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Quarantanove scalini

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Una città fredda e pungente nei primi anni Novanta. Un locale sulle rive di un fiume nel quale è concesso esternare le proprie ansie e le proprie paure, dove ognuno, quando la notte diventa regista della commedia delle illusioni, ha il diritto di essere un’altra persona.

Quarantanove scalini narra le vicende di un gruppo di giovani dalla diversa personalità ed estrazione sociale che si intrecciano sotto la fioca luce dei lampioni. Lì dove tutto è lecito, e perciò impossibile da condannare, è facile superare i propri limiti correndo il pericolo di sprofondare negli abissi.

PROLOGO
Ogni notte scendo lungo le sponde del fiume e
mi confondo con riserbo tra la folla che le gremisce.
Tutti mi conoscono, tutti mi salutano, ma nessuno sa
da dove provengo. Il mio passato non ha importanza.
Sono nato quando le banchine si sono popolate di
giovani esploratori della vita notturna. E sono nato
vecchio. I miei capelli, bianchi e folti come la schiuma
di un torrente in piena, sono sintomo di saggezza. Il
mio aspetto trasandato rappresenta l’instabile natura
dell’uomo. I miei abiti sono del colore delle acque
cariche di piogge autunnali, che riempiono il letto
e ricoprono i fusti degli alberi sulle sponde, risparmiando
solamente i loro rami spogli, imploranti come
braccia tese al cielo.Continua a leggere
Continua a leggere

Solo la luce della luna può illuminare le rughe del
mio viso. Ognuna di esse raccoglie nel suo solco le
strade percorse. La notte è la mia compagna, l’unica
che non mi ha mai tradito. Io la amo per ciò che rivela
e per quello che nasconde. Sono il suo amante, sono il
primo suo suddito. Essa è sovrana di un popolo che di
giorno non esiste.
Il suo regno rinasce ogni sera, quando il sole va a
riposare dietro ai monti e il buio avvolge lentamente
la città in un abbraccio sincero. Le sue mani modellano
le ombre del mistero, aprono i battenti di una
grande porta cigolante, il varco d’ingresso nel mondo
dell’incerto.
Nessuno si illuda. Non si ritenga immune dall’incantesimo
che da sempre si perpetua. La notte trasforma. La
notte cela. La notte smaschera. Impone
la sua legge e vince ogni sfida. Il bimbo innocente
e il giovane impavido, l’uomo esperto e il vecchio
sapiente, ognuno sarà ospite a un banchetto in cui
saranno dapprima servite pietanze senza forma e
senza sapore. Il commensale stupito proseguirà il
suo pasto e assaggerà da ogni piatto. Fino a quando
si renderà conto di aver mangiato troppo, ma allora
il cibo sarà gustoso e saporito. Ogni portata sarà più
succulenta della precedente. I frutti della terra, della
caccia e della pesca, saranno esposti con magnificenza sulla tavola imbandita.
Non ho mai cercato di liberarmi dal freddo abbraccio
della notte, che ha però il potere di infondere calore.
Complice e servo del suo volere, ascolto e
osservo. Talvolta aiuto e trovo rimedio a un disperato
naufragio. Più spesso lascio che il corso del fiume
raccolga in sé i pensieri vagabondi, che nascono
bagnati dall’umidità delle tenebre e che la luce del giorno
asciugherà, negandone la memoria.
Coloro che scendono lungo le sue rive non conoscono la
propria anima. Non sanno riconoscere il suo
periglio. Agitano i loro corpi in una danza senza freni
e inibizioni. I loro gesti e le loro azioni sono inconsapevoli
movimenti che compongono una maestosa coreografia creata a loro insaputa.
Anche questa notte vagherò celebre e sconosciuto urtando
corpi caldi e sudati, ascoltando urla e risate,
osservando volti allegri e sguardi fatui. Uscirò a
salutare la luna, insieme rallegreremo la nostra regina
rammentandole le storie che lei aveva già scritto.
Quando l’alba prepotente risucchierà cinica le ombre
e alzerà il sipario su una nuova commedia, andrò
a riposare nella culla delle tenebre.

CAPITOLO UNO
14:20
Come al solito, la pausa pranzo era scivolata via
velocemente. Un paio di panini consumati malvolentieri
nel bar all’angolo e poi la solita partita a biliardo
con gli altri operai, giù nel locale adibito a spogliatoio,
sotto l’officina.
Walter avrebbe preferito avere più tempo a disposizione,
sufficiente per raggiungere il piccolo alloggio
nel quale abitava insieme alla mamma. Un bel piatto
di pasta fumante e magari una fettina di carne ai ferri
– con le patatine fritte – lo avrebbero certamente
soddisfatto di più.
Era nato venticinque anni prima dall’unione di
due giovani figli d’immigrati. Le famiglie dei suoi
genitori si erano trasferite al Nord in cerca di sistemazione
negli anni del dopoguerra. Suo padre e sua
madre avevano trascorso la loro infanzia gioiosa nelle
terre di origine, in provincia di Lecce, in due piccoli
paesi poco distanti dal mare. I loro genitori avevano
partecipato all’infausto tentativo di occupazione
dell’agro di Arneo. Il suo tragico epilogo li aveva con-
vinti ad abbandonare quei territori che non garantivano
alcun futuro ai loro figli.
I due si erano però incontrati quando già risiedevano
in quella città del Settentrione. In quegli anni
era quasi impossibile riuscire a integrarsi con la
popolazione locale. Nei vari quartieri di periferia
sorgevano spontaneamente le comunità, composte di
nuclei familiari provenienti dalle varie zone geografiche
del Sud della penisola.
La loro unione era nata, con il beneplacito dei
genitori, dopo che le reciproche famiglie avevano
cominciato a frequentarsi assiduamente durante i fine
settimana e nei giorni di festa.
Più che un’approvazione era parso loro di dover
soddisfare l’incoraggiamento, proveniente dai loro
cari, a metter su casa.
Non ebbero il tempo di verificare se il loro fosse
vero amore. Di certo provavano attrazione reciproca,
ed era molto forte il desiderio di allontanarsi
dall’ambiente sovraffollato e angusto in cui abitavano
in compagnia di padre, madre e numerosi fratelli e sorelle.
Il matrimonio fu celebrato non appena si rese
disponibile un appartamento in affitto nel quale
stabilirsi e che non fosse troppo distante da quelli in cui
vivevano i loro parenti.
Fu una cerimonia allegra ma sobria – le loro finanze
non permettevano spese insane, né conveniva
ratificare l’inizio di quella convivenza con la firma di
qualche cambiale.
Lo sposo aveva comunque un lavoro, uno stipendio fisso,
ed era in grado di garantire un’esistenza di-
gnitosa alla sua donna e ai bambini che desideravano
mettere al mondo.
Il destino non fu benevolo. Dopo soli cinque anni,
quello che a quei tempi veniva chiamato in modo generico e,
con una sorta di timore, “un brutto male” se
lo portò via.
La giovane donna rimase sola ad accudire il figlio
nato quattro anni prima. Non si fece sopraffare dal dolore.
Senza nemmeno prendere in considerazione l’offerta
di ospitalità della propria famiglia, si rimboccò le maniche
e accettò la proposta di lavoro del proprietario della
fabbrica in cui era stato impiegato il marito. Era questi
un uomo del Nord che aveva imparato ad apprezzare l’onestà
e la dedizione di quella gente che ancora in molti
malgiudicavano, ostinandosi a emarginarla.
Walter crebbe, quindi, trascorrendo i suoi pomeriggi dopo
la scuola a casa dei nonni materni, aspettando
con ansia l’arrivo della mamma che, stanca
dopo la giornata di lavoro, riusciva comunque a trovare la
forza per preparare la cena, tenere pulita e in
ordine la casa e dedicarsi al suo figlioletto. Sempre
sorridente e disponibile, spesso lo aiutava a finire i
compiti, sebbene, con il passare degli anni, le materie
di studio del bambino diventassero alquanto complicate
per la sua scarsa preparazione scolastica.
L’adorazione nei confronti della madre si trasformò col
tempo in ammirazione, ma il periodo dell’adolescenza
fu indubbiamente difficile. La donna non era
in grado di controllare le compagnie che il ragazzino
frequentava e, nel loro quartiere, era facile incappare
in amicizie poco raccomandabili.
Forse per fortuna o forse grazie alla regia occulta
esercitata dalla buonanima del padre, Walter riuscì
in ogni caso a evitare di ritrovarsi immischiato in
situazioni spiacevoli. L’educazione impartita dalla
madre gli permise di non farsi attrarre dalle losche
attività in cui alcuni dei suoi conoscenti cercarono
di trascinarlo.
Passava però gran parte delle sue giornate in
strada o in qualche bar a giocare a flipper e a carte,
perdendosi in chiacchiere superficiali e futili con gli
amici. Non era per niente attratto dallo studio, l’unica
cosa che amava fare era disegnare. Infatti, quella
era l’unica materia nella quale otteneva risultati ammirevoli.
Superò perciò l’esame di terza media con
evidente difficoltà e decise di iscriversi a un istituto
professionale.
Il suo amore per la pittura lo spinse a scegliere
