Accedi

Per quest’anno le rondini non tornano

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
43% Completato
115 Copie all´obiettivoi
Al raggiungimento dell’obiettivo il libro verrà pubblicato
110 Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Maggio 2020
Bozze disponibilii
Se pre-ordini il libro, potrai cominciare a leggere subito le bozze del manoscritto

Claudia non ha grandi programmi per la vita. A 22 anni cosa vuoi fare oltre a barcamenarti tra l’università, i fratelli minori e a volte il maggiore, lavoretti precari e pomeriggi con quel piccolo no global del cazzo nonché parassita cronico di Stefano, e Federico che passa il tempo ad aspettare le rondini al davanzale?
È una bella adolescenza prolungata.
Ma a volte la vita ci si mette di impegno e ti si pianta davanti sotto forme diverse. La prima è una cognata incinta che, senza nessun preavviso, piomba in casa cercando il fratello maggiore irreperibile da giorni.
La seconda è un ragazzo che fa perdere a Claudia la testa, e anche le sue idee preconfezionate sull’amore, e la costringe a una lotta molto dura tra sé e sé stessa.
La terza è Stefano che smette di essere un parassita cronico.
La quarta è Federico che si ammala all’improvviso.
Ce n’è abbastanza per ritrovarsi adulti, o quasi, senza nemmeno capire come ci si è arrivati.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ho scritto questo libro stavo sperimentando il formato del romanzo. Mi ero innamorata di un titolo e ho provato a costruire intorno a quel titolo una storia. Mentre scrivevo i personaggi e le situazioni facevano capolino e si raccontavano da soli. Alla fine del romanzo mi avevano spiegato la mia visione del mondo di ventiduenne che non aveva grandi ambizioni e grandi progetti per la vita. Mi hanno anche premonito che avrei voluto fare il cinema.

ANTEPRIMA NON EDITATA

11

Starmene qui al davanzale in religioso silenzio, per non disturbare l’attesa delle rondini di Federico, non mi aiuta di certo.

“Come faccio a trovare Gianluca prima che Cristina si stufi e decida di abortire? Dai suoi amici che conosco non c’è, e gli altri… Dove li trovo?” sbrocco.

Federico mi guarda di sottecchi, sorridendo. Sembra che mi stia prendendo in giro. O che mi nasconda qualcosa. E all’improvviso realizzo.

“Tu lo sai di sicuro. Come sapevi tutto prima ancora che te lo raccontassi. Gianluca non può non averti detto dove si è rifugiato, e adesso me lo dici”.

Se non stessi parlando con Federico, ma con una qualunque persona, questo tono mi avrebbe procurato come minimo un ceffone.

“Non posso. Mi piacerebbe dirtelo, ma non posso proprio”.

Porca miseria.

Cos’è? Paura di tradire un amico?

“Perché? Spiegami perché”.

“Perché non lo so nemmeno io”.

La risposta più banale che potessi ricevere.

“So solo che è andato a Torino”.

“A Torino? A fare che?”

“A pensare alle sue ragioni, a quelle di Cristina e quelle di suo figlio”.

A Torino.

“E non poteva farlo a Milano?”

“Con te che bestemmi dietro a Cristina, tutta la famiglia che lo pressa e soprattutto Cristina che lo mette davanti a un ultimatum continuo? Tu che avresti fatto nelle sue condizioni?”

La stessa cosa.

“Claudia, non credo che ti interessi, ma sono passate due rondini”.

Di solito non è questo che succede. Di solito alla notizia del passaggio delle prime rondini viene da sorridere sia a me che a Federico. Ma in questo momento non sorride nessuno dei due.

“Perché non cerchi l’agenda di Gianluca?”

Federico si sta staccando dalla balaustra.

“Quale, quella degli indirizzi?”

“Sì, quella quasi distrutta. Mi ricordo che c’è l’indirizzo di un suo amico”.

“E vive a Torino?”

Il collo viene girato da una parte all’altra. È un’operazione a cui assisto una volta l’anno, ma mi lascia sempre a bocca aperta.

“Meglio ancora. Ha una casa a Torino”.

