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Il prete che visse due volte

Il prete che visse due volte campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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E’ da 20 anni che Stefano fa il James Bond per la Santa Sede.
Ma non è 007, è solo un ironico e sagace prete che vuole una vita nuova, libero dalla propria coscienza.
E soprattutto vuole smetterla di litigare con Dio.
Si vede costretto però ad accettare un’ultima missione.
Tra una Siria in guerra civile, una splendida India e una Libia in fiamme, Stefano per sopravvivere incrocia le tracce di vecchi faccendieri di antichi reperti e rivoluzionari in cerca di potere.
Finte morti, rapimenti e continui colpi di scena percorrono la storia.
Un unico filo di Arianna che lo riporta a casa, in Trentino, dove una strana agenda rossa potrebbe aiutarlo a cercare la via d’uscita dal labirinto in cui è finito.

Perché ho scritto questo libro?

10 anni di stesura. Molte revisioni. Perché volevo una storia imprevedibile e contemporanea. Con lo scopo di dare vita a qualcosa di piacevole e particolare per più lettori possibili. Una storia che abbracciasse molti generi.
Alla fine ho messo spionaggio, thriller, avventura.
Quando scrivevo, creavo legami che non avrei mai immaginato dando un futuro ai personaggi, con la voglia di mantenere un’ironia di fondo.
Volete seguire il protagonista per vedere il guaio in cui si è cacciato ?

ANTEPRIMA NON EDITATA

13 febbraio 2011 – CAPITOLO 1

Stefano non sapeva chi fosse la persona in giacca e cravatta che stava dentro allo studio del cardinale, ma gli dava tanto l’impressione di essere un grande paraculo. Gli venne in mente che poteva essere solo che un politico. E gli venne in mente che i politici gli facevano venire la nausea. E quindi gli venne la nausea. Non ce l’aveva con i sindaci di paese, ce l’ aveva con altri tipi di politici, leggermente più potenti. Non li sopportava a prescindere e li aveva odiati in tutti i paesi in cui aveva passato la sua vita. Non tanto per quello che non facevano ma per quello che avevano fatto. Respirò profondamente dal naso come gli avevano spiegato alcune persone durante i suoi anni in oriente. Cercò di calmarsi. Bella storia lo yoga pensò velocemente fra sé e sé.
Già non era facile emotivamente quello che stava per fare, in più doversi trovare un politico prima di lui, beh proprio quello no. Lasciare i voti, passare da prete a civile, non era una passeggiata. Lo aveva immaginato e adesso lo stava vivendo. Non sentiva ansia, quello no. Ma si sentiva in colpa. Non sapeva come Dio la avrebbe presa. E se l’avesse presa male ?
Si rifugiò quindi in una preghiera veloce per mandare via il pensiero negativo. Pensiero negativo che includeva politico e cardinale.
Non era abituato a restare fermo e si era messo a gironzolare nella sala d’attesa prima di entrare dal cardinale. Più che un prete sembrava un cane. E più si girava a destra e a sinistra e più gli faceva nausea tutto quel materialismo. Troppo sfarzo. La stanza respirava di storia e di potere. Per lui abituato ad avere al massimo un materasso a terra era troppo.
Il cardinale non aveva chiuso bene la porta del suo ufficio e il dialogo col tizio della politica che gli era capitato di sentire a Stefano lo aveva rabbrividito. L’aiuto che il cardinale aveva concesso a quella persona non era in termini di concessioni divine alla vita terrena.

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L’ uomo in giacca e cravatta aveva chiesto chiaramente un aiuto per raccogliere informazioni in alcune zone del medio oriente dove poteva essere utile l’aiuto di mamma Chiesa per interessi nazionali legati al fabbisogno energetico del paese. Il pretesto era quello e il cardinale aveva promesso a quell’uomo l’aiuto che chiedeva. Per quello che poteva essere in suo potere.
Stefano sperò vivamente di non essere lui quell’aiuto venduto al cardinale, ma aveva la sensazione che “aiuto” era proprio lui. Infatti il cardinale aveva anche detto a quello splendido personaggio che non sarebbe stato Dio in persona a dargli le informazioni e che quindi sarebbe stato il caso che lui politico organizzasse qualcosa di bello e di vispo per sdebitarsi del piacere a lui cardinale. E il tizio aveva semplicemente detto “contaci vecchio mio”.
Stefano si mise la mano fra i capelli. Come poteva il cardinale ancora alla sua età pensare a certe cose ? Stefano ci ragionò e si disse che il cardinale non avrebbe proprio dovuto pensare a certe cose. E gli scappò un’ altra preghiera. Era fortunato che voleva troppo bene a Dio ma sarebbe stato meglio una imprecazione che una preghiera.
Stefano all’ inizio delle sue missioni, molti anni prima, aveva sempre considerato quei particolari affari della chiesa come necessari per portare la dottrina nel mondo, per difendere la chiesa di Dio sulla terra in tutti i territori in cui operava. Ma nel tempo si era accorto che quegli interessi non avevano a che fare con nulla di spirituale e men che meno con quel Dio che lui tanto amava.
L’uomo in giacca e cravatta gli passò davanti senza salutarlo. Non aveva un viso nuovo, aveva un viso da telegiornale. Stefano sentì i passi del cardinale sul pavimento in marmo e lo vide sbucare dalla porta con il suo naso lungo e stretto e la mano già alzata. A Stefano questa volta non partì una preghiera, ma una breve serie di eresie, concluse con “scusa Signore”. Fece quello che doveva fare. Baciò l’anello del cardinale e lo seguì dentro la stanza. Rischiò solo di vomitargli addosso per la tensione e il disgusto.

Era da tempo che non si sentiva equilibrato ma che sentiva covare dentro un profondo malumore per quello che faceva.
Adesso stava passeggiando per Roma. Aveva a lungo pregato Dio e nei suoi lunghi esercizi spirituali aveva capito che forse il momento era arrivato. Di quella Chiesa non poteva fare parte. Non voleva fare parte.
A 14 anni aveva sentito la chiamata del Signore e l’aveva accolta con gioia. Gli anni di studio e i primi anni passati in giro a parrocchie, poi l’anno come missionario in Africa, lo avevano elevato. Poi l’ incontro con il cardinale e il fatto di aver accettato quegli incarichi particolari che gli erano stati proposti. Per le sue competenze gli avevano detto. E aveva dovuto accettare per forza di cose. E per lungo tempo aveva condiviso le motivazioni. La difesa e protezione di tutti i cristiani nel mondo gli era sempre parsa una causa nobile per la quale era giusto battersi, a volte con mezzi poco ortodossi.
Ma nel tempo si era accorto che la maggior parte degli incarichi avevano principalmente un fine economico, favoritismi personali a qualche potente, situazioni che nulla avevano a che fare con il fatto di proteggere i poveri e gli afflitti dalle persecuzioni. Certo, lo aveva sempre fatto. Ma per procurarsi le informazioni che si era procurato aveva anche messo nei casini altre persone. Magari gente cattiva, ma diciamo che Gesù non avrebbe condiviso al cento per cento.
Sapeva benissimo di aver aiutato migliaia di cristiani e non, di avere aiutato bisognosi e perseguitati nelle varie zone del mondo che aveva toccato, ma sapeva che per averlo fatto era sceso a compromessi con se stesso. Con la sua stessa religione, che prima di tutto si poneva un obiettivo di amore verso il prossimo. E nel tempo quella cosa lo stava devastando interiormente.
Non credeva di poter essere capace di farlo ancora. Confessarsi non gli serviva a nulla. Voleva iniziare una vita normale e distante da tutto quello.
Aveva pattuito con il cardinale un ultimo incarico. Non lo voleva ma quello non gli aveva dato una grande scelta. Poi avrebbe, per così dire, dato le dimissioni. Non aveva chiesto di essere mandato in qualche parrocchia o qualche altra mansione. Stefano aveva deciso di lasciare i voti. Voleva vivere Dio e se stesso in una nuova dimensione. In pratica voleva farsi i cazzi suoi e magari aprire una scuola di yoga.
Non era stato facile parlarne al cardinale. Aveva sempre avuto una forte influenza su Stefano e fondamentalmente non era una persona con cui si potesse avere un grande dialogo. E il cardinale non aveva preso bene la notizia. A Stefano gli era sembrato molto più preoccupato che dispiaciuto. Stefano gli aveva spiegato che la decisione gli era stata sofferta ma la preghiera, la meditazione e la razionalità gliela avevano imposta.
Il cardinale alla fine gli aveva detto che quello cambiava tutto quello che aveva in mente ma che aveva comunque bisogno per un’ ultima volta di lui. E così fu.

20 febbraio 2011 – CAPITOLO 2

Stefano finì di nuovo in medio oriente. Era un posto che non amava. Non amava molti particolari della vita islamica e sapeva che molti particolari della vita islamica non amavano lui.
In tutti i posti dove era finito in cui la destinazione fosse un paese musulmano si era sempre chiesto “ cosa faccio “ e aveva sempre rischiato molto. Il Pakistan senza dubbio. L’ India stessa. La Nigeria.
E adesso il cardinale lo aveva mandato in Siria. Quando glielo aveva detto Stefano aveva subito pensato “ allora mi vuoi morto “. Non lo aveva detto ma forse i suoi occhi lo avevano detto perché il cardinale in quel momento lo aveva guardato diversamente.
Comunque il suo spirito da frate e avventuriero avevano cercato di trovare il lato positivo.
Il cardinale lo aveva mandato in un orfanotrofio a raccogliere informazioni sul mercato dell’archeologia clandestina. Non gli interessava una fava della archeologia clandestina, del suo mercato nero e dei profitti usati per comprare chissà che cosa ma lo entusiasmava l’idea di avere a che fare con bambini e potere restare in mezzo a loro.

L’aria calda gli sbatteva in faccia tutta la temperatura. La città era polverosa e piena di gente. Stefano si guardava la città dal finestrino e pensava che non era niente di particolare se non la solita città araba uguale alle altre. Stracarica di umanità e di problemi e di contrasti sociali. Non stava vivendo bene quell’incarico.
Non si era prefissato un programma una volta lasciati i voti. Forse sarebbe tornato a casa in Trentino per qualche tempo. Forse avrebbe lavorato nel sociale. Forse avrebbe studiato o forse sarebbe tornato in India. Di certo non si era immaginato di essere fregato dal cardinale in quella maniera. E a quello pensava guardando dal finestrino e guardando Homs.
Homs era una città dai venti tiepidi con un clima invidiabile.
In aeroporto a prenderlo era venuto un collaboratore del prete olandese che gestiva l’orfanotrofio, un certo Van der Vart. Stefano non si era assolutamente documentato né sulla zona né su chi avrebbe incontrato.
Il tizio che lo stava accompagnando non parlava una parola di italiano né tanto meno di inglese, quindi Stefano non poteva che fidarsi e seguirlo in maniera cieca.
Il tizio lo aveva aspettato con un foglio di carta con scritto a pennarello il suo nome. Poteva anche essere un terrorista per quel che Stefano ne sapeva, ma se non seguiva lui chi altro poteva seguire?
Il caos della grande città li portava ad essere fermi ogni 100 metri. Le persone che sfrecciavano sui motorini e si accorgevano del colore della pelle di Stefano lo salutavano con sorrisi divertiti. Altri lo fissavano quasi increduli.
Era già un’ora che stavano per strada. Stefano chiese in qualche maniera all’autista quanto mancasse e questi gli fece cenno con gesti della mano che ormai erano arrivati. Era stanco.
L’ uomo girò su una stradina in cui non c’era nessuno e poco dopo Stefano vide la facciata di quella che poteva essere una chiesa o un monastero. L’uomo rallentò e si fermò davanti alla facciata. Erano arrivati. Stefano scese dalla macchina e si guardò attorno. La chiesa era in una stradina laterale dissestata rispetto alle strade principali che avevano percorso. Si sentivano urla divertite di bambini che stavano giocando.
Stefano sorrise. Era come un tuffo nel passato per lui, in quegli anni dove poteva semplicemente dedicarsi a Dio e alle persone.
L’ autista aveva già prelevato i bagagli e si stava avviando verso il cortile che stava davanti la chiesa. Stefano cercò di farsi dare le borse ma senza successo.
Entrarono dall’ingresso laterale. C’erano bambini che correvano a destra e a sinistra dietro ad un pallone. Seduti su delle panche del cortile c’erano due uomini ed una donna adulti che guardavano la situazione.
Probabilmente era una pausa dalle lezioni scolastiche che impartivano ai ragazzi dell’ istituto.
Alcuni bambini si precipitarono incontro a lui.
Stefano si mise automaticamente a sorridere. Si rese conto che non riusciva a farlo molto spesso in quegli ultimi tempi.
Un bambino di non più di due anni lo stava fissando con occhi tristi, aveva appena finito di piangere. Stefano lo prese in braccio senza tanto pensarci e lo fece saltellare sulle braccia.
La sensazione di felicità che gli dava l’avere un bambino in braccio lo fece rallegrare. Il bambino non sembrava così contento di essere sballottato a destra e sinistra da uno sconosciuto ma non si era neppure molto opposto. Una persona con il pizzetto bianco e gli occhiali con montatura scura gli si avvicinò sorridendo. Stefano ci avrebbe messo la mano sul fuoco, era un prete. Aveva tutti i paradigmi per cui le persone pensano che qualcuno sia un prete. Probabilmente visto in mezzo a cento persone, gli altri 99 lo avrebbero passato per un prete o un frate. Il signore con l’aria bonaria si presentò come padre Klaus Van der Vart. Il padre presentò le due persone che aveva assieme. Un uomo che era un maestro che lo aiutava nelle lezioni. E una donna che invece faceva parte fissa della comunità. L’ uomo Siriano. La donna dalla Giordania. Stefano stinse la mano ad entrambi ma si soffermò a guardare la donna. Ed era incredibilmente bella. Non gli piaceva il fatto che le donne fossero considerate più o meno in tutti i paesi in cui era stato nella sua vita come essere umani di serie b, in India aveva combattuto con decine di genitori che trattavano le figlie come delle maledizioni. E quindi vedere una bella donna impegnata in una missione come quelle in un paese come quello lo rallegrava. Anche se le avrebbe tolto volentieri quel velo sulla testa che a suo modesta opinione ne rovinava l’armonia del viso. Non lo disse ma lo pensò. E nel farlo non si rammaricò. Tanto stava per lasciare i voti. Un qualche pensiero più passionale rispetto alla vita se lo poteva anche concedere. La donna aiutava Klaus in tutto quello che serviva nella gestione dell’ orfanotrofio a quanto diceva il sacerdote.
Ci sono diverse persone che ci danno una mano nella gestione per fortuna. I bambini hanno bisogno di crescere e di imparare. Solo in questo modo possiamo garantire loro un futuro.
Dopo le presentazioni i due che accompagnavano Klaus presero tutti i bambini per portarli dentro la scuola. Stefano prese finalmente di nuovo il suo bagaglio e si mise dietro a Klaus. Non capiva se un vecchio del genere sapesse il motivo per cui era lì, ma poteva anche aspettare prima di fare domande.

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Emanuele Massignani
Sono Emanuele e ho 36 anni.
Sono sposato con Paola, che mi sopporta già da diverso tempo, e insieme abbiamo Pietro, 3 anni e irrefrenabile immaginazione ( come il papà ).
Scrivo quando gli altri non mi vedono, quando sono a letto ( gli altri ! ).
Pratico meditazione da anni e scrivere per me è una delle sue forme.
Mi fa stare nel “qui e ora”.
Scrivo senza seguire un reale filo logico pianificato, ma seguendo una grande filiera di azione e reazione creativa.
L’obiettivo è comunque creare storie strutturate e per questo rileggo e riscrivo costantemente le mie storie. Per migliorarle.
Mi piace pensare che il mio è un modo di scrivereZen.
Questo è il mio primo romanzo.
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