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Il resto è un rumore lontano

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Cameriera presso la caffetteria di suo padre, che ha abbandonato lei e sua madre senza un motivo apparente, Samantha vorrebbe solo essere libera di fare le proprie scelte e di vivere la vita come desidera. Invece è bloccata lì per un errore non suo.
Non sa, però, che la tanto odiata caffetteria le porterà l’amore: quello vero, ma anche impossibile. Così tenterà in tutti i modi di superare le avversità che le si presenteranno davanti. Ma riuscirà a oltrepassare le barriere che lei stessa ha eretto per non soffrire?

Capitolo uno
La testa mi scoppia da morire. Forse avrei dovuto smettere di leggere e andare a dormire prima che sorgesse il sole, ma che posso farci? Non riesco a staccarmi da quel meraviglioso racconto che è Twilight. Mancano poche pagine alla fine e non vorrei neanche andare a scuola per riuscire a completarlo, ma devo! Questa settimana ho saltato fin troppe lezioni e se i miei lo scoprissero, mi ucciderebbero.
Finalmente riesco ad aprire entrambi gli occhi e mi alzo dal letto controvoglia, grattandomi la testa e cercando di capire in quale galassia mi trovi questa mattina.
Ho ancora la bocca impastata e i capelli scompigliati quando arrivo in sala da pranzo, a tentoni. La casa è vuota e il silenzio incombe alle mie spalle, mentre il sole illumina l’intera stanza, filtrando attraverso le tende gialle fiorate e baciando i mobili in stile retrò di almeno due secoli fa.Continua a leggere
Continua a leggere

Quando finalmente ho bevuto un po’ d’acqua e mangiato qualcosa per placare la fame, uscendo dallo stato catatonico in cui mi trovo, noto un biglietto stropicciato sul tavolo e, avvicinandomi riconosco la calligrafia disordinata, quasi da medico, di mio padre. Mi chiedo perché mai dovrebbe scrivere su un pezzo di carta, quando al giorno d’oggi esistono messaggi ed e-mail. Mi dico che non ha alcun senso, mentre l’ansia mi assale e i piedi mi guidano verso il tavolo su cui è poggiato il biglietto.
“È tutta colpa mia. Occupatevi voi della mia caffetteria.”
Non capisco che succede, ma noto sullo stesso tavolo un piccolo cesto rosso colmo di monete. L’unica cosa sensata che riesco a fare è correre in camera, mentre il cuore mi batte praticamente in gola, recupero il cellulare sommerso tra le lenzuola e digito freneticamente il numero di mamma. Lei saprà dirmi qualcosa al riguardo, lei sa sempre tutto, no?
Il telefono squilla e io devo concentrarmi con tutta me stessa per non piangere, mentre le idee più assurde iniziano a prendere forma nella mia testolina fin troppo piena di fantasia.
Ha l’amante… ha perso il lavoro… non ci ama più… si è stancato di noi… di me?
«Pronto?»
«Mamma, che cosa…»
Ma non mi dà il tempo di completare la domanda e con la voce più aspra che le abbia mai sentito usare dice: «Vestiti, vengo a prenderti!».
Indosso le prime cose che trovo nel cassettone: jeans strappati, una maglia blu con delle borchie sulle maniche e una felpa recuperata dall’appendiabiti dietro la porta, appesa lì chissà da quanti mesi.
Mi affaccio alla finestra prima di calzare anche le scarpe e le vedo, nitide e scure, le stesse identiche nuvole che al momento mi riempiono il cuore.
Non so per quanto ancora riuscirò a trattenere le lacrime che, ostili, minacciano di sgorgare come un fiume in piena, ma devo attendere l’arrivo di mia madre, solo allora il quadro mi sarà del tutto chiaro! O almeno lo spero…
Improvvisamente trasalisco quando qualcuno entra in casa sbattendo la porta con una violenza inaudita. Corro all’ingresso per accertarmi che sia mia madre e, quando arrivo in soggiorno, la trovo col viso corrucciato e il respiro corto dovuto alla collera.
«Che succede?» dico in un sussurro affannato.
«Tuo padre se n’è andato.»
«Dove? Perché?» I miei occhi non riescono a resistere e versano qualche lacrima, perché non capisco le parole della donna che ho di fronte, la stessa donna che adesso ride amareggiata, lasciandomi impietrita.
«Andiamo, forza!» esclama infine, voltandosi e uscendo con la stessa rapidità con cui ha fatto il suo ingresso turbolento in casa. E io non riesco a dire nulla, neanche una sillaba, mentre la seguo e salgo in macchina come fossi un automa.
Capisco dalla strada che ha imboccato che ci stiamo dirigendo in caffetteria, la nostra caffetteria, quella in cui io non ho mai messo piede da quando mio padre l’ha aperta al pubblico. Possederne una era sempre stato il suo sogno e con la mamma avevano persino richiesto un prestito per affittare la bottega e comprare tutto il materiale necessario. Non l’hanno mai neanche inaugurata e io, non so bene perché, non ho mai sentito il desiderio di andarla a vedere. Mai.
Non avevo mai visto mia madre tanto arrabbiata in diciassette anni, inveisce contro tutti gli automobilisti senza contegno.
«Guarda dove vai, idiota!» Sono basita.
«Mamma, sta’ calma.» Si volta, fulminandomi con lo sguardo.
«No, la colpa è di quel maledetto di tuo padre. Questa volta» dice con gli occhi iniettati di sangue «l’ha combinata grossa, Sam, e non voglio che si faccia più vedere. Se dovesse tornare a casa, io…»
Tu, cosa? penso tra me, mentre tutto mi dà alla testa e le lacrime che tentavo di trattenere fuoriescono come un fiume in piena, rigandomi il viso.
«Non piangere, non ti ci mettere anche tu!» continua lei con voce rotta, senza preoccuparsi di come possa sembrare dura, mentre parla in questo modo con me, la sua unica figlia, nonché sola spalla su cui possa sorreggersi dalle cadute come questa. Ma mi arrendo al suo volere e poggio la fronte al finestrino, stando in silenzio, mentre le luci dei semafori si riflettono nei miei occhi azzurri a ogni incrocio, e le labbra si trasformano in un arco di tristezza infinita quando capisco che quella che adesso ha dato il via libera alla disperazione è lei.

