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Portare il sorriso con un pallone

Portare il sorriso con un pallone
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Consegna prevista Marzo 2022
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Nel 2015 ho intrapreso un’avventura ad Haiti insieme ad altri giovani, per una missione di volontariato.
Tra povertà ed enormi situazioni di disagio, avevamo l’obiettivo di portare un sorriso e far vivere dei momenti di felicità.
Dovevamo farlo attraverso lo sport e altre attività ludiche. Sembrava proprio una missione impossibile.
Nonostante le paure iniziali e il fatto che pensassi di non poter “sopravvivere” ad uno stile di vita, usi e costumi, ai quali non ero abituato, ho vissuto momenti emozionanti e straordinari.
Volevo dare una mano, attraverso lo sport, che per noi è una realtà ordinaria e quasi banale, mentre per i bambini che ho incontrato, era un evento speciale.
Ero partito con queste intenzioni e con le mie motivazioni. Sono tornato a casa con mille domande, ma anche con tante consapevolezze, grazie ai vari imprevisti, insegnamenti e sorprese, che si intrecciavano ogni giorno.
Un’esperienza che mi ha cambiato la vita e che consiglio a chiunque di sperimentare.

Perché ho scritto questo libro?

Ogni volta che racconto questo viaggio, dentro di me si mischiano mille emozioni contrastanti tra loro. Le infinite domande di chi mi ha ascoltato, mi hanno spinto a mettere nero su bianco, un’esperienza che mi ha cambiato la vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

LA SCELTA

Tutto iniziò nell’ottobre del 2014, in quel periodo mi stavo chiedendo cosa fare l’estate successiva. Per attitudine, tendo a programmare ogni cosa, con parecchio anticipo. Per dieci anni, le mie estati orbitavano intorno alle proposte dell’oratorio di Bellusco, il paese in cui ho sempre vissuto.

Sentivo che dovevo cambiare aria, concentrarmi su altro, donare il mio tempo ad altro e ad altri. Non che non mi piacesse più l’ambiente in cui sono cresciuto, ma sentivo di aver dato il massimo. Iniziai quindi a confrontarmi con gli amici storici e le persone a me più vicine. Inizia a passarmi per la testa l’idea di fare volontariato all’estero. Chiedo informazioni ad alcuni ragazzi che, negli anni passati, hanno fatto esperienze simili. Il primo che sento tra loro è Mombe, grande fan delle missioni. Purtroppo l’associazione con la quale era partito aveva già pianificato il percorso, per l’estate successiva, quindi ero già in ritardo.

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Ci penso ogni giorno, ne parlo con gli amici. Fino a che non ne parlo anche con Marco. Ci sentiamo ogni giorno, ha mille agganci e quindi mi confronto con lui. Coincidenza, suo fratello era appena andato ad Haiti con il CSI (Centro Sportivo Italiano). Lo sento subito.

Sentendo i vari racconti, mi convinco sempre di più. Voglio partire. Il mio sogno sarebbe andare in Brasile, dove sono nato, ma mai più tornato. Purtroppo la burocrazia non mi permette di poterlo fare facilmente. Devo rimandare quel viaggio, ma nella mia testa, c’è la voglia di partire, di sentirmi utile.

Passano i mesi. Siamo a Gennaio 2015, stavo navigando su internet cercando informazioni sulle probabili formazioni della Serie A e mi compare un banner: CSI PER IL MONDO. Ecco il segnale che aspettavo. Clicco e mi iscrivo alla formazione. Non sapevo ancora la destinazione. La mia famiglia non sapeva nulla di tutto ciò. Ne parlo solo con le persone che frequento in oratorio. Viene fuori che anche Gaia si era iscritta allo stesso percorso di formazione. Altra coincidenza: lei nel 2019 si sposerà con Mombe, proprio la prima persona, alla quale avevo chiesto informazioni per intraprendere un viaggio, in cui poter aiutare da vicino, persone in situazioni di disagio.

LA FORMAZIONE

Volevo partire, sì ma per fare cosa? Destinazione? Cosa e chi avrei trovato sulla mia strada?

Avevo mille domande in testa.

A fine febbraio arriva la conferma che il mese successivo avremmo iniziato la formazione, proprio con il CSI.

Al primo incontro eravamo circa trenta persone. Chi faceva l’arbitro, chi i cheerleader, chi il clown, chi era già madre ma non ne aveva parlato con la sua famiglia della sua idea. Insomma c’era di tutto.

Tra di loro, c’era anche una persona che da lì a poco, mi avrebbe cambiato la vita, ma questo lo racconterò in seguito.

I responsabili del progetto iniziarono a raccontarci la struttura delle varie giornate che avremmo vissuto, nel caso in cui avremmo accettato di partire, con l’aggiunta di una breve testimonianza diretta, in cui Alberto, che era già partito per Haiti, con il CSI, ci racconta le sue emozioni, la sua esperienza sul campo, le partite di calcio, coi bambini e della gioia che essi trasmettevano coi loro sorrisi.

Infine ci presentarono le possibili destinazioni: Albania, Camerun o Haiti stessa.

Di primo impatto non ero interessato alla destinazione, dentro di me, c’era il desiderio di partire, di dare una svolta alla mia vita.

Nei mesi successivi, ci sono stati altri incontri, durante i quali ci chiesero di metterci in gioco e di essere noi stessi.

Aggiunsero una frase che ci univa, ci motivava, ma allo stesso tempo risuonava nella mia mente come una follia: “Portare il sorriso con un pallone”, quello era l’obbiettivo del gruppo.

“Cosa?” Pensai dentro di me: “povertà, degrado e tutte le problematiche che circondano queste persone e noi dovremmo farli sorridere con un pallone?” Era impossibile…

Premessa: sembro una persona seria, ma in fondo sono un idiota (nel senso buono del termine). Mi piace divertirmi e far ridere gli altri.

Sparo un sacco di idiozie, mi piace scherzare e lo farei per ore, ogni santo giorno.

Siamo in primavera. Gli organizzatori propongono un week end di formazione, in un oratorio di Milano. Quel giorno parto in sordina, sto sulle mie, anche perché’ ero in un ambiente nuovo e avevo bisogno di ambientarmi; ci vollero circa venti minuti.

Ci spiegano il programma e pronti via, ci spediscono per le vie di Milano, per delle prove di gruppo. Inizio ad affibbiare soprannomi ai passanti (li ringrazio per non avermi insultato). Faccio un sacco di foto con chiunque e di conseguenza, conosco un sacco di persone. La premessa era sempre la stessa: “scusi se la disturbo, ma ho perso una scommessa. Possiamo fare una foto insieme? Possiamo cantare insieme?” “Posso prenderla in braccio?” e tanto altro, per iniziare a fare gruppo.

Torniamo al punto di ritrovo. Qui ci saranno delle sfide sportive. Oltre ad essere un idiota, sono competitivo (forse troppo). Nella mia testa dovevo vincere, quindi inizio a provare a caricare i compagni di squadra (mi avranno preso per matto).

Tra staffette e varie sfide mi dimentico che di fronte a me, ci sono perfetti sconosciuti, con i quali dovrò condividere tre settimane della mia vita e soprattutto persone che pesano sessanta/settanta chili in meno di me. Per farla breve, spinto dall’impeto del gioco, ne ho fatte cadere una e altre due le ho colpite con forza, con un pallone.

Se voglio far parte di un gruppo o provare ad essere un esempio, devo cambiare atteggiamento. Chiedo scusa e torno in me.

La formazione si conclude con un momento più tranquillo. Ci si inizia a conoscere a livello umano e a condividere le proprie storie.

Nell’ incontro successivo, incontrammo Emiliano Mondonico, storico allenatore di calcio, ad alti livelli. Mi colpì molto la sua umiltà e la sua umanità. Arricchì i suoi racconti con aneddoti e consigli su come diventare un bel gruppo.

Oltre a questo incontro, iniziarono a dividerci in gruppi, per confrontarci sulle attività da proporre e per capire come mettere in pratica le diverse idee, di ognuno di noi.

LE MIE MOTIVAZIONI

Non è mai facile condividere la propria storia. Raccontare ciò che ti ha segnato e aprire il proprio cuore agli altri, soprattutto se fino a quel momento è sempre stato un tabù.

In questi anni, la domanda più ricorrente è stata: “perché’ sei partito?” E poi aggiungevano: “ma chi te lo ha fatto fare di pagare per fare volontariato?”

Rispondo sempre con un giro di parole infinite. “Eh sai, ho sempre frequentato l’oratorio. Sempre a giocare coi bambini, poi mi piace lo sport…” però mi tornarono in mente le parole che ci dissero all’inizio della formazione “siate voi stessi”.

E cosi, aggiungevo la risposta (quella vera) quella che viene dal cuore.

A me, piace pensare che ognuno nella vita ha un jolly. Una possibilità di svoltare la propria vita.

Il mio jolly me lo sono giocato quando avevo pochi mesi di vita.

Ci spostiamo a Curitiba, città nel sud del Brasile. Siamo nel luglio del 1989, venne alla luce, un bambino con diverse malformazioni facciali (palatoschisi, labbro leporino…) e da una ragazza madre. Il padre? Mistero.

Il tasso di mortalità infantile in questo paese e in tutto il Sudamerica, raggiunge ancora oggi numeri agghiaccianti.

Immaginatevelo a fine anni ottanta. Prospettive per il futuro? Possibilità di curarsi? Diciamo che il destino di quel bambino era quasi segnato. Quella creatura ero proprio io.

Venni affidato ad una comunità di missionari. Non sono genitore e non so quali emozioni si possano provare, nello scegliere di “abbandonare” un figlio. Non mi sento non voluto o abbandonato. Anzi.

Devo la mia vita anche a questa persona. Ha provato a darmi una possibilità, rinunciando ad un figlio.

30 anni fa, era (per mia fortuna) il periodo in cui, iniziarono le prime adozioni in Italia, anche di bambini provenienti da paesi stranieri.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gabriele Mangano
Gabriele Simone Mangano nato nel 1989 in Brasile. Alla fine dello stesso anno viene adottato da una famiglia in Brianza. Appassionato da sempre di sport, cinema, fumetti e viaggi. Da adolescente scopre il mondo della pallacanestro e soprattutto quello del volontariato, ovvero la gioia del donare il proprio tempo. Da 4 anni docente della scuola primaria.
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