Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questa volta per davvero

Questa volta per davvero
50%
100 copie
all´obiettivo
68
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2021
Bozze disponibili

Rebecca è una brillante scrittrice e giornalista, da poco diventata capo redattrice de “Le Quinte”. Il suo lavoro la tiene insieme e non la fa cadere nel baratro dal quale proviene.
Malgrado la meticolosità con cui gestisce la rivista, Rebecca non ha alcuna attitudine all’ impostazione delle cose semplici, perché il suo controllo è riposto in modo maniacale a tenere a bada i sentimenti e le sensazioni, che lascia fluire soltanto quando scrive.
Per questo motivo le si affianca un assistente, giovane ed intraprendente per il quale, scivola senza difficoltà nell’attrazione, quasi fossero legati da un ricordo più che dal presente. Daniele ha infatti un legame con quel passato deforme di malattia che non ha ancora del tutto superato, con quell’ angolo oscuro nel quale spesso ama cullarsi.
Ingarbugliata fra presente e passato, fortemente uniti, e di difficile controllo, viaggerà in se e nei ricordi, per quelle strade che ci riportano inesorabilmente dove abbiamo sempre voluto essere.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere per me è sempre stato naturale e semplice,utile a chiarire pensieri, sentimenti ed idee.Le storie spesso mi investono, mi accompagnano e a volte mi ossessionano. Si vestono dei colori e degli odori attorno a me, rubano parole alle bocche di chi mi sta vicino finché non vivono sul foglio
A chi ha questo genere di passione viene spesso chiesto quale sia il suo piano B, io credo di aver sempre attuato quello. Questo libro è il mio piano A che, dopo tante attese, ha deciso di saltare fuori.

– Va tutto bene? – mi chiede Daniele dopo aver riempito nuovamente il mio bicchiere.

– Sì – mento.

Lui sembra voler aggiungere altro, ma il cellulare nella mia borsa squilla: “Merda, credevo di aver tolto la suoneria.”

– Scusate – dico imbarazzata mentre tiro fuori il mio telefono. Vorrei semplicemente rifiutare la chiamata ma è il numero delle emergenze della redazione.

– Devo assolutamente rispondere – mi rivolgo a Daniele – è una chiamata di lavoro.

– Chiedo scusa – ripeto senza tono alzandomi dalla tavola. Guadagno in fretta l’esterno del locale, senza neppure capirne la necessità.

– Rebecca sono Agnese! Siamo nella merda! Non immagini cosa è successo!

Una morsa mi stringe le stomaco, la serata è sufficientemente complicata.

– Dimmi – la incalzo.

– Gina è stata ricoverata d’urgenza per una appendicectomia. È riuscita a vedere la prima parte dello spettacolo dei “Tightrope walker”, ma ovviamente non può fare l’intervista al regista. Domani partono per Parigi, e non saranno di nuovo in Italia fino a questa estate. Lavoriamo all’ esclusiva da mesi! Ettore andrà su tutte le furie! Cosa facciamo? – dice tutto d’un fiato.

Continua a leggere

Continua a leggere

– Agnese , lo so benissimo! Mantieni la calma. Dove alloggia la compagnia?

– Al Victoria.

– Perfetto, chiama il loro agente, digli dell’imprevisto e che l’intervista al regista si farà al Victoria.

– Chi ci va? A quest’ora di sabato chi vuoi che chiami?

All’improvviso vedo la luce della salvezza. Un’uscita di emergenza per una boccata d’aria mi si è appena aperta di fronte.

– Vado io.

– Rebecca, sei sicura? Voglio dire tu sei…

– So chi sono, Agnese! Chiama! Sarò al Victoria fra mezz’ora al massimo.

Daniele mi raggiunge fuori.

– Che succede? – mi sussurra.

Riaggancio in fretta.

– Gina: la stanno operando d’urgenza.- 

– Mi dispiace – ribatte perplesso e cambia velocemente discorso – Senti Reby, fra pochissimo ci sarà la festa vera! Max ha invitato tutti i miei amici …

Lo interrompo:

– Aveva l’intervista con i “Tightrope walker” – Ma lui sembra non capire.

– Andiamo dentro, fuori si gela – dice aprendomi la porta . 

Sono effettivamente gelata, per il freddo, la tensione di tutta la serata e per la pronta delusione che sto per dargli.

– Dany, non possiamo perdere l’esclusiva, ci lavoro da mesi – faccio una breve pausa – devo andare al Victoria per quell’intervista.

– Tu? Mandaci qualcuno no? Tu sei il capo!- E inizia ad alzare la voce.

Sgrano gli occhi e mantengo il mio tono basso e calmo:

– Appunto ! Risolvo anche i problemi.

Il suo volto cambia, ed è come non me lo sarei mai aspettato.

– Ti accompagno, è il mio compito. Non voglio tu vada sola, stavi poco…

Lo interrompo subito:

– Non è il caso, chiamo un taxi – rispondo dirigendomi al tavolo con una morsa allo stomaco per dover deludere tutta la sua famiglia, e dare a Max gli spunti per disprezzarmi ulteriormente. 

– Dovete scusarmi – dico prendendo la stola – ma purtroppo una giornalista è stata male, è in ospedale, ed è necessario riuscire a portare a termine il suo lavoro.

Il silenzio della tavolata mi gela, così proseguo, quasi giustificandomi:

– È un’intervista esclusiva alla quale stiamo lavorando da mesi, e purtroppo, anche se non vorrei, non posso mandarla all’aria.

– Oh che peccato Rebecca! Ci vorrà tanto?

– No, Eva – la tranquillizzo – prima arriva il taxi e prima sarò di ritorno.

 – Nessun taxi! – la voce di Daniele è sempre più seria, prende la giacca e prosegue -Ti accompagno io, è il mio lavoro.

Cerco di dire qualcosa, di imporre almeno una mia sacrosanta decisione, ma Max mi precede:

– Hey Dany, non dire sciocchezze, fra poco la sala sarà piena di persone che sono qui per te, persone che ti hanno a cuore. Rebecca credo possa prendere un taxi, o la tua auto se serve.

Annuisco soltanto, perché per assurdo, in un discorso che riguarda esclusivamente la sottoscritta, non riesco neppure ad inserirmi.

– Non mando Rebecca in quel quartiere sola, non mi piace. E poi stava poco bene.

Vorrei quasi urlare : “time out!” per inserirmi nella discussione, sono davvero arrabbiata, ma prima che riesca a dire qualsiasi cosa, Manrico si alza.

– Accompagno io Rebecca. Aspetto di sotto finché non termina e in un attimo saremo qui per il taglio della torta! Tu potrai ricevere i tuoi amici, iniziare la festa, e Rebecca sarà “scortata” da me – asserisce ironico.

Il mio ginocchio sinistro cede leggermente. Cerco di organizzare in fretta le idee per trovare una scusa, ma la mia lingua è paralizzata. In che razza di famiglia sono finita?

– Grazie!- dice subito Daniele al mio posto – così sono più tranquillo.

Mi volto di scatto e lo guardo come se mi stesse facendo la cosa peggiore al mondo, mentre il mio cuore batte forte nelle orecchie da essere fastidioso. 

– Andiamo? – mi domanda mettendosi la giacca.

Deglutisco e cerco il mio finto sorriso, ma non lo trovo.

– A dopo – esce dalla mia bocca come un soffio. 

Daniele mi stampa sulla guancia un bacio, al quale non rispondo, mentre Manrico è già alla porta.

La apre per farmi uscire ed in un istante siamo di fronte a una Porsche Carrera nera. Apre lo sportello per farmi salire e una sensazione di nausea mi avvolge.

Accende il quadro dell’auto, la musica inizia a risuonare nell’abitacolo, e prima di mettere in moto si volta verso di me:

– È proprio curiosa la vita, Becca. Non ci si vede per quattordici anni, neppure per sbaglio, e in poche ore si trova persino il modo per stare da soli. Incredibile, non credi?-

Socchiudo gli occhi e scuoto leggermente il capo mentre sento il rombo prepotente del motore.

Se fossi quella di allora, se fossi ancora quella ragazzina insicura e affamata di amore di quattordici anni fa, penserei a un destino inesorabile, troverei lì la risposta: quella forza che tiene unite due anime che lasciano qualcosa in sospeso. Se lo fossi ancora, potrei persino trovare la situazione drammaticamente romantica, potrei desiderare di scriverci su un racconto, o una poesia. Ma io non sono più quella, forse, se ci penso bene, non lo sono mai stata davvero; e sebbene questo ragionamento abbia in qualche modo illogico una logica romantica riesco a rispondere soltanto:

– Grottesco. Direi che tutto questo è grottesco.

Lui ride, divertito. 

– Sapevi del legame fra me e Daniele?

Spalanco gli occhi:

– No – dico di getto -avrei gestito la cosa diversamente.

– Tipo come?

– Non lo so come. Avrei certamente evitato questa cena.

– Io ho scoperto che fossi tu qualche giorno fa. Dopo il suo colloquio è venuto nel mio studio. Era eccitato e felice. Mi ha raccontato di una donna più grande di lui, forte, sicura, affascinante e intelligente, e al tempo stesso a volte maldestra e timida. L’ho ascoltato e incoraggiato. Quando è andato via ho cercato su internet, ti ho trovata: Rebecca Damiani, giovane capo redattrice de “Le Quinte”. Certo poteva essere un caso di omonimia, ma poi ho trovato qualche immagine, ed eri tu, identica a come ti avevo lasciato, persino nella descrizione che Daniele mi aveva fatto di te.

Sento il suono del suo sorriso, e un brivido che parte dal collo mi percuote la schiena.

Non dico nulla, non fiato, eppure senza volerlo sprofondo nel sedile e nel ricordo.

(…)

Ci fermiamo di fronte all’albergo, lui lascia il motore acceso e scende, ma prima che possa aprirmi lo sportello, faccio da me. Fa un cenno ad uno degli uscieri fuori, perché pensi all’auto.

Mi blocco:

– Che fai? Hai detto che mi avresti aspettato in macchina.

Un sorriso si schiude sulle sue labbra, libero e sincero, quello che ricordo ancora.

– Non sei cambiata Becca, non sei cambiata affatto.

Lo guardo senza capire.

– Non vuoi che ti veda fare qualcosa che ami, e che sai fare alla perfezione.

Non dico nulla ed entro .

Mi avvicino alla reception e avviso la gentile signorina della necessità di uno spazio per l’intervista.

Ci fa accomodare in un’area riservata della hall, fornendomi in oltre, un blocco con lo stemma del Victoria, ed una penna.

Cerco di spazzare via i miei ricordi personali per riportare alla mente quelli di tre mesi fa, quando, grazie ad Alex, ero riuscita a vedere le prove generali dello spettacolo. Butto giù qualche idea sul blocco, anche se di solito non amo rendere troppo schematica l’intervista, lavoro d’istinto.

– Va tutto bene, Becca?

Annuisco, mentre guardo l’ enorme orologio dietro il banco della reception.

– Sono in ritardo – ringhio.

– A che pensavi?

Guardo fisso di fronte a me, come se davvero potesse ancora leggere dentro i miei occhi.

– Cerco di ricordare lo spettacolo che ho visto a gennaio. – Dopo una piccola pausa aggiungo – È meglio che tu vada, prendo un taxi appena finisco.

– Becca non ti lascio qui. Ti aspetto. – E mi chiedo quanto questa frase sia da imputare alla circostanza attuale, o da allargare a qualcos’altro.

Afferro il cellulare per vedere se per caso Daniele mi ha chiamata, e mi accorgo che la batteria è quasi ko.

– Merda – dico senza pensarci troppo.

– Che c’è?

– È quasi scarico. Devo chiedere alla reception se hanno un caricabatteria! È l’unica tecnologia che ho a disposizione per la mia intervista.

-Prendi il mio, ti mando il file non appena hai terminato.

Lo guardo fisso negli occhi mentre mi porge il suo iPhone.

Richard entra nella hall, io afferro il telefono di Manrico, senza neppure pensarci gli do il mio e lo raggiungo.

Ci accomodiamo sul divano. Sblocco il cellulare, e mi stupisco di non trovare alcuna password. Pensavo di essere l’unica ormai senza averla impostata. Come sfondo trovo una foto di lui con una donna, giovane e molto attraente. “Samanta” penso. Ho un attimo di esitazione.

Non cincischio oltre, apro il menu e l’applicazione e faccio partire la registrazione.

Inizio la mia intervista, in lingua inglese, fluente e ormai allenata. Manrico mi guarda, sembra affascinato. Cerco di estraniarmi, benché sia orgogliosa di me, ed eccitata nel sentirmi osservata. Come se dopo anni, tornassi su un palco.

Nel giro di mezz’ora ho esaurito le domande, almeno quelle essenziali.

Richard insiste perché mi trattenga a cena con la compagnia. I suoi sguardi stasera sono stati fin troppo espliciti. Non ho di certo l’abbigliamento tipico da lavoro, questo penso sia, per un marpione come lui, un valido motivo per non tenere occhi e parole a bada.

Mi congedo elegantemente, facendo finta che il suo essere così esplicito non mi abbia del tutto infastidita.

Senza pensarci infilo il cellulare nella borsa e mi dirigo alla porta dove Manrico mi attende tenendola aperta.

L’auto arriva in un istante. Mi apre lo sportello ed in un attimo ripartiamo.

– Credi di potermi rivolgere la parola, Becca?

Non dico nulla, sono completamente pervasa da una moltitudine di sentimenti che non so neppure cosa siano, e in che percentuale si stiano facendo sentire. Rabbia, ansia, preoccupazione, eccitazione, stupore e persino un po’ di gioia.

– A che pensi?

– A nulla…

Lui sorride:

– Pensi a noi?

Mi volto di scatto e tiro fuori il mio sguardo scandalizzato e stupito, mentre penso che ancora sa leggermi dentro.

– Ci ho pensato anche io, per tutta la cena.

– Interessante – rispondo senza tono.

– Mi sei mancata Becca, stasera ho compreso che mi sei mancata più di quanto pensassi.

Ingoio a stento una palla di saliva. Forse lo sto comprendendo anche io adesso.

Sì, mi aveva ferita, delusa e disgustata; ma è altrettanto vero che quella manciata di ricordi, che avevo in fretta scaraventato via da me, quei giorni, quel pezzo della mia vita, non erano stati poi così terribili. Non lo erano stati affatto.

La realtà è che è più semplice tenere solo il peggio, perché è così che puoi difenderti, dimenticare, convincerti che poi non era così importante.

Avevo conservato con cura soltanto quel finale scadente e scontato. Ogni volta in cui avevo soltanto provato a ricordare qualcosa di diverso emergeva la stessa immagine: lui che batte un pugno sul finestrino della mia auto mentre io parto senza neppure una lacrima.

– Certo che quel Richard, che tipo…

Manrico rompe il silenzio.

Lo guardo con la coda dell’occhio.

– Che tipo? – dico con un mezzo sorriso.

– Arrogante, invadente…Se fossi stata ancora un po’ mia, ti avrei fatto finire l’intervista e poi gli avrei insegnato che cos’è la professionalità e il rispetto per il lavoro altrui.

Sorrido, mentre parcheggia fuori dal Calliope, e poi, in un istante, mi faccio di nuovo seria:

– Non ti sono mai appartenuta – dico mentre scuoto il capo.

Spegne il motore e mi guarda intensamente:

– Lo so, Becca. Lo so bene.

Guardo quella bocca e sento di non poter resistere a lungo. Perciò stacco in fretta i miei occhi dal suo viso e scendo dall’auto.

Fuori dal locale c’è già la sicurezza che non appena vede Manrico apre la porta.

La sala è piena, al punto che mi chiedo quante di queste persone siano davvero amici di Daniele. Il Calliope si è presto trasformato in una discoteca. Manrico mi prende la mano ed io glielo lascio fare, mentre mi sussurra:

– Stammi vicina, in un attimo ti porto da Dany.