Dovrò ringraziare le rondini.

Hanno trovato il momento migliore per passare.

Continua a leggere

 12

Chissà com’è questo amico di Gianluca. Mi sono sempre chiesta come possano essere i suoi amici: pazzi allo stesso modo o con un briciolo di lucidità? E soprattutto: avranno anche loro la fissa del cinema? Mah. Almeno uno lo vedrò tra poco.

Semprecché si decida ad aprire la porta. Aspetto da dieci minuti…

“E dai, muoviti”.

“Eccomi! Sono al terzo piano. L’ascensore non funziona.”

Che fortuna. Meno male che sono solo tre. Del resto dovevo aspettarmelo: a casa mia l’ascensore non funziona mai. Perché qui avrebbe dovuto funzionare?

“Avanti. Entra pure. Sono in cucina.”

L’appartamento risponde subito a una delle mie domande. I muri sono ricoperti di locandine di film che hanno fatto la storia del cinema. Casablanca è stato uno dei miei grandi amori. Ecco, forse Arancia meccanica non l’avrei messo in questo punto, prima cosa che vedi entrando… Un poster a grandezza naturale di Chaplin copre una porta.

“Dov’è la cucina?”

“Dietro Chaplin”.

“Ma questa casa è un museo del cinema”.

Una voce risponde dal frigorifero. Una figura inginocchiata sta cercando qualcosa, almeno credo.

“E ti piace?” chiede questa voce ancora più allegra senza la maschera metallica con cui la ricopriva il citofono. Perché non si volta, così abbino voce e faccia?

“Se mi piace? È fantastica.”

Una risata lo scuote, “Dopo facciamo il giro turistico”, dice.

Finalmente si volta e riesco a vedere in faccia questo individuo che in fondo non ha nulla di incredibile. Capelli castani. Leggermente mossi, lunghi sotto la nuca e spettinati. Gli occhi marroni, uno sguardo da cerbiatto e un sorriso da folletto dispettoso. L’insieme è gradevole. Una nota positiva: non devo prendere il binocolo per guardarlo in faccia. Tutto sommato potrebbe essere un bene la scomparsa di mio fratello…

“Sarà un piacere.”

“Allora fammi risolvere un problema con il frigo, e poi ti porto in giro per il mio castello.”

“Che cos’ha il tuo frigo?”

“Temo si sia sbrinato.”

Non posso fare a meno di notare il contrasto della sua reazione con quella che avrei avuto io. Probabilmente sarei impegnata ad imprecare. Detesto i piccoli incidenti domestici. Soprattutto quando non posso risolverli. Lui invece ride.

“Mi dovrei sentire in imbarazzo. Non è il massimo presentarsi a una ragazza con il frigo che piscia in questo modo plateale. È un po’ scostumato.”

Scoppio a ridere.

“Che c’è da ridere? È una tragedia di proporzioni inumane.”

Ci guardiamo.

“Sei identica a tuo fratello. Stessi occhi, stessi capelli, stessa espressione sul viso… Sei pazza allo stesso modo?”

“Può essere. Ma io non uso videocamere”.

La cucina è un posto strano per cominciare una conversazione. Mi sembra il posto più intimo della casa, dopo la camera da letto. Di solito chi ti fa vedere la cucina come prima stanza? Mi è capitato raramente. E mai alla prima apparizione in una casa che non conoscevo. Questo modo di fare mi piace. Non crea distacco.

E mi piace anche questo ragazzo.

“Ehi” dice.

“Cosa? Che stavi dicendo?”

“Vuoi un po’ di caffè?

“Oh… Guarda, non vado pazza per il caffè. Grazie lo stesso.”

“Come sarebbe che non bevi caffè? Non sarai di quelli che vivono di quell’insulsa brodaglia chiamata tè?”

“Sì”.

“Vabbè. Come non detto. Niente caffè. Non è che per caso bevi anche cocacola?”

“Quella no. Non mi piace molto”.

“Ah, beh. Sennò in casa mia non c’entravi più”.

Ellamiseria… perché non mi piace il caffè?

Un momento.

Perché ride come un cretino?

“Mi stavi prendendo in giro!”

“Mi sembra il minimo”.

“Non ci trovo molto da ridere”.

“Io sì. Hai un’espressione buffissima. Occhei, adesso faccio la persona seria. Ti dico una cosa: non posso metterti in contatto con tuo fratello a meno che non ci sia un’emergenza. Me l’ha fatto giurare e ho un sacro rispetto per i giuramenti”.

Maledetti siano gli uomini dai saldi principi.

“Da quanto ne so, Cristina abortirebbe in ogni caso” ribatto.

“E allora cosa vuole da Gianluca se ha già deciso?”

“Secondo te se fosse così decisa cosa ci avrebbe messo ad abortire senza dire niente a nessuno? Mi sono convinta che Cristina stia cercando delle motivazioni per tenere il figlio. E chi gliele può dare, se non il padre del bambino?”

Sto assistendo a una crisi di coscienza, e capisco a cos’è dovuta. A parte l’assurda questione morale sui giuramenti Gianluca ha bisogno di tempo per pensare. Stavolta non è in gioco uno dei suoi cortometraggi e la conseguenza non sarà una notte in questura né una ramanzina dalle forze dell’ordine o da mamma e papà. Mio fratello, incosciente quando decide per sé, non lo è mai quando si tratta degli altri.

Uno si chiede come ha fatto a mettere incinta la sua ragazza, e in questo periodo ce lo chiediamo un po’ tutti. Ma non ho detto che mio fratello sia perfetto.

“Gianluca ha riflettuto abbastanza. Gli telefono” dice.

Il cordless è sul tavolo.

Lo fisso mentre compone il numero. Sono persa tra i pensieri e la faccia di questo ragazzo dal nome inusuale

“Gianluca? Sono Sacha. C’è bisogno di te a Milano. Ti conviene tornare”.

Scuote la testa. Conosco mio fratello: le sue riflessioni possono durare mesi.

Il tempo. L’unica cosa che manca.

“Senti, parla un po’ con tua sorella”.

Mi ritrovo il cordless in mano, senza sapere bene cosa farne. Sacha esce mormorando un “Gran testa di cazzo” all’indirizzo di Gianluca.

“Pronto?”

“Clau, non ho ancora finito di riflettere”.

“Se continui a riflettere a Torino, tra poco lo farai a vuoto”.

“Cristina vuole abortire?” chiede.

“Queste sono le ultime notizie. L’ultima parola spetta a te. Se davvero vuoi un figlio” rispondo.

“Certo che lo voglio”.

“Allora vieni a dirlo alla tua ragazza”.

“Prendo il primo treno”.

16

Varcando la soglia di casa Deodati si percepisce un’atmosfera strana.

I due animali sono seduti sul divano e bisbigliano chissà quale scherzo cretino ai danni dell’umanità, Cristina parla con la mamma, papà con la solita capacità di conversazione resta impalato sulla poltrona a osservare la scena e Gianluca ha un’aria serena mentre ci apre la porta. Sorprende vederli tutti insieme, come se per un giorno il mondo si fosse fermato. È un martedì mattina, ma sembra domenica. Una di quelle domeniche di festa in cui la famiglia viene riunita sotto lo stesso tetto.

“Che succede qua dentro?” chiedo basita.

Anche Stefano rimane spiazzato dal clima quasi gioioso che si percepisce.

Dov’è finita l’indifferenza con cui si accoglie ogni persona che varca la soglia di casa?

Gianluca è quasi allegro, quindi le notizie non sono pessime.

“Adesso che i membri di questa famiglia si sono accomodati, posso iniziare a parlare” dice.

Definire Stefano un membro della famiglia mi sembra un’imprudenza. Come minimo gli devi chiedere il permesso.

“Oh, scusa, Stefano, se ti includo senza consenso. Ma avremo bisogno anche di te”.

Comincio a essere stufa. In fondo sono solo 27 ore che non dormo… Perché mai dovrei voler sapere qualcosa sul risultato del consiglio?

“Fratello, potresti venire al dunque?”