il corso di disegnatore meccanico. Naturalmente, si
rese conto ben presto che tale specializzazione non
aveva nulla a che fare con l’arte. Affrontò comunque
quei tre anni con impegno. Desiderava liberare la madre dal
peso di dover sostenere da sola le spese familiari.
Una volta terminati gli studi si sarebbe trovato
un lavoro e l’avrebbe aiutata a innalzare il loro tenore
di vita.
Riuscì parzialmente nel suo intento. Non gli risultò
difficile trovare un impiego. Fu assunto presso un’officina
di riparazioni per auto, specializzata nel marchio Citroën
ma, invece di favorire l’aumento del reddito familiare, si
adoperò nel convincere la madre ad abbandonare
il lavoro in fabbrica, troppo pesante e logorante per lei.
La donna acconsentì controvoglia, il figlio la convinse
facendole ammettere che il padre non sarebbe
stato felice di vederla sfiorire in quella maniera e che
ormai l’uomo di casa era lui, e aveva il compito di
procurare il denaro necessario.
La madre ottenne l’approvazione del figlio quando gli
propose di partecipare almeno in parte al loro
mantenimento. Il datore di lavoro le aveva prospettato
la possibilità di occuparsi della pulizia degli
uffici amministrativi, un impegno di un paio d’ore
al giorno. L’uomo provava grande affetto per quella
piccola donna che aveva dimostrato di saper superare
le difficoltà incontrate negli anni. Non voleva
perderla di vista. Sentiva il dovere di continuare ad
aiutarla.
In pochi anni, Walter guadagnò la stima del proprio
titolare che, nel frattempo, aveva avviato l’attività
di vendita auto, rilevando dei locali espositivi a
poca distanza dalla sede dell’officina. Il ragazzo aveva
la capacità di individuare facilmente i difetti delle
autovetture di cui si prendeva cura, e i suoi interventi di
manutenzione erano sempre veloci ed efficaci.
Quel pomeriggio era previsto un lavoro impegnativo.
Bisognava smontare il motore di una Fiat Uno
che un venditore sprovveduto aveva ritirato in permuta,
senza porre la giusta attenzione agli innaturali
rumori provenienti da sotto il cofano.
Come al solito sarebbe toccato ai ragazzi dell’officina
ovviare all’incapacità dei loro colleghi dell’ufficio
commerciale. Bisognava riuscire a rendere affidabile
la vettura senza farne lievitare oltremodo il costo,
altrimenti sarebbe stato difficile rivenderla senza
incorrere in una perdita di denaro.
Pensò che quella fosse proprio una giornata storta.
La sera precedente si era incontrato con Claudia,
una ragazza che frequentava da alcuni mesi, e avevano
stabilito di concedersi un periodo di riflessione
per rendersi conto se esistesse – da parte di entrambi
– l’intenzione di proseguire la relazione.
Odiava ammettere di non saperci fare con le donne,
sicuramente non con quelle per le quali provava un particolare
interesse. Era consapevole del proprio aspetto
poco attraente: alto più di un metro e ottanta ma molto
magro, aveva capelli neri che ricadevano scombinati
sulle spalle, un naso troppo lungo e due occhi che non
riuscivano a sorridere nemmeno nei momenti felici.
Nonostante ciò, conseguiva un discreto successo
tra le ragazze che conosceva, ma non con quelle di cui
gli importava, con le quali riusciva a instaurare solo
un profondo rapporto di amicizia, senza mai trovare
il coraggio di rivelare le proprie reali intenzioni per il
timore di un rifiuto.
Per assicurarsi almeno una discreta attività sessuale,
ripiegava su quelle che dimostravano evidente
disponibilità e trasporto nei suoi confronti, ma quelle
storie avevano sempre breve durata, nessuna di loro
riusciva a far breccia nel suo cuore.
Non vedeva l’ora di rientrare a casa dopo il lavoro
per dedicarsi in santa pace alla propria passione e
riversare sulla tela i pensieri negativi.
La sua camera era stata trasformata in un piccolo
atelier di pittura, con tele e cavalletti disposti disor-
dinatamente lungo le pareti, tavolozze e colori abbandonati
qua e là o conservati all’interno di una vecchia
credenza che era stata spostata dal tinello. Al posto di
questa era stato sistemato un divano letto nel quale
Walter si era abituato a dormire volentieri.
In attesa che la mamma finisse di preparare la
cena, avrebbe fatto una bella doccia calda. Si sarebbe
poi rimpinzato con le pietanze amorevolmente
cucinate, ascoltando il resoconto sugli avvenimenti
familiari. Spesso la madre gli raccontava del tempo
trascorso in compagnia delle proprie sorelle e dei loro
nipotini. Solitamente i suoi discorsi terminavano con
la medesima esortazione: «Quando ti deciderai a metter su famiglia?».
Accadde anche quella sera, e Walter rispose in
maniera sintetica e un po’ seccata. Riteneva che non
fosse una cosa programmabile, né prevedibile.
Si alzò quindi da tavola, aveva ancora qualche ora
a disposizione per rinchiudersi nel suo regno prima
di uscire e andare alla ricerca di un altro tipo di svago.

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Commenti

  1. Un intreccio di storie, negli anni 90, che riguarda un gruppo di giovani amici, i cui comportamenti e le cui situazioni sono ancora attuali ai giorni nostri. La trama di per se non ha nulla di eccezionale ma il bello è proprio questo. Il racconto di una storia che potrebbe essere di chiunque frequenti un locale dove si ascolta musica e si beve, abusando sovente di alcol e di droghe. Ho letto questo libro tutto d’un fiato in quanto la lettura risulta molto scorrevole e appassionante. Consigliato.

  2. Cristiano Ribichesu

    Grazie Gerardo per le belle parole, il seguito è già pronto, chissà se verrà mai pubblicato. La trama non è legata a quella di “Quarantanove scalini” ma vi si ritrovano alcuni personaggi conosciuti in quella fredda notte di dicembre 😉

  3. (proprietario verificato)

    Un romanzo che vola via, facile e godibile dalla prima all’ultima pagina. Mi è piaciuta la costruzione della storia e l’avvicendarsi dei personaggi, in una trama che riflette abitudini e stili di vita non così distanti da noi e dalle nostre città. Un racconto con un bel ritmo, talvolta amaro, ma che non manca di umanità. Bravo Cristiano, attendo il seguito sperando nella presenza dell’affidabile Dimitri, personaggio immancabile nella tua storia.

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Cristiano Ribichesu
Cristiano Ribichesu, classe 1968, è nato a Torino dove vive ancora oggi. Dopo il diploma di ragioneria, ha lavorato nel settore automobilistico fino al 2014. Attualmente è istruttore e responsabile dell’attività dei bambini iscritti alla Scuola Calcio del Torino FC. Fin dalla giovane età ha coltivato il desiderio di cimentarsi nella scrittura e Quarantanove scalini è il suo secondo romanzo.
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