Sento qualcosa che risucchia la mia anima verso terra. Vorrei fermare il tempo, vorrei tornare in auto e parlare con lui, chiarire quello che è successo, capire cosa ricorda, e sentirmi confortata nel sapere che non ha dimenticato nulla di me.

Passiamo in mezzo a una folla quasi imbizzarrita. Lui ogni tanto si volta a guardarmi, con quello sguardo, con quel desiderio che non mi sembrano affatto cambiati.

Appena Daniele mi vede si illumina, e io sorrido, nel modo stereotipato che conosco sperando sembri reale. Manrico lascia in fretta la mia mano, prima che lui possa abbracciarmi. Mi bacia con passione e poi mi dice forte in un orecchio:

– Ci hai messo un’eternità!

Lo stringo ancora più forte, come se dovessi ricercare sicurezza, in me, in lui e nella nostra relazione. Mi volto e Manrico è sparito.

Daniele mi passa il suo bicchiere col mojito, e io ci annego dentro.

– Andiamo a ballare!- urla, ed io penso che se mi conoscesse almeno un po’ saprebbe che non amo ballare in pubblico, che le discoteche non le ho mai frequentate neppure quando avevo la sua età, ma mi butto nella mischia con lui. Mi sento così in colpa, senza un vero motivo, soltanto per una manciata di ricordi.

I ricordi sono dei villani incantatori, ti fanno sembrare bello anche quello che in realtà, quando l’hai vissuto, era del tutto normale. Questa è la bugia che mi racconto, mentre intanto cerco nella sala i suoi occhi.

Dopo due ore di ballo ed il quarto mojito ho i piedi che urlano, la testa che gira, le orecchie che implorano pietà, e un bisogno irrefrenabile di tornare a casa.

Le mie preghiere vengono esaudite, perché la musica si abbassa ed il dj annuncia il taglio della torta. Max entra nella sala con un carrello con sopra uno spettacolo di millefoglie, lo posiziona di fronte a noi, poi tira fuori dalla tasca il cellulare.

Si avvicina in fretta una ragazza che lo afferra e fa cenno di stringerci di fronte alla torta. In un attimo Daniele mi cinge a se, dall’altra parte stringe Eva.

Max le si posiziona accanto, e Manrico, ricomparso dal nulla, prende posto accanto a me. Mi stringe anche lui ed io mi sento incredibilmente divisa in due: quella che sono e quella che ero.

Piano fa scorrere il suo pollice sulla mia schiena nuda , come stesse disegnando un cerchio, ed io rabbrividisco eccitata.

2020-10-10

Radio Luna Carbonia

Sabato 10 ottobre sarò ospite della trasmissione radiofonica "Punti di vista", per raccontare meglio il mio romanzo. http://www.radiolunacarbonia.com/

Commenti

  1. Roberta Pischedda

    Grazie infinite!

  2. Ho trovato questo libro scorrevole, avvincente e molto ben scritto. Non è solo una bellissima storia d’amore ma anche e soprattutto un viaggio nella psiche della protagonista e nella sua maturazione come persona. Pur non essendo un thriller lascia col fiato sospeso fino all’ultimo secondo: lo consiglio vivamente!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Roberta Pischedda
Sensibile, solare ed estroversa sono gli aggettivi che di solito usano per descrivermi; ma raccontare se stessi è molto più complesso, ognuno custodisce gelosamente piccoli frammenti di sé. Ho sempre lavorato a contatto con la gente, con ruoli e in realtà diverse. Non ho avuto alcuna stabilità professionale, ma ho ricevuto una grande ricchezza dal punto di vista umano. Ho conosciuto tante persone, ascoltato le loro storie, riempito i loro silenzi. La fantasia che da sempre mi contraddistingue ha creato e messo spesso su un foglio le storie che non sapevo, e che forse pure i protagonisti tacevano a loro stessi. Non so essere totalitaria, lascio sempre un piccolo spiraglio aperto, alle persone e alle opportunità, forse un po’ meno a me stessa.
Scivolo con semplicità nei sogni, come anche nella malinconia. Non ho mai saputo fare a meno di scrivere.
Roberta Pischedda on FacebookRoberta Pischedda on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie