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Consegna prevista Aprile 2021

Sangue fatuo è un romanzo articolato in venti capitoli, quasi fossero racconti, ma i personaggi si susseguono in generazioni e legami di parentela, dimostrando la pochezza dell’animo umano. Ogni nome ha un chiaro significato, è tipicizzante, e ognuno di loro è come scandagliato nella sua natura più intima, tirato fuori dalla quotidianità fatta di un’umanità miserrima, è come seguito da una macchina da presa che lo decontestualizza e lo mette a nudo, lasciando riflettere su quello che c’è oltre l’apparenza. Nell’insieme leggiamo una realtà sociale negativa, drammatica, fatta di persone visceralmente cattive che interagiscono tra loro spinte dal veleno che gli corre dentro, da vizi e peccati comuni. L’ambientazione è indefinita, un paesino del Sud Italia, ma la presenza di termini di chiara derivazione dialettale stringe il cerchio, lasciano al lettore la possibilità di immaginare. Profonda è l’analisi sociologica e psicologica dei singoli individui.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo bisogno di fare qualcosa per me stessa, di agire, di mettere in atto una terapia catartica. Dopo aver a lungo osservato, ascoltato, riflettuto la mia idea era chiara. Spesso sconvolta dai miei pensieri, avevo la sensazione di essere come un pezzo di puzzle a cui non appartenevo. Non ho mai gestito al meglio la mia emotività, ma quando la penna tocca la carta tutto ha il giusto ordine. I miei pensieri si susseguono pacificamente e tutto mi si svela. Scrivendo ritrovo me stessa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PREMESSA
Scrivere per raccontare, raccontare per tirar fuori quel che è aberrante e nauseabondo, per liberarsi e avere una sensazione di leggerezza che fa bene all’anima. Il modo più semplice per iniziare è sviscerarsi, narrare qualcosa che sia verosimile per chi legge e liberatorio per chi scrive. I nomi sono inventati, di pura fantasia, le storie un po’ meno. Alcuni dei personaggi non ne meritano uno vero e proprio, ma una caratterizzazione. La predilezione è per un modo di scrivere non troppo sofisticato e non eccessivamente lontano dal parlato. Quando si legge ci si immerge in un mondo che pian piano costruiamo o riscopriamo intorno a noi, dunque tutto deve essere per il lettore chiaro, quasi come se le pagine ci stessero parlando nella maniera più familiare possibile. Pirandellianamente ognuno di noi ha centomila maschere che per convenienza dobbiamo indossare per essere nel mondo e nel tempo. Mi rileggerò per rivedere le mie di maschere e per capire a dieci, a venti o trent’ anni quale abbia indossato e quale no. Ho anche avuto modo di osservare chi si è smascherato, rivelato, nel bene o nel male. Ho imparato a controllarmi così tanto che non so più che fine abbia fatto la mia indole furente che tanto adoravo. Trovo che il mondo intorno a me è cambiato nel tempo, ma non in meglio, anzi, sembra marcio e lugubre e allora certamente tutto ciò che considero inaccettabile e che con fatica ho buttato giù deve venir fuori prima di diventare piena come un otre e frantumarmi, traboccare, vomitare tutto. La realtà familiare è considerata sacra da sempre, ma nel quotidiano in essa ci sono un Caino e un Abele e l’uno si trasforma nell’altro. Abele diventa Caino senza grande fatica, ma Caino non riesce mai a diventare Abele. In ogni famiglia c’è un vissuto che apre il vaso di Pandora e lascia che tutti i mali del mondo si insinuino fino a scorrerti nelle vene. C’è un diffuso mal di vivere, una insoddisfazione inappagabile che logora, lentamente consuma e rende rancorosi, rabbiosi come cani affamati e alla domanda “perché?” non si giunge mai a una vera, concreta e accettabile risposta. È certo che non vale mai la pena lasciare che l’odio e la superbia ci consumino, sono sentimenti estenuanti, corrosivi, ma è anche vero che attecchiscono con radici forti e nella loro crescita non hanno più bisogno di giustificazioni o di un movente. I sentimenti che ad essi si contrappongono, invece, sono come petali di fiore, meravigliosi e delicati. Volano via come soffioni al vento. Chi ama o vuol bene per continuare a farlo deve sempre essere in grado di rispondere ai “perché?”. La gratuità è una bella parola, ma non esiste per l’uomo.

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Tutti si proclamano detentori di verità, come se questa fosse unica e indiscutibile, e in questo mostrano la loro connaturata stupidità, perché nei fattucci di vita vissuta, nella banalità del quotidiano, la verità è uno specchio poliedrico: ha mille facce e di volta in volta riflette colui che la racconta. Nessuno è in grado di capire questa cosa e non c’è individuo alcuno che sia capace di stendere su un piano tutti i pezzi dello specchio per fare un’unica, lineare, sola verità. Si fa estrema fatica a capire, senza alcuna voglia di ricostruire. Non sono caduta nel baratro dell’odio, sebbene non mi appartengano solo nobili sentimenti. L’accusa più grande che muovo a me stessa la pago a caro prezzo: non ho sempre seguito il mio istinto, ma ho agito per adempiere un dovere sociale e ora ci sono volte che mi sento profondamente nauseata, ci sono semplici sguardi che mi disgustano profondamente, ma credo che molti abbiano provato queste sensazioni.
Ho avuto modo di capire tanto. Ho letto che “anche i superflui danno importanza alla loro morte” o anche che “non si può asciugare l’acqua con l’acqua, spegnere il fuoco con il fuoco e combattere il male con il male”, ma sono sicura che se tutto il male fatto all’improvviso ricadesse sul malfattore stesso allora egli perirebbe o per il male o per rabbia o per vergogna, purché in lui ci sia un anelito umano.
Il racconto è intra e intergenerazionale, lungo più di un’esistenza. Corre lungo un secolo. Mai ciò che un uomo fa, le sue scelte, le sue azioni, saranno comprensibili per gli altri. Le decisioni, le parole, i pensieri e i desideri di ognuno di noi restano un mistero. Negli anni della seconda guerra le scelte erano certamente condizionate dalla caducità della vita, dalla paura, dalla fame, dalle imposizioni. Il tempo scorre con una velocità tale che è ormai effimero, possiamo provare a rincorrerlo in ogni modo, ma ci affanneremmo solamente. È un batter d’occhio dire “oggi è domenica” e poi subito lunedì, martedì e via di seguito per poi dirsi nuovamente “meno male che oggi è domenica”. Questo scorrere inesorabile, questa ansia del domani e di quel che abbiamo fatto poco fa, non ci permette di assaporare il presente. È il qui e ora che ci fa vincere il tempo, ma non basta una vita per comprenderlo. È questo strazio, questo affannarsi, questo proiettarsi che alimenta il marciume delle anime, il ripetere a se stessi “domani, domani” quando in realtà del domani non v’è certezza. A noi una vita non basta né per amare né per odiare. Il rancore e l’odio si sedimentano e diventano un muro duro, smisurato. Allo stesso tempo nessuno saluta per sempre una persona che ama dicendogli con il sorriso “grazie per gli anni che mi hai donato e che abbiamo trascorso insieme”. Solitamente ci si dispera, non è mai abbastanza, per quanto tempo sia passato. L’esistenza è fatta di contaminazioni, ognuno di noi è frutto di ciò che ha visto, sentito o vissuto sia con consapevolezza che non. Per comprendere i sentimenti che ci dominano e imparare a gestirli e trasformarli avremmo bisogno di almeno tre vite, visto che l’analisi e la comprensione di quel che è stato la si può avere solo al termine della propria esistenza. La prima vita serve per capire che il tempo scorre veloce e che possiamo provare tante emozioni e avere profondi sentimenti, buoni o cattivi che siano, che non vengono né sentiti né capiti allo stesso modo da chi ci circonda. La seconda vita, serbando ricordo di quella precedente, ci occorre per effettuare delle scelte che possono sembrarci giuste o che abbiamo pensato di aver voluto compiere quando era troppo tardi, affinché l’uomo nella sofferenza dovuta alla conseguenza delle sue scelte capisca cosa perseguire. La terza vita è quella della gioia, ogni persona ha affrontato la scoperta della prima vita, il dolore delle scelte della seconda esistenza, ora può agire per la propria serenità senza più dover affrontare difficoltà, ma per il raggiungimento della consapevolezza dell’essenziale, di ciò di cui ha stretta necessità e del fatto che come il dolore non è compreso a fondo dagli altri, gli altri non possono agire sulla nostra emotività. Si scopre e si muore, si comprende e si muore, si vive e infine si muore.
Ntonio Sechi

Antonio Sechi, detto Ntonio, era un uomo dai tratti e dai colori meridionali, somigliante ai siculi se non proprio ai nord africani. Carnagione olivastra, naso aquilino, magro e con un viso particolarmente scarno. Occhi grigi, impenetrabili. Labbra carnose e sorriso non perfetto. I denti di sotto non dritti, qualcuno leggermente accavallato, quelli di sopra un po’ meglio, ma con i canini sporgenti e decisamente troppo ingialliti dal fumo. Poco più che adolescente, durante il secondo conflitto mondiale, ha iniziato a lavorare come ciabattino. Non una persona facile e non con un buon carattere, aveva saputo far soldi. Alcolizzato. Aveva complicato la vita agli altri, a tutti coloro che inevitabilmente gli erano legati e dipendevano da lui. Il suo vizio lo aveva fatto diventare imprevedibile, a momenti bui alternava ilarità e una incontrollabile magnanimità di cui non pochi avevano fatto man bassa. Sposò Miriam Lai.
Gli anni cinquanta sono stati anni di ripresa, i più vivevano in case non troppo grandi, molti nei bassi.
Ntonio commerciava e vendeva di tutto. Un tempo era una illegale normalità, come il contrabbando. Si firmavano e scambiavano cambiali o con strette di mano si sanciva un debito. Tutto questo gli aveva permesso di avere una famiglia numerosa a cui materialmente non era mancato nulla, ma è inverosimile che dal marcio sboccino fiori. La vita è emulazione o sintesi di quel che si vede e vive da piccoli. Nessuno è vittima del mondo, ma ognuno è carnefice di sé e degli altri con il proprio veleno.
I figli furono molti, non tutti sopravvissuti, non tutti rimasti in famiglia. La loro realtà li condusse all’abbrutimento. Miriam sempre più vittima, quasi impotente, impaurita e tremante. Ntonio sempre più distante e imprevedibile. La quotidianità familiare ha cresciuto lentamente i più grandi mali del mondo, per lasciarli poi liberi di manifestarsi e insinuarsi una volta adulti. Lussuria, avarizia, invidia, accidia, ira, con tutte le loro forme di degenerazione. E c’è da dire che il male si moltiplica, procrea. È il bene che si fraziona.
Non si capì per quale motivo Ntonio e Miriam si sposarono o meglio resta un mistero perché lui scelse di farlo. Abbastanza maturo per aver vita propria, aveva forse bisogno di chi lo accudisse, gli sistemasse i panni, o forse un tempo si erano amati sinceramente. Scelse dunque chi stava lì al posto suo, timorosa e muta, chi faceva ciò che s’avea da fare. Ordinava casa, lavava, stirava e all’occorrenza lo soddisfaceva. La prima gravidanza arrivò presto e nonostante la gioia di Miriam, Ntonio non sembrava contento. Cupo, scontroso, nei confronti della moglie mostrava spesso ostilità, quasi disprezzo. Non agiva sempre come un uomo cattivo, ma aveva un lato oscuro che non di rado veniva fuori, forse accentuato dal suo alcolismo. La gravidanza di Miriam lo infastidiva. Una mattina uscendo dal basso dove abitava vide Vito, un grosso mastino che stava in giro solo. Un cane enorme, ma tutto sommato tranquillo. Era di quartiere e non aveva mai fatto male ad una mosca. Ntonio lasciò la porta di casa aperta e andò a prendersi un caffè al bar lì vicino per poi fumare una delle innumerevoli nazionali che bruciava ogni giorno. Fumava talmente tanto che quel tanfo di sigaretta ormai gli era connaturato, tossiva sempre come se i bronchi fossero sul punto di essere sputati fuori dalla bocca e aveva indice e medio della mano destra ormai ingialliti. Dopo questa breve pausa, fece per ritirarsi e vide la vicina correre in casa sua. Senza affrettarsi rincasò. Vito era entrato in casa, silenzioso, per esplorare un posto mai visto. Miriam aveva paura dei cani, figuriamoci di quel bestione. Per di più fu colta di sorpresa in casa sua. La giovane si spaventò, era al sesto mese di gravidanza, la vicina provava a calmarla, nel frattempo Ntonio osservava senza mostrarsi più di tanto turbato. Miriam lo guardò, l’indifferenza di lui fu segnante. Dopo qualche ora la giovane iniziò a stare male, perdeva sangue e partorì. Un maschio molto piccolo, ma ben fatto, con dei lineamenti delicati, angelici, purtroppo morto. Fu battezzato Saul e sepolto. Non fu facile per lei riprendersi da quel dolore.

Dopo quella prima tragica esperienza un’altra gravidanza arrivò presto. Femmina, Fatima. A pochi mesi un’altra ancora, maschio. Nemmeno un anno dopo ancora un’altra gravidanza, femmina stavolta. Poi ancora due maschi e infine una femmina.

Ntonio commerciava e investiva. Dal basso in cui abitavano, passarono in una casa ampia, con più stanze e balconi assolati.
Un giorno rincasando ubriaco e nervoso, perché una giocata a carte era andata male, non riusciva proprio a sopportare quegli schiamazzi casalinghi. Bambini che in casa si rincorrevano, urlavano, si picchiavano come piccoli animali rabbiosi; Miriam che provava a calmarli senza mai riuscirci del tutto. Tutto troppo fastidioso per il morale uggioso e il consueto mal di testa. La soluzione fu rapida, Ntonio si sfilò la cinghia dei pantaloni e diede un paio di colpi ai piccoli, in particolare ad Avaro che, tra tutti i figli, era sempre il più fastidioso.
Fatima ormai viveva con i nonni e la zia, era con loro da quando aveva circa nove mesi e non voleva proprio più tornare con i genitori. I piccoli in casa dovevano capire chi comandava e come comportarsi. Non di rado una soluzione rapida e non violenta era chiuderli al buio nel ripostiglio. Dopo aver pianto per un po’ si calmavano. Ne uscivano dopo un’oretta silenziosi e tranquilli. A questo Miriam non doveva permettersi di replicare perché in casa era l’uomo che dettava legge.

26 luglio 2020

Aggiornamento

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Mariella D'Andrea
Nata in provincia di Napoli il 5 novembre 1979. Diplomata al Liceo Scientifico F.Severi di Castellammare di Stabia nel 1998. Laureata a Salerno in scienze dell’educazione. Ancor prima del conseguimento del titolo pubblica un saggio, con Edisud Salerno, dal Titolo Il movimento del Mosè. Ha collaborato per qualche anno all’università come assistente. Ha gestito focus per analisi sociologiche. Ha scritto recensioni a qualche testo universitario e articoli su un sito gestito dal docente di sociologia. Ha poi abbandonato la realtà universitaria per insegnare storia e filosofia alle superiori.
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