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Per quest'anno le rondini non tornano

Scelto da Chiara Mostini
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Consegna prevista Maggio 2020

Claudia non ha grandi programmi per la vita. A 22 anni cosa vuoi fare oltre a barcamenarti tra l’università, i fratelli minori e a volte il maggiore, lavoretti precari e pomeriggi con quel piccolo no global del cazzo nonché parassita cronico di Stefano, e Federico che passa il tempo ad aspettare le rondini al davanzale?
È una bella adolescenza prolungata.
Ma a volte la vita ci si mette di impegno e ti si pianta davanti sotto forme diverse. La prima è una cognata incinta che, senza nessun preavviso, piomba in casa cercando il fratello maggiore irreperibile da giorni.
La seconda è un ragazzo che fa perdere a Claudia la testa, e anche le sue idee preconfezionate sull’amore, e la costringe a una lotta molto dura tra sé e sé stessa.
La terza è Stefano che smette di essere un parassita cronico.
La quarta è Federico che si ammala all’improvviso.
Ce n’è abbastanza per ritrovarsi adulti, o quasi, senza nemmeno capire come ci si è arrivati.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ho scritto questo libro stavo sperimentando il formato del romanzo. Mi ero innamorata di un titolo e ho provato a costruire intorno a quel titolo una storia. Mentre scrivevo i personaggi e le situazioni facevano capolino e si raccontavano da soli. Alla fine del romanzo mi avevano spiegato la mia visione del mondo di ventiduenne che non aveva grandi ambizioni e grandi progetti per la vita. Mi hanno anche premonito che avrei voluto fare il cinema.

ANTEPRIMA NON EDITATA

11

Starmene qui al davanzale in religioso silenzio, per non disturbare l’attesa delle rondini di Federico, non mi aiuta di certo.

“Come faccio a trovare Gianluca prima che Cristina si stufi e decida di abortire? Dai suoi amici che conosco non c’è, e gli altri… Dove li trovo?” sbrocco.

Federico mi guarda di sottecchi, sorridendo. Sembra che mi stia prendendo in giro. O che mi nasconda qualcosa. E all’improvviso realizzo.

“Tu lo sai di sicuro. Come sapevi tutto prima ancora che te lo raccontassi. Gianluca non può non averti detto dove si è rifugiato, e adesso me lo dici”.

Se non stessi parlando con Federico, ma con una qualunque persona, questo tono mi avrebbe procurato come minimo un ceffone.

“Non posso. Mi piacerebbe dirtelo, ma non posso proprio”.

Porca miseria.

Cos’è? Paura di tradire un amico?

“Perché? Spiegami perché”.

“Perché non lo so nemmeno io”.

La risposta più banale che potessi ricevere.

“So solo che è andato a Torino”.

“A Torino? A fare che?”

“A pensare alle sue ragioni, a quelle di Cristina e quelle di suo figlio”.

A Torino.

“E non poteva farlo a Milano?”

“Con te che bestemmi dietro a Cristina, tutta la famiglia che lo pressa e soprattutto Cristina che lo mette davanti a un ultimatum continuo? Tu che avresti fatto nelle sue condizioni?”

La stessa cosa.

“Claudia, non credo che ti interessi, ma sono passate due rondini”.

Di solito non è questo che succede. Di solito alla notizia del passaggio delle prime rondini viene da sorridere sia a me che a Federico. Ma in questo momento non sorride nessuno dei due.

“Perché non cerchi l’agenda di Gianluca?”

Federico si sta staccando dalla balaustra.

“Quale, quella degli indirizzi?”

“Sì, quella quasi distrutta. Mi ricordo che c’è l’indirizzo di un suo amico”.

“E vive a Torino?”

Il collo viene girato da una parte all’altra. È un’operazione a cui assisto una volta l’anno, ma mi lascia sempre a bocca aperta.

“Meglio ancora. Ha una casa a Torino”.

Dovrò ringraziare le rondini.

Hanno trovato il momento migliore per passare.

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 12

Chissà com’è questo amico di Gianluca. Mi sono sempre chiesta come possano essere i suoi amici: pazzi allo stesso modo o con un briciolo di lucidità? E soprattutto: avranno anche loro la fissa del cinema? Mah. Almeno uno lo vedrò tra poco.

Semprecché si decida ad aprire la porta. Aspetto da dieci minuti…

“E dai, muoviti”.

“Eccomi! Sono al terzo piano. L’ascensore non funziona.”

Che fortuna. Meno male che sono solo tre. Del resto dovevo aspettarmelo: a casa mia l’ascensore non funziona mai. Perché qui avrebbe dovuto funzionare?

“Avanti. Entra pure. Sono in cucina.”

L’appartamento risponde subito a una delle mie domande. I muri sono ricoperti di locandine di film che hanno fatto la storia del cinema. Casablanca è stato uno dei miei grandi amori. Ecco, forse Arancia meccanica non l’avrei messo in questo punto, prima cosa che vedi entrando… Un poster a grandezza naturale di Chaplin copre una porta.

“Dov’è la cucina?”

“Dietro Chaplin”.

“Ma questa casa è un museo del cinema”.

Una voce risponde dal frigorifero. Una figura inginocchiata sta cercando qualcosa, almeno credo.

“E ti piace?” chiede questa voce ancora più allegra senza la maschera metallica con cui la ricopriva il citofono. Perché non si volta, così abbino voce e faccia?

“Se mi piace? È fantastica.”

Una risata lo scuote, “Dopo facciamo il giro turistico”, dice.

Finalmente si volta e riesco a vedere in faccia questo individuo che in fondo non ha nulla di incredibile. Capelli castani. Leggermente mossi, lunghi sotto la nuca e spettinati. Gli occhi marroni, uno sguardo da cerbiatto e un sorriso da folletto dispettoso. L’insieme è gradevole. Una nota positiva: non devo prendere il binocolo per guardarlo in faccia. Tutto sommato potrebbe essere un bene la scomparsa di mio fratello…

“Sarà un piacere.”

“Allora fammi risolvere un problema con il frigo, e poi ti porto in giro per il mio castello.”

“Che cos’ha il tuo frigo?”

“Temo si sia sbrinato.”

Non posso fare a meno di notare il contrasto della sua reazione con quella che avrei avuto io. Probabilmente sarei impegnata ad imprecare. Detesto i piccoli incidenti domestici. Soprattutto quando non posso risolverli. Lui invece ride.

“Mi dovrei sentire in imbarazzo. Non è il massimo presentarsi a una ragazza con il frigo che piscia in questo modo plateale. È un po’ scostumato.”

Scoppio a ridere.

“Che c’è da ridere? È una tragedia di proporzioni inumane.”

Ci guardiamo.

“Sei identica a tuo fratello. Stessi occhi, stessi capelli, stessa espressione sul viso… Sei pazza allo stesso modo?”

“Può essere. Ma io non uso videocamere”.

La cucina è un posto strano per cominciare una conversazione. Mi sembra il posto più intimo della casa, dopo la camera da letto. Di solito chi ti fa vedere la cucina come prima stanza? Mi è capitato raramente. E mai alla prima apparizione in una casa che non conoscevo. Questo modo di fare mi piace. Non crea distacco.

E mi piace anche questo ragazzo.

“Ehi” dice.

“Cosa? Che stavi dicendo?”

“Vuoi un po’ di caffè?

“Oh… Guarda, non vado pazza per il caffè. Grazie lo stesso.”

“Come sarebbe che non bevi caffè? Non sarai di quelli che vivono di quell’insulsa brodaglia chiamata tè?”

“Sì”.

“Vabbè. Come non detto. Niente caffè. Non è che per caso bevi anche cocacola?”

“Quella no. Non mi piace molto”.

“Ah, beh. Sennò in casa mia non c’entravi più”.

Ellamiseria… perché non mi piace il caffè?

Un momento.

Perché ride come un cretino?

“Mi stavi prendendo in giro!”

“Mi sembra il minimo”.

“Non ci trovo molto da ridere”.

“Io sì. Hai un’espressione buffissima. Occhei, adesso faccio la persona seria. Ti dico una cosa: non posso metterti in contatto con tuo fratello a meno che non ci sia un’emergenza. Me l’ha fatto giurare e ho un sacro rispetto per i giuramenti”.

Maledetti siano gli uomini dai saldi principi.

“Da quanto ne so, Cristina abortirebbe in ogni caso” ribatto.

“E allora cosa vuole da Gianluca se ha già deciso?”

“Secondo te se fosse così decisa cosa ci avrebbe messo ad abortire senza dire niente a nessuno? Mi sono convinta che Cristina stia cercando delle motivazioni per tenere il figlio. E chi gliele può dare, se non il padre del bambino?”

Sto assistendo a una crisi di coscienza, e capisco a cos’è dovuta. A parte l’assurda questione morale sui giuramenti Gianluca ha bisogno di tempo per pensare. Stavolta non è in gioco uno dei suoi cortometraggi e la conseguenza non sarà una notte in questura né una ramanzina dalle forze dell’ordine o da mamma e papà. Mio fratello, incosciente quando decide per sé, non lo è mai quando si tratta degli altri.

Uno si chiede come ha fatto a mettere incinta la sua ragazza, e in questo periodo ce lo chiediamo un po’ tutti. Ma non ho detto che mio fratello sia perfetto.

“Gianluca ha riflettuto abbastanza. Gli telefono” dice.

Il cordless è sul tavolo.

Lo fisso mentre compone il numero. Sono persa tra i pensieri e la faccia di questo ragazzo dal nome inusuale

“Gianluca? Sono Sacha. C’è bisogno di te a Milano. Ti conviene tornare”.

Scuote la testa. Conosco mio fratello: le sue riflessioni possono durare mesi.

Il tempo. L’unica cosa che manca.

“Senti, parla un po’ con tua sorella”.

Mi ritrovo il cordless in mano, senza sapere bene cosa farne. Sacha esce mormorando un “Gran testa di cazzo” all’indirizzo di Gianluca.

“Pronto?”

“Clau, non ho ancora finito di riflettere”.

“Se continui a riflettere a Torino, tra poco lo farai a vuoto”.

“Cristina vuole abortire?” chiede.

“Queste sono le ultime notizie. L’ultima parola spetta a te. Se davvero vuoi un figlio” rispondo.

“Certo che lo voglio”.

“Allora vieni a dirlo alla tua ragazza”.

“Prendo il primo treno”.

16

Varcando la soglia di casa Deodati si percepisce un’atmosfera strana.

I due animali sono seduti sul divano e bisbigliano chissà quale scherzo cretino ai danni dell’umanità, Cristina parla con la mamma, papà con la solita capacità di conversazione resta impalato sulla poltrona a osservare la scena e Gianluca ha un’aria serena mentre ci apre la porta. Sorprende vederli tutti insieme, come se per un giorno il mondo si fosse fermato. È un martedì mattina, ma sembra domenica. Una di quelle domeniche di festa in cui la famiglia viene riunita sotto lo stesso tetto.

“Che succede qua dentro?” chiedo basita.

Anche Stefano rimane spiazzato dal clima quasi gioioso che si percepisce.

Dov’è finita l’indifferenza con cui si accoglie ogni persona che varca la soglia di casa?

Gianluca è quasi allegro, quindi le notizie non sono pessime.

“Adesso che i membri di questa famiglia si sono accomodati, posso iniziare a parlare” dice.

Definire Stefano un membro della famiglia mi sembra un’imprudenza. Come minimo gli devi chiedere il permesso.

“Oh, scusa, Stefano, se ti includo senza consenso. Ma avremo bisogno anche di te”.

Comincio a essere stufa. In fondo sono solo 27 ore che non dormo… Perché mai dovrei voler sapere qualcosa sul risultato del consiglio?

“Fratello, potresti venire al dunque?”

“Mmm… Venire al dunque a parole non è il mio forte. Ci vorrebbe un video. Allora. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come lo chiama Claudia, ha deliberato. La discussione è stata lunga, le ragioni di entrambe le parti sono state ascoltate e passate al vaglio, o se preferite abbiamo semplicemente discusso”.

“E allora?”

“E allora, siete disposti a fare da nonni e zii a un bambino? Perché avremo bisogno di molto aiuto, almeno per qualche tempo”.

Conosco un paio di persone che stanno rispondendo mentalmente ‘sì’. Ma in fondo siamo contenti un po’ tutti. A parte forse papà, che ha voglia zero di essere chiamato nonno. Infatti è l’unico che apre bocca, con un “Gianluca, che domanda è?”

“Papà”.

Mi sa che Silvio ha intenzione di formulare il pensiero che tutti i fratelli stanno avendo in questo momento.

“Ti sta dicendo quello che noi ti ripetiamo tutti i giorni”.

“Cosa?”

“Che sei vecchio al punto di diventare nonno.”

Temo che papà stia odiando i suoi figli maggiori. Me, perché ho insegnato agli animali a non rispettare la figura paterna. Gianluca, perché con gli avvenimenti dell’ultimo mese sta dando ragione a tutta una serie di battutine tipo ‘sei nato all’età della pietra’ e palle varie.

“Non l’avrei detto in modo tanto brutale, ma… Sì, papà. Sei diventato ufficialmente vecchio”.

Tra poco papà esplode.

Bene. Adesso che un problema è risolto, ne sorge un altro.

“Gianlù, tutto molto bello, evviva evviva, divento zia, ma che aiuto volete da noi?”

La mia non è cattiveria. È che vorrei sapere quale aiuto vi aspettate per tirare su vostro figlio.

“Era qui che ti volevo. Il problema principale è che ci dovremo trasferire a Milano. I motivi sono molti. Per comodità ne citerò solo uno. Questa famiglia è l’unica contenta di trovarsi un neonato tra i piedi”.

Espresso in modo convincente. E anche divertente. Cristina però non ride. Si passa le mani sulla faccia.

“Magari mia madre avesse il vostro senso dell’umorismo. Quando gliel’ho detto ha iniziato a bestemmiare. Roba che non avevo mai sentito in vita mia, tra l’altro. Chiamava Gianluca quel porco e roba molto meno fine. E l’ha bandito da casa fino a data da destinarsi”.

“Io non ero molto triste”.

“Scemo!”

“Andiamo… Lo sai che tua madre non ha avuto bisogno di sapere che sei incinta per trattarmi come un debosciato. Voleva un ingegnere, e si è ritrovata un aspirante regista senza il becco di un quattrino”.

Basta. Non ce la faccio più. A furia di ridere non sentiremo gli altri problemi che attanagliano la vita dei futuri genitori.

“Va bene, Gianluca. Adesso elencaci le altre difficoltà. Senza inframmezzo di cavolate”.

“Bah… È presto detto. Nel mio monolocale c’è un notevole problema di spazio. Oserei dire che un loculo sarebbe più grande. Sul mio conto corrente per il momento c’è quanto basta per tirare avanti due mesi senza affitto e sono senza lavoro. E anche Cristina dovrà trovarne uno qua”.

“Gianluca, aspetta un secondo”.

La voce di Cristina serviva ad interrompere questo fiume di parole.

“Io ho già la possibilità di un lavoro a Milano. Me l’hanno proposto un paio di settimane fa”.

Gianluca diventa serio per la prima volta in mezz’ora che parla.

“Va bene. Cristina non dovrà cercarsi un lavoro. Io a quanto pare sì. A meno che non voglia fare il mantenuto”.

Ora direi che è il caso di intervenire.

“Guarda che non hai bisogno di giustificarti per il disturbo che ci recherai. Non so gli altri, ma mentre voi deliberavate io e Stefano abbiamo deciso che ci spupazzeremo vostro figlio quanto ci pare. E adesso piantala di farti problemi, perché credo sia opinione di tutta la famiglia”.

“Secondo me è opinione di tutto il palazzo”.

Vero, Ste. Già mi vedo la sciura Corbucci insegnare al bambino l’arte di sbirciare dallo spioncino…

“Un momento, un momento. Sia chiaro che non lascerò mio figlio in balìa dell’Uomo-lupo”.

“Tranquillo. Almeno per i primi mesi tuo figlio ululerà più di Torcelli. Sarà lui a non volerlo vedere”.

Mi piacciono questi consigli di famiglia. Si ride sempre molto.

08 ottobre 2019

Aggiornamento

Ormai credo lo sappiate tutti.
Abbiamo raggiunto le 200 prenotazioni.
In effetti qualcuno lo ha saputo prima di me.
Perché mentre questa cosa succedeva stavo lavorando. Ero un po' distratta.
È andata più o meno così: avevo appena guardato il contatore. Era a -9.
Che andava benissimo, c'erano ancora un sacco di giorni a disposizione. Toccava trovare 9 persone ma tra me e il mio allegro team di SMM c'era parecchio ottimismo.
Ho aggiornato il conteggio, a -9.
Poi arriva una mail. Dell'editore. Che dice che ho raggiunto il goal.
E lì mi dico 'ma di che? Sono impazziti? Mi hanno abbuonato 9 copie?' .
Chiudo la mail e cominciano ad arrivare messaggi privati. Pubblici. Screenshot delle mail di chi ha partecipato alla campagna.
Sembrava proprio che avessi raggiunto 200 prenotazioni.
Ma come diamine era possibile che 9 persone avessero prenotato tutte insieme in così poco tempo?
Vado a controllare (perché, vi ricordo, io so tutto. O meglio posso vedere tutto).
La sorpresa delle sorprese.
Una prenotazione unica.
Non avete una pallida idea di cosa significa vedere una persona sola che prenota tutte le copie rimaste.
È una cosa da film americano di quello che ti fanno piangere fino a che non ti disidrati.
Da Vita è meravigliosa, appunto.
Da farti sentire sul serio George Bailey che finalmente ha il suo milione.
Perché finalmente ho avuto il milione.
Grazie a gente che mi legge qui e a gente che non mi legge ma che è amica dei miei amici. Che a quanto pare sono più di quanto pensassi. Quindi, cari amici e amici degli amici, care persone che non conosco ma si sono fidate dei miei amici (evidentemente molto persuasivi), cari noti che sono stati stalkerati (di questo vi chiedo umilmente perdono), cari prenotatori multipli, cari amici che in molti momenti mi avete fatto sorprese gradite e mai come in questo periodo ho amato le sorprese, cari semplici spettatori che si sono appassionati al mio crowdfunding, care amiche, soprattutto, che avete continuato a promuovere, pure nei momenti in cui io avevo il morale sotto i piedi per motivi tutti miei, grazie. Per averci creduto, per avere supportato, per essere stati presenti. Anche quando non siete riusciti a prenotare perché avete avuto difficoltà, ma so per certo che ci avete provato.
Questo romanzo sarà editato e diventerà carta o ebook soprattutto grazie a voi.
E adesso scusate ma io mi devo ancora riempire di pizzicotti perché sotto sotto mica ci credo, che sia successo davvero.
(che poi devo confessarvi una cosa. Sacha odia La vita è meravigliosa. Quindi odierebbe questi continui riferimenti a quello che definisce 'un maledetto polpettone strappacuore'. Salvo che so per certo che nel buio del salotto della casa di via Tolstoj 10, quando non lo vede nessuno, piange sempre quando l'angelo Clarence mette le ali. Ma non lo dite in giro perché ha una reputazione da mantenere)
11 settembre 2019

Aggiornamento

Siamo al 57% e mancano 87 copie.
Avete presente quella scena de La vita è meravigliosa in cui George Bailey entra dal vecchio Goover, preme un affare che potrebbe essere un accendino degli anni 30, dice "Avrò un milione?", e quando si accende la fiamma urla "Evviva!"?
Ecco, io ogni volta che qualcuno prenota mi sento come George Bailey, che ci crede in quel milione.
02 settembre 2019

Aggiornamento

Due lettori hanno letto la bozza integrale e recensito il romanzo. Condivido le recensioni, che non possono essere più differenti:

Iacopo Landrini scrive su Facebook:

"Claudia ha poco più di vent'anni, frequenta l'Università e ha una famiglia malausseniana. Per chi non conosce la saga dedicata a Benjamin Malaussene scritta da Daniel Pennac, una famiglia malausseniana è un nucleo familiare esteso dove i legami di sangue e i legami di vita si equivalgono. È la proverbiale tavola a cui c'è sempre una sedia in più per gli arrivi dell'ultimo momento, per i ritardatari e per i nuovi, un modello di microsocietà aperta e solidale in cui Claudia sembra riconoscersi sia nel bene di una rete affettiva diramata ed affidabile sia nel male di una privacy che passa in secondo piano alle esigenze domestiche. Claudia è intelligente, sarcastica e un po' rompicoglioni e si aggira in una Milano distante anni luce dal luogo comune della sua leggendaria messinscena potabile. È una Milano di oratori e di partite a pallone, di carne ed umanità. Al centro di questo microcosmo Federico, un giovane che osserva il mondo da una finestra in attesa del ritorno, ogni anno, delle rondini, immobile e serafico come un guardiano. Per quest'anno le rondini non tornano è un romanzo che ci parla del quotidiano, con tutti i rischi che ciò comporta, perché il quotidiano, spesso filtrato attraverso la nostra personale esperienza, può annoiare se non si è in grado di raccontarlo, cosa che l'autrice sembra aver ben presente, dosando scalmanate eruzioni di vita domestica a momenti di introspezione che hanno il pregio (raro) della credibilità. Se nel corso della lettura l'ispirazione (e venerazione) per l'opera di Pennac risulta evidente, il finale dell'opera riesce nell'impresa di celebrarla in tutta la sua forza. Citando il post scriptum della Prosivendola in cui Pennac prende commiato dall'amico deceduto Dinko Stamback, ispiratore del personaggio di Zio Stojil: "La vita non è un romanzo, lo so, lo so... Ma solo lo spirito del romanzo può renderla vivibile", e proprio nel momento in cui il destino sembra compiersi ed una nuova vita si affaccia al mondo ecco che Giuliana ringrazia Pennac e lo accompagna all'uscita, sottolineando che questa è la sua storia e lui, padre nobile, deve farsi da parte, giacché solo lo spirito che l'autrice ha scelto di infondere nella sua opera può renderla propria.
Certo, il mio essere un amante dell'opera di Pennac potrebbe aver contribuito al divertimento ed al piacere che ha accompagnato la lettura di quest'opera. Tuttavia leggere bene, per quanto aiuti, non significa automaticamente scrivere bene, e quando ci facciamo ispirare dai grandi corriamo anche il rischio di scadere nella copia minore o, ancora peggio, nel vorrei ma non posso. Non è il caso di quest'autrice, che ha saputo ispirarsi mantenendo ferma la propria identità ed il proprio stile. Una lettura consigliata."

qui il link: Iacopo Landrini - Per quest'anno le rondini non tornano
Il comizietto scrive sul suo blog:
"sì, sono partito prevenuto e sì, 7,00€ sono tanti per una bozza di una esordiente e probabilmente non l’avessi conosciuta di persona non li avrei dati. Ma i salti nel buio, almeno nelle letture, ogni tanto li faccio e devo dire che in genere mi va bene, come in questo caso.
L’opera è un romanzo, ambientato, mi par di capire, nella metà degli anni 90 (mancano smartphone e internet e ci sono ancora le lire) a Milano, in una casa popolare. Il punto di vista è quello della protagonista, Claudia, una ventiduenne che studia letteratura, con un fratello maggiore e due fratelli minori adottati. È una famiglia allargata, piena di gente stramba: un amico che sta al balcone ad aspettare le rondini in primavera, un fratello e un amico che non sanno “cosa faranno da grandi”, una vicina di casa che non si fa mai i fatti suoi, un altro vicino che ulula nelle notti di luna piena. Ma i legami affettivi sono forti, sinceri, anche se burrascosi. In questo brodo primordiale, che ricorda molto la famiglia malausseniana di pennacchiana memoria, in pochi mesi gli eventi sistemeranno le vite dei protagonisti, daranno loro un nuovo futuro.

Lo stile è asciutto, minimalista, senza descrizioni, molto giocato sui dialoghi, ma dopo qualche pagina lo si trova piacevole ed efficace.
La trama mi ha preso quasi subito. A metà dell’opera mi sono visto costretto a fare la maratona fino all’una di notte per finirlo.
Insomma, spero che la raccolta fondi vada in porto.
Buona lettura!"

qui il link: Il comizietto - Per quest'anno le rondini non tornano Per un romanzo non ancora esistente non è malaccio. A proposito. Abbiamo raggiunto il 50%. Forza!
04 agosto 2019

Aggiornamento

Da oggi su Facebook è disponibile la pagina del romanzo. Potere venire a dirmi quel che volete, se siete tra quelli che si stanno già leggendo la bozza disponibile per intero. Si accetta tutto. Anche uno spritz cynar se lo ritenete opportuno.
https://www.facebook.com/perquestannolerondininontornano/
14 luglio 2019

Aggiornamento

Il romanzo senza cellulari (più o meno)
Qualche mese fa, quando non avevo ancora deciso di mandare le Rondini (io lo chiamo così, perché i titoli alla Lina Wertmuller possono anche essere divertenti, a volte poetici, ma alla terza volta che devi scriverli ti viene male ai polpastrelli e ti stufi) a bookabook, passavo a Bookpride, la fiera dei piccoli editori milanese, e facevo un giro di ricognizione per cercare libri di piccoli editori da leggere.
Sono passata pure allo stand di bookabook come faccio ormai ogni volta che capito a una fiera, e credo Roberta ha cercato di spiegarmi come funziona la casa editrice.
L'ho fermata e le ho spiegato io che li conoscevo da anni e che avevo anche partecipato a un crowdfunding l'anno prima. Stavo semplicemente cercando, più del coraggio, la voglia di riprendere in mano le Rondini per inviarlo. Mi ha chiesto alcune cose e io le ho detto, con una malcelata punta di orgoglio, che nel mio romanzo non c'erano cellulari.
La ragione è molto semplice. La prima stesura è del 1997, e pure se i cellulari si usavano, all'epoca, erano talmente poco diffusi nel mondo che frequentavo da non influenzarlo minimamente. L'unico cellulare che avevo visto fino a quel momento era il citofono di Don Piero, il prete della mia parrocchia di periferia. Il citofono aveva una scatola enorme che il Don si portava dietro a mo' di borsetta. E insomma, lo chiamavamo citofono per una buona ragione. Questo fatto che nel mio romanzo non ci fossero cellulari per me era basilare. Una certezza granitica. Un punto di forza.
Senonché.
Quando ho deciso di rileggerlo per capire se valesse ancora la pena investirci emotivamente per mandarlo a una casa editrice mi sono resa conto che nell'ultima revisione, di ornai 5 anni fa, avevamo aggiunto un cellulare. Uno solo. Usato dall'architetto Deodati, il padre di Claudia, che nel romanzo sarà chiamato solo papà o architetto. Ma uno era già troppo perché diventasse un romanzo con cellulari. Così ho pensato che il cellulare dell'architetto poteva diventare irrilevante. Per esempio, per i figli poteva servire solo mentre si trovavano in vacanza con il padre, al lago, dove irrimediabilmente non prendeva. E quindi era come non averlo affatto.
Alla fine il romanzo con un cellulare è rimasto lo stesso un romanzo senza cellulari, perché pure se il cellulare c'è non serve a nessuno.
(del perché i genitori di Claudia non abbiano un nome di battesimo ma siano semplicemente 'papà' o 'architetto' e 'mamma' e basta ragionerò in un altro momento)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sono partito prevenuto e sì, 7,00€ sono tanti per una bozza di una esordiente. Ma i salti nel buio, almeno nelle letture, ogni tanto li faccio e devo dire che in genere mi va bene, come in questo caso.

    L’opera è un romanzo, ambientato, mi par di capire, nella metà degli anni 90 (mancano smartphone e internet e ci sono ancora le lire) a Milano, in una casa popolare. Il punto di vista è quello della protagonista, Claudia, una ventiduenne che studia letteratura, con un fratello maggiore e due fratelli minori adottati. È una famiglia allargata, piena di gente stramba: un amico che sta al balcone ad aspettare le rondini in primavera, un fratello e un amico che non sanno “cosa faranno da grandi”, una vicina di casa che non si fa mai i fatti suoi, un altro vicino che ulula nelle notti di luna piena. Ma i legami affettivi sono forti, sinceri, anche se burrascosi. In questo brodo primordiale, che ricorda molto la famiglia malausseniana di pennacchiana memoria, in pochi mesi gli eventi sistemeranno le vite dei protagonisti, daranno loro un nuovo futuro.

    Lo stile è asciutto, minimalista, senza descrizioni, molto giocato sui dialoghi, ma dopo qualche pagina lo si trova piacevole ed efficace.

    La trama mi ha preso quasi subito. A metà dell’opera mi sono visto costretto a fare la maratona fino all’una di notte per finirlo.
    Buona lettura!

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Giuliana Dea
Giuliana Dea (sarebbe anche Maria ma non vi conviene usare mai il suo secondo nome. Non vi risponde) da grande voleva scrivere.
Ha cominciato quando era bambina, ha continuato alle medie, alle superiori scriveva racconti sotto il banco e sotto il banco li faceva leggere alle sue compagne durante le lezioni.
All'università pur di non studiare provava a scrivere romanzi.
Al quarto anno si è stufata di studiare e ha deciso che voleva solo scrivere. Per farlo ha frequentato un corso di sceneggiatura. Perché con i romanzi non si campa, lo sanno tutti.
Ha fatto la sceneggiatrice, anche se di fiction. Poi ha smesso.
Ora fa la tata, ogni tanto lavora in call center o dove le capita, e ha deciso che è il momento di riprovare a scrivere sul serio. Anche se coi romanzi non si campa.
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