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Tre ragazzi e una vacanza estiva in Sicilia alla ricerca di tranquillità e spensieratezza, per mettere da parte, almeno per un paio di settimane, la vita vera di tutti i giorni con i suoi fantasmi, ma per quanto cerchiamo di scappare, la vita ci rincorre incessantemente.. All’interno di una trama apparentemente semplice, che si sviluppa per episodi, maturano riflessioni e turbolenze emotive legate soprattutto al disagio giovanile e alla questione meridionale, in un percorso di purificazione dei personaggi che traccia il suo climax sullo sfondo di una Sicilia da cartolina. Quello che emerge è un forte intreccio di tematiche che unisce il drammatico al comico, al giallo, all’erotico.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro parla soprattutto di rapporti umani e di come essi si sviluppino nonostante tutto e tutti.
L’ho scritto nella speranza che chi lo leggesse imparasse ad aver cura e notare le difficoltà, troppo spesso taciute, dei propri cari, anche i più vicini. Alla fine della scrittura, che è avvenuta con frenesia inarrestabile, la salvezza che ne dà il titolo è stata soprattutto la mia.
È un libro per salvare e salvarsi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Giorno 3
MATTINA

– Siete arrivati finalmente – disse Marco vedendo arrivare i due – Mi era venuto il dubbio che non voleste più partire – Buttò la sigaretta e andò a salutarli con una pacca.
I due l’avevano intravisto qualche metro prima che lui vedesse loro: stava seduto sulla sottile spalliera della panchina davanti all’ingresso dell’imbarco degli aliscafi, con i piedi poggiati sul sedile e lo zainetto nel mezzo.
– Che stronzo che sei: ero convinto che non saresti venuto. Non ti sei fatto più sentire – gli rispose Tancredi stringendogli il collo col braccio sinistro e sfregandogli il capo con le nocche della mano destra.
– Zio, volevo chiederti scusa per ieri – intervenne il veneto.
– Ieri? Perché è successo qualcosa? – fece finta di non ricordare Marco.

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– Forza dai, entriamo: dobbiamo fare ancora i biglietti.
– Non c’è fretta – disse Marco alzandosi leggermente la maglietta e mostrando la punta dei biglietti che sporgevano del basso, – piuttosto, aiutatemi a scegliere un cappello, che sono rimasto senza. Questi vendono i cappelli migliori di tutta la provincia – disse indicando un carrello ambulante carico di cappelli.
– Andiamo a prendere ‘sto cappello. Ma dico io: dovevi proprio ficcarti i biglietti nelle mutande? – rise Tancredi.
– Uno, tasche non ne ho; due, volevo fare l’effetto scenico. Anzi, adesso teneteli voi: iniziano a darmi prurito.
– No, ormai te li tieni tu e glieli dai tu al controllore.
Dall’ambulante finì che compararono tre cappelli, tutti uguali ovviamente, e, fatto ciò, si avviarono spediti dentro il terminal per prendere l’aliscafo. Seduti sull’aliscafo, chiesero a Marco quanto avesse speso per i biglietti, ma lui rispose che era meglio pensarci in un altro momento, senza fretta, anche perché aveva avuto la fortuna di trovare un gruzzolo di soldi per terra, uniti con una graffetta, proprio la sera prima quando non erano assieme. Aveva fatto i biglietti per Salina; sì, sapeva benissimo che il piano era quello di andare a Vulcano, anche perché lì avevano preso l’alloggio, ma qual era alla fine quest’alloggio Marco non lo sapeva: il collega di Tancredi (certe volte è proprio la buona sorte a metterci lo zampino), quando fu contattato da quest’ultimo per chiedergli della casa, gli rispose che, siccome una famiglia aveva appena disdetto, gliel’avrebbe data gratuitamente, per riconoscenza, anche perché difficilmente avrebbe trovato altri ospiti dall’oggi al domani. Il Koala aveva comprato i biglietti per Salina, convinto che due giorni a Vulcano si sarebbero annoiati in modo non indifferente e, dunque, sarebbe stato meglio variegare la vacanza. La casa gratis, le banconote raccolte per strada: sembrava che questo weekend partisse col piede giusto. Era infatti sabato ma se n’erano accorti solo dopo aver stabilito la partenza: l’ideale per divertirsi.
S’appisolarono mentre il mezzo era in corsa sulle piatte acque, interrotte talvolta delle onde lasciate dal passaggio di qualche imbarcazione più grande. D’un tratto Tancredi aprì gli occhi e vide una folla che usciva dall’aliscafo. Il tempo di riconnettersi col mondo e notò che non più di tre persone erano ancora in coda per uscire dallo sportellone.
– Coglioni, svegliatevi che siamo arrivati – disse agli altri due. – Scusi, aspetti, dobbiamo scendere anche noi – si affannò a dire al membro dell’equipaggio, che buttò gli occhi al cielo e sbuffò. – Nnacatibbi, figghioli1, è un miracolo se non ci lasciano qua – riprese Tancredi con gli amici, diede loro due schiaffi a testa e sgattaiolarono fuori con delle facce da zombie.
Una volta fuori, ancora sul molo di pietra, fecero due passi rispetto a dove l’aliscafo li aveva lasciati. Marco si tolse lo zaino e si sdraiò a terra, implorando di lasciarlo dormire. La scenetta comica finì in un istante con Tancredi che lo smuoveva col piede:
– Dai, che ti offro la colazione.
Detto fatto e Marco era in piedi. Si presero una granita in un bar del porto, leggermente nascosto ma molto grazioso. Quali erano i programmi della giornata? Non c’erano programmi, ma il Koala illustrò una gamma di alternative: l’isola è grande ma il servizio di trasporto che ruota tutto in tondo funziona discretamente. Finirono tranquillamente la colazione e Luca disse che doveva andare al tabacchino e ne aveva visto uno giusto dietro l’angolo. Lo aspettarono lì, ancora seduti al bar, e si misero a discorrere sul da farsi. Luca tornò dopo quasi mezz’ora.
– Pensavamo ti fossi perso – disse Marco.
– Non proprio, ma ora ho bisogno di voi due: avete entrambi la patente, no?
Di fianco al tabacchino c’era un locale che affittava mezzi: aveva già pagato ma chiedevano la conferma della patente e di un documento di riconoscimento in pegno. Si trattava di due scooter noleggiati per otto ore. Marco e Tancredi provarono a fargli capire che i mezzi pubblici funzionavano sufficientemente, ma Luca insisteva visto che tanto ormai era tutto pagato. Fortunatamente si erano portati entrambi la patente.
– Ah, quasi dimenticavo: visto che abbiamo gli zaini pieni di roba, considerando i ricambi, per oggi e per domani, per quanto pochi siano, ho chiesto alla signorina dello sportello se non voleva tenersi pure uno zaino “in pegno”.
Marco e Tancredi scoppiarono a ridere e non sapevano nemmeno loro perché, dopo poco Luca gli fece eco. Avrebbero potuto pensare che lasciare effetti personali a degli sconosciuti potesse essere pericoloso, che non era poi un grande impiccio portarsi appresso degli zaini così carichi, ma alla fine non pensarono minimamente a nulla: lo fecero punto e basta; d’altronde se si fossero messi a ragionare molto negli ultimi tre giorni, Tancredi soprattutto, ora non si sarebbero ritrovati lì. Così continuarono questa vacanza all’insegna non del “non pensarci molto”, ma del “non pensarci proprio”. Le loro menti erano scevre di ogni pensiero dotato di minima titubanza.
Mentre erano ancora al bar si preoccuparono di travasare tutto nello zaino di Luca, ovvero quello da trekking con cui era partito, che era indubbiamente il più grande, e spartirono negli altri zaini la poca roba di Luca che sarebbe potuta tornargli utile per il pomeriggio.
Andarono all’autonoleggio e in effetti tutto filò come annunciato da Luca. Unica nota dolente fu che sarebbe convenuto fare benzina: nulla di strano, si potrebbe pensare, se non fosse che alle Eolie, dove tutto costa un accidenti, il prezzo della benzina lievita e non di poco.
Salirono in sella al motorino e fu Marco a portare Luca. La strada non era difficile e il Koala se la ricordava abbastanza bene, nonostante non tornasse da due anni sull’isola.
– Ti porteremo in un posto spettacolare. Spero solo che ti piaccia camminare – disse Marco a Luca prima di mettere in moto.
La strada non era difficile perché, in effetti, si potrebbe dire che non faceva altro che seguire il perimetro dell’isola.
– Ma dove mi state portando? – gridò all’orecchio del suo conducente.
– Mistero. Non ci badare, goditi il panorama e dimmi se vuoi accostarti ogni tanto per fare qualche foto.
Sembra impossibile sfuggire alle vedute panoramiche, proprio per le loro dimensioni abnormi, eppure talvolta, se non lo si fa notare, ci si fissa su altre sciocchezze: Luca era distratto dalla strada, dalla curiosità su dove stessero andando e quella sollecitazione ad ammirare lo scostò da quella curiosità subconscia e gli fece torcere la testa in ogni direzione.
La strada, in un continuo gioco di sali e scendi, tutta curve, si sviluppava in altezza rispetto al mare e non costeggiava il perimetro isolano solo quando si aggrovigliava in tornanti che non avevano però, paesaggisticamente, altra funzione se non quella di riprendere il perimetro nel punto in cui ci si era fermati, ma a metri di altezza differenti. L’isola di Salina è la più alta di tutte le Eolie e maestosa è l’imponenza della sua montagna, anzi delle sue due montagne, per essere precisi. Verde, verdissima lungo la sua morbida elevazione. E se da un lato i verdi rilievi si mostrano agli uomini come rampa per il paradiso, dall’altra parte la distesa marina, luccicante sotto lo strapiombo, è resa divina dalla visione sulle altre isole.
“Non credo che esista un Dio, ma se esiste questo posto è una delle sue più dolci carezze” pensò Luca.
D’un tratto, a metà strada, Marco accostò:
– Non la vuoi fare una foto? Quando ci ritorni più qui?
– Ma non ho una macchina fotografica.
– Ma falla col telef… ah già, poi un giorno me la spiegherai ‘sta cosa di restare fermi al paleozoico.
Intanto era arrivato Tancredi. Fecero coi loro telefoni qualche foto, a sé e al panorama, e poi si rimisero in marcia.
Continuarono la loro strada e comparve loro il primo centro abitato, o meglio villaggio, da quando si erano allontanati dal paesino dove c’era il porto.
– Qui ci torneremo più tardi, Luca – disse Marco ancora in corsa.
Giunsero a un incrocio, il primo senza contare i piccoli bivi che portavano a diverse diramazioni.
– Se ci rimane tempo andremo pure qui a destra più tardi.
Intanto girarono sulla sinistra e smisero di costeggiare l’isola. Ora si ritrovavano in una piccola vallata irregolare tra i due rilievi montuosi. Attorno dovunque fiori e verde: pini, felci, buganvillee, ginestre e, su un versante, anche terrazzamenti a vitigno. Che razza di posto strano! Un punto di un’isola in cui non si vede più nemmeno il mare, in cui si sente addirittura il tipico odore fresco e boschivo della montagna e non più quello dolce- amaro della macchia mediterranea al sole. In un punto nel mezzo di questa silenziosa vallata, imboccarono una strada, alla loro sinistra, leggermente in salita, che li portò davanti a una chiesa e di fronte a questa parcheggiarono.
– Ti piace? Questo è un santuario miracoloso – disse Tancredi e poi Marco aggiunse:
– Ti abbiamo portato qui perché ogni richiesta fatta qua si avvera.
– Scusate, mi avete portate a Salina per andare in un santuario? – chiese Luca.
– Ma che – bestemmiò – dici? – e Marco tolse così ogni dubbio di scherzo. Siamo qui perché oltre non si può andare. Spero solo che tu abbia delle scarpe comode.
– La vedi quella? – chiese Tancredi indicando qualcosa alle sue spalle.
– “Quella” cosa? La signora, la panchina, la chiesa?
– No, no. Come fai a non vederla?
– Ma che stai dicendo? Io vedo la montagna e s…
– Sei arrivato al punto.
– La montagna?
– Sarà spettacolare, credimi – disse Marco – e poi saremo giù prima che il sole picchi veramente troppo. A qualcosa sarà pur servito essere partiti così presto stamattina.
Non proprio lieto di questa iniziativa, Luca seguì i due siciliani lungo il sentiero. Era un vero e proprio bosco, al centro del mar Mediterraneo. In quasi tutti i punti, il sentiero era più che sufficientemente coperto dal sole da un tetto di fronde. Continuamente salendo a zig zag sui tornanti, il primo tratto, che donava, passo dopo passo, sempre più chiarezza alla vista, affacciava prevalentemente sull’altra montagna, dietro la quale si riuscivano a intravedere, sulla sinistra, Alicudi e Filicudi. Il secondo tratto si addentrava confusamente nella foresta: v’era una piccola struttura della forestale e poi un incrocio con altri sentieri: si delineava il tratto finale, la punta. La punta è, in verità, il cratere di un vulcano ormai spento, la cui cavità è resa verde dalla flora, grazie alla quale il monte è conosciuto, appunto, come Fossa delle Felci. Dal terrazzamento che sovrasta il vecchio cratere, cui si arriva attraverso il sentiero percorso dai tre, si gode una veduta sull’arcipelago eoliano dal suo punto più alto. Fortunatamente l’aria era limpida e il cielo terso: tutto era visibile quella mattina; la foschia non aveva sminuito minimamente la bellezza del paesaggio, che si presentò loro al suo massimo, e finanche l’Etna fumante era visibile.
Godettero del paesaggio, respirarono a pieni polmoni e si riposarono un po’ seduti a terra, sotto le fronde degli alberi.
– Sapete cosa ci starebbe benissimo in quest’aria pulita? – disse Tancredi – Una bella Camel.
Si godettero quel momento di conviviale relax, forse come trofeo per la scalata, ed ebbero modo di apprezzare ancora per un bel po’ il panorama dinanzi a loro. Sarebbero rimasti lì per ore, non per evitare lo sforzo di scendere, giacché non pesò molto nemmeno la salita, bensì per la bellezza del posto, per il senso di pace che trasmetteva, per quella brezza montuosa (sollievo dalla calura estiva che li avrebbe aspettati alle pendici), per godere e far vivere il più possibile quei pochi momenti di paradisiaca serenità che la vita offre.
Tuttavia l’ora incalzava e la terra, nel suo ruotare, non bada ai sentimenti degli umani: sarebbe stato meglio scendere prima dell’una e, oltretutto, la fame ricominciava a farsi sentire. Per non mangiare così sudati com’erano, pianificarono di prendere qualcosa da mangiare, portarla in spiaggia e consumarla solo dopo aver fatto un tuffo a mare.
Rimontati in sella ai motorini, contrastando il caldo col vento in faccia, ripercorsero la via di prima, ma non interamente: dove la strada provinciale da loro seguita si slargava dirimpetto una chiesa, lì dove Luca aveva potuto notare un compatto, sebbene piccolo, insediamento umano, sovrastato appunto dal luogo di culto, girarono sulla sinistra, verso il mare, ovvero dentro la cittadina di Malfa. Parcheggiarono i motorini nella piazzetta principale, che più di una piazzetta è una terrazza sul mare, davanti a un’altra chiesa, e lì, in una botteguccia, comprarono qualcosa da mangiare.
Acqua, Coca- Cola, panini e focaccine e, sempre seguendo Marco, si addentrarono per le vie di Malfa, fin dove potevano arrivare i motorini. Già, perché Malfa, oltre a essere più gretta rispetto a Santa Marina (dove erano sbarcati), è per sua conformazione sviluppata su di un dirupo e dunque fatta di numerosi gradini, e anche alla spiaggia dove Marco voleva condurli non si poteva arrivare che a piedi seguendo una scala incavata nella roccia. La cosiddetta spiaggia dello Scario, ricca di turisti nonostante l’ora, la stagione non ancora nel suo pieno e le difficoltà logistiche, era un posto che si sarebbe potuto definire “da pazzi”: le grosse pietre di cui era costituita rendevano difficile la percorribilità e anche solo sedersi (per non parlare affatto di sdraiarsi); in mezzo all’acqua spuntava una roccia irta e pericolosa, poiché dotata di una base più larga della cima, da cui dei ragazzi si tuffavano. C’era addirittura qualcuno che si tuffava dall’alto promontorio dell’isola, raggiungibile (nel modo più agevole) con una sorta di arrampicata. Ma lo splendore vinceva di gran lunga le fatiche e gli aspetti spigolosi del posto: lì qualcuno si era aperto una baracchetta dove affittava canoe, maschere, sdraio e quanto potesse servire; anche gelati.
Trovarono un angolo, davanti allo scoglio dei tuffi, dove una grossa roccia, ben levigata da chissà quante maree, poteva essere una soluzione di maggior conforto alle loro membra. Lasciarono lì i due zaini e si tuffarono in acqua di getto, esasperati dal sudore.

POMERIGGIO

Dopo aver mangiato velocemente, andarono a quella baracca che vendeva gelati e affittava attrezzature per attività estive. Presero tre canoe e si allontanarono dalla costa, incuranti degli zaini rimasti incustoditi. Presero il largo e si ritrovarono circondati dall’acqua; mentre remavano si accorsero anche di star attraversando un banco di meduse e si divertirono a sparpagliarle con le pale e a poggiarsele a vicenda ognuno sulle canoe degli altri. Superarono la spiaggia dello Scario, che divenne nascosta dietro una piccola sporgenza del promontorio. Vagavano verso un orizzonte indefinito, sarebbero arrivati fin dove ce l’avessero fatta, dovendo considerare la stessa fatica e lo stesso tempo anche per il ritorno. Giunti a un punto indefinito, dove l’acqua sembrava essere profondissima e l’isola si ergeva ripidissima dalle onde, vollero fermarsi per riposare un poco le braccia. Vedevano l’alternarsi di cavità e sporgenze del promontorio, un cielo limpido e un mare verso l’orizzonte che cambiava sfumature a seconda delle sporgenze, delle ombre, dei riflessi del promontorio e, soprattutto, delle correnti. Solo si scorgeva all’orizzonte una piccola struttura sulla sommità del promontorio, lì dove sembrava che il perimetro dell’isola curvasse definitivamente, invece di cedere il posto a un’ennesima rientranza; quella piccola struttura, dalla conformazione si sarebbe detto fosse, o fosse stata, un faro.
Rimasero lì immobili per qualche minuto, con le meduse che si erano poggiati a vicenda sulle canoe che iniziavano a essiccare.
Luca avrebbe voluto dire qualcosa, avrebbe voluto ringraziarli per avergli permesso di non restare solo e di unirsi a quel solido duetto. Quel giro in canoa sapeva proprio di libertà: gli sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa, avrebbero anche potuto derubarli dei loro zaini e, dunque, di tutto ciò che avevano, ma poco contava. Quella passeggiata in tre canoe valeva più dei loro telefoni e dei loro portafogli; valeva più del valore intrinseco della vetroresina a forma di mandorla che li teneva a galla.
Tornarono indietro, badando, a pochi metri dall’approdo in spiaggia, a togliere le meduse, ormai morte, dai lati delle canoe.
Ritornarono agli zaini, immacolati e nella stessa posizione in cui erano stati lasciati, e ne approfittarono per un ultimo tuffo rinfrescante, facendo attenzione a quelli che si lanciavano dallo scoglio, poco lontano da dove loro stavano sguazzando.
Asciugatisi alla meno peggio, risalirono ai motorini. Marco voleva andare in un punto particolare. Percorrendo parte della strada già fatta per andare al monte, presero poi la deviazione che lo stesso Marco aveva già indicato a Luca all’andata. Poco dopo gli si aprì dinnanzi un villaggio pietrificato. Il tempo era poco e lo videro di sfuggita e senza scendere giù fino al mare. Pollara è un borghetto marinaro, ormai quasi totalmente abbandonato, dove la modernizzazione è passata a passi leggeri, lasciando indistinguibili impronte. Dinnanzi alla baia, che attrae moltissimi turisti in barca, si innalza ripidissima una falesia, nella quale sono state inserite dai pescatori di chissà quale epoca dei ricoveri. Il villaggio sopra, fatto di pochissime case, è ormai un luogo di meditazione: libero da qualsiasi distrazione, se non quella dello spettacolo naturale che si staglia e si innalza tutto attorno, è privo della corrente elettrica pubblica (cosa non così assurda nell’arcipelago eoliano), ma è pure scarsa l’illuminazione privata. Videro quel villaggio immobile, come una cartolina: sembrava un posto inaccessibile, eppure ce l’avevano dinanzi.
L’ora avanzava e dovevano muoversi per prendere l’aliscafo e giungere a Vulcano a un orario decente. Ripercorsero la via precedente, ora adombrata in molti punti per il moto apparente del sole oltre le montagne dell’isola. Tornarono a Santa Marina, dove li aveva lasciati l’aliscafo e dove avevano noleggiato i motorini. Li restituirono e ripresero quanto lasciato in pegno. Marco, in fretta e furia, fece una corsetta per precedere gli altri e, senza dire nulla, andò allo sportello della compagnia di navigazione per comprare i biglietti per la breve tratta. Luca e Tancredi, che camminavano a passo moderato, quando lo videro ricomparire gli chiesero dove fosse andato; la sua risposta fu lo sventolare di altri tre biglietti.
– Quanto dobbiamo darti per i biglietti, di ora e di stamattina si intende, ovviamente? – chiese Luca.
– Nulla.
– Ma come nulla? – rise Tancredi.
– Nulla, cazzo te ne fotte, non sono soldi miei. Li ho trovati per strada – ridacchiava Marco.
– Come dici tu.
– Tecnicamente, non li sto pagando io, o mi sbaglio.
Corsero all’imbarco degli aliscafi: di lì a poco sarebbe arrivato. Il tempo di arrivare al punto indicato del molo e si vide arrivare l’imbarcazione. Non si trattava certamente di una tratta lunga e, infatti, prima di quanto pensassero, si ritrovarono al porto di Vulcano.
L’arrivo si potrebbe riconoscere anche solo al fiuto: l’odore, non molto gradevole, dello zolfo caratterizza l’isola. Dalla conformazione perimetrale più irregolare rispetto a Salina, l’isola si sviluppa, come vuole il nome, attorno a differenti focolai vulcanici, alcuni totalmente spenti. Nonostante da secoli non si assista adun’eruzione, la riprova dell’attiva è palese: sotto le acque, in alcuni punti dell’isola, non è difficile scorgere bollicine che salgono dal terreno e scaldano onde e fondali; inoltre grossi macigni sulfurei, dal caratteristico colore giallognolo, fumano un vapore maleodorante.
Ad aspettarli al porto c’era il collega di Tancredi.
– Aureliano! – lo salutò sbracciandosi, per farsi notare.
Anche Aureliano gli fece molte feste quando lo vide e si presentò con gli altri due. Addentrandosi nei vicoli dell’isola li condusse all’appartamento. Come nel tragitto videro un supermercato, vollero, prima di dover fare avanti e indietro, comprare rapidamente quanto potesse essere necessario. Durante questa sosta di cinque minuti Luca e Marco si premuravano per la spesa e Tancredi stava, invece, con Aureliano per chiarire qualcosa, a sua detta, di importante. Continuando in questo attorcigliarsi di vicoletti, girarono in una viuzza minuscola e lì, sulla destra a pochi metri dopo aver girato l’angolo, trovarono la casetta.
Costruita in pieno stile eoliano, presentava un giardinetto e un patio che precedevano l’accesso al trilocale. Il breve giardino quadrato era un groviglio, volutamente irregolare, di aiuole con piante e alberi vari, e tra una aiuola e l’altra si sviluppava un percorso di pietre; la vista sulla casa era protetta scarsamente da del bougainville che si attorcigliava attorno alla staccionata, non molto alta, che separava la strada dal giardino. Superato il patio di legno, cui si accedeva salendo di due gradini, posti dinnanzi alla porta d’ingresso della casa e contesi tra ringhiere di legno, si accedeva nel trilocale. L’arredamento era molto scarno di mobili, e questi erano quasi interamente a base di legno o vimini, eccezione fatta per le due sdraio da giardino, posizionate chiuse nel corridoio, pronte per essere portate fuori. Si accedeva subito a una cucina, tutt’uno con il breve corridoio, con vista sul giardino garantita da una finestra; guardando lungo il corridoio, la cucina era l’angolo immediatamente sulla destra, cui seguiva il piccolo bagno dove la doccia era priva di piatto ma dotatat solo di uno scarico generale al centro della stanza.
– È una doccia di emergenza – spiegò Aureliano – perché quelle buone sono fuori, adiacenti a questa parete, infatti – disse – se vi affacciate da questa finestra, le potete benissimo vedere. Queste sono casette estive e tutti si lavano fuori, senza problemi. Oltretutto le docce sono riparate decentemente da un paravento di palme; rimane il fatto che è meglio lavarsi con il costume addosso, se volete lavarvi fuori.
Le due stanze da letto erano una più grande dell’altra: una presentava un matrimoniale e l’altra due letti singoli. La casa era caratterizzata da un color senape, di cui erano dipinte le pareti, ma che era anche il colore delle piastrelle di bagno e cucina. La casa era comunque in un ottimo stato; una casa vacanza dotata di tutto, in fin dei conti. Il giardino, sebbene non grandissimo, era piacevole, e c’era fuori pure un tavolo di ferro e un ombrellone grande quadrato, che davano la possibilità di mangiare all’esterno.
Salutarono Aureliano e lo ringraziarono per la disponibilità.
Lasciarono i bagagli, espletarono qualche bisogno e, vista l’ora che iniziava cedere il passo al buio della sera, decisero di fare una scappata al mare, per vedere il tramonto. Fortunatamente la casa si trovava poco lontano da dove loro volevano andare: le cosiddette spiagge nere, ovvero costituite da residui vulcanici.
Su quella stessa spiaggia ci sarebbe stata una festa quella sera, gliel’aveva detto Aureliano. Solo che, per arrivare al mare, bisognava seguire un certo percorso che conduceva a un punto delle spiagge, ma per il locale, il cui accesso non era, per ovvi motivi, sulla spiaggia, avrebbero dovuto seguire un’altra strada che dallo stesso Aureliano fu chiarita. Intanto, seguendo la via dove stava la casa e con una semplice deviazione, si trovarono dinanzi la spiaggia ancora affollatissima per l’happy hour. Costeggiarono la battigia, superando la folla dell’happy hour e passando anche dinanzi al locale della serata, e si fermarono quasi alla fine della baia, alla parte opposta a quella da dove avevano avuto accesso. Da lì, infatti, potevano vedere il sole tramontare sul mare, tra le braccia grandi di quella cavità perfettamente circolare.
Arrivarono che il cielo iniziava a sfumarsi. Si buttarono rapidamente in quelle acque basse e tranquille, per rinfrescarsi dal caldo che quell’isola, come pochi posti al mondo, attira e sprigiona. Così, a mezzo corpo in acqua, fissavano l’orizzonte e vedevano la baia diventare un’ombra, una sagoma nera controluce, contro quel cielo rosso vivo, rosso fiammante, che alle loro spalle iniziava a scurirsi mostrando limpida la prima stella e la luna, già pronta a rubare il posto al sole. Davanti a loro l’acqua diventava una grande distesa bordeaux, tagliata a metà dai raggi cuneiformi del sole che pareva indicassero proprio loro. Tancredi stava al centro, tra i due; alzò le braccia e le poggiò sulle spalle degli altri, che gli si avvicinarono leggermente e fecero altrettanto. Marco, con la testa, volle dare un colpetto leggero sulle tempie di Tancredi, a cui questo rispose con una scompigliata di capelli.
Si assottigliava quella sezione circolare, sempre più, in un cielo ormai quasi violaceo. Ora non restava che un filino d’oro all’orizzonte privo di alcuna potenza riflessiva sul mare. La volta celeste, che aveva fatto comparire alle loro spalle altre due stelle, marciava come un sipario che si abbassa sullo spettacolo magnifico del giorno, spettacolo tanto bello da andare continuamente in scena sold out e che, almeno per loro, oggi aveva fatto una delle sue migliori prestazioni.
Scomparve l’ultimo bagliore del sole, senza dare il tempo nemmeno di esser pronunciato: lasciò i ragazzi con un debole raggio verdognolo, disse arrivederci e intanto il sipario blu scendeva, lentissimo, verso quell’arancione orizzonte.

SERA

Si sedettero a mangiare al tavolino nel patio. Comodi e stanchi, parlando del più e del meno, della giornata trascorsa e del piano per la serata. Non sarebbe stata affatto una brutta idea quella di andare a ballare, come aveva suggerito il collega di Tancredi. Il locale, sulla baia negra, era facile da raggiungere, lo conoscevano sia Marco che Tancredi e, per assolvere ogni dubbio, gli era stata anche spiegata la via più breve per raggiungere la discoteca. La serata non sarebbe iniziata prima delle undici e mezza, dunque tanto valeva trovare qualcosa da fare nel frattempo. Si erano seduti a mangiare relativamente tardi: erano le nove e mezza passate; di tempo di mettere su il caffè, fumarsi una sigaretta, lavare quelle quattro stoviglie e cambiarsi per la serata ce n’era, e ne sarebbe rimasto a sufficienza.
Andò Luca a lavare e subito Tancredi si offrì di aiutarlo. Marco approfittò del frangente per andare al bagno.
– Mi fa piacere che tu ti sia divertito oggi – disse Tancredi. – Sai, anch’io mi sono divertito un sacco oggi, ed è una cosa che non mi capita molto spesso. Cioè, mi capita di ridere, di scherzare, ma oggi è stato diverso: oggi ho sentito una leggerezza dentro impressionante. Lo sai che per sorridere dobbiamo mettere in tensione dei muscoli facciali? Ebbene oggi temo che mi verrà un crampo alla faccia: non so quante ore è che i miei zigomi sono sollevati e non si azzardano a scendere… Lascia stare, sto delirando per la stanchezza.
– Temo di poterti capire.
– E forse è proprio per questo che te lo sto dicendo: in qualche modo è come se l’avessi percepito. C’è una differenza però. Prendi Marco: quanta rabbia si legge nei suoi occhi? Un sacco, e se hai il coraggio di guardarlo negli occhi la leggi tutta. Ebbene, la differenza tra me e te è che nei tuoi occhi c’è una profondità diversa, dunque tu puoi capire quello che ti ho appena detto ma parti da una base diversa… forse sto delirando veramente.
– Ti prego di continuare – disse insaponando un piatto e gettando lo sguardo su di lui ogni tanto.
– In me non c’è la tristezza che leggo nei tuoi occhi: tu sei stracarico di dolore, io non ho nemmeno quello.
Gli buttò uno sguardo intenso, levando gli occhi dal lavello.
– Non… Come…
– Io non ho paura di te e ti ho accolto in casa di mia madre alla cieca perché so che non sei cattivo. Lo so. Ma dimmi una cosa: quel tuo segreto…
– Quale segreto? – bisbigliò Luca ormai privo del coraggio di alzare gli occhi dalla spugnetta insaponata.
– Il segreto che porti dentro e che è collegato a questa tua vacanza; ora dimmi…
– Che ne sai tu? Di che segreto parli? Ognuno ha i suoi di segreti.
– Indubbiamente, ma il tuo sento che in qualche modo riguarda questo tuo viaggio e, dunque, anche me.
– Cosa sai tu del mio segreto?
– Assolutamente nulla e nulla voglio saperne.
– Ma come hai fatto a scoprirlo? Cosa c’è che…
– Una serie di indizi: se può essere giustificabile un giovane ricco e senza alcun conto in banca, che rinuncia, per chissà quale teoria assurda, alla più comune tecnologia, che ostenta i suoi soldi ma non se li mette addosso: tutto questo potrebbe essere ancora in qualche maniera giustificabile. Ma quel telefono non ti è mai squillato e tu nemmeno lo usi. Mai una chiamata o un messaggio, mai una volta che te l’abbia visto in mano, se non dopo l’incidente; addirittura l’hai riposto spento nel tuo zaino, che avevamo lasciato all’autonoleggio! Ma soprattutto l’ho percepito senza una ragione, dal tuo sguardo, dai tuoi comportamenti, l’avevo percepito e tu, alla fine, hai ammesso d’avere un segreto.
– Tu come fai… chi ti ha parlato di me?
– Non c’è nessun complotto, Luca. Forse era meglio se mi tenevo queste riflessioni per me. Ti ripeto che io di te non so niente, e anche del tuo segreto non so nulla.
– Cosa vuoi sapere?
– Nulla. O meglio, nulla che riguardi il contenuto del tuo segreto. Dimmi solamente se devo stare in guardia (non da te si intende, ovviamente). Sono sicuro che tu non mi farai mai nulla. Voglio solo sapere se il tuo segreto, questa tua fuga, di cui, ripeto, non voglio sapere alcuna ragione, possa ritorcersi dannosa contro di me.
– Tranquillo, non ti succederà niente.
– Sai qual è la verità sul perché continuo a sorridere? Perché questo non sono io: è tre giorni che agisco facendomi trasportare in base a come tira il vento, senza pensarci minimamente. Sapessi quanti problemi mi pongo solitamente… Così per pazzia ho aperto le porte di casa mia e così per pazzia, da due giorni, non faccio altro che stare con uno sconosciuto misterioso, come se fosse la mia ombra.
– E io per questo mi sento di ringraziarti.
– Ragazzi, mi sono preso il permesso di inaugurare il cesso con una gran, e ho perso tempo pure perché mi sono messo a fare questa – sbraitò Marco, appena uscito dal bagno, sfoggiando e agitando una canna appena girata. – Minchia della cagata che ho fatto, ci voleva proprio.
– Grande Marco, – disse Luca. – Finisco questo piatto e usciamo a fumare.
Si sedettero sui gradini che separavano il terrazzino dal giardinetto, per fumare. Così scoprirono che Marco si era portato l’erba e che ne aveva ancora un po’ per altre canne. Prima di accendere presero una birra a testa, di quelle che avevano comprato nel pomeriggio al supermercato. Mentre fumavano si rendevano conto che la stanchezza li stava sopraffacendo.
– Mi sto collassando – disse Marco.
– Tranquillo, pure io. È stata una gran giornata, bella stancante – aggiunse Tancredi.
– Ma com’è finita, non volete più andare a ballare? – chiese Luca.
– Compare, diciamo che non sono più così sicuro di volerci andare, poi guardati allo specchio: hai la faccia distrutta pure tu.
– Ma dai, finiscila, Koala – disse Tancredi. – Certo che andiamo a ballare; avremo altri giorni per dormire, ma solo oggi ci capita che siamo qui. Anzi, aspetta che ti entra in circolo il caffè e poi me lo dici quanto sonno hai.
– Fammene un altro, dai – rise Marco.
– Dai, così ci piaci – rise Luca.
– Ma fattelo tu il caffè, scusa. Anzi guarda, te lo faccio solo perché ti sei portato l’erba da casa. – Detto ciò Tancredi rientrò a mettere sul fuoco un’altra moka.
Marco e Luca rimasero seduti su quei gradini. Da lì avrebbe potuto sentirli anche Tancredi e così intervenire nella discussione, in quei pochi istanti necessari a caricare una caffettiera. Marco e Tancredi spiegarono un paio di cose a Luca. Vulcano è l’isola della perdizione, come la definiva la loro amica Giulia, dove le persone fanno le peggiori “porcherie” immaginabili, sapendo che tanto quel che ivi accade, ivi rimane. Anche se si incrocia qualcuno che si conosce, che potrebbe ergersi a testimone di quanto avvenuto lì, tacerà a riguardo, sapendo che a Vulcano, nelle serate soprattutto, nessuno è innocente. Dunque gli consigliarono vivamente di non stupirsi se li avesse persi di vista all’improvviso, e loro, di contro, non l’avrebbero cercato più di tanto se non l’avessero più visto. Certo, sarebbe stata cosa buona se lui per una volta si fosse portato con sé il telefono, per ogni evenienza, ma in ogni caso si sarebbero rivisti, prima o poi, alla casa base. Questi discorsi, pronunciati prevalentemente dal Koala, accompagnati al discorso sulla leggerezza appena fatto da Tancredi, si unirono nella mente di Luca in un tutt’uno e quella sera scelse di non scegliere un bel nulla: andare dove lo portava il vento.

