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Per quest’anno le rondini non tornano

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Claudia ha ventidue anni, la testa fra le nuvole, una famiglia numerosa, amici strampalati. Il palazzo in cui vive alla periferia di Milano è un manicomio, tra la sciura impicciona nascosta dietro lo spioncino, l’Uomo-lupo che ulula quando c’è luna piena, il ribelle e annoiato Stefano, il poeta Federico che aspetta le rondini al davanzale. Come se non bastasse, da un giorno all’altro suo fratello Gianluca scompare alla notizia dell’inattesa gravidanza della compagna. Claudia si ritrova perciò a dover cedere il suo letto alla cognata e curare i rapporti diplomatici tra i futuri genitori. Questo ruolo la porta a un incontro inaspettato: Sacha, il migliore amico di Gianluca, distrugge tutte le rigide e timorose convinzioni della ragazza sull’amore. Ma non c’è tempo per farsi troppe domande, arte in cui Claudia è maestra: il suo punto di riferimento di sempre, Federico, si ammala gravemente, sgretolando certezze e costruendo responsabilità.
Ce n’è abbastanza per ritrovarsi adulti, o quasi, senza nemmeno capire come ci si è arrivati.

MARZO
Uno
Il gallo delle cascine non ha ancora cantato e gli animali di questa casa sono già tutti in piedi. A giudicare dai passi sembrerebbero una mandria inferocita in cerca di cibo.
Ma chi gliel’ha fatto fare a mia madre? Non eravamo già un peso enorme io e mio fratello? Uno passa la propria vita a rendere quella dei genitori impossibile, e lei che fa? Appena il figlio maggiore se ne va di casa chiede non uno, ma due bambini in adozione. A complicare le cose ci si mette pure il tribunale, che per la prima volta in vent’anni non trova nessun cavillo per impedire questo scempio.
«Cos’è questo macello? C’è gente che alle sei del mattino vuole dormire» urlo per farmi sentire dall’altra parte dell’appartamento.
«Occhio che Claudia si è svegliata storta» dice il più grande.
Sì, mi sono svegliata storta e poco disposta a sopportare le prese per il culo di un undicenne.
«Zitto, animale. Non vorrei farti fare la fine del tacchino di Natale.»
Corriere di domani, prima pagina di cronaca nera.
SORELLA MAGGIORE MASSACRA I FRATELLI ADOTTIVI: «Non mi facevano dormire».

Continua a leggere

Driiiiiiiin.
«Pronto?»
Si sentisse una parola.
«OH! BESTIE, VI SPIACE TAPPARVI LA BOCCA PER DUE MINUTI?»
Dall’altro capo del telefono mi arriva la voce di Gianluca: «Claudia, perché urli alle sei del mattino? Ho interrotto qualcosa?».
Fantastico. Stamattina non bastavano i minori, a rompere. Ci voleva pure il fratello maggiore.
«Hai interrotto l’omicidio di Silvio e Nicola.»
«Bene. Ho una notizia per te. Sono a Milano.»
«Interessante. E perché invece di telefonare non vieni a casa?»
«Volevo farlo, ma c’è stato un piccolo problema. La polizia ferroviaria mi sta trattenendo per accertamenti.»
«Che hai combinato?»
«Somiglio molto a un pregiudicato.»
Lo dico sempre io che Gianluca ha l’aria da delinquente. Ci credo che ogni tanto si ritrova in galera o in altri posti ameni. Ameni per chi ascolta il resoconto delle sue avventure, non per me che da certi casini devo tirarlo fuori.
«Chiamo Ravizza.»
«Sapevo di poter contare su di te.»
Riaggancia prima che possa investirlo con tutti gli improperi che conosco. Mai una soddisfazione.
Ora mi tocca radunare il resto della famiglia, perché qui va organizzato un piano d’azione, accidenti ai genitori che non ci sono mai quando servono.
«Truppa, a rapporto.»
La truppa arriva di corsa. Uno dei due ha fatto il bagno nella Nutella e all’altro si sono appiccicati cornflakes su tutto il pigiama.
«Vedo con piacere che lasciarvi soli due minuti è sempre produttivo. Ho bisogno di un po’ di collaborazione. Avete presente Gianluca?»
«Quello alto e scemo che non si vede mai?»
Mica stupido, il ragazzino.
«Esatto, Nicola. Deve risolvere un problema, e ha bisogno del mio aiuto.»
«È in galera?»
«Ci sei andato vicino, Silvio. Insomma, devo uscire per un paio d’ore. Siete in grado di non buttare giù il palazzo, se vi lascio soli?»
«Sììììì!»
Era quello che temevo.
«Proverò a fidarmi.»
E adesso mi serve Ravizza.
«Pronto?»
«Ciao, sbirro.»
«Cos’ha fatto stavolta?»
Quello che mi piace di Ravizza è che non ti fa perdere tempo in inutili preamboli.
«L’hanno preso per un pregiudicato. È tutto quello che so.»
Lo sbuffo non preannuncia nulla di buono.
«Dove si trova?»
«In Stazione Centrale.»
«Ci troviamo lì o passo a prenderti?»
Ho avvertito nelle ultime due domande un tono irritato. Non posso fare a meno di provare solidarietà istintiva nei confronti di quest’uomo che come disgrazia ha avuto quella di conoscere la mia famiglia.
«Claudia, ti ho chiesto se vieni da sola.»
«Scusa. Sveglio tuo figlio e arrivo.»
«A dopo.»
Stefano, il figlio di Ravizza, sta proprio al piano di sopra, ma il telefono suona a vuoto.
Dai, Stefano… non puoi passare la notte fuori proprio oggi.
«Chi è?»
«Ascoltami bene perché non ho tempo di ripetere. Ti voglio pronto entro cinque minuti, chiavi della moto in mano e occhi bene aperti. Suona alla porta.»
«Posso rifiutare?»
«No.»
Con lui il problema “accetterà o non accetterà?” non si pone neanche.
«Devo scendere in pantaloni?»
«Così come sei può andare.»
«Così sono nudo.»
«Pantaloni.»
Ora tocca a me. Tuta, scarpe da tennis, documenti… che mai come stavolta mi sembrano fondamentali. Non vorrei che fermassero anche me.
“Ha la stessa faccia del pregiudicato. Sicuramente è una complice.”
«Io vado. Voi due non fate macello.»
Come se non avessi parlato. Si sentono anche sul pianerottolo, a porta chiusa. Se fossi il nostro padrone di casa, ci avrei già sfrattati. Ma il Comune di Milano non ha queste abitudini.
«Ti sembro abbastanza sveglio?» chiede la voce di Stefano, alle mie spalle. Sobbalzo. Poi mi riprendo e lo studio per qualche attimo.
Occhio semichiuso, riflessi da zombi… Forse è la volta buona che ci schiantiamo. Sono anni che sogno di far sentire in colpa Gianluca, ma vorrei essere viva per godere di quel momento. Pazienza.
«Rischiamo. Che vita è senza un pizzico di avventura?»
«Tanto per essere chiari, ero in compagnia.»
«Lo sei anche adesso.»
«Che gioia.»

Sono le sette. Per la prima volta in ventidue anni perderò il giornale radio.

Due
«Allora garantisce lei?»
«Purtroppo mi tocca.»
I due uomini della polizia ferroviaria cercano di restare seri, ma uno dei due volta la testa per non scoppiare a ridere in faccia a Ravizza.
«Glielo affidiamo.»
La sua faccia dice esplicitamente “ne farei a meno”, e mi sento solidale con lui.
E mio fratello… Niente di strano che l’abbiano preso per un pregiudicato, sembra appena evaso da Alcatraz. Spero abbia il buon senso di tacere perché tre persone potrebbero ucciderlo.
«Mi sa che facevo meglio a restare a Roma…»
Ecco, lo sapevo. Adesso Ravizza esplode.
«Pezzo di imbecille, mi sono stufato di sentire tua sorella chiedere aiuto perché non sai badare a te stesso. Fammi un altro scherzo simile alle sei del mattino e ti sbatto dentro personalmente. E adesso fila, prima che mi venga voglia di romperti il naso.»
Non oso aggiungere nulla. Ravizza ha detto in poche frasi quello che abbiamo pensato in tre.
«Adesso potremmo tornarcene a casa. Se ne abbiamo ancora una…»
«Clau…» mi tira Stefano per il braccio. Mi ero quasi dimenticata della sua presenza.
«Dimmi.»
«Siamo in moto.»
Ah, giusto. In tre non ci stiamo. Ma questo problema si risolve in fretta.
«Gianluca va a piedi.»
«Ma sono senza biglietti» mugugna mio fratello.
Boccaccia mia, statti zitta… Adesso faccio un macello.
Uno. Due. Tre…
Sono calma.
«Cazzi tuoi.»
Be’… forse ero quasi calma. Ma ora mi sento meglio. E poi mi pare che qualcuno abbia già trovato una soluzione. Nemmeno in stato di collera Ravizza lascerebbe qualcuno a piedi.
«Claudia viene con me. Non accetto proteste.»
Visto?

Salire sulla macchina di uno sbirro è sempre stato il mio sogno.
Arriviamo in piazza IV Novembre, dove l’auto di Ravizza ci attende in divieto di sosta a lampeggiante acceso. Me ne infischio dell’incongruenza di un tutore della legge che commette un’infrazione. Saltello per riscaldarmi. Fa ancora freschetto, di mattina presto.
«Accendi anche la sirena?»
«Ventidue anni buttati via, i tuoi…»
Mette in moto, ma non parte immediatamente. È pensieroso. «Claudia, sai spiegarmi perché tuo fratello è tanto… non so nemmeno come definirlo.»
«Non ne ho idea. Penso sia un caso clinico. In famiglia non esistono altri soggetti come lui.»
Forse esagero… Anch’io mi difendo bene. Ma non ho ancora provato la galera. Questo onore è solo di Gianluca.
«Non mi sorprende che si metta nei guai. Ho un figlio che riesce a fare di peggio. Ma la specialità di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato è tutta di tuo fratello.»
A rifletterci bene, Ravizza ha ragione. Mio fratello combina guai come chiunque, o magari non ne combina, come stavolta. Ma nei paraggi trova sempre uno sbirro meno tollerante del nostro.
«Deve essere una specie di marchio di fabbrica.»
«Spiegati meglio.»
«Diciamo che ognuno di noi ha una caratteristica che si manifesta più delle altre. C’è chi è bravo a parlare, chi a districarsi in ogni situazione… Gianluca è bravo a tirarsi addosso i guai.»
«Sembra una predisposizione genetica.»
Esatto. Quella che ti rende capace di fare una cosa sola meglio di chiunque altro.
«Sarà per questo che mio figlio riesce a fare così bene il contrario di quello che vorrei?»
Probabile. Non credo nemmeno a un banale contrasto generazionale, quando vedo Stefano mettersi contro il poliziotto di famiglia. È la totale negazione delle sue origini. Inclusa la scelta del quartiere dove vive adesso.
«Sì. È nei suoi cromosomi.»
«Devo rassegnarmi al rischio di vederlo a San Vittore.»
«No, questo no. Per tuo figlio la negazione delle sue origini significa essere il contrario di te, e per lui il contrario di un poliziotto è un uomo non violento. Potresti vederlo in galera solo per un errore giudiziario.»
Perché ha frenato?
«Insomma, mi stai dicendo che mio figlio non diventerà mai un delinquente perché pensa che il delinquente sia io e non intende darmi la soddisfazione?»
All’incirca è così, ma non lo dico ad alta voce.
«Grazie, Claudia. Mi hai davvero tirato su di morale.»
Non c’è di che.

Tre
Stefano di cognome fa Ravizza.
A pensarci viene da ridere.
“Come? Stefano? Figlio di un poliziotto? Impossibile. Sarebbe come un’anguria che cresce su un pino.”
Questo pino ha dato un’anguria. Per dimostrarci che Dio esiste e ci vede male.
«Perché adesso non parli più con tuo padre?»
«Padre? Quello di stamattina era mio padre? Io ho visto solo il poliziotto.»
«Strano che tu non gli abbia sputato addosso.»
«Abbiamo sprecato abbastanza parole per le forze dell’ordine, non ti pare? Sistemiamo il macello in sala da pranzo prima che tornino i tuoi.» Quando si parla della ditta Ravizza&figlio s.p.a. c’è sempre qualcosa che interrompe il discorso. Qualcosa che sembra più importante. Non arriva mai un momento in cui due amici di vecchia data si guardano in faccia e il più incazzoso dei due inizia con un “Va bene. Parliamo del perché mio padre mi sta tanto sulle scatole”.
«Come faremo a togliere le macchie di Nutella dal tappeto?»
«Potremmo farla leccare a Nicola.»
«Mentre Silvio si trasforma in una gallina e becca le briciole di cornflakes sul pavimento.»
L’idea non è malvagia…
«E il Telefono Azzurro dove lo mettiamo?»
Lo sbuffo di Stefano mi vede solidale. I diritti dei bambini mi hanno decisamente rotto le scatole.
«Pazienza. Vorrà dire che attenderemo con ansia i loro diciott’anni.»
Lo sbattere di pantofole che proviene dal bagno mi fa pensare a qualcuno su cui potremmo sfogarci anche ora.
«Sta arrivando Gianluca.»
«Allora? Cosa mi raccontate di bello? Che succede a Milano?» chiede continuando a ciabattare per tutto il salotto.
«Stanno rifacendo il pavimento della piazza del Duomo.»
«Me l’hanno raccontato. E poi?»
«Stanno allargando i marciapiedi in via Torino.»
«Ma va? E come fanno?»
Stefano mi guarda con aria fin troppo maliziosa. Adesso parte l’idiozia.
«Li tirano verso la strada.»
«Ma mi state prendendo per il culo?»
«No. È vero che stanno allargando i marciapiedi di via Torino» ribatto sogghignando.
«Come vuoi che facciano, imbecille? Fermano il traffico, spostano le fermate, rompono tutto e riaggiustano più in là.»
«Com’è che la famiglia Ravizza concorda su un unico punto da quando la conosco? Mi avete chiamato entrambi “imbecille” nella stessa giornata.»
«No, fratello. Qui non è questione di cromosomi. È proprio che sei imbecille» dico.
«E nessun Ravizza si mette contro l’oggettività» conferma Stefano.
Gianluca sbuffa. Si allontana mormorando: «Se avete finito il massacro vado a salutare Federico».
«Ops… devo portargli la colazione.» Me n’ero quasi dimenticata.
«Gli chiedo se vuole mangiare a casa» urla Gianluca dalla porta di ingresso.
Fatica sprecata. Siamo in marzo. Federico non si sposta dal davanzale finché non arrivano le rondini.
Il nostro palazzo è abitato da una banda di pazzi.
Di solito in un palazzo si trova una persona, due massimo, fuori di testa completamente. Ma con noi sembra che la chiusura dei manicomi sia stata generosa.
Prendiamo la sciura Corbucci, che vive qui di fronte. Passa le giornate a controllare dallo spioncino cosa capita sul pianerottolo. E non si preoccupa di nasconderlo, anzi… Partecipa alle discussioni tra me e Stefano sulla porta, saluta mia madre quando esce a fare la spesa, augura buon lavoro a mio padre ogni mattina. Ormai la sciura Corbucci e la porta sono tutt’uno.
O prendiamo Torcelli, al piano di sopra. Nelle notti di luna piena devi procurarti un paio di tappi per le orecchie. Ulula tutta la notte, come un lupo. Sono anni che è in cura da uno psichiatra. Sta per diventare materia di studio in neuropsichiatria. Sua moglie vorrebbe mettere una targa alla porta: Qui vive l’Uomo-lupo.
Lasciamo perdere il caso di Stefano, che ha scelto di sua volontà la vita di un palazzo di periferia. Una periferia come questa, poi… Abbiamo una banda di spacciatori davanti a casa, una serie di teppisti che rapinavano tutti i pomeriggi il minimarket qua sotto e adesso passano tre giorni fuori e uno in galera. E qualche deficiente che passa la notte con il motorino acceso.
In questo palazzo non esiste una sola persona del tutto normale.
Come poteva non esserci Federico?

17 luglio 2020

Aggiornamento

"Claudia ha ventidue anni e una famiglia. Quella di sangue, in cui spiccano Gianluca, un fratello maggiore scapestrato e due fratelli più piccoli da nutrire a pane e nutella – e quella allargata, sparsa tra scale, balconi e pianerottoli del palazzo in cui vive. Siamo in un quartiere popolare di Milano, in anni non definiti ma privi di telefonini; ogni abitante del condominio ha le sue stranezze; ci sono Stefano, amico di infanzia sbalestrato e in rotta con il padre, e Federico – presenza silenziosa, solitaria, da incontrare a un davanzale presso cui sta in attesa di vedere tornare ogni anno le rondini." L'inizio della recensione scritta da Caterina Ferrara per Classicult. Se non lo conoscete è un peccato perché è un buon posto dove farsi una cultura partendo dall'antichità per arrivare ai giorni nostri. Qui c'è la recensione completa. https://www.classicult.it/rondini-telefono-giuliana-dea/
08 ottobre 2019

Aggiornamento

Ormai credo lo sappiate tutti.
Abbiamo raggiunto le 200 prenotazioni.
In effetti qualcuno lo ha saputo prima di me.
Perché mentre questa cosa succedeva stavo lavorando. Ero un po' distratta.
È andata più o meno così: avevo appena guardato il contatore. Era a -9.
Che andava benissimo, c'erano ancora un sacco di giorni a disposizione. Toccava trovare 9 persone ma tra me e il mio allegro team di SMM c'era parecchio ottimismo.
Ho aggiornato il conteggio, a -9.
Poi arriva una mail. Dell'editore. Che dice che ho raggiunto il goal.
E lì mi dico 'ma di che? Sono impazziti? Mi hanno abbuonato 9 copie?' .
Chiudo la mail e cominciano ad arrivare messaggi privati. Pubblici. Screenshot delle mail di chi ha partecipato alla campagna.
Sembrava proprio che avessi raggiunto 200 prenotazioni.
Ma come diamine era possibile che 9 persone avessero prenotato tutte insieme in così poco tempo?
Vado a controllare (perché, vi ricordo, io so tutto. O meglio posso vedere tutto).
La sorpresa delle sorprese.
Una prenotazione unica.
Non avete una pallida idea di cosa significa vedere una persona sola che prenota tutte le copie rimaste.
È una cosa da film americano di quello che ti fanno piangere fino a che non ti disidrati.
Da Vita è meravigliosa, appunto.
Da farti sentire sul serio George Bailey che finalmente ha il suo milione.
Perché finalmente ho avuto il milione.
Grazie a gente che mi legge qui e a gente che non mi legge ma che è amica dei miei amici. Che a quanto pare sono più di quanto pensassi. Quindi, cari amici e amici degli amici, care persone che non conosco ma si sono fidate dei miei amici (evidentemente molto persuasivi), cari noti che sono stati stalkerati (di questo vi chiedo umilmente perdono), cari prenotatori multipli, cari amici che in molti momenti mi avete fatto sorprese gradite e mai come in questo periodo ho amato le sorprese, cari semplici spettatori che si sono appassionati al mio crowdfunding, care amiche, soprattutto, che avete continuato a promuovere, pure nei momenti in cui io avevo il morale sotto i piedi per motivi tutti miei, grazie. Per averci creduto, per avere supportato, per essere stati presenti. Anche quando non siete riusciti a prenotare perché avete avuto difficoltà, ma so per certo che ci avete provato.
Questo romanzo sarà editato e diventerà carta o ebook soprattutto grazie a voi.
E adesso scusate ma io mi devo ancora riempire di pizzicotti perché sotto sotto mica ci credo, che sia successo davvero.
(che poi devo confessarvi una cosa. Sacha odia La vita è meravigliosa. Quindi odierebbe questi continui riferimenti a quello che definisce 'un maledetto polpettone strappacuore'. Salvo che so per certo che nel buio del salotto della casa di via Tolstoj 10, quando non lo vede nessuno, piange sempre quando l'angelo Clarence mette le ali. Ma non lo dite in giro perché ha una reputazione da mantenere)
11 settembre 2019