“Mmm… Venire al dunque a parole non è il mio forte. Ci vorrebbe un video. Allora. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come lo chiama Claudia, ha deliberato. La discussione è stata lunga, le ragioni di entrambe le parti sono state ascoltate e passate al vaglio, o se preferite abbiamo semplicemente discusso”.

“E allora?”

“E allora, siete disposti a fare da nonni e zii a un bambino? Perché avremo bisogno di molto aiuto, almeno per qualche tempo”.

Conosco un paio di persone che stanno rispondendo mentalmente ‘sì’. Ma in fondo siamo contenti un po’ tutti. A parte forse papà, che ha voglia zero di essere chiamato nonno. Infatti è l’unico che apre bocca, con un “Gianluca, che domanda è?”

“Papà”.

Mi sa che Silvio ha intenzione di formulare il pensiero che tutti i fratelli stanno avendo in questo momento.

“Ti sta dicendo quello che noi ti ripetiamo tutti i giorni”.

“Cosa?”

“Che sei vecchio al punto di diventare nonno.”

Temo che papà stia odiando i suoi figli maggiori. Me, perché ho insegnato agli animali a non rispettare la figura paterna. Gianluca, perché con gli avvenimenti dell’ultimo mese sta dando ragione a tutta una serie di battutine tipo ‘sei nato all’età della pietra’ e palle varie.

“Non l’avrei detto in modo tanto brutale, ma… Sì, papà. Sei diventato ufficialmente vecchio”.

Tra poco papà esplode.

Bene. Adesso che un problema è risolto, ne sorge un altro.

“Gianlù, tutto molto bello, evviva evviva, divento zia, ma che aiuto volete da noi?”

La mia non è cattiveria. È che vorrei sapere quale aiuto vi aspettate per tirare su vostro figlio.

“Era qui che ti volevo. Il problema principale è che ci dovremo trasferire a Milano. I motivi sono molti. Per comodità ne citerò solo uno. Questa famiglia è l’unica contenta di trovarsi un neonato tra i piedi”.

Espresso in modo convincente. E anche divertente. Cristina però non ride. Si passa le mani sulla faccia.

“Magari mia madre avesse il vostro senso dell’umorismo. Quando gliel’ho detto ha iniziato a bestemmiare. Roba che non avevo mai sentito in vita mia, tra l’altro. Chiamava Gianluca quel porco e roba molto meno fine. E l’ha bandito da casa fino a data da destinarsi”.

“Io non ero molto triste”.

“Scemo!”

“Andiamo… Lo sai che tua madre non ha avuto bisogno di sapere che sei incinta per trattarmi come un debosciato. Voleva un ingegnere, e si è ritrovata un aspirante regista senza il becco di un quattrino”.

Basta. Non ce la faccio più. A furia di ridere non sentiremo gli altri problemi che attanagliano la vita dei futuri genitori.

“Va bene, Gianluca. Adesso elencaci le altre difficoltà. Senza inframmezzo di cavolate”.

“Bah… È presto detto. Nel mio monolocale c’è un notevole problema di spazio. Oserei dire che un loculo sarebbe più grande. Sul mio conto corrente per il momento c’è quanto basta per tirare avanti due mesi senza affitto e sono senza lavoro. E anche Cristina dovrà trovarne uno qua”.

“Gianluca, aspetta un secondo”.

La voce di Cristina serviva ad interrompere questo fiume di parole.

“Io ho già la possibilità di un lavoro a Milano. Me l’hanno proposto un paio di settimane fa”.

Gianluca diventa serio per la prima volta in mezz’ora che parla.

“Va bene. Cristina non dovrà cercarsi un lavoro. Io a quanto pare sì. A meno che non voglia fare il mantenuto”.

Ora direi che è il caso di intervenire.

“Guarda che non hai bisogno di giustificarti per il disturbo che ci recherai. Non so gli altri, ma mentre voi deliberavate io e Stefano abbiamo deciso che ci spupazzeremo vostro figlio quanto ci pare. E adesso piantala di farti problemi, perché credo sia opinione di tutta la famiglia”.

“Secondo me è opinione di tutto il palazzo”.

Vero, Ste. Già mi vedo la sciura Corbucci insegnare al bambino l’arte di sbirciare dallo spioncino…

“Un momento, un momento. Sia chiaro che non lascerò mio figlio in balìa dell’Uomo-lupo”.

“Tranquillo. Almeno per i primi mesi tuo figlio ululerà più di Torcelli. Sarà lui a non volerlo vedere”.

Mi piacciono questi consigli di famiglia. Si ride sempre molto.

14 luglio 2019

Aggiornamento

Il romanzo senza cellulari (più o meno)
Qualche mese fa, quando non avevo ancora deciso di mandare le Rondini (io lo chiamo così, perché i titoli alla Lina Wertmuller possono anche essere divertenti, a volte poetici, ma alla terza volta che devi scriverli ti viene male ai polpastrelli e ti stufi) a bookabook, passavo a Bookpride, la fiera dei piccoli editori milanese, e facevo un giro di ricognizione per cercare libri di piccoli editori da leggere.
Sono passata pure allo stand di bookabook come faccio ormai ogni volta che capito a una fiera, e credo Roberta ha cercato di spiegarmi come funziona la casa editrice.
L'ho fermata e le ho spiegato io che li conoscevo da anni e che avevo anche partecipato a un crowdfunding l'anno prima. Stavo semplicemente cercando, più del coraggio, la voglia di riprendere in mano le Rondini per inviarlo. Mi ha chiesto alcune cose e io le ho detto, con una malcelata punta di orgoglio, che nel mio romanzo non c'erano cellulari.
La ragione è molto semplice. La prima stesura è del 1997, e pure se i cellulari si usavano, all'epoca, erano talmente poco diffusi nel mondo che frequentavo da non influenzarlo minimamente. L'unico cellulare che avevo visto fino a quel momento era il citofono di Don Piero, il prete della mia parrocchia di periferia. Il citofono aveva una scatola enorme che il Don si portava dietro a mo' di borsetta. E insomma, lo chiamavamo citofono per una buona ragione. Questo fatto che nel mio romanzo non ci fossero cellulari per me era basilare. Una certezza granitica. Un punto di forza.
Senonché.
Quando ho deciso di rileggerlo per capire se valesse ancora la pena investirci emotivamente per mandarlo a una casa editrice mi sono resa conto che nell'ultima revisione, di ornai 5 anni fa, avevamo aggiunto un cellulare. Uno solo. Usato dall'architetto Deodati, il padre di Claudia, che nel romanzo sarà chiamato solo papà o architetto. Ma uno era già troppo perché diventasse un romanzo con cellulari. Così ho pensato che il cellulare dell'architetto poteva diventare irrilevante. Per esempio, per i figli poteva servire solo mentre si trovavano in vacanza con il padre, al lago, dove irrimediabilmente non prendeva. E quindi era come non averlo affatto.
Alla fine il romanzo con un cellulare è rimasto lo stesso un romanzo senza cellulari, perché pure se il cellulare c'è non serve a nessuno.
(del perché i genitori di Claudia non abbiano un nome di battesimo ma siano semplicemente 'papà' o 'architetto' e 'mamma' e basta ragionerò in un altro momento)

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Per quest’anno le rondini non tornano”

Giuliana Dea
Giuliana Dea (sarebbe anche Maria ma non vi conviene usare mai il suo secondo nome. Non vi risponde) da grande voleva scrivere.
Ha cominciato quando era bambina, ha continuato alle medie, alle superiori scriveva racconti sotto il banco e sotto il banco li faceva leggere alle sue compagne durante le lezioni.
All'università pur di non studiare provava a scrivere romanzi.
Al quarto anno si è stufata di studiare e ha deciso che voleva solo scrivere. Per farlo ha frequentato un corso di sceneggiatura. Perché con i romanzi non si campa, lo sanno tutti.
Ha fatto la sceneggiatrice, anche se di fiction. Poi ha smesso.
Ora fa la tata, ogni tanto lavora in call center o dove le capita, e ha deciso che è il momento di riprovare a scrivere sul serio. Anche se coi romanzi non si campa.
Giuliana Dea on sabwordpressGiuliana Dea on sabtwitterGiuliana Dea on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie