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Il prete che visse due volte

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Stefano Lorenz non è un prete come gli altri: dietro l’abito si cela una spia che lavora nell’ombra per difendere gli interessi della Chiesa nel mondo. Ma essere un agente segreto per il Vaticano comporta troppi compromessi e, arrivato a quarant’anni, Stefano vuole cominciare una seconda vita, libera dai conflitti interiori che lo tormentano da troppo tempo.

Poco prima di rinunciare ai voti, gli viene affidata un’ultima missione in Siria: sgominare un traffico di reperti archeologici. Ma Stefano troverà ad attenderlo un intrigo ben più grande e complesso, a cui dovrà mettere un fermo, se vorrà iniziare davvero una vita nuova e diversa.

CAPITOLO 1

Domenica, 13 febbraio 2011

Stefano non sapeva chi fosse la persona in giacca e cravatta che stava dentro allo studio del cardinale, ma gli dava tanto l’impressione di essere un grande paraculo. Gli venne in mente che poteva essere solo un politico. E gli venne in mente che i politici gli facevano venire la nausea. E quindi gli venne la nausea. Non ce l’aveva con i sindaci di paese, ce l’aveva con altri tipi di politici, leggermente più potenti. Non li sopportava a prescindere e li aveva odiati in tutti i paesi in cui aveva passato lasua vita. Non tanto per quello che non facevano, ma per quello che avevano fatto. Respirò profondamente dal naso come gli avevano spiegato alcune persone durante i suoi anni in Oriente. Cercò di calmarsi. Bella storia lo yoga, pensòvelocemente fra sé e sé. Già non era facile emotivamente quello che stava per fare, in più doversi trovare un politico prima di lui, be’ quello proprio no. Lasciare i voti, passare da prete a civile, non era una passeggiata. Lo aveva immaginato e adesso lo stava vivendo. Non sentiva ansia, quella no. Ma si sentiva in colpa. Non sapeva come Dio l’avrebbe presa. E se l’avesse presa male?

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Si rifugiò quindi in una preghiera veloce per mandare via il pensiero negativo. Pensiero negativo che includeva politicoe cardinale.Non era abituato a restare fermo e si era messo a gironzolare nella sala d’attesa prima di entrare dal cardinale. Più che un prete sembrava un cane. E più si girava a destra e a sinistra e più gli faceva nausea tutto quel materialismo. Tropposfarzo. La stanza respirava di storia e di potere: per lui, abituato ad avere al massimo un materasso a terra era troppo.Il cardinale non aveva chiuso bene la porta del suo ufficio e il dialogo col tizio della politica che a Stefano era capitato di sentire lo aveva fatto rabbrividire. L’aiuto che il cardinale aveva concesso a

