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Sarò sempre con te

Una volta riuscii a farmi dire da mia madre
quale fosse il suo desiderio più grande. Non
l’ho mai dimenticato, ricordo ogni sua parola.
Quel giorno decisi che avrei esaudito
il suo sogno e…

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Consegna prevista agosto 2019

Siracusa, luglio 1991. Luca Coretti si prepara a sostenere l’esame di maturità. Sembra un ragazzo come tanti, introverso, rispettoso delle regole e del prossimo e con una forte passione per la letteratura e la filosofia. Ma non è così. La madre, Sandra, una donna dalle mille virtù, gli ha trasmesso una dote che è allo stesso tempo una condanna: un’estrema sensibilità che gli permette di entrare in sintonia con gli altri e di “sentire” i loro stati d’animo. Ed è un sopravvissuto: non ancora compiuti i quattro anni, Luca ha vissuto una tragedia familiare che ha fatto traballare il mondo felice che conosceva, in – stillando in lui il concetto che amore significhi sofferenza. Tra madre e figlio, uniti nel dolore, si crea una simbiosi perfetta, e lui decide che non vuole più vederla soffrire. Un giorno, Luca le chiede quale sia il suo desiderio più grande. La risposta diventerà la missione della sua vita.

ANTEPRIMA

4 LUGLIO 1991. PROVE DI MATURITÀ – PARTE I

L’alba silenziosa, con una lenta ma prepotente invadenza, iniziava ad affiorare sul filo dell’orizzonte, apprestandosi a sopraffare una notte ormai esausta. Come un raro diamantino all’orecchio di una bella donna, la città di Siracusa luccicava di storia e bellezze naturali, incastonata nel lobo sud-orientale della Sicilia. Cominciava a velarsi di una luce tenue e taciturna che, centimetro dopo centimetro, rosicchiava l’oscurità morente. Rare autovetture, con i fari ancora accesi, percorrevano strade striate dai residui di un breve acquazzone notturno. Transitando lasciavano, come fanno i bambini con i trasferelli, le impronte degli pneumatici sull’asfalto. A bordo, nei loro abitacoli, portavano persone diverse, dall’aspetto diverso e dalle vite diverse, chissà dove, chissà perché. Piccoli volatili, disposti in file composte, appesantivano i rami degli alberi, cinguettando il loro risveglio. Pochi alberi, pochissimi, in confronto ai seriali monumenti residenziali in cemento e ferro che andavano sorgendo come funghi. Erano il simbolo di un’urbanizzazione incalzante, figlia di una rivoluzione industriale che aveva spogliato e quasi desertificato le campagne con una subdola razzia di forza lavoro.

I primi raggi di sole, indomiti, si facevano strada, creando ombre allungate di qualsiasi ostacolo e allungando, in una proiezione speculare, i confini di una città di per sé già abbastanza grande.

Uno di questi fili di luce trovò naturale insinuarsi in uno dei fori di una persiana lasciata chiusa, ma non completamente a causa di un gesto meccanico e frettoloso della sera prima. Così un oblò di luce, quasi come un minuscolo occhio di bue, si collocò in maniera chirurgica su una palpebra chiusa di Luca. Questi dormiva profondamente, supino e a labbra scollate, su un letto troppo disfatto per poter immaginare che sopra vi avesse dormito una sola persona. Alle 7:10 del mattino, sprofondava nell’incavo di un materasso non più nuovo ma che, nonostante tutto, riusciva a regalargli un riposo confortevole; vestito solo di slip e calzini di cotone bianchi, resi ancor più candidi dal contrasto con la carnagione mediterranea. Era rimasto scoperto a causa dei sogni erotici che, piacevolmente, tormentavano da un po’ di tempo quasi tutte le sue notti. Solo la gamba destra era rimasta avvolta in una spirale asimmetrica di lenzuolo che, dalla caviglia, risaliva fin sopra l’inguine.

Improvvisamente, una manciata di passi sordi e cadenzati fece il suo ingresso nella stanza e si arrestò a lato dell’unica finestra. Una mano impugnò in alto la fettuccia di nylon intrecciato – semirosicchiato dal tempo e dagli ingranaggi di scorrimento – che costeggiava la persiana e di cui permetteva il movimento. Poi, con una forza adeguata, iniziò a tirare verso il basso, ripetendo quell’operazione: rilasciando e impugnando ancora dall’alto, il tutto per ben tre volte.

Quello che era un piccolo neo di luce sull’occhio di Luca divenne, dapprima, una raffica intermittente di bagliori e poi un fascio di luce che diede colore alle pareti di quella piccola stanza, al terzo e ultimo piano di un edificio di via Diaz.

Quella stessa mano aprì la finestra quel tanto necessario per consentire la fuga al groviglio di odori stantii, un misto di scarpe da tennis – per troppo tempo in morbosa simbiosi con i piedi mai fermi di un diciottenne – e sudore per una notte pregna di sogni erotici. Il tutto densificava l’aria costringendo le narici a ribellarsi e a contrarsi, limitando l’attività di respirazione. 

«Amore mio, sveglia! Sono già le sette passate. Non vorrai mica fare tardi il giorno della tua maturità?» 

A quella frase mista di amore e leggero scherno di sua madre seguì il mugolio strascicato di lui. Trasferì il cuscino dalla nuca al volto per cercare di arginare l’irrompere di quella luce molesta. La donna allora si avvicinò all’unico orecchio rimasto scoperto e, con un dolce bisbiglio, ripeté il suo invito. 

«Piccolo mio, è ora di alzarsi. Ti ho preparato la colazione.» 

Luca fece un balzo repentino dal letto per sottrarsi a quel tenero gesto, che per lui rappresentava un attentato al suo ego da uomo cresciuto, ma l’appannamento del sonno ancora in circolo e il lenzuolo avvolto attorno alla gamba funsero da trappola, provocandogli una rovinosa quanto buffa caduta dal letto. 

«La vuoi finire di trattarmi come un bambino? Non sono più il piccolino, l’amorino, il cucciolotto. Ho quasi diciannove anni, cazzo!» Sapeva che la madre non aveva mai tollerato parole del genere, soprattutto da suo figlio, e lui aveva sempre evitato di pronunciarle in sua presenza, ma in quel momento l’aveva fatto non perché ne avesse voglia o per istinto, bensì per affermare il suo status di adulto; un po’ come fanno tanti adolescenti fumando una sigaretta e pensando che ciò li renda uomini o donne. Sapeva anche che a ferire quella donna sarebbe stato non tanto l’uso della parola in sé, quanto il sottrarsi a una tenerezza in malo modo. 

La madre, rimasta china, seduta sul bordo del letto ancora tiepido, si alzò e lo guardò per un istante. Quindi abbozzò un amaro sorriso e, dopo aver incrociato le braccia, uscì dalla stanza in un miscuglio di emozioni e di cocenti consapevolezze.

Luca continuò a cibare la propria insofferenza intrecciando, a casaccio e sottovoce, volgarità senza un destinatario ben preciso. Proseguì in bagno e si rese conto di quanto la schiuma di dentifricio in bocca possa sporcare uno specchio se si pronuncia, con una certa veemenza, la parola “cazzo”. Prese l’asciugamano ancora profumato di ammorbidente, di casa, di mamma, di buono e, con irritazione, iniziò ad asciugarsi il viso appena lavato. Tale frenesia nel gesto, però, rallentò improvvisamente, fino a fermarsi. Le essenze di quella tovaglietta, come un’onda che abbraccia una flebile fiammella, lo resero di nuovo calmo.

Si ritrovò con gli occhi oltre il lembo ricamato della stoffa e si soffermò, per qualche secondo, davanti a quel vetro riflettente cosparso di pois bianchi di sapone per i denti. Appallottolò l’asciugamano e con forza, ma lentamente, incominciò a eliminare i residui dallo specchio, alternando movimenti lineari e circolari. Si rese conto che, probabilmente, intendeva ripulire, con il rimorso, la sua immagine riflessa. Infatti ripensò al comportamento avuto con la madre e si giudicò colpevole per quella reazione spropositata.

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  Placato il suo rimuginare e abbandonata la lista di scurrilità, tornò nella sua stanza, dove iniziò a vestirsi. Indossò, una per una, tutte le componenti in tessuto di qualità dell’abito che la sera prima lei gli aveva amorevolmente preparato sulla sedia di legno accanto al letto. Quando ebbe quasi finito, sfilò velocemente la giacca dallo schienale. Quel movimento repentino fece sfuggire qualcosa dalla tasca. Era un foglietto che, dopo aver compiuto qualche volteggio, planò sul pavimento. Luca se ne accorse con la coda dell’occhio e si girò di scatto. Con sorpresa mista a curiosità, lo raccolse e iniziò a leggere. 

Oggi è un giorno importante. È il giorno della tua maturità. Stai crescendo, ma per me sei uomo da sempre, per tutto quello che hai dovuto affrontare, subire, sopportare sulle tue piccole spalle che ho visto crescere giorno per giorno. Ogni madre vedrà sempre i propri figli come cuccioli da proteggere, indifesi, in pericolo, e quelle che non lo danno a vedere sono solo brave a mascherarlo. Non è facile capire questa forma di egoismo naturale; quanto difficile sia per una madre metabolizzare che i propri figli stiano crescendo e che, presto, non avranno più bisogno di lei. Si accetta, ma con dolore. E perdonami se è capitato spesso di farti arrabbiare con le mie coccole sdolcinate, ma è come aggrapparsi all’illusione che io ti possa ridare ciò che ti ho strappato. Anche se, involontariamente, ti ho tolto il diritto di vivere la tua infanzia e la tua adolescenza nella spensieratezza. 

Auguri, mio piccolo grande uomo, con tutto l’amore che si può e anche oltre. 

Mamma 

 

Luca sapeva benissimo a cosa si riferisse la madre. Avevano parlato una sola volta di quell’evento accaduto circa quindici anni prima.

 

I CORETTI

Il padre di Luca, Paolo Coretti, liberò il suo primo vagito nell’ottobre del 1944, quando l’eco dei bombardamenti della guerra risuonava ancora nell’aria. Era il quarto figlio di una storica famiglia siracusana che viveva di agricoltura. La genesi dei Coretti li aveva sempre visti a lavorare la terra, grazie a un discreto appezzamento di terreno la cui proprietà veniva tramandata, da decenni, di padre in figlio. Tuttavia, Paolo non seguì le orme dei genitori e nemmeno quelle dei fratelli più grandi, tutti impiegati nelle attività di coltivazione di specie vegetali. Volle dedicarsi allo studio, contro tutto e tutti, tanto da essere continuamente osteggiato dai suoi familiari, vittime inconsapevoli di un basso retaggio culturale e di un’ignoranza diffusa. Considerarono quella decisione intellettuale del loro consanguineo un vero e proprio tradimento delle tradizioni di famiglia. Questo ferì molto, ma non dissuase Paolo che, tra l’altro, come nei migliori paradossi, sembrava un estraneo alla razza dalla quale discendeva. Si distingueva per qualsiasi cosa: intelligenza, valori morali, sensibilità.

Nonostante le difficoltà intestine, portò brillantemente a termine i suoi studi e ottenne, seppur a duro prezzo, l’ambita laurea in Economia e Commercio. Cercò di sfruttare, da subito, il titolo da poco conseguito, ma nel tempo dovette fare i conti con la carenza di lavoro che la crisi generale aveva provocato. Inizialmente, grazie anche a un notevole voto finale, trovò subito lavoro presso una grossa società di consulenza fiscale di Siracusa, la Paoluzzi S.n.c.

Gli eventi, inflessibili, decisero di servirgli un boccone amaro dopo soli sei mesi dal suo inserimento: il fallimento della società a causa di futili motivi di incomprensione tra i soci, legati alla spartizione dei profitti. La sua giovane età e la voglia di mettere a frutto i duri anni spesi a studiare, spesso di nascosto, e contemporaneamente a lavorare nei campi con il padre e i fratelli, mantennero intatto il suo spirito di ricerca. Dopo circa un anno, trovò posto come contabile presso lo studio di un noto commercialista, il dottor Giuseppe La Torre. Questi era un omino minuto di ben ottantuno anni, sempre elegantissimo, con dei baffoni a corna di toro e modi garbati. Aveva un grosso orologio d’oro con la catenella bene in evidenza che gli usciva dal taschino del panciotto, parte integrante del suo abito pregiato di sartoria. 

La sorte però non aveva ancora depennato Paolo dal suo cupo taccuino. Infatti, dopo tre anni la signora con la falce venne a bussare alla porta dell’anziano commercialista, portandoselo via, senza concedergli nemmeno il tempo di fare fagotto. L’unico figlio di questi, Saverio La Torre, anch’egli commercialista, decise di chiudere l’attività poiché gestiva un altro studio a Milano, dove si era sposato ed era rimasto a vivere dopo la laurea alla Bocconi. A Saverio erano noti i valori morali e la preparazione di Paolo. Il padre gliene aveva parlato spesso e bene, tanto che lo definiva simpaticamente “nipote acquisito”. Inoltre, nei periodi di vacanza in Sicilia, l’erede La Torre si era intrattenuto più volte con quel trentenne sempre brillante e aggiornato su ogni nuovo cavillo che, costantemente, il fisco sfornava come una donna perennemente gravida. Per tali motivi gli offrì di raggiungerlo nel capoluogo lombardo, promettendogli un posto di riguardo nello studio di cui era titolare. In risposta, il dottor Coretti gli restituì un sentito cenno di gratitudine accompagnato da un gentile rifiuto. Lo motivò con problemi legati al lavoro della moglie e, in particolare, a un viscerale attaccamento alle proprie radici. 

Dopo la seconda esperienza lavorativa naufragata, malgrado gli sforzi, Paolo non riuscì a trovare ciò che gli sarebbe spettato di diritto per le sue virtù. Cercò fra gli annunci, chiese ad amici e conoscenti, spulciò le pagine dei giornali, inviò curricula, ma senza ottenerne alcunché. La voglia di lavorare e sentirsi appagato, come uomo e padre di famiglia, lo portò ad accettare anche dei piccoli impieghi stagionali e pratiche isolate quali, ad esempio, la compilazione dei modelli per la dichiarazione dei redditi di amici, parenti e persone varie. Questa precarietà forzata lo conduceva spesso anche fuori da Siracusa, fino al Centro e al Nord Italia. 

Paolo era una persona nota per la sua educazione, la sua gentilezza e la sua indole buona, ma tanta gente di Siracusa lo conosceva anche per le sue abilità sportive sul campo da calcio. Era stato tra i più forti centravanti della regione e aveva smesso di giocare precocemente a causa di un brutto infortunio al ginocchio quando Luca aveva compiuto il secondo anno di età. Era, comunque, rimasto nell’ambito calcistico e faceva parte dello staff dirigenziale della squadra del Siracusa che militava nel campionato semi-professionistico della serie C2. Sin da piccolo, portava il figlio con sé, la domenica, a vedere le partite della squadra della sua città e persino gli incontri in trasferta. Il piccolo Coretti fu, fin da subito, affascinato da quella palla rotolante e, crescendo, grazie alla passione e alle innate doti naturali probabilmente trasmesse dai geni del padre, spiccò precocemente fra i suoi coetanei per le abilità, non comuni, di calciatore. 

 

***

 

Sandra Lanterni, la madre di Luca, nacque il 15 gennaio del 1947 in una modesta famiglia di Borteno, un piccolo paesino quasi sperduto – se non per un’unica strada di collegamento – fra i monti della provincia di Siracusa.

Il padre di lei, Antonio, per tutti Ninè, era sempre stato un vero e proprio burlone. Era perennemente allegro e con la battuta di spirito che intramezzava qualsiasi argomento, anche quelli più seri. Si occupava, insieme al fratello, di un piccolo mulino ereditato dai genitori. Da generazioni, i Lanterni producevano farina e prodotti affini per il fabbisogno del paese e di quelli limitrofi. Erano conosciuti da tutti come I mulinari, uno dei tanti nomignoli, tipici di quei luoghi, che spesso sostituivano il vero cognome delle famiglie.

La madre, Lucia, era un’eccellente sarta ed era molto meno avvezza al faceto rispetto al marito. Tutta intenta a ricamare per questa o quella famiglia, era una donna molto rigida, soprattutto con Sandra e i due figli minori: Franco e Bruno. Era conosciuta e apprezzata per le sue capacità di abile ricamatrice. Vi erano persino dei personaggi di spicco dei salotti siracusani che, di tanto in tanto, richiedevano i suoi servigi recandosi personalmente a Borteno o inviando i loro incaricati. Tuttavia, le ristrettezze del tempo rendevano ardua la vita quotidiana e tutto doveva, necessariamente, essere organizzato e cadenzato in tempi perfetti.

Sandra, considerata l’attività a tempo pieno della madre, nonostante la tenera età, dovette occuparsi di Franco, prima, e di Bruno, poi. Poiché entrambi avevano ricalcato il DNA del padre, si potevano definire eufemisticamente attivi. Oltre a fare da mamma ai suoi fratelli, Sandra si dedicava a tutte le faccende domestiche.

Da giovanissima si sviluppò in lei una predisposizione al disegno e, successivamente, una spasmodica passione per l’arte, malgrado la madre la invogliasse ad apprendere l’arte dell’ago e dei ferri affinché si dedicasse al cucito. Di malavoglia imparò il mestiere materno, ma riuscì, in cambio, a strappare la promessa di poter studiare per diventare un’insegnante nel ramo artistico. In realtà la madre, come da manuale del marinaio, non avrebbe mai mantenuto tale accordo, ma alla fine si dovette piegare all’indole decisamente più accondiscendente e sensibile del marito, che credeva nei sogni di quella ragazzina. A Ninè accontentare la richiesta della figlia sembrava un equo compenso per tutti i fardelli di cui si era fatta carico, quindi, abbracciando il detto “ogni promessa è un debito”, tacitò ogni velleità di ostacolare la cosa da parte della moglie. 

Fu così che Sandra si iscrisse, giovanissima e felice, all’Istituto d’arte di Siracusa. Per evitare faticosi e lunghi viaggi da Borteno, trovò sistemazione presso la Casa dello studente: un piccolo istituto fondato appositamente per dare accoglienza agli studenti provenienti da fuori città, gestito da un’associazione religiosa che aveva fini caritatevoli e di supporto per i più bisognosi. Oltre a studiare, Sandra contribuiva attivamente nelle varie mansioni dell’associazione, con un impegno e una fatica ammirevoli. Ciononostante, le difficoltà non intaccarono mai il suo desiderio di imparare e conoscere la vita e le opere dei più grandi maestri della storia, oltre a mettere in pratica le più svariate tecniche di disegno e pittura. Si diplomò un anno prima rispetto a molte delle sue coetanee e, grazie a una serie di corsi e attività che le permisero di acquisire un buon punteggio nelle graduatorie, ottenne precocemente l’abilitazione all’insegnamento. Si dedicò subito a trasmettere la sua passione ai ragazzi delle scuole medie inferiori. Viaggiò molto per diversi paesini del siracusano, a seconda della scuola che le veniva assegnata, di volta in volta, dal provveditorato agli studi. Non si scoraggiò mai, nonostante i paletti sociali che incontrò in quanto donna lavoratrice. Non si arrese nemmeno di fronte alle difficoltà dovute agli spostamenti, determinate dalla penuria di collegamenti motorizzati di una Sicilia a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta.

***

 

Il primo incontro fra i genitori di Luca fu un vero e proprio gioco del destino. Di fatti, entrambi si erano ritrovati passeggeri di un’amica comune, Rosa Maruni, che, con la sua Fiat 850 grigio scuro, raccolse prima l’uno e poi l’altra per un breve tragitto all’interno della città ancora scarna di mezzi pubblici e autovetture private. L’amore non fece fatica ad arrampicarsi fino alla vetta, poiché quando due anime sensibili si incontrano riescono a leggersi vicendevolmente. Da quel momento il tempo saldò quel sentimento e i due non si separarono più, anche contro le evidenti difficoltà dell’epoca legate ai mezzi di comunicazione e alle distanze non facilmente colmabili. Infatti Sandra viveva a cinquanta chilometri da Siracusa e nel fine settimana tornava nel suo paesino in montagna.

Eppure nulla di tutto ciò impedì che il 5 settembre del 1971 i due convolassero a nozze.

Il matrimonio fu celebrato nella chiesa madre di Borteno, uno dei tanti luoghi sacri in quei posti dove il barocco si era sbizzarrito quale detentore dell’esclusiva sugli adorni. Amici e parenti incorniciarono la coppia raggiante di felicità che volle formalizzare il sentimento con la promessa innanzi al più santo dei notai.

Dopo soli undici mesi, il 5 agosto del 1972 nacque Luca, suggellando l’unione fra Paolo e Sandra. Questo ulteriore tassello andò a completare il mosaico della famiglia modello che si muoveva sulle gambe del rispetto, del sentimento, della comprensione e dell’aiuto reciproco. 

La coppia ebbe un’altra bambina: Sofia. Nacque tre anni dopo il fratello e fu la firma finale su un’opera d’arte completata, direttamente, per mano dell’amore.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho scelto questo libro attratto dalla foto in copertina e da titolo, ho trovato un bellissimo racconto che mi ha emozionato e coinvolto.