Aggiornamento

Siamo al 57% e mancano 87 copie.
Avete presente quella scena de La vita è meravigliosa in cui George Bailey entra dal vecchio Goover, preme un affare che potrebbe essere un accendino degli anni 30, dice "Avrò un milione?", e quando si accende la fiamma urla "Evviva!"?
Ecco, io ogni volta che qualcuno prenota mi sento come George Bailey, che ci crede in quel milione.
02 settembre 2019

Aggiornamento

Due lettori hanno letto la bozza integrale e recensito il romanzo. Condivido le recensioni, che non possono essere più differenti:

Iacopo Landrini scrive su Facebook:

"Claudia ha poco più di vent'anni, frequenta l'Università e ha una famiglia malausseniana. Per chi non conosce la saga dedicata a Benjamin Malaussene scritta da Daniel Pennac, una famiglia malausseniana è un nucleo familiare esteso dove i legami di sangue e i legami di vita si equivalgono. È la proverbiale tavola a cui c'è sempre una sedia in più per gli arrivi dell'ultimo momento, per i ritardatari e per i nuovi, un modello di microsocietà aperta e solidale in cui Claudia sembra riconoscersi sia nel bene di una rete affettiva diramata ed affidabile sia nel male di una privacy che passa in secondo piano alle esigenze domestiche. Claudia è intelligente, sarcastica e un po' rompicoglioni e si aggira in una Milano distante anni luce dal luogo comune della sua leggendaria messinscena potabile. È una Milano di oratori e di partite a pallone, di carne ed umanità. Al centro di questo microcosmo Federico, un giovane che osserva il mondo da una finestra in attesa del ritorno, ogni anno, delle rondini, immobile e serafico come un guardiano. Per quest'anno le rondini non tornano è un romanzo che ci parla del quotidiano, con tutti i rischi che ciò comporta, perché il quotidiano, spesso filtrato attraverso la nostra personale esperienza, può annoiare se non si è in grado di raccontarlo, cosa che l'autrice sembra aver ben presente, dosando scalmanate eruzioni di vita domestica a momenti di introspezione che hanno il pregio (raro) della credibilità. Se nel corso della lettura l'ispirazione (e venerazione) per l'opera di Pennac risulta evidente, il finale dell'opera riesce nell'impresa di celebrarla in tutta la sua forza. Citando il post scriptum della Prosivendola in cui Pennac prende commiato dall'amico deceduto Dinko Stamback, ispiratore del personaggio di Zio Stojil: "La vita non è un romanzo, lo so, lo so... Ma solo lo spirito del romanzo può renderla vivibile", e proprio nel momento in cui il destino sembra compiersi ed una nuova vita si affaccia al mondo ecco che Giuliana ringrazia Pennac e lo accompagna all'uscita, sottolineando che questa è la sua storia e lui, padre nobile, deve farsi da parte, giacché solo lo spirito che l'autrice ha scelto di infondere nella sua opera può renderla propria.
Certo, il mio essere un amante dell'opera di Pennac potrebbe aver contribuito al divertimento ed al piacere che ha accompagnato la lettura di quest'opera. Tuttavia leggere bene, per quanto aiuti, non significa automaticamente scrivere bene, e quando ci facciamo ispirare dai grandi corriamo anche il rischio di scadere nella copia minore o, ancora peggio, nel vorrei ma non posso. Non è il caso di quest'autrice, che ha saputo ispirarsi mantenendo ferma la propria identità ed il proprio stile. Una lettura consigliata."

qui il link: Iacopo Landrini - Per quest'anno le rondini non tornano
Il comizietto scrive sul suo blog:
"sì, sono partito prevenuto e sì, 7,00€ sono tanti per una bozza di una esordiente e probabilmente non l’avessi conosciuta di persona non li avrei dati. Ma i salti nel buio, almeno nelle letture, ogni tanto li faccio e devo dire che in genere mi va bene, come in questo caso.
L’opera è un romanzo, ambientato, mi par di capire, nella metà degli anni 90 (mancano smartphone e internet e ci sono ancora le lire) a Milano, in una casa popolare. Il punto di vista è quello della protagonista, Claudia, una ventiduenne che studia letteratura, con un fratello maggiore e due fratelli minori adottati. È una famiglia allargata, piena di gente stramba: un amico che sta al balcone ad aspettare le rondini in primavera, un fratello e un amico che non sanno “cosa faranno da grandi”, una vicina di casa che non si fa mai i fatti suoi, un altro vicino che ulula nelle notti di luna piena. Ma i legami affettivi sono forti, sinceri, anche se burrascosi. In questo brodo primordiale, che ricorda molto la famiglia malausseniana di pennacchiana memoria, in pochi mesi gli eventi sistemeranno le vite dei protagonisti, daranno loro un nuovo futuro.

Lo stile è asciutto, minimalista, senza descrizioni, molto giocato sui dialoghi, ma dopo qualche pagina lo si trova piacevole ed efficace.
La trama mi ha preso quasi subito. A metà dell’opera mi sono visto costretto a fare la maratona fino all’una di notte per finirlo.
Insomma, spero che la raccolta fondi vada in porto.
Buona lettura!"

qui il link: Il comizietto - Per quest'anno le rondini non tornano Per un romanzo non ancora esistente non è malaccio. A proposito. Abbiamo raggiunto il 50%. Forza!
04 agosto 2019

Aggiornamento

Da oggi su Facebook è disponibile la pagina del romanzo. Potere venire a dirmi quel che volete, se siete tra quelli che si stanno già leggendo la bozza disponibile per intero. Si accetta tutto. Anche uno spritz cynar se lo ritenete opportuno.
https://www.facebook.com/perquestannolerondininontornano/
14 luglio 2019

Aggiornamento

Il romanzo senza cellulari (più o meno)
Qualche mese fa, quando non avevo ancora deciso di mandare le Rondini (io lo chiamo così, perché i titoli alla Lina Wertmuller possono anche essere divertenti, a volte poetici, ma alla terza volta che devi scriverli ti viene male ai polpastrelli e ti stufi) a bookabook, passavo a Bookpride, la fiera dei piccoli editori milanese, e facevo un giro di ricognizione per cercare libri di piccoli editori da leggere.
Sono passata pure allo stand di bookabook come faccio ormai ogni volta che capito a una fiera, e credo Roberta ha cercato di spiegarmi come funziona la casa editrice.
L'ho fermata e le ho spiegato io che li conoscevo da anni e che avevo anche partecipato a un crowdfunding l'anno prima. Stavo semplicemente cercando, più del coraggio, la voglia di riprendere in mano le Rondini per inviarlo. Mi ha chiesto alcune cose e io le ho detto, con una malcelata punta di orgoglio, che nel mio romanzo non c'erano cellulari.
La ragione è molto semplice. La prima stesura è del 1997, e pure se i cellulari si usavano, all'epoca, erano talmente poco diffusi nel mondo che frequentavo da non influenzarlo minimamente. L'unico cellulare che avevo visto fino a quel momento era il citofono di Don Piero, il prete della mia parrocchia di periferia. Il citofono aveva una scatola enorme che il Don si portava dietro a mo' di borsetta. E insomma, lo chiamavamo citofono per una buona ragione. Questo fatto che nel mio romanzo non ci fossero cellulari per me era basilare. Una certezza granitica. Un punto di forza.
Senonché.
Quando ho deciso di rileggerlo per capire se valesse ancora la pena investirci emotivamente per mandarlo a una casa editrice mi sono resa conto che nell'ultima revisione, di ornai 5 anni fa, avevamo aggiunto un cellulare. Uno solo. Usato dall'architetto Deodati, il padre di Claudia, che nel romanzo sarà chiamato solo papà o architetto. Ma uno era già troppo perché diventasse un romanzo con cellulari. Così ho pensato che il cellulare dell'architetto poteva diventare irrilevante. Per esempio, per i figli poteva servire solo mentre si trovavano in vacanza con il padre, al lago, dove irrimediabilmente non prendeva. E quindi era come non averlo affatto.
Alla fine il romanzo con un cellulare è rimasto lo stesso un romanzo senza cellulari, perché pure se il cellulare c'è non serve a nessuno.
(del perché i genitori di Claudia non abbiano un nome di battesimo ma siano semplicemente 'papà' o 'architetto' e 'mamma' e basta ragionerò in un altro momento)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho amato fin dalle prime pagine la storia di Claudia e della sua famiglia allargata, tanto da divorare le pagine molto velocemente, ritrovandomi a ridere e piangere, anche contemporaneamente. L’autrice, in uno stile pulito e molto diretto, ci racconta una piccola e fondamentale parte delle loro vite in modo ironico, con un ritmo serrato che ti conquista subito e che ti porta a non interrompere la lettura, perché sei talmente coinvolto nella storia, nelle loro vicende, che vuoi sapere come va a finire, e poi ti dispiace non poter passare ancora tempo in loro compagnia.

  2. (proprietario verificato)

    Sono partito prevenuto e sì, 7,00€ sono tanti per una bozza di una esordiente. Ma i salti nel buio, almeno nelle letture, ogni tanto li faccio e devo dire che in genere mi va bene, come in questo caso.

    L’opera è un romanzo, ambientato, mi par di capire, nella metà degli anni 90 (mancano smartphone e internet e ci sono ancora le lire) a Milano, in una casa popolare. Il punto di vista è quello della protagonista, Claudia, una ventiduenne che studia letteratura, con un fratello maggiore e due fratelli minori adottati. È una famiglia allargata, piena di gente stramba: un amico che sta al balcone ad aspettare le rondini in primavera, un fratello e un amico che non sanno “cosa faranno da grandi”, una vicina di casa che non si fa mai i fatti suoi, un altro vicino che ulula nelle notti di luna piena. Ma i legami affettivi sono forti, sinceri, anche se burrascosi. In questo brodo primordiale, che ricorda molto la famiglia malausseniana di pennacchiana memoria, in pochi mesi gli eventi sistemeranno le vite dei protagonisti, daranno loro un nuovo futuro.

    Lo stile è asciutto, minimalista, senza descrizioni, molto giocato sui dialoghi, ma dopo qualche pagina lo si trova piacevole ed efficace.

    La trama mi ha preso quasi subito. A metà dell’opera mi sono visto costretto a fare la maratona fino all’una di notte per finirlo.
    Buona lettura!

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Giuliana Dea
nasce a Milano nel 1975. Si diploma in sceneggiatura alla Scuola Civica di Tecniche Cinetelevisive di Milano e lavora come sceneggiatrice di soap per qualche anno. Terminata l’esperienza, comincia a lavorare nell’assistenza clienti e a tenere il blog Ufficio Reclami. Scrive racconti. Qualcosa di sconveniente è stato pubblicato nella raccolta Diverso sarò io (2015, Ad est dell’Equatore). Per quest’anno le rondini non tornano è il suo primo romanzo.
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