quella persona non era in termini di concessioni divine alla vita terrena. L’uomo in giacca e cravatta aveva chiesto chiaramente un aiuto per raccogliere informazioni in alcune zonedel Medio Oriente dove poteva essere utile l’aiuto di mamma Chiesa, per interessi nazionali legati al fabbisogno energetico del Paese. Il pretesto era quello e il cardinale aveva promesso a quell’uomo l’aiuto che chiedeva. Per ciò che poteva essere in suopotere. Stefano sperò vivamente di non essere quell’aiuto venduto dal cardinale, ma aveva la sensazione di essere proprio lui. Infatti il cardinale aveva anche detto a quello splendido personaggio che non sarebbe stato Dio in persona a dargli le informazioni e che quindi sarebbe stato il caso che lui politico organizzasse qualcosa di bello e di vispo per sdebitarsi del piacere a lui cardinale. E il tizio aveva semplicemente detto: «Contaci, vecchio mio».Stefano si mise le mani fra i capelli. Come poteva il cardinale, alla sua età, pensare ancora a certe cose? Stefano ci ragionò e si disse che il cardinale non avrebbe proprio dovuto pensare a certe cose. E gli scappò un’altra preghiera. Stefano voleva troppo bene a Dio e non gli avrebbe mai rivolto nessun torto. Ma pensò anche che in quel momento un’imprecazione lo avrebbe fatto sentire meglio di una preghiera.Stefano all’inizio delle sue missioni, molti anni prima, aveva sempre considerato quei particolari affari della Chiesa come necessari per portare ladottrina nel mondo, per difendere la Chiesa di Dio sulla terra in tutti i territori in cui operava. Ma nel tempo si era accorto che quegli interessi non avevano a che fare con nulla di spirituale e men che meno con quel Dio che lui tanto amava. L’uomo ingiacca e cravatta gli passò davanti senza salutarlo. Non aveva un viso nuovo, aveva un viso da telegiornale. Stefano sentì i passi del cardinale sul pavimento in marmo e lo vide sbucare dalla porta con il suo naso lungo e stretto e la mano già alzata. A Stefano questa volta non partì una preghiera, ma una breve serie di eresie, concluse con «scusa, Signore». Fece quello che doveva fare. Baciò l’anello del cardinale e lo seguì dentro la stanza. Rischiò solo di vomitargli addosso per la tensione e il disgusto.Era da tempo che non si sentiva equilibrato, ma che sentiva covare
dentro un profondo malumore per quello che faceva. Adesso stava passeggiando per Roma. Aveva a lungo pregato Dio e nei suoi lunghi esercizi spirituali aveva capito che forse il momentoera arrivato. Di quella Chiesa non poteva fare parte. Non voleva fare parte.A quattordici anni aveva sentito la chiamata del Signore e l’aveva accolta con gioia. Gli anni di studio e i primi anni passati in giro a parrocchie, poi l’anno come missionario in Africa, lo avevano elevato. Poi l’incontro con il cardinale e l’aver accettato quegli incarichi particolari che gli erano stati proposti. Per le sue competenze, gli avevano detto. E aveva dovuto accettare per forza di cose. E per lungo tempo aveva condiviso le motivazioni. La difesa e la protezione di tutti i cristiani nel mondo gli erano sempre parse cause nobili per le quali era giusto battersi, a volte con mezzi poco ortodossi. Ma nel tempo si era accorto che la maggior parte degli incarichi avevano principalmente un fine economico, favoritismi personali a qualche potente, situazioni che nulla avevano a che fare con il proteggere i poveri e gli afflitti dalle persecuzioni. Per procurarsi le informazioni che si era procurato aveva anche messo nei casini altre persone. Magari gente cattiva, ma diciamo che Gesù non avrebbe condiviso al cento per cento. Sapeva benissimo di aver aiutato migliaia di cristiani e non, di avere aiutato bisognosi e perseguitati nelle varie zone del mondo che aveva toccato, ma sapeva che per averlo fatto era sceso a compromessi con se stesso. Con la sua stessa religione, che prima di tutto si poneva un obiettivo di amore verso il prossimo. E nel tempo quella cosa lo stava devastando interiormente.Non credeva di poter essere capace di farlo ancora. Confessarsi non gli serviva a nulla. Voleva iniziare una vita normale e distante da tutto quello.Aveva pattuito con il cardinale un ultimo incarico. Non lo voleva, ma Sua Eminenza non gli aveva dato una grande scelta. Poi avrebbe, per così dire, dato le dimissioni. Non aveva chiesto di essere mandato in qualche parrocchia o qualche altra mansione: Stefano aveva deciso di rinunciare ai voti. Voleva vivere Dio e se stesso in una nuova dimensione. In pratica voleva farsi i cazzi suoi e magari aprire una scuola di yoga. Non era stato facile parlarne al cardinale. Aveva sempre avuto una orte influenza su Stefano e fondamentalmente non era una persona con cui si potesse avere un grande dialogo. E il cardinale non aveva preso bene la notizia.A Stefano era sembrato molto più preoccupato che dispiaciuto. Stefano gli aveva spiegato che la decisione era stata sofferta, ma la preghiera, la meditazione e la razionalità gliel’avevano imposta.Il cardinale alla fine gli aveva detto che ciò cambiava tutto. Ma aveva comunque bisogno di lui per un’ultima volta. E così fu.

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Emanuele Massignani
37 anni, è nato e cresciuto in provincia di Vicenza, dove tuttora vive. Ingegnere di professione, inventa storie per passione, seguendo una grande filiera di azione e reazione creativa. Il prete che visse due volte è il suo romanzo d’esordio.
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