Capitolo due
Eccoci qui, in uno dei quartieri malfamati di Manhattan, dove l’insegna rossa al neon a forma di tazza risalta su tutte le altre, spezzando la monotonia della strada. “Allan’s Coffee shop”, tipico di mio padre dare il suo stesso nome alla caffetteria di cui è unico proprietario; già dal particolare mia madre avrebbe dovuto capire quanto fosse egoista quell’uomo.
D’un tratto la vedo dirigersi verso una tizia che non ho mai visto: ha i capelli di un giallo slavato, arricciati malamente e crespi da far schifo, indossa pure degli occhiali rotondi in stile Harry Potter e ha un sedere grande quanto un autobus. È veramente brutta e guardandola con attenzione noto qualcosa di strano, una punta di disagio che mi lascia interdetta.
Mia madre le chiede gentilmente di aprire il negozio e continuare a svolgere il suo lavoro, che Allan sia presente o meno. Deduco così che questa donna sia una dipendente di papà, e quando entriamo capisco anche che è anche l’unica. Il posto è piccolo, lurido e arredato minimamente, giusto lo stretto indispensabile e, per quanto mio padre possa amarlo, è poco probabile che il negozio riesca a durare ancora a lungo.
Non riesco a immaginare di poter stare qui dentro per più di cinque minuti: l’aria è opprimente e nasconde tracce di tabacco bruciato, che sento nonostante anche io sia da qualche anno una fumatrice.
Mia madre parla ancora con Ugly Betty scongiurandola di non mollarci e continuare a lavorare in questa topaia per ricondurla alla luce e lei, che ho da poco scoperto chiamarsi Mildred, acconsente lasciandomi senza parole. Deve essere davvero disperata per accettare di restare in mezzo a questo lerciume e a chissà quale gentaglia frequenti questo luogo oscuro che si ostinano a chiamare caffetteria. Io scapperei a gambe levate se fossi in lei, se solo ne avessi il coraggio andrei via adesso, e invece resto lì, imbambolata, mentre le parole di mia madre mi arrivano alle orecchie dure e concise.
«Devi insegnarle tutto, Mildred, da domani pomeriggio Sam lavorerà con te!»
Cosa? È pazza se crede che rinuncerò alla mia vita per questa catapecchia e solo perché Allan ha deciso che era arrivato il momento di andare via, di scappare. Mi sento ferita perché mia madre non ha avuto neanche la decenza di chiedermelo prima di farne parola con l’estranea che mi trovo davanti. Non voglio assolutamente, no, non può finire così.
Non oso fare scenate, non è da me, ma appena ne avrò l’occasione le dirò che non posso mettere piede in questa baracca ogni santo giorno della mia vita.
Respiro a fondo cercando di calmare i nervi, ma l’unica cosa che sento il bisogno di fare adesso è uscire di qui e fumare una sigaretta all’istante, così mi alzo di scatto e saluto Mildred, mentre le lacrime si fanno nuovamente strada verso la libertà.
Esco di fretta dalle imponenti porte nere di ferro e per poco non mi schianto sul marciapiede.
«Guarda dove vai!» urlo, voltandomi verso l’individuo che ha attentato alla mia incolumità.
«Mi spiace» dice secco, senza neanche degnarmi di uno sguardo.
Sono indignata dal menefreghismo che lascia intravedere, ma mentre lo osservo vengo subito distratta dai suoi occhi blu, profondi come l’oceano, che mi scrutano di sottecchi per un brevissimo istante che però sembra lunghissimo.
«Non… fa niente!» balbetto, persa in quel mare racchiuso in un’iride.
È strano, non riesco a staccargli gli occhi di dosso, mentre accendo la sigaretta e mi brucio il pollice con l’accendino.
Chissà, magari se lo rincontrerò…
Sorrido al pensiero, mentre l’ultimo tiro finisce dritto nei miei polmoni giusto in tempo perché possa buttare la sigaretta senza che mia madre si accorga di nulla. Salgo in auto silenziosamente, mentre anche lei mi raggiunge, la fronte corrugata per le troppe preoccupazioni.
«Sam,» sussurra infine, ammorbidendo finalmente il tono di voce «so che non vuoi venire qui, e lo capisco, ma…»
In macchina regna il silenzio e tutto ciò che ci circonda sembra non volermi aiutare a distrarmi, a non pensare alla situazione in cui mi trovo. Tutto tace anche fuori da questa misera autovettura: gli uccellini hanno smesso di cinguettare, le auto di camminare e di suonare i clacson, siamo su un’isola deserta e senza vita! Ma io non riesco più a sopportare questa strana e insolita quiete, devo sapere.
«Mamma…» Mi mordo il labbro prima di continuare. «Si può sapere che diavolo ha combinato papà?»
«Tuo padre ha un problema molto serio, Samantha.»
Ha usato il mio nome per intero e non è mai un buon segno, quasi mi pento di aver pronunciato la fatidica domanda.
«Tuo padre è molto malato.»
«Malato? Che diavolo dici? E allora perché è scappato? Non capisco.»
«Sam, ciò che affligge tuo padre è qualcosa con cui è molto difficile combattere e non sempre le persone che soffrono di questo disturbo riescono a tirarsene fuori.» Ha appena parcheggiato l’auto sotto casa, non dà segno di voler scendere e mi osserva, mentre io attendo con ansia una risposta a tutte le mie domande.
«Cerca di essere chiara e concisa.» Sto perdendo la pazienza, eppure sa benissimo che non è il mio forte. Invece continua a girare intorno all’argomento mandandomi in crisi. Poi, finalmente, la bomba viene sganciata!
«Tuo padre gioca d’azzardo, Samantha.»
Mentre rimetto insieme i pezzi, tutto ciò che ho passato oggi, batto le palpebre e guardo mia madre, anche se in realtà non la vedo.
Come capirlo?
Non potevo, ecco tutto. Così resto senza parole da aggiungere, mentre per mia madre sembrerebbe l’opposto: mi spiega che non è la prima volta e che ha cercato di aiutarlo in ogni modo possibile, ma senza alcun risultato. È affranta, lo riconosco e la capisco; mi dispiace vederla stare male e non poter rimediare alle sue sofferenze, ma del resto sono solo un’adolescente. Accettare senza rimorsi o rimpianti il mio destino e cominciare a lavorare in caffetteria senza demordere è l’unica soluzione che riesco a vedere per alleviare le sue pene, e così sarà.
«Ho capito mamma, verrò a lavorare in caffetteria.»
Sì, vivrò questo incubo e verrò a lavorare qui.

Capitolo tre
Rispetto al caos di questa mattina, la serata scorre un po’ più leggera, ma nonostante io sia in un pub in compagnia di amici che tentano in tutti i modi di rallegrarmi, vorrei sprofondare nell’oscurità che fino a oggi non avevo mai conosciuto.
Sono assente, me ne rendo conto solo quando Gary, mio vicino di casa nonché ottimo amico, mi dà una spallata per riportarmi alla luce: «Sam, non pensarci più, altrimenti il sangue si tramuterà in acqua e i capelli ti si tingeranno di bianco, facendoti somigliare a una vecchia bacucca!».
Lo osservo un momento col viso stralunato, poi accenno un sorriso e gli do un piccolo pugno amichevole sul braccio per cercare di zittirlo, anche se gli sono molto grata. Cerca sempre di tirarmi su di morale, che si tratti di problemi di cuore o di cose un po’ più serie, come in questo caso. Mi vuole davvero bene e sono felice di avere al mio fianco una persona tanto gentile e buona, anche se a volte dimentica di andare dal barbiere. Se non fosse per i suoi inconfondibili occhi neri e tondi, ma piccini, a volte stenterei a capire che si tratta di lui!
Questa sera siamo al Big Ben, una taverna rustica e massiccia, con grandi tavoli in legno massello e sgabelli color mogano del medesimo materiale. Il bar si staglia proprio davanti a noi, sormontato da una fila di bottiglie di ogni genere, dal bourbon alla vodka, fino ad arrivare a una grande botte colma di vino pregiato e dolcissimo che in un batter d’occhio sale alla testa. Noi stasera, però, abbiamo optato per qualcosa di più leggero.
Il ragazzo che mi siede di fronte mi porge un bicchiere: «Vuoi?».
«Sai che domani ho scuola!» esclamo, guardando il boccale di birra con fare scocciato.
Simon.
Quando l’ho visto per la primissima volta ho subito pensato che fosse strano, ero distratta dagli svariati nei sul suo viso e il naso all’insù per accorgermi di quegli occhioni color nocciola colmi di dolcezza. Col passare del tempo, poi, mi sono affezionata sempre più al modo in cui scherziamo. Riesce sempre a farmi ridere, poi inizia a coccolarmi e abbracciarmi, mentre il mio olfatto cade vittima del suo buon profumo. Ormai è diventato un gioco tra di noi, mi prende in giro e poi mi dà i buffetti e mi abbraccia, e io mi illudo sempre, anche se so che non prova nulla di serio nei miei confronti, quando io, al contrario, sono stracotta.
Sospiro e acciuffo la birra prima che Simon ritiri l’offerta e bevo qualche sorso per dissetarmi, mentre lo guardo di sottecchi. Anche lui mi guarda, osserva con desiderio le mie labbra poggiate sul bordo del bicchiere.
Ma cosa vorrebbe? Sfiorarle? Baciarle?
Si morde il labbro inferiore, ma scosta lo sguardo da me quando si accorge che Gary lo sta tenendo d’occhio, mentre sorride sotto i baffi e scuote la testa divertito. Anche io sorrido, mentre gli restituisco il boccale di birra e cambio discorso per non farlo sentire ancora più a disagio del dovuto.
Così, mentre parliamo, scherziamo e ridiamo, la serata fila liscia e io riesco per un po’ a non pensare ai miei drammi famigliari, felice che i miei amici mi stiano accanto in ogni momento.

***

La fine dei miei giorni è giunta.
Oggi inizierò a lavorare in caffetteria e non so da dove cominciare, così l’ansia che ultimamente avevo tentato di opprimere sopraggiunge e mi fa stare davvero male. Non avrei mai creduto di poter lavorare lì, non ho la minima esperienza, ma soprattutto avevo in mente per il futuro tutt’altra strada da percorrere e sogni nel cassetto che adesso resteranno segregati per un bel po’ di tempo.
Mi alzo dal letto sbuffando, vado in bagno per fare una doccia veloce e riesco, in soli cinque minuti, ad allagare tutto. Ma poco importa in un momento della mia vita tanto triste, mi lascio il disastro alle spalle e torno in camera per trovare qualcosa di decente da indossare il primo giorno di lavoro. Infine esco da casa veloce come un razzo, evitando mia madre di proposito perché non voglio sorbirmi qualche sua raccomandazione su come comportarmi con la gente. So bene di essere sgarbata, a volte, ma solo con chi mi sta sulle palle. Se nessuno si comporta da maleducato con me, non c’è pericolo!
Sono stranamente in anticipo ed è un evento raro, perché piuttosto ritardo di ore, ma sarà l’ansia da primo giorno. Non vedo ancora Ugly Mildred, così mi accendo una sigaretta per calmare i sensi mentre mi guardo attorno con curiosità. Ci sono negozi di ogni genere, da quello di dischi, alla libreria, poi uno di dolci… Mmmh, credo che in quest’ultimo ci farò un salto più tardi!
Qualcuno mi passa accanto spintonandomi e, alzando gli occhi, vedo Mildred sfrecciarmi di lato senza nemmeno degnarmi di uno sguardo.
«Ehi!» Non mi sente o forse fa finta. Credo di non andarle molto a genio, ma del resto la cosa è reciproca. Gettando la sigaretta prima che mi becchi e lo racconti alla mamma, la inseguo fino all’ingresso della caffetteria. «Ciao!» la saluto nuovamente con tono acido, attirando così la sua attenzione su di me. «Era ora!» dico, infine, quando ricambia il saluto con un cenno del capo e mi fa segno di seguirla dentro il negozio.

Sono annoiata e sbuffo da un bel pezzo. Sono già trascorse due ore buone e questo spaventapasseri vivente non mi ha spiegato nulla; inoltre non è entrata anima viva dall’apertura e lei non ha fatto altro che parlare al telefono.
Ma, poi… Con chi diavolo parlerà questa befana?
«Aspetta un momento in linea.» Mi guarda e inizia a blaterare. «Non c’è nulla da fare, Samantha. Puoi andare se vuoi…»
Cosa? Chi le dà il permesso di liquidarmi in questo modo in casa mia? Sono su tutte le furie, così prendo la mia roba ed esco a tutta velocità, ma lei mi segue.
«Che vuoi?» La fulmino con gli occhi.
«Tieni!» Mi lancia un mazzo di chiavi arrugginite e mi spiega che domani ritarderà di circa un’ora e dovrò essere io ad aprire la caffetteria.
«Ma non so preparare neanche un maledetto caffè!» Odio chi mi ordina di fare qualcosa, qualsiasi cosa, e odio lei, ma insiste sul fatto che la mattina non entra mai nessuno e che non c’è pericolo di lasciare un qualsiasi cliente insoddisfatto. La guardo ancora un istante lanciandole fulmini e saette dagli occhi, infilo le dannate chiavi in borsa e mi volto senza neanche accennare un saluto.
E adesso?
Non posso di certo andare a casa, la mamma mi ucciderebbe se tornassi così presto e senza nessuna spiegazione plausibile al perché ho abbandonato il lavoro così in fretta, così decido di recarmi al negozio di dolci qui accanto nella speranza di trovare qualcosa che mi faccia passare il malumore.
Appena entro vengo sopraffatta dall’odore di cioccolato mescolato a quello dello zucchero a velo e sento avanzare con decisione l’acquolina in bocca: non so decidere tra un cupcake al caramello e una fetta gigante di cheesecake alle more, finché la ragazza al bancone mi consiglia la torta al cioccolato appena sfornata, di cui avevo sentito il profumino invitante appena varcata la soglia. Mi fa cenno di accomodarmi, mentre mi prepara la porzione in un piattino e io ne approfitto per guardarmi attorno. Il negozio non è male, anche se sembra di essere entrati a casa di Barbie: tutto ciò che mi circonda è rosa, il bancone, i tavoli e la sedia su cui sono comodamente seduta, perfino la divisa della ragazza è rosa, anche se più che somigliare a Barbie, lei mi ricorda Hello Kitty.
Finalmente arriva il mio premio per non essermi ribellata a Mildred, che ha tentato invano di interpretare la parte del capo con me, mentre qualcuno entra facendo tintinnare il campanello posto sulla porta. Alzo lo sguardo e vedo il ragazzo con gli occhi blu, quello che ieri mi ha urtato per strada. Sorride a Hello Kitty che gli passa una busta con dentro chissà quale leccornia ed esce nuovamente senza voltarsi a guardare nella mia direzione.
Solo la risatina stridula della commessa riesce a riportarmi alla realtà: «Ti piace, vero?».
«Eh?» La guardo confusa, mentre un grosso, immaginario, punto interrogativo spunta sopra la mia testa.
«Scott…»
«E chi sarebbe costui?» domando ironica corrugando la fronte.
«Il ragazzo che è appena uscito.» Mi guarda aspettando ancora una risposta alla prima domanda.
«Non lo conosco e di certo non mi piace, lo osservavo solo perché ieri, per poco, non mi faceva rompere il collo!» Perché sto dando tutte queste spiegazioni alla sconosciuta che mi fissa di sottecchi?
«Comunque, se te lo stessi chiedendo, è fidanzato.» Sottolinea guardando la porta con aria sognante.
«Comunque, se te lo stessi chiedendo, non mi interessa!» Le faccio una ripassata coi fiocchi. Mi sono stufata di sentirla parlare a vanvera di argomenti che non mi riguardano affatto. Lascio i soldi sul tavolo e me ne vado sbattendo la porta per farle capire che ha avuto atteggiamenti poco professionali con una cliente, o per lo meno era quello che volevo intendere con la mia uscita di scena maldestra. Forse però avrà solo pensato che sono una persona irascibile, scorbutica e maleducata.
Sospiro, felice di essere uscita illesa da quell’interrogatorio senza senso e vado a prendere un caffè, ma non da mio padre, mi reco dalla concorrenza per fare un dispetto a Mildred che quasi sicuramente non si accorgerà neanche di me che le passo davanti. Sarà ancora al telefono con chissà chi a parlare di chissà cosa. Attraverso la strada e lo rivedo seduto a un tavolo mentre parla con la cameriera dell’altra caffetteria, quella dove stavo andando anche io.
Scott, così si chiama, coi riccioli al vento e gli occhi dello stesso colore del cielo… è molto carino. No, cosa dico? È proprio bello, non troppo alto, ma affascinante e… fidanzato!
Ma non ho bisogno di altre situazioni difficili adesso, così costringo i miei passi e i miei pensieri a cambiare direzione…

08 marzo 2019

Aggiornamento

Finalmente ci siamo!
È stata pubblicata la recensione sul blog Esmeralda viaggi e libri.
Meravigliosa e accurata, mi ha emozionata tantissimo.
Grazie a Simona e a tutto il team per aver dato spazio al mio romanzo. ❤️
08 marzo 2019

Aggiornamento

Una bella sorpresa per tutti coloro che seguono la campagna in crowdfunding di Tutto il resto è un rumore lontano!
In giornata sarà online sul blog Esmeralda viaggi e libri la recensione del libro.

A breve il link diretto :)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Recensione a cura di Simona del Blog Esmeralda viaggi e libri

    Samantha Clark ha diciotto anni quando la sua vita comincia a cambiare e a prendere una piega del tutto inaspettata. Il padre, che si scoprirà essere un giocatore d’azzardo incallito, abbandona lei e la madre all’improvviso, lasciando priva di gestione la caffetteria di famiglia, il cui peso ricadrà sulle spalle di Sam.
    La ragazza dovrà rimboccarsi le maniche e porterà avanti l’impresa abbandonando la scuola.

    Per Sam sarà l’inizio di un incubo, stare dietro un bancone a fare caffè e cappuccini non rientra tra le sue aspirazioni, ma un giorno le cose cambiano, l’incontro con due occhi azzurri come il cielo le faranno vivere questa esperienza in modo molto più piacevole.

    È Scott Cooper il proprietario di quegli occhi così splendidi, è di lui che Sam si innamorerà all’istante, è sempre lui che verrà a trovarla ogni giorno e starà lì ad osservarla da lontano, in un tavolino messo in un angolo, per ore, davanti al suo computer, già… peccato che il ragazzo che sembra essere così perfetto, abbia anche una ragazza altrettanto perfetta!

    “Che motivo avrei di stare ore ed ore infilato in quel buco senza fare nulla? Volevo… Voglio solo passare più tempo con te, ho voglia di conoscerti, capirti, ascoltarti parlare. Non apri bocca in caffetteria, se non per prendere le ordinazioni e chiedere ai clienti se va tutto bene, ma io voglio di più che quei pochi attimi rubati… Capisci?”

    Ma la relazione di Scott pare sia di pura facciata e spiegare l’intera situazione a Sam è complicato, il ragazzo le chiede solo di riporre fiducia in lui facendole capire che è interessato ad avere una storia con lei, sebbene questa debba rimanere segreta.

    Ed è da qui che la narrazione prenderà davvero vita.
    Sam accetterà questa situazione, i due cominceranno a vedersi di nascosto ed è chiaro e lampante che entrambi provano qualcosa che va oltre il semplice passatempo… ma come può una relazione del genere avere un futuro?

    “Lo osservo per un po’ prima di premere play e non posso far altro che paragonare quel pezzo di carta a ciò che siamo io e Scott: siamo un foglio bianco pieno di scritte errate, parole tagliate, sbagli, qualche termine esatto, ma in sostanza… siamo un errore, uno di quelli grandi che neanche una cancellatura potrà mai eliminare.”

    Tra infiniti litigi, chiarimenti, rotture, rappacificamenti, urla, abbracci, lacrime, risate, gelosie, prese di coscienza e decisioni importanti, si dipana una storia che attraverserà l’arco di quasi dieci anni.

    Quello che Serena Lo Presti racconta in Tutto il resto è un rumore lontano è un’intera vita. In questo libro si parla del colpo di fulmine, del primo vero amore, di sofferenza scaturita da decisioni sbagliate, di come con l’esperienza, si impara a non perseverare negli errori.

    Sono rimasta piacevolmente colpita dai temi trattati in questo romanzo, pensavo inizialmente di trovarmi davanti la solita favoletta del principe azzurro, al momento impegnato, che trova la sua anima gemella nella protagonista, e che alla fine farà la scelta giusta vivendo tutti felici e contenti. Niente di più diverso!

    Qui troverete uno spaccato di vita vera, problemi che magari la maggior parte di noi non affronterà mai, ma ciò non significa che non esistano.
    Vi troverete davanti alla dipendenza dal gioco d’azzardo e dalle droghe, a come sia difficile uscirne e come è invece assolutamente facile ricadere, ancora e ancora, in quel circolo vizioso.

    Attraverso gli occhi di Sam vedrete chiaramente come sia facile cadere vittima del colpo di fulmine, come sia semplice innamorarsi a prima vista e credere che quello sia l’amore della vostra vita, l’unico e solo.

    Assisterete alla fine di un’amicizia solo perché la vostra amica non fa altro che dirvi la verità, ma voi siete accecate dall’amore e non capite che state sbagliando su tutta la linea.
    Non è un amore sano se quest’ultimo vi fa trascurare le amicizie e gli affetti sinceri.

    Ed infatti, per tutto il romanzo, c’era sempre qualcosa nel personaggio di Scott che non me lo faceva amare appieno, tanto da trovarmi sempre dalla parte degli amici di Sam, non sono riuscita ad entrare in piena empatia con lui, e pensavo fosse un problema di caratterizzazione del protagonista… niente di tutto questo, ho capito solo alla fine che quel mio mantenere le distanze da lui era del tutto voluto dall’autrice.

    In questo romanzo ci sono vincitori e vinti, e quella che ha avuto una crescita più grande è proprio Sam, che ha sbagliato più volte, ha spesso perseverato nell’errore, ma ha poi capito ed imparato, ha rimediato, ha trovato la forza per andare avanti… ed ha vinto!

    I miei complimenti vanno a Serena Lo Presti, che con una scrittura semplice e scorrevole, è riuscita ad ingannarmi, facendomi credere di star leggendo una semplice storia d’amore come tante altre, ed invece si è rivelata una storia profonda, vera, realistica, che vi lascerà tanto dentro e anche qualcosa su cui riflettere.

    Quando questo romanzo verrà pubblicato – perché sono sicura che ce la farai – e arriverà su tutte le piattaforme online e non, 4 stelline su Amazon non te le toglierà nessuno! 😉

    “L’amore non conta niente se uno dei due non fa nulla per risolvere le incomprensioni e i problemi, non si può combattere una guerra da un unico fronte!”

    Qui trovate il link diretto al blog http://www.esmeraldaviaggielibri.it/tutto-il-resto-e-un-rumore-lontano-di-serena-lo-presti/

  2. (proprietario verificato)

    Fantastico! Un continuo aumento di emozioni. Grazie ad un linguaggio scorrevole, si viene immersi in una storia che ripercorre vari stati d’animo: ansia, solitudine ma allo stesso tempo condivisione, speranze, amicizia e amore. Tutti i personaggi hanno un ruolo fondamentale nella crescita della storia a tal punto da farli apparire quasi reali. Consigliato l’acquisto sia per uso personale che per fare un bellissimo regalo.

  3. (proprietario verificato)

    In una parola: travolgente. La storia di Sam, alla quale molti giovani ragazzi possono riuscire ad identificarsi. Un romanzo racconto che lascia con il fiato sospeso. Una storia da far leggere ai ragazzi in età scolastica. Un messaggio fondamentale: mai arrendersi e mai smettere di credere in se stessi. Consiglio la lettura!

  4. (proprietario verificato)

    La vita sapeva essere abbastanza dura: se n’era accorta Samatha, quando tra un caffè e un cappuccino, sognava quel sentimento così intenso da rompere la sua quotidianità fatta di aspettative infrante e di responsabilità più grandi di lei.
    E finisce che la sorte le viene incontro quando incrocia quegli occhi che le danno motivo per combattere un giorno di più di quello precedente.
    Accorgendosi che questa gara mozzafiato la corre per se stessa e chiedendosi se la fortuna abbia guardato davvero nella sua direzione, Sam scoprirà che ci sono amori più grandi dell’amore stesso.
    Intenso, romantico e disilluso.
    Ti coinvolge dall’inizio alla fine.
    Da leggere!!!

  5. ely.pisc91

    (proprietario verificato)

    Romanzo che si legge tutto d’un fiato.
    Storia coinvolgente, ma soprattutto una protagonista che ha la forza per tirare avanti nonostante le avversità.
    CONSIGLIATO VIVIAMENTE!

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Serena Lo Presti
Serena Lo Presti è nata a Catania nel 1990. Da sempre innamorata dei libri, fin da bambina sogna di pubblicarne uno tutto suo e nonostante gli impegni scolastici prima, e lavorativi dopo, non smette mai di scrivere. Oggi lavora come libraria e, finalmente, è riuscita a trasformare quei post-it, quelle note sul telefono e quelle infinite pagine scritte negli anni, nel suo primo romanzo, "Il resto è un rumore lontano".
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