Si avviarono per le vie buie dell’isola pressoché priva di illuminazione pubblica. Si vedeva solo per quanto riuscisse a illuminare la luna totalmente piena, ridente nell’aria limpida e puzzolente di zolfo. Solo ogni tanto, v’erano chiazze illuminate per merito di finestre di case o lampade poste nei giardini. Contrastarono il buio con le torce dei due telefonini. Sembrava quasi un pellegrinaggio notturno di giovani: ogni dieci metri si scorgeva un altro gruppetto di ragazzi, tutti diretti nella stessa parte. Ragazzi chiassosi, contenti e pronti per far festa, nonostante l’imponente buio attutisse ogni rumore. Nel tragitto e poi in coda, all’ingresso della discoteca, Tancredi non mancò di riconoscere e salutare qualcuno: gente di Milazzo e dintorni che non rinuncia a un giorno a Vulcano: arrivano direttamente nel tardo pomeriggio e tornano la mattina a serata conclusa. In prossimità del locale si sentiva, giustamente, la musica salire sempre più di volume e la gente (soprattutto le ragazze) partita già brilla, iniziava a ballare a passetti, di lato ad amici che tenevano il posto in fila. Varcata la soglia non si potrebbe dire, letteralmente parlando, che “entrarono” in un locale: varcato un arco di legno e costeggiata la recinzione, la pista era una grande distesa quadrata a tessere di legno sulla spiaggia, che la sabbia nera avrebbe, a fine serata, ricoperto abbondantemente nelle sue parti più esterne, il cui margine era delimitato da una bassa recinzione di doppie assi orizzontali di legno dipinto di bianco, sorrette ogni tre metri da paletti infossati che, tuttavia, non garantivano grande stabilità al solo appoggiarvisi di più d’una persona. La pista, sebbene di pianta approssimativamente quadrata, era calpestabile solo per tre quarti, poiché un angolo era occupato dalla zona bar, anch’essa quadrangolare, i cui due lati che davano sulla pista erano costituiti da banconi perpendicolari. La discoteca, tutta bianca sulla spiaggia di sabbia nera, davanti a un mare scuro (eccezion fatta per le chiare increspature delle onde e il riflesso della luna) e cupo come il cielo sotto cui si stagliava, aveva il suo fascino.
Quando furono in pista il primo passo fu quello di fiondarsi al bancone per dei drink: uno a testa per iniziare la serata e per sciogliersi. Appena lo ebbero tutti e tre, trovarono un angolo per brindare assieme: alla loro e alla bella vita. Si accesero una sigaretta e si consultarono un’ultima volta:
– Stasera si ficca – disse schietto Marco – la casa ha due camere, fate in modo di far capire all’ultimo che arriva che sono occupate entrambe le stanze. Tenete – disse mettendo qualcosa nella camicia a fiori di Tancredi e lanciandone col pollice, come si fa con le monetine, un’altra a Luca – Se dovessero servirvene altri li trovate nel borsello che ho lasciato in bagno. Oggi offro io.
– Ma sono quelli fosforescenti? – rise Luca.
– Sai com’è, l’isola è poco illuminata – aspirò ancora la sua sigaretta, buttò fuori il fumo e poi, portando in alto il bicchiere già cominciato disse: – alla fregna! – E si fiondò nel cuore della folla, tenendo nella destra la sigaretta verso dentro e con la sinistra, altezza petto, il bicchiere: pensò di sentirsi come i combattenti dei film epici che montano in testa la carica. Iniziò la serata.
Inizialmente rimasero relativamente vicini tra loro, godendosi la musica insieme, nel cuore della pista pullulante di gente. Le birre di cena, la cannetta, l’alcol e le sigarette iniziavano a farsi sentire. Ballavano ognuno per conto proprio, non ancora interamente focalizzati sull’obiettivo della serata. Poi partì quella canzone: il sottofondo dolce, con le mani che puntano tutte verso il cielo; le percussioni sempre più invadenti e tutti a saltare, mentre loro si stringevano tutti e tre in fila, ognuno con le braccia sulle spalle dell’altro (al centro Marco, mentre Luca e Tancredi agitavano le braccia esterne a ritmo di musica); appena partirono le parole, cantarono come un coro da stadio, che poi si mette a saltare e gridare ancora più forte, come volendo restare senza fiato, giunto al ritornello. La canzone finì e finì anche la vicinanza fisica: andarono per un altro drink, si avviarono assieme e assieme furono fino al bancone, poi la diaspora una volta preso da bere. Si intravidero saltuariamente in pista ma, presi da interessi personalissimi, leggermente confusi e non volendo importunare l’altro, non si calcolarono, finché proprio non si persero.
Il primo a perdersi completamente di vista fu Tancredi: Luca, dalla sua altezza, non lo vide più dopo forse poco più di mezz’ora rispetto a quel drink. Aveva incontrato un gruppetto eterogeneo di amici, con cui talvolta era uscito e dei cui componenti, dunque, sapeva abbastanza. Stette con loro a ballare e, in un piccolo momento di relax, scambiò qualche parola con un ragazzo circa la situazione sentimentale di quest'ultimo, giacché lì si era portato colei che sarebbe dovuta essere la sua ex: a quanto pare volevano riprovarci. Tancredi ne fu lieto, poiché si sentiva in qualche modo artefice, per certi favori e discorsi fatti, di quell’accoppiata. La curiosità poi, ovviamente, si cappottò, e Tancredi spiegò che non c’era alcuna novità al riguardo. Mentre stava per dire che tornava in pista cercando una storiella di passaggio, quello gli indicò una ragazza, a Tancredi sconosciuta. Era la cugina genovese di un altro ragazzo del loro gruppetto.
– Ti aveva già adocchiato quando ti abbiamo salutato in fila per entrare. Dopodomani riparte. È una ragazza carina ma è una zoccola mancata, detto tra me e te. – disse a Tancredi che non sembrava aver capito bene – è una zoccola mancata, dico. Per carità, educatissima, di buona famiglia ma, non prendiamoci in giro: ci provava con me, ma io ancora avevo la testa altrove e poi, secondo me, non ci sa fare granché. È scesa in Sicilia per il matrimonio della cugina, rinunciando a metà sessione d’esami e sperava, almeno di rifarsi in altro modo… Tan, lo sai, io fine non sono mai stato, ma oggi in più ho bevuto abbastanza e mi sono pure fumato due canne: quello che ci ha rimesso in CFU l’avrebbe voluto riprendere in cazzi. Solo che si era fissata con me, con scarsi risultati; altri single carini forse non ne ha trovati (tu sai com’è composta la nostra comitiva), o comunque, anche se avesse trovato qualcun altro, non ha saputo come approcciarsi. O almeno questo è quello che penso io. Detto da amico ad amico: buttaglielo, non farti problemi e scrupoli, tanto è quello che volete entrambi. Non fare come me che ragiono troppo su tutto e intanto la vita mi passa davanti.
Tan andava da tre giorni dove lo portasse il vento e non fu da meno quella notte. L’unica cosa che gli disse fu:
– Ma dai, perché definirla zoccola? Non è quello che tutti i maschi fanno? O meglio: quasi tutti i maschi, escludendo quelli come te. Qui cerchiamo tutti la stessa cosa, maschi e femmine, in dei conti – rise.
– Compare, se inizi a fare discorsi complicati, persi siamo. T’ho già detto che non capisco un cazzo in questo momento.
Seguì allora il consiglio spassionato di quella vecchia conoscenza. Si avvicinò alla ragazza, si presentarono e Tancredi le offrì una sigaretta. Si misero a ballare assieme, sempre più stretti. Fino a che punto voleva arrivare quella ragazza? Ballavano quasi abbracciati (Tancredi teneva il braccio sinistro piegato dietro la schiena e il destro poggiato sulla schiena di lei, che teneva il braccio sinistro penzoloni per muoverlo a ritmo e la mano destra dietro il collo di lui), allora il ragazzo fece scivolare le dita, poste sulla di lei schiena, verso il basso e le palpò vigorosamente il sedere a palmo pieno; la ragazza, per tutta risposta, spostò la mano dal collo al folto ciuffo e con l’altra afferrò, da dietro, la coscia di lui, e tutto ciò per tirarlo a sé e mordergli debolmente il lobo. Tancredi provò inizialmente fastidio, quando la ragazza gli tirò i capelli, ma poi pensò, sentendosi mordicchiare il lobo e poi leccare dritto e delicato il collo fino alla sua base, che il tutto fosse alquanto eccitante. Tancredi intanto non le lasciava il sedere e ora, anzi, lo stringeva forte, con entrambe le mani e lo spingeva verso l’alto, le baciò il collo di lato e ciò le fecce scattare un piccolo brivido, la baciò sullo sterno e, sul lato ancora immacolato del medesimo collo, andò per farle un succhiotto, ma ella glielo impedì afferrandogli il pomo d’Adamo col palmo della mano e spingendo quella bocca sulla sua. Non era quello che Tancredi voleva: egli credeva tanto nei baci e non trovava giusto sminuirli così ma così soffiava quel giorno il vento e poi, questa sua stupida politica, dove l’aveva portato finora? Allora si concedette a quella bocca, come se fosse la più pervertita delle trasgressioni, come qualcosa che sono i fumi di alcol e droga potevano indurlo a fare, come qualcosa di proibito anche nell’isola della perdizione durante una vacanza all’insegna di “come tira il vento”.
Continuarono allora a ballare, ad accarezzarsi in faccia, sul collo, sulla schiena, sulle cosce, e a baciarsi. Accadde d’un tratto, mentre ballavano sempre più avvinghiati e canticchiavano nei pochi istanti in cui la bocca non era occupata a far altro, che Tancredi fece (impossibile dire se volente o nolente) un gesto che in occasioni simili avrebbe ritenuto eccessivo fare tanto presto (nemmeno un quarto d’ora era passato da quando si erano presentati): fece scivolare la sua mano destra, ancora intenta a sorreggere e stritolare il gluteo, lungo la linea che di demarcazione dalla coscia, e poi raggiunse l’inguine. Costei ne fu alquanto meravigliata e sorrise: apprezzò a tal punto che testò e tastò, con mano a conchiglia, la di lui contentezza per quell’incontro. Sorrise anch’egli ed ella raddoppiò il suo sorriso.
– La vuoi fare una pazzia? – disse Tancredi.
La ragazza non riuscì nemmeno a rispondergli e si limitò a un piccolo e secco cenno del capo verso il basso. Gli strinse la mano e lo seguì. Scesero in spiaggia passando sotto la staccionata e lì si misero a correre, con Tancredi che guidava la strada, finché la ragazza, non riuscendo a reggere il passo, scivolò e fece cedere anche le gambe di lui. Erano a terra che ridevano a pancia in su. Tancredi scattò e senza alzarsi si mise su di lei: la baciò tutta, le aprì la camicetta e baciò i seni morbidi e giovani, sorretti dal reggipetto blu. Quella non accettò e lo fece cappottare: gli sbottonò la camicia bottone per bottone, dall’alto verso il basso e, finito l’ultimo, gli accarezzò i genitali inturgiditi e gli leccò la pancia, non proprio glabra, da sotto l’ombelico fino al pomo di Adamo, che intanto si agitava. Aveva in effetti una predilezione e una certa abilità nell’uso della lingua quella giovane. Si invertirono di nuovo ed egli diretto, mentre le baciava tutt’attorno il collo, andò con la mano nelle mutande di lei, stavolta entrandovi da sopra, ma ella scomparve: era scivolata sulla spiaggia verso i piedi di lui facendo spinta sulle sue gambe divaricate sopra di lei, e ora si trovava vicina al bottone dei pantaloni di Tancredi. Essere piccole aveva, da questi punti di vista, non pochi vantaggi: un’altra persona non sarebbe riuscita ad agitarsi tanto in mezzo alle gambe di qualcuno. Tancredi stava immobile e sorrideva mentre quella lo sbottonava e gli abbassava le mutande.
– Eccoci qua – disse la ragazza cogliendo in tutto ciò un certo lato comico.
– Aspetta – disse il ragazzo. Ritornò di sua iniziativa a pancia in su, sfilò interamente da una gamba bermuda e mutande, e mise le mani giunte dietro la testa come cuscino. La ragazza senza fiatare seguì i suoi movimenti: non aveva capito che Tancredi voleva solamente arrivare all’apice del piacere, ammirando contemporaneamente la via lattea, grazie alla luna che era appena tramontata. Era una scena da immortalare: sdraiato serenamente come un pastorello, pressoché nudo con la camicia sbottonata e totalmente aperta, mentre la ragazza, come uno scoiattolo intento a lavorare la sua ghianda, chinata su di lui, gli dava la possibilità d’ammirarne parzialmente i seni, per quanto visibili tra biancheria e capelli. Tancredi fissava dritto il cielo e sentiva tutto il panismo: la voluttà che rende l’uomo tutt’uno con la natura, con l’universo. Alzò leggermente una gamba, poggiò il polpaccio sulla schiena di lei e, dopo averla sfilata da sotto la testa, con una mano agitò i capelli della ragazza, li raggruppò in una rudimentale coda e accelerò i movimenti. Stavano arrivando al culmine di quel momento.
Il telefono di Tancredi cominciò a vibrare e a dare al tutto un tocco in più di eccitazione. Il telefono era nella tasca del pantalone nella gamba ancora inserita. Gli squilli finirono ma dopo pochi secondi cominciò un’altra telefonata. Chi diamine poteva essere a rovinare un simile momento? Finì la seconda e partì la terza: sarà stato qualcosa di grave.
– Tu continua – disse Tancredi sollevando il busto per raggiungere la tasca del pantalone. L’afferrò con la mano rimasta dietro la sua testa, poiché l’altra era ancora occupata nella stessa attività.
Al telefono era Giulia. Staccò la telefonata perché non sarebbe potuto mai essere qualcosa di così urgente da non poter aspettare una o due ore. Le mandò un messaggio per chiederle se fosse successo qualcosa. Giulia rispose in tempo zero, era come se fosse collegata proprio per parlare con lui: su per giù qualcosa era successo.
– È importante? – rispose per messaggi Tancredi.
– Ho bisogno di parlare con te, puoi?
– Diciamo che sono impegnato – ma non riuscì a premere invio che quella già lo stava richiamando.
Decise di rispondere al telefono. Non disse nemmeno pronto:
– Giulia ora non posso, ti chiamo dopo – provò a dire sforzandosi di non tradirsi con la voce.
– O.K. – rispose una voce piangente.
“Questo pianto mi stronca l’uccello, però”
– Giulia, dammi mezz’oretta.
– Spero di riuscire a reggere per la prossima mezz’ora.
– Ma certo, che stai dicendo?
– Non lo so, forse faccio una pazzia.
– Giulia aspettami: cinque minuti almeno.
– Aiutami, ti prego.
Intanto quella ragazza di cui si era dimenticato il nome già dopo cinque minuti dalla loro presentazione, continuava devotamente il suo lavoro. Ora anzi, sentendo l’avvicinarsi della fine, lei alzava lo sguardo a incrociare il suo. Quando viveva certe cose, quello sguardo che gli mandavano dal basso indisponeva tantissimo Tancredi: lo trovava eccitante e umiliante; così lo sfuggì provando a risolvere quella telefonata. Era evidente che Tancredi non riusciva a divincolarsi da quella chiamata senza attaccarle il telefono in faccia: provava a dire, “dammi un po’ di tempo, dammi anche solo cinque minuti”, ma dall’altro capo Giulia non voleva prenderne atto, non voleva staccarsi minimamente e faceva di tutto per protrarre la chiamata non ostante i “Va be’”, “Senti”, “Scusa” e “Perdonami” di Tancredi.
– Giulia – a un tratto rispose innervosito, perché all’inizio poteva essere trasgressivo parlare con una persona, mentre un’altra regalava certe emozioni, ma a un certo punto sentì il bisogno di concentrarsi su quell’estranea e il bisogno di staccare quella telefonata, che stava svilendo la sua virilità con quei lacrimoni e la coscienza del loro trascorso. – devi darmi due minuti, cazzo. Due minuti, scusa se mi sto incazzando, ma mi servono veramente due minuti. Ti richiamo io, tranquilla. Ciao, devo staccare proprio. – e staccò dopo aver sentito un debole “ciao”.
Ecco giunto il clou del momento: Tancredi si sentiva sull’orlo del precipizio e, a telefonata conclusa, il suo vigore, che andava perdendosi, si ridestò come prima. Gli venne d’istinto di stringere più forte la testa di lei nella sua mano. La ragazza provò ad alzare il capo e si accorse che la mano di lui le teneva salda la testa: gli diede allora un piccolo morso cosicché egli mollasse quella stretta, e si alzò.
– Ma come? Giusto ora?
– Me ne vado – disse la ragazza ricomponendosi la camicetta e strofinandosi le labbra col pollice – finisci da solo.
– Ma…
– Cosa “ma”? Dalla serata, quantomeno, mi aspettavo di avere il favore ricambiato. Non penserai di certo che io finivo e me ne andavo mentre tu, bello svuotato, sistemi la tua situazione sentimentale e mi lasci a mani vuote? Torno in pista, cercando qualcuno più riconoscente di te.
– Ma che dici, non penserai veramente che la richiamerò.
– Eccome se lo farai, e sai da cosa lo capisco? Mentre eri al telefono sapessi che fatica ho fatto a non perdere quanto fatto fino a quel momento. Bene, ora che non ce l’hai più moscio, finisci il lavoretto da te e fatti la tua telefonata. Io torno a cercare qualcuno che mi sbatta come si deve. E non ti azzardare a definirmi una puttana, perché io sono meglio di te: io sono single e con quello che faccio non offendo nessuno; tu sei quello che se lo stava facendo succhiare mentre era al telefono con la ragazza.
– Non era la mia fidanzata.
– Scusa, era forse la ex che hai scaricato due ore fa? Ma fammi il piacere.
E se ne andò sbottando, perché poi lei viene epitetata come “zoccola”, mentre egli passa come “maschio alfa”, magari.
A nulla servì gridare per ribadirle che non era la sua ragazza e che non l’avrebbe di certo richiamata. La ragazza, per tutta riposta, senza girarsi alzò alto un dito medio.
Tancredi non avrebbe retto se non finiva quel lavoro. Si avvicinò all’acqua e si mise all’opera. Il telefono, scivolato sulla spiaggia con lo schermo all’insù, riprese a vibrare e si illuminò mostrando ancora una volta quel nome e quella foto. Improvvisamente non c’era più la materia su cui continuare a lavorare: oramai l’opera non era più recuperabile e sarebbe rimasta in sospeso; tanto valeva rispondere al telefono.

In pista Luca vide Marco a più riprese, ma gli parve che non tutte le volte fosse con la stessa ragazza, nonostante nessuna sembrasse aver rifiutato le avance. Forse combinava qualcosa o forse gli piaceva solamente girare.
Anche Marco vide a più riprese Luca, ma fu una cosa un po’ più involontaria: spesso vedeva facilmente e involontariamente i folti capelli annodati in alto, che davano altri centimetri al quasi metro e novanta che era il veneto. Luca aveva trovato una ragazzetta, graziosa ma dall’aria soprattutto simpatica, e in effetti si era approcciata a lui con molta simpatia più che con trascendentale passione. Probabilmente costei credeva più all’inizio di una storiella estiva che al rapporto occasionale. Inutile dire che anche tra questi due non mancarono effusioni.
– Ti va di venire a casa mia? – chiese Marco alla quinta ragazza finitagli sotto tiro.
– Intanto andiamo, poi vediamo se riesci a farmi venire.
Quella risposta così felina fece impazzire Marco: la prese in braccio da davanti, sorreggendola dal sedere, mentre lei si teneva salda al suo collo con le braccia e alla schiena con le gambe. Se ne stavano andando, baciandosi e restando in quella posizione.
– Aspetta, devo dirlo alla mia amica.
– Ma non la troverai mai in tutta questa folla.
– Infatti mi basterà trovare il ragazzo con cui si sta appartando.
– E come pensi di trovarlo, pure questo ragazzo?
– Ci riusciamo, tranquillo. – Si spinse un po’ più in alto col busto per vedere da più in alto possibile. – avvistato – disse facendosi seguire tenendolo per mano.

Luca era intento in un bacio molto accalorato con quella ragazza simpatica, quando qualcuno si stava avvicinando loro per interromperli. Una ragazza doveva dire qualcosa a quell’altra. La sorte gioca con gli uomini più di quanto possa mentire la fantasia: il ragazzo riconoscibilissimo era Luca, che scoppiò a ridere quando vide che la ragazza, ancora mano nella mano con Marco, stava comunicando all’altra che andava a casa loro. Luca fece l’occhiolino all’altro, che rispose tirando fuori la lingua e mettendovisi davanti indice e medio aperti.
Marco e la sua si allontanarono dalla pista di ballo e si avviarono verso casa, mentre Luca rimase ancora più di mezz’ora. Era ormai tardi e tra poco la serata si sarebbe chiusa definitivamente: la gente iniziava a essere sempre di meno e a circa trenta minuti dalla fine prevista, anche Luca si avviò verso casa in piacevole compagnia.
Luca e la sua ragazza (Ines, Agnes o qualcosa del genere, che male aveva potuto capire nel suono assordante della discoteca), arrivati al cancelletto di casa, videro che, debolmente illuminati dalla lampadina del patio posta sulle mura di casa, c’erano Marco e quell’altra ragazza, il cui nome seppero entrambi per la prima volta solo perché Ines- Agnes lo esclamò vedendo la buffa coincidenza, ma fu presto dimenticato. Erano seduti sui due gradini che separano terrazzino e giardinetto, una di fianco all’altro.
– Siete arrivati giusto in tempo: stavo accendendo un altro miccio2. Volete favorire?
Così fecero. Per fare posto ai due, Marco fece mettere la ragazza sul gradino sotto di lui, tra le sue gambe e quella ne approfittò per gettare la sua testa sul suo petto. In modo simile, sebbene con aria più composta, si misero gli altri due.
– Quant’è che siete arrivati? – chiese Luca, mentre si passavano la canna.
– Neanche dieci minuti, forse. Ce la siamo fatta lentamente e con una breve sosta. – rispose accompagnando alla frase finale il gesto inconfondibile di un pugno semichiuso che si agita.
Detto ciò ripresero ognuno le proprie effusioni, preludio di qualcos’altro, interrompendosi soltanto per passarsi la canna. Anche la timida Ines- Agnes sapeva benissimo dove volesse andare a parare. Ma quanto avevano bevuto! Quanto avevano fumato! Tutti e quattro: coscienti ma non certamente lucidi. Sul filo dell’ebbrezza, vicini alla soglia in cui il piacere diventa malessere, ma non ancora oltre quell’uscio: il perfetto stato di eccitazione.
– Volete birra? – disse Luca – Ho la bocca troppo asciutta – Tutti sembrarono acconsentire all’idea. – Piccola, io vado in bagno e vi porto le birre – e la baciò vigorosamente a stampo.
Il bisogno di Luca non era di quelli che richiedono pochi secondi, ma nemmeno tempi immemori. In circa cinque minuti era fuori dal bagno, si avviò verso il piccolo frigo notando che stava barcollando e, uscendo sul patio, vide una scena che lo preoccupò. La scena era sfuggita agli altri due poiché, senza scomporsi più di tanto dalla posizione in cui Luca li aveva lasciati, ora il Koala si era cimentato in una doppia azione: dilungarsi in un bacio con risucchio sul collo e agitare il ramo di ciliegio (tatuato sul suo braccio) sotto la gonnellina rosa di lei, in pendant coi fiori dell’avambraccio. Dal canto suo, la ragazza, anch’essa debitamente stonata tra fumi e alcool, era troppo intenta a cogliere il massimo dal momento, per accorgersi che la sua amica sembrava svenuta, accasciata sul legno del terrazzino con i piedi ancora sui gradini.

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Commenti

  1. Immagina di star leggendo un libro, l’opera prima di un giovane siciliano; sei magari al parco, sdraiata sotto il sole ti lasci trasportare dalla narrazione e dalle descrizioni, ed ecco che immersa nella lettura ti ritrovi su una spiaggia nella calda estate siciliana, circondata da giovani che si divertono o prendono il sole. O ancora, sei tranquilla in camera tua, salvati è tra le tue mani, e intono a te si forma l’ambiente di una piccola città del sud, il caldo che emana dall’asfalto e la frenesia dei turisti che si accingono ad imbarcarsi.
    Salvati è una storia che crea dello stra-ordinario nel quotidiano, e viceversa.
    La scrittura ti consente di immergerti facilmente nel mondo dei personaggi e comprenderne la sensibilità, e senza che tu te ne renda conto scopri che quel racconto tanto mondano vuole dirti qualcosa, il narratore indica i personaggi invogliandoti a guardar meglio ciò che si trova sotto le loro parole e i loro gesti.
    Ci sarebbe molto di più da dire e analizzare, ma dir di più impedirebbe al lettore di trarne le proprie conclusioni.

  2. (proprietario verificato)

    Se si dovesse descrivere questo libro con una sola parola, questa sarebbe “dualismo”.
    Se da un lato si trova l’attualità dei temi trattati, dall’altro si trovano paesaggi che immergono in un’atmosfera mediterranea, che fa pensare a tempi lontani.
    Apparentemente sembra un libro che tratta solo di una tipica vacanza tra amici, ma oltre la freshezza delle loro avventure si nasconde molto altro, proprio per questo trovo questo libro avvincente e scorrevole.
    Vivamente consigliato!!

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Raffaele Trimboli
Sono nato e vissuto in quella fantastica e malinconica terra che è la Sicilia, croce e delizia di tutti i suoi figli.
Sono uno studente magistrale di economia presso l'università di Messina, inoltre ho conseguito il diploma (ormai laurea triennale) di conservatorio in chitarra.
Ho una passione inossidabile per la letteratura che concorre per il primato con l'altra mia grande passione, vicina, per il teatro: infatti per passione organizzo eventi teatrali, facendo anche da regista e talvolta sceneggiatore.
Raffaele Trimboli on sabfacebook

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