  2. (proprietario verificato)

    Una storia intrigante e ben scritta che conquista il lettore sin dalle prime pagine e lo porta a seguire le vicende della vita di Luca fino all’epilogo finale. Il linguaggio è evocativo, poetico, l’animo umano del protagonista e delle altre figure che gli ruotano attorno è scandagliato a fondo e il lettore può immedesimarsi facilmente con le emozioni e i pensieri di Luca, alleandosi fino alla fine con le sue scelte di vita. Le pagine trasudano poeticità e bellezza e rivelano la sensibilità dell’autore. Assolutamente consigliato soprattutto a chi, nella vita, ha saputo trasformare, in modo coraggioso, il proprio dolore in preziosa risorsa .
    Angela

  3. (proprietario verificato)

    Affascinante ed emozionante la storia di Luca, il protagonista, che sin dalle prime pagine del libro riesce a catturare l’affetto e l’attenzione del lettore coinvolgendolo nella sua vita e travolgendolo in un vortice di sentimenti fino alla fine. La sua storia ti prende completamente il cuore.

    La forte caratterizzazione del protagonista e degli altri personaggi da maggiore risalto alla trama, già ricca ed avvincente, ed all’ottima scrittura.

    I particolari, poi, con cui l’autore descrive il piccolo mondo racchiuso in queste pagine sono travolgenti: la descrizione minuziosa ma mai noiosa o pesante degli ambienti, dei luoghi e dei personaggi con il loro vissuto ed i loro sentimenti ti permettono di “vivere” pienamente la storia trascinandoti in un’altalena di emozioni contrastanti. Il susseguirsi, in alcuni casi veramente imprevedibile, degli eventi fa sì che il finale non sia mai scontato generando nel lettore uno stato di curiosità che conquista la sua attenzione fino all’ultima pagina.

    E’ un libro che ti fa sorridere, piangere, sognare e soprattutto imparare ad “amare la vita”.

    L’autore merita grande sostegno sia per i fini nobili della sua opera che per la sua capacità di entrare nel cuore delle persone.

  4. Racconto emozionante e ricco di sentimenti che coinvolge il lettore al punto di portarlo a seguire e a vivere attraverso la lettura la vita del protagonista. La scrittura fluida e le descrizioni dei luoghi vivide e dettagliate consentono al lettore di avere un’immagine completa non solo dei sentimenti e delle emozioni dei personaggi ma anche dei luoghi. Una campagna che merita sostegno per il fine nobile e un’opera che consente al lettore di prendere consapevolezza che quando nella vita si affrontano lutti e dolori si rimane segnati da un velo di tristezza interiore ma che si può ritrovare la pace e la felicità lasciandosi guidare da valori sani e dall’amore per la vita e per gli altri.

  5. (proprietario verificato)

    Ho sostenuto subito questa campagna, e non poteva essere altrimenti… Se si ha la fortuna di conoscere Vincenzo, si è anche sicuri che a quelle pagine egli avrà trasmesso tutto il suo profondo sentire, il suo animo gentile, i suoi sogni, la sua ironia, la sua capacità di leggere la realtà e di scovarne comunque la bellezza… Quindi questo libro non può che essere una preziosa opportunità per arricchirsi, anche attraverso le tante e disparate emozioni vivide, suscitate fin dalle prime pagine. E poi, quando riconosci vicende, sensazioni, personaggi raccontati, come davvero appartenuti a momenti propri di vita vissuta, diventa ancor più naturale esprimere vicinanza a un’opera che allora, per certi aspetti, è anche un po’ tua…

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Vincenzo Cancemi
Vincenzo Cancemi nasce a Siracusa il 4 luglio 1972. Figlio di un ragioniere e di un’insegnante di educazione artistica, dopo aver terminato gli studi dell’obbligo e aver conseguito il diploma in ragioneria si iscrive all’Università di Catania, Facoltà di Economia e Commercio. Abbandona poco dopo gli studi perché si arruola nel Corpo della Guardia di Finanza. Dal 1997 vive e lavora a Roma e nell’ottobre del 2005 si laurea in Scienze dell’Amministrazione e dell’Organizzazione presso l’Università di Torino. Nonostante le sue basi cattoliche, da quattro anni circa ha abbracciato anche la pratica del Buddismo, che sente molto vicina alla sua filosofia di vita e come fonte di energia interiore. L’ironia è una delle cose che ritiene fra le più importanti in una relazione, di qualsiasi tipo essa sia.
Vincenzo Cancemi on sabfacebook

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