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Quel che rimane incastrato nel vento - Buonanotte Cecil

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Cecil, una ballerina di ventiquattro anni, è una ragazza fredda e razionale. Il lavoro, lo studio e i mille impegni quotidiani le hanno fatto perdere la spensieratezza che aveva da bambina e perfino la gioia di ballare. Per staccare la spina e ritrovare se stessa, la sua insegnante di danza le suggerisce di recarsi a Bajardo, un paesino ligure dove il tempo sembra essersi fermato, e soprattutto dove pare che soffi un vento speciale, capace di raccontare storie. L’impatto con il nuovo ambiente, insieme all’incontro con Emile, un bizzarro attore teatrale con cui stringerà amicizia, la porteranno finalmente a guardare dentro di sé, per tentare di ritrovare la storia che era nata per vivere.

 

CAPITOLO UNO
Iniziò così. In un autogrill, con una canzone
malinconica per sottofondo.
Le pareti plastiche, gli oggetti così tristemente
ordinati e impilati l’uno sull’altro, a dare quella
finta sensazione di ordine cosmico-commerciale dalla
quale sarebbe stato impossibile sfuggire. Un signore
alla cassa che indicava un pacchetto di sigarette con
aria stanca, un altro che buttava giù un caffè torbido
tutto d’un colpo in cerca di qualcosa che rimettesse in
moto il suo organismo e lo ridestasse dalla stanchezza
di un viaggio troppo lungo per le sue ossa, le rughe
segnate sul viso a testimoniare che quello non era certo
il suo unico grande viaggio.
Era il viaggio di Cecil.Continua a leggere
Continua a leggere

Cecilia, per gli amici. Cecilia, per i parenti.
Cecilia, per i conoscenti.
Cecil, solo per lei.
Era il nome di un’antica principessa.
Non una principessa di quelle più famose, no
di certo. Nessuna fiaba la portava a spasso sulle sue
pagine; gli zaini delle bambine assetate di sogni non
avevano ricami per lei. Era una principessa di quelle
dimenticate, scomparse dal tempo, scomparse dai ricordi
delle persone che le tenevano in vita.
Persino lei aveva dimenticato da quale fiaba provenisse.
Solo una reminiscenza di una nottata d’inverno – avrà avuto
all’incirca quattro o cinque anni
– in cui suo padre, nel letto, le aveva parlato di questa
principessa dal nome così simile al suo.
Non aveva aspettato, come avrebbero fatto tutte
le bambine del mondo, di sapere se questa principessa
avesse avuto o meno il lieto fine tanto agognato, se
si fosse dovuta sacrificare per arrivarci, o se invece si
fosse sacrificata perché qualcun altro potesse avere il
suo lieto fine.
Non le importava.
Da quel momento aveva deciso che lei sarebbe
stata la principessa Cecil, in ogni caso, a ogni costo.
Tipico dei bambini innamorarsi delle cose senza
badare a vantaggi e svantaggi.
La canzone che suonava malinconica come sottofondo in
quell’autogrill era Slow dancing in a burning
room di John Mayer. Riecheggiava in loop nel suo
orecchio, solo per lei, da una delle due cuffie del
lettore musicale, appeso alla sua vita. L’altro orecchio,
destinato a sorbirsi per intero le canzoncine della
radio pop di quell’autogrill, soffriva in silenzio,
sapendo di dover adempiere per forza al suo compito di
vedetta, in attesa di tempi migliori anche per lui. Ed
eccolo. Eccolo entrare subito in gioco per avvertirla
di una persona che l’aveva appena chiamata da oltre
il bancone.
Ridestatasi prontamente da quel sonno inconscio, persa nelle
stesse note che da quasi un’ora costituivano l’intero palcoscenico del suo mondo, pagò
il barista per il caffè bevuto e si avviò verso l’uscita,
scansando le troppo audaci occhiate dei pochi clienti che,
alle tre di notte, facevano da sfondo a quel posto.
Si rinfilò in macchina, accese il motore e si mise
nuovamente sulla strada che, per le due ore e mezza
seguenti, sarebbe stata la sua unica direzione in una
vita di bivi scostanti.
Si dirigeva verso Bajardo, comune nascosto e dal
sapore antico della riviera ligure.
Una destinazione strana, per niente tipica dei
suoi standard vacanzieri estivi. Non era esattamente
la classica città dalla vita marittima e caotica a cui le
sue compagnie l’avevano sempre abituata. Anzi, con
quel posto, lei, si poteva dire non c’entrasse davvero
nulla.
Gliel’aveva consigliato la sua insegnante di danza,
la sua mentore, che in quegli ultimi mesi l’aveva vista
davvero a terra. Cecil, ballerina di ventiquattro anni,
strappata alla sua passione dal lavoro e dai mille altri
impegni che non le consentivano di dedicarle il tempo
che avrebbe voluto, non era più la stessa da molto
tempo.
Sorrideva tanto, e sorrideva poco.
Sorrideva tanto che avresti faticato a starle dietro
se avessi provato a contare i suoi sorrisi tutti a mano.
Se l’avessi fatto davvero, non si sa come, non saresti
riuscito ad andare oltre il primo: saresti rimasto lì, sul
suo scoccare, chiedendoti alla fine cosa diavolo fosse
quel movimento sul suo viso. Perché sorrideva tanto,
ma solo quando il mondo la obbligava a farlo.
Non era più un sorriso quello sul suo volto. No.
Era un elastico.
E in quel mare di stirature costrette da forze che
non provenivano dal suo cuore, si perdeva nella grotta
di nessuno l’unico sorriso sincero, che il mondo, per il
suo troppo chiedere, aveva fatto scappare, scacciandolo
via come si scaccia via un cane con un bastone.
Sorrideva tanto, e sorrideva poco, ultimamente.
Per questo la sua insegnante di danza, Rosé, che a
quel suo bandito sorriso si era ormai abituata, aveva
colto nelle profondità di Cecil una stanchezza malata,
lercia.
Lerciata da tutti quegli strappi che portavano Cecil
a correre alle otto del mattino sul posto di lavoro,
dove rimaneva fino alle diciannove; poi, da lì, di fretta
alle lezioni di danza fino alle ventidue, ora in cui si
concedeva giusto il lusso di consumare qualcosa che
le permettesse di stare in piedi sulla via del ritorno,
per poi buttarsi fino a tarda notte nello studio, per
dare gli ultimi esami che ancora le mancavano.
Lavorava, studiava, danzava e lavorava. Studiava,
lavorava e studiava ancora.
E in quel caos, ogni giorno, il cellulare squillava
frenetico, solcando le onde del mare sempre in piena
delle telecomunicazioni, l’unica vera maniera che
Cecil aveva per mantenere ancora un contatto con il
mondo, con il suo mondo: fatto di amici che ormai
vedeva sempre più di rado e relazioni che stavano
diventando sottili come i fili della tela di un ragno
troppe volte assente, fili lasciati a loro stessi e
proprio per questo così delicati, tanto che un qualunque
soffio – di un qualunque vento – avrebbe potuto portarli via.
Ma, sebbene necessari, e sebbene tanto amati,
non facevano che aumentare il peso che si sentiva
addosso.
Operatori del call center di Dio, pensava spesso.
Guardava il telefono squillare a suoneria sempre
più alta. Nient’altro che un call center.
Rispondeva sempre a tutti con il sorriso. Perché
nel call center dell’universo così si doveva fare.
Anche a chi sbagliava numero, e nella fretta scivolava via.
«Tu te ne devi andare» le disse l’insegnante di
danza prendendola in disparte dal resto del gruppo.
«Mi sono stancata di vederti in questo stato ogni
giorno, Sant’Iddio, Cecilia. Ma non ti vedi? Sei più
consumata di un… un… un… un… ah, non mi viene neanche cosa!
Cielo, Cecilia… da quanto tempo è che
non ti vedo entrare qui con quell’energia? … Eh? Vatti
a fare un viaggio, stacca la spina per un po’ o, insomma,
fai quello che vuoi, ma per piacere, riprenditi!»
Nello spogliatoio erano rimaste solo loro due. Solo
una però parlava. Gli occhi di Cecilia vagavano per la
stanza, come se quel discorso non la riguardasse.
«Ehi, ma mi ascolti? E non girare gli occhi, lo sai
che ti guardo mentre danzi. E credimi, quello che
vedo, no, non mi sta piacendo. E né tu né io abbiamo
tempo da perdere.»
I suoi occhi vagavano ancora. Come se la cosa, di
nuovo, non la riguardasse.
«Mi dispiace dirtelo, ma così non va più bene, e
non vai da nessuna parte.»
Andavano da destra a sinistra, senza mai fissarsi
su nulla, pensavano solo a non fermarsi perché così
non potevano essere presi.
«Ehi? Mi ascolti?»
Ora si erano fissati su un punto distante. Stavano
immobili. Niente poteva toccarli. Aveva solo bisogno
di non sentire. Di silenzio.
«Cecilia, senti, smetti di danzare, tanto i tuoi
movimenti non trasmettono più.»
Bum.
Qualcosa di piccolo, dentro la grande Cecilia, aveva appena tirato un pugno.
«Non ti muovi.»
Un altro bum.
«O peggio, ti muovi incastrata in qualcosa che non
vedo, contro una forza che è più forte di quello che in
realtà hai davanti, l’aria. L’aria, Cecilia. La senti? Ci
vai contro e ci sbatti. La infrangi… non la conquisti.
Cecilia, no. Così no. Non va. Non è più danza.»
Bum. Bum. Bum.
Sempre più bum.
«E io, davvero, io non ne posso più di vederti così.
Be’… che fai, non rispondi?»
«…»
«So tutto quello che fai. Lo so che stai tentando di
stare dietro a troppe cose. Ho fatto anche l’abitudine a
non sentirti più ridere, non vederti più perdere qual-
che minuto dopo la lezione per stare negli spogliatoi
con le altre ragazze, prendere in giro me quando urlo,
ma ora no, è troppo. Davvero. Lo vedo nei tuoi occhi.
Sei stanca, ragazza mia. Stanca. Vieni… siediti qui.»
Con una mano l’accompagnò alla sua destra. Si sedettero
insieme… e un altro bum.
Troppi.
Arrivavano da dentro.
Sottopelle.
E così, bum, Cecilia scoppiò in lacrime.
Le raccontò della sua aridità. Della sua danza.
Del suo… male oscuro.
Non c’era niente di afferrabile, niente che davvero
non andasse.
Solo non gioiva più.
Solo non soffriva più.
Si muoveva come sempre, ma non ne nasceva una
scintilla, né per incendiarla, né per distruggerla.
Il suo fiume in piena, quella sua onda emotiva
che da sempre aveva contraddistinto ogni sua mossa,
ogni suo spostamento, e che la spingeva a fare le cose,
qualunque cosa, dalla più stupida alla più importante
e complicata, con una passione a volte ingestibile, si
era inspiegabilmente inaridito.
Era stato prosciugato dal tempo. Dalla sua ristrettezza,
dalle sue sbarre, così eteree e, per questo, così
dolorose nel momento in cui ci sbatti contro al massimo
della tua velocità. Non vedeva sbocchi concreti;
non vedeva un fine in niente di quello che faceva.
Tutto le sembrava inutile.
Tutto senza senso.
Tutto senza scopo.
E ora, anche la danza, la sua danza.
Quella per cui aveva sempre fatto tutto il resto,
per cui aveva accettato di soffrire le pene di una vita
di rinunce, una vita d’inferno, aveva smesso di farla
sentire viva. Nulla la sfiorava. Nessuna emozione.
Da quel momento gli occhi delle persone avevano
iniziato ad apparirle come spenti. E questo, lei che le
persone le aveva sempre guardate dritto negli occhi
fin da quando era piccola, aveva finito per riflettersi
anche nei suoi, di occhi, che ora vagavano per la stanza
immersi in lacrime che sarebbero presto finite e
l’avrebbero riconsegnata a quel vuoto a cui ormai
sentiva inesorabilmente di appartenere.

08 Gennaio 2018
Al seguente link potete trovare il bellissimo book trailer di "Quel che rimane incastrato nel vento - Buonanotte Cecil" dell'autore Alessandro Tonoli. Buona visione! https://bit.ly/2CRgsyW
07 Novembre 2017
"Quel che rimane incastrato nel vento - Buonanotte Cecil" su riviera24.it! https://bit.ly/2Aoi7ai
11 Ottobre 2017
Ringrazio tutti i sostenitori accorsi ad ora! Abbiamo superato le 50 copie di pre-order, ora chiunque prenoterà il libro lo riceverà a prescindere dall'esito della campagna! Alessandro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto questo libro qualche tempo fa. Il romanzo racconta la storia di Cecil e di ciò che le succede a Bajardo: ovvero come Cecil riesce a ritrovare se stessa. È una storia da leggere e raccontare, che fa riflettere ed emozionare. Non lasciatevela sfuggire!!

  2. Buon pomeriggio a tutti, ecco qui per voi la mia personalissima recensione.

    Un vento speciale che raccoglie le storie, i pensieri e le emozioni di ciascuno di noi. I fogli danzano spinti dal vento che li coglie, li custodisce per poi raccontarli, quando meno ce l’aspettiamo, al cuore delle persone. Sussurra quelle risposte tanto attese, colma di calore i cuori soli, infranti. Un vento che salva, così prezioso da essere atteso con trepidazione dagli abitanti di Bajardo che si affidano a lui credendo profondamente nel suo potere. Il vento parla anche a te, dolce Cecil… non lasciare che la tua anima si chiuda, lasciati attraversare da quel soffio e ascoltalo. Ritroverai quella luce perduta, respirerai il sole e ti lascerai trasportare dalle nuvole.
    .
    🌺 Leggenda? Verità? Voi continuate a credere, vi salverà.
    Una grande storia di rinascita. Buona lettura a tutti. .

    DA LEGGERE !!

  3. È lì che si nasconde la vita, tra il visibile e l’invisibile, tra il pensiero e la percezione, ed è in questo fluttuante spazio nel mezzo che vive la storia di Cecil, volante e radicata al contempo.
    È stupefacente come, attraverso il semplice ordine di lettere messe in fila, possa emergere ciò che talvolta noi stessi facciamo fatica a comprendere, quella voglia di lottare e lasciarsi andare nel medesimo istante, quello scontro di forze opposte che ci fa sentire VIVI, e umani. Nascosti tra queste pagine si trovano tutti quei pensieri che di sottofondo ci accompagnano quotidianamente, quelle piccole e luminose scintille, percepibili ma non identificabili, che danno respiro alla nostra anima.
    Questo libro è vita su carta.

  4. (proprietario verificato)

    “Quel che rimane incastrato nel vento” per me è un libro-promemoria, da leggere e rileggere ogni volta che ci si sente bloccati e compressi da una vita che a volte ci fa dimenticare del piccolo bambino/della piccola bambina che c’è in noi.
    E’ un promemoria perchè ci ricorda di salvare quel bambino dalla gabbia in cui l’abbiamo confinato, di lasciarlo correre libero affinché ci prenda per mano aiutandoci a diventare ‘niente meno che tutto quello che siamo’ e che, spesso, ci dimentichiamo di essere.

    Leggetevi la storia e godetevi il vento. 🙂

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Alessandro Tonoli
ALESSANDRO TONOLI, classe 1988, si è laureato presso la facoltà di Scienze della comunicazione e lavora in un istituto di credito. Scrive articoli per vari siti e Quel che rimane incastrato nel vento è il suo secondo romanzo, dopo La piccola Parigi (2015).
Alessandro Tonoli on FacebookAlessandro Tonoli on InstagramAlessandro Tonoli on Twitter
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