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Quasi tutti, tranne me

Quasi tutti, tranne me

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Consegna prevista Marzo 2022
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Questa è la storia di coloro che rimandano a domani, lo stesso domani; di quelli che considerano la felicità non una ricerca ma uno stato d’ansia. Così è Loretta Carrozza, una meridionale cresciuta con la cantilena della laurea e il posto fisso, come fossero l’ultima cucchiaiata di un piatto odiato. Tuttavia, un consiglio non richiesto da parte di Gianna, la stronza del suo capo, servirà per innescare un processo di cambiamento, targato anni 90. Loretta, dunque, imparerà presto che, nella vita, non ci sono risposte sbagliate ma solo domande inutili.

Perché ho scritto questo libro?

Quasi tutti, tranne me nasce come un promemoria, per ricordare che, nella vita, i sogni cambiano ma non si perdono. Questo libro è il frutto di un percorso iniziato sette anni fa, interrotto e poi ripreso, sostenuto dal desiderio di vedere concluso un progetto, un sogno legato ad un’estate da ventenne. Per questo, ho sentito il bisogno di plasmarlo su carta e tornare a rivivere quella leggerezza, come quando essere felici era una priorità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mi stavo facendo questa importantissima promessa, in coda, alla cassa di un negozio di biancheria intima. La scelta di recuperare me stessa mi aveva sorpresa mentre stringevo un pack di culotte, a strisce colorate. La mia immagine veniva restituita da una squallida cornice a specchio, in stile barocco, che pendeva sulla testa di una ragazza che ricordava un annuncio di assorbenti. Io, truccata da ballerina di night degli anni ottanta, la trapassavo con sguardo assente, mentre una voce, alle mie spalle, mi incalzava: “Vai tu?”.

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Non mi ero accorta che il mio turno era arrivato, avevo dissimulato quella distrazione aggiungendo alla spesa anche dei calzini, a pois. Insieme a quegli acquisiti di poco conto, stringevo in mano la consapevolezza di aver passato metà della mia vita in compagnia di un terrore paralizzante. La paura di non riuscire, di non farcela, mi avevano reso prigioniera ed io ero stata brava, da sempre, a fingere che non fosse così. Brava a trovare alternative che potessero risparmiarmi anche solo lo sforzo del tentativo. Ero stata brava, sì, a prendermi per il culo! L’esame di giornalismo, all’università, non l’avevo neppure provato con la scusa del “sono tutti raccomandati”; il master MBA l’avevo scartato perché, con il lavoro alla Birillo, non avrei avuto tempo da dedicargli. Neanche fossi stata l’amministratrice delegata! La mia vita era stata costellata da rinunce, tutte ben argomentate, e in cambio, cosa avevo guadagnato? Un pack di calzini a pois e culotte a strisce colorate. Oltre ad un’incazzatura cronica, verso me stessa e quelli come me. Io cercavo conforto nella teoria del “mal comune, mezzo gaudio”, sapevo che altri milioni di persone, infatti, avevano avuto le mie stesse paure. Quello che ignoravo era quando avevamo smesso di crederci, quando avevamo iniziato a vivere la vita che veniva, che toccava, come avanzi di una cena preparata da una madre stanca. Solo una cosa mi era chiara, adesso: tutto quello che non avevo fatto, mi aveva portato dove ero. Avevo procrastinato la mia stessa vita. Questo verbo, dal significato deprimente, mi descriveva perfettamente: “differire, rinviare, addirittura con lo scopo di non fare quello che si dovrebbe”. L’enfasi posta su quell’addirittura suonava ad avvertenza, un consiglio volto a diffidare da impostori, come me, capaci di rimandare a domani, lo stesso domani. Quella sera, di rientro a casa, le canzoni della mia gioventù le avevo fatte tacere. Il frontalino dell’autoradio rimaneva nel fondo della borsa, mischiato a un kleenex usato, con sbavature di rossetto, e una bottiglietta d’acqua lasciata a metà. Come sempre, come tutto. Infilate le chiavi nella porta, una casa non programmata, né desiderata mi accoglieva nel suo festoso silenzio. Mi sentivo la madre di una vita bastarda, che neppure io volevo riconoscere. Circondata da oggetti di cui sentivo il bisogno, ma non la necessità, non possedevo un cazzo. Volevo sapere come si usava la vita, che bottone bisognava premere per farla funzionare. Il consiglio di Gianna, fatto di una sola parola, gigante quanto un elefante, mi aveva scavato dentro. La frase di Chaplin rimbombava nella mia testa, sentivo quel pachiderma farsi strada su ogni scelta rimandata, che suonava, adesso, come un albero caduto. Il telefono aveva preso a squillare, puntuale con la chiamata serale dei miei. Non avevo risposto. Oggi andavo a dormire senza lamenti, senza resoconti. Attraversavo il corridoio che sfociava in camera da letto, a piedi scalzi, scansando il telecomando della TV, come fosse la punta di una lancia avvelenata. La luce in cucina era già spenta

ed io mi accingevo a fare lo stesso. Spegnevo un’altra giornata, inconcludente ma conclusa, almeno per me. Sdraiata nel letto, stiravo le gambe in un gesto riflesso. C’erano delle macchie di umidità sul soffitto, era la prima volta che le vedevo. Chissà da quanto tempo stavano lì, a fissare me e il tempo passare. Non mi infastidivano, così come non mi infastidiva lasciare aperta la porta del bagno e ascoltare lo scarico, che perdeva. Quel gocciolio constante che batteva nella notte, una goccia dopo l’altra. Non mi sarei alzata per l’acqua del cesso, pensai. Per oggi finiva così:

Totale vita vissuta: abbastanza.

Totale vita da vivere: poco più della metà, se mi diceva bene.

Totale vite da film che avrei voluto vivere: una.

Quella di Chuck Wepner, il pugile che aveva ispirato Stallone per creare il personaggio, autistico, di Rocky Balboa. Dopo aver resistito a quindici riprese, il povero Chuck capitolava con onore, a cambio di gloria sempiterna. Volevo essere come lui e dire di aver fatto un figurone, sul ring, anche da sconfitta. Anzi, la mia grandezza sarebbe stata narrata attraverso gli insuccessi, l’onorevole disfatta di chi combatte senza mai cadere veramente. Pensavo a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto la determinazione, o la mancanza di alternative di Wepner. Fantasticavo di essere lui e di schivare, con grinta, colpi capaci di atterrare un animale. Era ironico, mi sentivo all’altezza di interpretare la vita di un altro, che neppure conoscevo, mentre la mia non sapevo più come prenderla. L’indomani mattina, mi ero svegliata con lo spirito combattivo di un criceto che sa di dover correre sulla stessa ruota, che non lo porterà mai da nessuna parte. Arrivata in ufficio, avevo subito risposto all’email che Roberta aveva mandato il giorno prima e che avevo dovuto interrompere per l’arrivo di Gianna. Con piacere, leggevo che anche gli altri avevano accolto quella richiesta, venivano tutti alla rimpatriata. Ero contentissima, mi avrebbe fatto bene rivederli, soprattutto adesso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Loreta Prestia
Nata e cresciuta a Termoli (Molise) ma di origini calabro-pugliesi. Laureata in Scienze della Comunicazione, nel 2005, presso la Lumsa di Roma, l’anno successivo mi sono trasferita a Londra. Nel capoluogo inglese ho frequentato un master in relazioni pubbliche e ho lavorato, come PR, nell’ufficio stampa di Laura Ashley. In questo contesto, ho sviluppato la passione per la comunicazione, ho visto l’Italia vincere i mondiali ed ho avuto l’opportunità di conoscere mio marito. Insieme, abbiamo costruito la nostra piccola vita che si svolge a Madrid. In questa meravigliosa città, da anni, mi occupo di brand management. Dicono di me che sono divertente e disordinata, dico di loro che sono troppo buoni.
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