mise in moto e si diresse al bar della stazione, il più lontano e fuori mano, dove non avrebbe dovuto salutare una platea rumorosa di operai costretti a leccargli il culo.  

16 dicembre 2002, ore 19:45 

Stava andando controcorrente, ma il tempo non aiutava. Nella corsia opposta della tangenziale un fiume di fari, luci e gas di scarico di piccoli provinciali che ogni maledetto giorno della settimana si alzavano presto, impacchettavano i loro corpi verso piccole celle dotate di computer, scrivania e aria condizionata. Sessanta chilometri quotidiani di marcia forzata che quellidiota di Danilo aveva scelto di sobbarcarsi per assecondare le smanie da gran signora della moglie. Neanche a casa sua riusciva a portare con decenza un paio di pantaloni. 

Più si avvicinava al centro, più lidea che laveva spinto fin là gli sembrava campata in aria. Cosa sperava di trovare in quella casa? Non era forse più sensato provare a contattare Barbara e metterla al corrente? No, meglio essere prudenti e aspettare di avere unidea più chiara della situazione prima di scatenare il putiferio. Sempre che Barbara, lunica mente della famiglia capace di incutergli soggezione, non fosse già pienamente consapevole della situazione. 

Il fatto, ragionava, è che mi sto dirigendo a casa di Danilo perché sono preoccupato. Punto. Non devo spiegazioni, sono in ansia per un amico che non si è presentato al lavoro e non risponde al telefono. Voglio solo controllare che stia bene, della questione finanziaria non so assolutamente nulla. Ecco, sì. Farò così. Ma allora, proseguì nel suo circuito di pensieri, perché non ho chiamato prima sua moglie? 

Mentre cercava un motivo per tornare indietro, si ritrovò sotto casa dellidiota. Miracolosamente, notò un parcheggio davanti al portone, spense le luci della vettura, si massaggiò le tempie e attese ancora un istante prima di convincersi della necessità di procedere da solo.  

 

16 dicembre 2002, ore 20:30 

Si accese unaltra sigaretta e osservò la strada, la palazzina elegante, il portone. Tutto, lì intorno, parlava di lusso discreto, di gente che possedeva abbastanza soldi da non doverli esibire.  

Lorologio segnava le venti e trenta abbondanti. I titoli del telegiornale erano già passati e suo suocero ne era certo era sicuramente infossato nella poltrona a sorseggiare vino, commentando nervosamente le notizie e lasciando che il ritardo del genero avvelenasse laria. Sua moglie avrebbe nascosto la delusione, tentando senza troppa convinzione di giustificarlo. Adesso iniziamo a mangiare, avrebbe detto, arriverà. E invece, lo sapeva, non sarebbe arrivato per tempo. Niente pane alle olive su quella tavola. Niente discorsi da padre a padre, solo le orecchie che fischiavano per la stanchezza, linquietudine e non da ultimo la consapevolezza che quella lunga giornata si sarebbe risolta con lennesima litigata. Per cosa, poi? Era improbabile pensare di trovare qualcosa in quella casa, sempre che fosse riuscito a entrare.  

Inviò un messaggio alla moglie, mise il muto al cellulare, e aspettò che qualcuno entrasse o uscisse dalla palazzina. Fu fortunato. Unanziana coppia spalancò il portone; Stefano tenne aperto fintanto che luomo non riuscì ad aprire lombrello, poi sorrise e li salutò cordialmente. Probabilmente avrebbero passato le ore successive a interrogarsi su chi fosse leducato giovanotto. 

Decise di cercare il portiere, impossibile che un palazzo del genere non ne avesse uno.  

Individuò due appartamenti al piano terra: il primo riservato a uno studio legale; il secondo, senza cognome, poteva essere quello del tuttofare dello stabile.  

16 dicembre 2002, ore 20:50 

Non cera stato verso di entrare da solo. Nonostante tutto, nonostante le raccomandazioni, la maschera rassicurante da bravo genero che aveva indossato, nonostante le lusinghe e i nomi familiari che aveva sciorinato, il portiere lo fissava con sospetto e lo fece attendere sulla soglia dellingresso mentre il suo naso aquilino tentava di studiare la situazione. Suonò alla porta. Rimasero impalati per un minuto buono, in silenzio, a guardarsi la punta delle scarpe. Poi luomo decise che lattesa era stata sufficiente. Infilò il suo mazzo nella serratura e aprì uno spiraglio.  

«È permesso, dottor Colombo?» Silenzio. La voce del portiere rimbombò sulle pareti. «Attenda qui un secondo ché accendo le luci.» Finalmente lo lasciò passare. Fu investito da un odore molesto, di aria stantia mista a disinfettante. Sembrava che le finestre fossero chiuse da diverso tempo, imprigionando nellambiente unatmosfera da ospedale. Sul tavolo del salotto, un orrendo e costosissimo Knoll anni Sessanta, giaceva un bicchiere solitario. Lo studiò, come se potesse nascondere delle tracce di Danilo, prima di allargare lo sguardo e rimanere pietrificato: i mobili erano stati ricoperti da cellophane trasparente.  

«Be, direi che in casa non c’è nessuno e probabilmente sarà così per un po. Ora è meglio andare» fece impaziente il portiere.  

«Aspetti un attimo,» lo fermò Stefano «prima mi ha detto che non vedeva i signori da qualche giorno, giusto?»  

«Sì, ma sa, posso anche essermi sbagliato. Il dottor Colombo lavora sempre tanto, può capitare che non ci si incontri per settimane.»  

Facendo finta di riflettere, Stefano si addentrò verso le altre stanze della casa. Non sapeva di preciso cosa stesse cercando, forse una lettera daddio, ricevute fuori posto, sangue, un indizio che potesse aprire uno spiraglio su quellassurda situazione.  

«Ehi, senta. Non mi sembra proprio il casoDico che è ora di uscire» riprese il portiere.  

«Ma certo, ha ragione. La ringrazio. Possiamo andare» rispose Stefano, senza accennare a muoversi.  

16 dicembre 2002, ore 21:20 

Correva sullasfalto bagnato dalla nebbiolina fredda e soffocante. Lauto sfrecciava su di giri, facendosi fotografare in almeno un paio di occasioni dallocchio vigile che dettava legge in tangenziale. Cercò di mantenere la calma e ragionare.  

«Una cosa per volta, Santo Dio» urlò allennesimo squillo del telefono. Avrebbe affrontato sua moglie più tardi. O forse no, tanto ormai il danno era fatto, la rabbia si sarebbe trasformata in insoddisfazione e linsoddisfazione andava lasciata sedimentare, tenuta nascosta come la polvere sotto il tappeto di casa.  

Accese la radio, cambiando stazione senza neanche ascoltare una frase o la nota di una canzone. Cosa può essere successo a quellidiota? Possibile che uno come lui sia in questo momento chiappe al vento su una spiaggia delle Maldive a godersi i soldi della ditta? Ma può aver fatto tutto da solo?  

Gli anni trascorsi con quellessere lo avevano reso certo di una cosa: il cervello non si poteva comprare. Danilo era uno scemo, forse non completamente innocuo, come tutti i frustrati che da un momento allaltro scoppiano. Magari una rissa, unubriacatura un potroppo pesante, una scopata fuori posto. Ma niente di più complesso o evoluto. E allora centrava qualcun altro, ma chi? Chi era coinvolto? Poteva essere solo una coincidenza il fatto che Barbara fosse impegnata in un non meglio precisato tour di fornitori in Asia proprio questa settimana? Era possibile che non si fosse accorta di niente?  

Uscì dalla tangenziale, superò la rotonda, ne superò unaltra e unaltra ancora. Non svoltò per la via di casa, no.  

Avrebbe dovuto ascoltare il suo istinto, allontanarsi da quel buco di fogna in fondo al mondo quando era in tempo, e adesso non sapeva neanche se fosse già troppo tardi per non perdere quel minimo di convenzionale agiatezza che si era costruito.  

Accostò lauto sul ciglio della strada. Sentiva che stava per piangere, che doveva piangere, che voleva piangere, ma il grumo non riusciva a sciogliersi. Si accese lennesima sigaretta e al diavolo sua moglie, al diavolo tutte le storie sulla puzza, la salute, lasma e i bambini. Fossero state vere metà delle sue paranoie, la razza umana si sarebbe estinta ben prima dei dinosauri. 

Sì, i sedili avrebbero assorbito lodore di fumo; sì, non cera niente di più disgustoso di questo; sì, avrebbe detto che era salito in macchina un cliente; sì, hai ragione, per lavoro mi prostituisco come una troia; sì, dovrebbe venire prima la mia famiglia; sì, ti prometto che cambierò; sì, lo sappiamo entrambi che non lo farò e sappiamo entrambi che questo dialogo non avverrà mai, perché non ne avrò il coraggio e passerò prima allautolavaggio 

Abbassò il finestrino per ridurre il danno. Laria era pungente e umida. Scosse la testa, prese unaltra boccata. Non aveva senso, ma non importava. Compose lunico numero che le sue mani conoscevano a memoria.  

«Stefano?» rispose una voce, sorpresa.  

«Tuo marito non c’è?»  

«Scusa, cosa vuoi? È… credo sia una vita che non ci sentiamo.»  

«Sì, proprio una vita.»  

«Stai bene? Hai bevuto?»  

Anche a chilometri di distanza riusciva a penetrare nel suo umore. «Sto bene, sì, sto bene, ma devo parlarti.» Silenzio. «Senti, non voglio tornare alla carica. È solo che non so con chi confrontarmi.»  

«Tua moglie, per esempio?» gli rispose con un sarcasmo forzato, che non le apparteneva.  

«Francesca, si tratta di Danilo. Tuo cugino.»  

«Danilo? E cosa ha combinato stavolta?»  

In sottofondo poteva immaginare il calore dellabitazione, arredata con estro e cura, abitata da affetto e tenerezza. «Non lo so. È questo il problema.» Per la prima volta in quella orrenda giornata sentì la tensione che labbandonava. Svuotò la testa, sciolse i pensieri e confessò tutto.  

Gennaio 2003 

Anche il sole, a volte, decide di cambiare direzione. Quando laria si fa pesante e la tensione aleggia come unombra, il dio Apollo striglia le sue bestie e gira il suo bel carro verso orizzonti più lievi. Sulle teste di quelle case terribilmente uguali, basse, grigie e ordinate incombevano cupi pensieri. Preoccupazioni, urla e strilli di chi si è fatto da solo e non vuole abbandonare quel poco che ha accumulato.  

Dietro le tende verdi delle palazzine addobbate a festa si origliavano litigi, voci affrante di donne tarchiate e qualche schiaffo fuori posto di uomini esasperati. Nei bar, nelle taverne, nel circolo dove ci si ricreava da non si sapeva cosa, persino davanti alla slot mangia-stipendi, non si faceva altro che parlare.  

Lamico osservava il vicino cercando nei suoi occhi la disperazione, sperando di scoprirla più nera della propria. Le malelingue smisero di parlare. Frasi di circostanza, ipocrite e poco consolatorie. Se io ho perso tutto anche laltro deve affondare, pensavano, scommettendo lultima monetina su un destino già scritto. Il rumore incessante di parole, voci e versi poco umani si interrompeva solo davanti agli stranieri. 

Erano passate poco più di due settimane da quando Antonio aveva parlato con Graziano del personale. Nel mezzo, un bel grigio Natale, lultimo senza pensieri per anime semplici che volevano solo campare. Le strade deserte, abitate da randagi e disgraziati mattinieri, erano ora terreno di orde di invasori, telecamere, furgoni, mezzibusti dentro e fuori, che come corvi si accanivano sulla carcassa da squartare. La loro vita sarebbe stata ridotta in brandelli, pubblicizzata, digerita e poi gettata nei rifiuti. Quindici minuti di celebrità per ognuno di loro, da barattare sullaltare della dignità. Il circo dellinformazione è in paese, amici, venitelo a scoprire! 

03 febbraio 2020

Aggiornamento

Si continua a parlare della mia "piccola tragedia" :-) Grazie ad Eduardo Cagnazzi per questo ottimo articolo su Affaritaliani.it http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/una-piccola-tragedia-per-bene-il-giallo-in-crowdfunding-di-federica-levi-650452.html
31 gennaio 2020

Aggiornamento

Un'emozione che non so descrivere. Quello che fino a poco tempo fa era soltanto un sogno in un cassetto, oggi piano piano, lettore su lettore, si sta trasformando in qualcosa di reale. Anche grazie all'articolo che l'ANSA, la più importante agenzia di stampa nazionale, ha dedicato al mio giallo e all'avventura del crowdfunding. http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2020/01/31/federica-levi-e-il-giallo-in-crowdfounding_3a0686dd-06b1-4353-bff4-bf8a56eb1a37.html
22 gennaio 2020

Aggiornamento

In una manciata di giorni la mia campagna, anzi la NOSTRA campagna, ha già superato un primo, fondamentale traguardo: 60 copie pre-ordinate. Questo significa che tutti voi che avete dato fiducia e dimostrato interesse nei confronti della mia Piccola tragedia per bene riceverete la vostra copia! Grazie, grazie e ancora grazie. La strada per la nascita del libro è ancora lunga, ma so che la percorreremo insieme.
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Federica Levi
nata ad Ancona, romana per gran parte della vita, oggi vive e lavora a Milano. Nipote “d’arte” e appassionata di scrittura fin da piccola, è una giornalista e un’esperta di comunicazione. Una piccola tragedia per bene è il suo romanzo d’esordio.
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