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Il segreto dei Dioscuri

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496 a.C. L’esercito della neonata Repubblica romana sta per essere sconfitto dai latini del deposto Tarquinio il Superbo. Due figure leggendarie, però, sono pronte a intervenire per salvare Roma da una sanguinosa restaurazione… Firenze, oggi. Simone Santoro è un ambizioso ricercatore che aspetta da tempo di fare la scoperta in grado di dare slancio alla propria carriera. L’occasione si presenta in maniera del tutto inaspettata quando una sera, visionando un manoscritto trecentesco, si imbatte in un simbolo e in una scrittura sconosciuti. Deciso ad andare a fondo, chiede aiuto a Margherita Misci, una studiosa di lingue antiche, e a Carlo Valdifiori, un tombarolo senza scrupoli, per indagare su un mistero custodito gelosamente nei secoli. Seguendo gli indizi, i tre si ritroveranno a fare i conti con un segreto più grande di loro, e a dover lottare per scongiurare il ritorno di un pericoloso nemico che minaccia di distruggere l’intera umanità.

Prologo
Lago Regillo, 499 a.C.

La luce del primo tramonto velava la piana del lago Regillo. L’oscurità avrebbe presto raggiunto quei luoghi, avvolgendo ciò che restava dei due eserciti dopo la lunga battaglia.
Orazio Lesto, possente centurione romano, raggiunse a cavallo il console Aulo Postumio, che riprendeva fiato scrutando l’orizzonte da un’altura. «Mio signore! La battaglia volge al peggio. Ci siamo battuti come leoni, ma i Latini sono il doppio dei nostri soldati. La notte è imminente, e non so quanto potremo usarla per nascondere al nemico la nostra debolezza.»
Aulo Postumio, il dittatore che Roma aveva schierato contro la vendetta del deposto Tarquinio il Superbo, fin dall’inizio aveva nutrito poche speranze. Ma non si era tirato indietro. Da quella battaglia dipendeva la salvezza di Roma, e non sarebbe stato certo un uomo come lui ad abbandonarne lo scudo.
«Che ne è delle forze di Tito Ebuzio?» chiese al centurione.
«Le truppe dell’altro console sono in difficoltà. Hanno ferito e messo in fuga il Superbo, ma col lago alle spalle saranno presto accerchiate! Cosa comandi, mio signore?»
Nello sguardo del centurione, mista alla paura della morte, c’era ancora la speranza dei disperati, alimentata dal sogno di scampare all’Averno grazie all’incombenza del crepuscolo. Financo al prezzo dell’onore.
«Ordina ai decurioni di abbandonare i cavalli e di unirsi ai soldati nella battaglia. Se non spezzeremo la tenaglia intorno ai nostri uomini, questi non avranno scampo.»

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«Ma in questo modo moriremo tutti!» obiettò il centurione, che sperava di ripiegare verso le mura della capitale.
«Non se gli dei ci saranno propizi.»
Aulo Postumio sapeva bene che non ci si poteva aspettare granché dalle capricciose divinità. Ma non c’era altra scelta. Il dittatore serrò quindi l’elmo e la cintura del gladio, e si affidò al suo coraggio. Poi, dopo avere attirato l’attenzione dei suoi uomini girandosi a cavallo, si rivolse loro: «Uomini, siamo qui per difendere la gloria di Roma! Per morire per essa, se necessario! Passerò personalmente per le armi tutti quelli a cui leggerò negli occhi il desiderio di abbandonare il campo di battaglia! È qui, è ora che si fa la nostra gloria! Pensate alle donne coi figli a casa, al futuro da schiavi che li attende se perdiamo questa battaglia, e siate generosi nello spargere il vostro sangue!».
Il carisma di Aulo Postumio aveva rinfocolato gli animi dei Romani che, forti della loro ordinata strategia bellica, ripresero a marciare serrati verso la retroguardia delle truppe nemiche.
La vista dei fuochi in avvicinamento turbò i Latini, che ora avevano il terreno a sfavore, e in cuor loro non si aspettavano più sortite dai Romani, ritenuti ormai in rotta. Feroce e terribile, Aulo Postumio sembrava intenzionato a sbaragliare da solo gli uomini del Superbo, traditore e usurpatore. Ma un soldato titanico, temprato in una spessa coltre di muscoli, gli si parò davanti deciso a schiacciarlo. Bastarono due colpi e il dittatore rimase disarmato. E fece appena in tempo ad affidarsi agli dei, perché il gigante vibrò senza indugiare un colpo finale.
Fu in un fulmine che apparvero a salvarlo, come dalla punta della saetta, stagliandosi nel disco lunare proprio sopra la collina che sovrastava il nemico colossale, due cavalieri scesi dal cielo. Il gigante si volse indietro, come a volersi sincerare di essere di fronte a una scena che non fosse frutto di un’allucinazione, e, mentre indugiava incerto per la sorpresa, lasciò ad Aulo Postumio il tempo di riprendere l’arma. Con un rapido fendente il dittatore gli mozzò la gamba sinistra, facendolo cadere come un tronco. Potè osservare solo pochi copiosi fiotti di sangue, poi la morte lo raggiunse con un colpo nel torace. Incredulo per l’avere sconfitto quel possente avversario, Aulo Postumio osservò i due misteriosi guerrieri. Spronavano sontuosi i cavalli, lanciati contro i nemici di Roma. Sembravano una legione.
Il loro intervento sovrumano mise in rotta i Latini, e la storia avrebbe raccontato che i Romani avevano vinto la battaglia e conservato la libertà grazie ai Dioscuri, Castore e Polluce.

Capitolo uno
Certaldo, 6 aprile 2016, ore 19:40

Villa Valdifiori era un mistero celato nei boschetti intorno a Certaldo. Per raggiungerla sarebbe stato necessario lasciare la provinciale alla guida di un mezzo con ammortizzatori da monster track, per sopravvivere a pendenza e scossamento della brulla secondaria che si insinuava verso l’interno. Dopo qualche chilometro di dossi, salutati da ripetute invocazioni alla Madonna delle coppe dell’olio, e superato un invalicabile cancello, un eccellente manto stradale avrebbe preso il posto della mulattiera. Nello sfortunato caso in cui questo non venisse aperto dall’interno, e si volesse insistere nel fare un’improvvisata, si sarebbe dovuta superare una poderosa protezione di mura, recinzioni e fitti alberi secolari. All’interno, un complesso sistema d’allarmi scrutava come un osservatore instacabile buona parte del perimetro, con camere e sensori in grado di distinguere un fagiano da un cedrone.
I rari visitatori che l’avevano osservata coi loro occhi erano poi rimasti tutti delusi dalla semplicità dell’abitazione, visto lo spiegamento di forze in campo. Ad attenderli, infatti, c’era una banalissima villa a due piani, dal design semplice e informale, sottobraccio a un ampio garage esterno e, quello sì, un gran bel giardino. Ma a Carlo Valdifiori piacevano discrezione e semplicità e, a dispetto della apparenze, la sua casa custodiva numerosi segreti.
Quella sera le luci del tramonto salutavano una giornata che era stata lunga e piovosa. In risposta alle speranze del padrone di casa il cielo si era aperto, incorniciando il paesaggio di riflessi scarlatti. L’uomo passò distrattamente in rassegna l’attrezzatura, poi la caricò sulla jeep e uscì. Era tutto il giorno che pensava a dove si sarebbe diretto quella sera, senza riuscire a prendere una decisione. E ora, col volante tra le mani, doveva scegliere. Poi pensò che a stomaco pieno avrebbe ragionato meglio. Decise così di recarsi alla sempre valida Osteria Chichibio, presso l’alto borgo, per cercare l’ispirazione in una tagliata di manzo all’acciugata. Per risparmiarsi noie sul parcheggio, lasciò la jeep di fronte alla statua del Boccaccio e salì con la funicolare. Mentre si godeva la salita, si divertì a osservare l’immancabile turista che scrutava scettico l’impianto, facendo scongiuri sulla frequenza delle verifiche di sicurezza. Uscito dalla cabina, respirò il profumo dei fiori che coloravano le antiche mura, mischiati all’odore della legna bruciata dai pizzaioli pronti a una serata di lavoro.
Giunse al ristorante e si avvide che il locale era ancora quasi vuoto. L’ora favoriva quel genere di atmosfera, a lui più consona. Avrebbe avuto precedenza in cucina, un impiattamento accurato, e una gradevole conversazione con Camilla, l’attraente cameriera dell’osteria.
La serata si confermava piacevole, e optò per un posto all’aperto. Di fronte a sé, i due classici stranieri abituati, come lui, a cenare all’ora dell’aperitivo: lei vestita di bianco, lui paonazzo come dopo un safari.
I soliti tedeschi, pensò Valdifiori dopo averli osservati un momento. Poi la bella Camilla, che stava ancora finendo di allestire l’esterno per la serata, lo raggiunse portandogli le carte del ristorante. «Buonasera, signor Valdifiori» gli disse sorridendo con confidenza. «Aspetta qualcuno?» chiese mentre Carlo si accomodava.
«No, cara. Ero venuto per mangiare in tua compagnia ma, da quello che vedo, stasera avrai da fare» disse, notando la grande tavolata che il collega della ragazza stava apparecchiando.
«È una festa di bambini» disse lei, quasi chiedendo scusa per l’inevitabile disturbo all’orizzonte. «Tutta pizza, coche e telefonini.»
Solitamente quella prospettiva lo avrebbe spinto a cambiare locale, data la dimensione raccolta dell’osteria. Ma ormai si era seduto, e poi non voleva rinunciare al gustoso venticello.
Dopo avere abbinato il vino alla tagliata, Carlo osservò la cameriera dileguarsi verso la cucina, e la seguì con lo sguardo fino a quando lei si voltò per controllare che non si fosse perso i dettagli della sua camminata.
A fine pasto, Carlo si accomiatò, raccomandandosi di fare i complimenti al cuoco e promettendo di tornare presto a trovarla. Lei gli sorrise fino a svelare una certa simpatia, poi si voltò e ripeté la passerella, ancheggiando ancor di più. Lui si accese una sigaretta senza perderla di vista e, dopo averla fissata nella memoria, tornò alla macchina al paese basso e partì. La cena aveva sortito l’effetto sperato. Era rifocillato e pronto a entrare in azione, mentre il vino aveva schiarito le sue idee in merito alla destinazione.
Si va a Poggio delle Fate, per una pigra cerca di monete.
Era da molto tempo che il tombarolo non bazzicava quelle contrade, e ignorava un dettaglio importante. Sul vecchio campo erano iniziati dei lavori di scavo. La cosa rendeva tutto più pericoloso ma meno complicato. Lasciò la jeep in una strada laterale e si accertò che non ci fossero custodi. Poi indossò le cuffie, scaricò il metal detector e iniziò a cercare. Lo strumento annusava il terreno con distacco. Il tombarolo sapeva che ormai le sue nottate avevano più la dimensione di un hobby che quella di un vero lavoro. Ma il necessario per una vita dignitosa se lo era procurato tempo prima, e poteva permettersi di giocare al cercatore dilettante. Certo non avrebbe disdegnato un colpo di fortuna, ma quello è il genere di cose che capita una volta sola nella vita. E a lui era già capitato. Molte volte.
Muoveva l’asta come dando una ramazzata militare, passeggiando senza una vera e propria linea da seguire. Ma forse aveva bevuto troppo e si sentiva poco professionale. Aveva invece voglia di rilassarsi e pensare, così si fermò di fronte a un pietrone e, dopo essersi seduto, si accese una canna che aveva preventivamente girato a casa.
Atom Heart Mother dava alla serata un tocco di epicità. Non correva il rischio di farsi beccare. Quella zona era stata spremuta per talmente tanto tempo che al massimo avrebbe potuto fare da campo di allenamento per gli studenti di qualche facoltà. Mentre il fumo distendeva i nervi, facendogli venire voglia di tornare a bere al ristorante, pensò di curiosare nello scavo.
I lavori erano cominciati da poco e lo sterro era poco profondo. Il brusio dello strumento annunciava la presenza di alcune monete. Mise in tasca il magro raccolto, classificandolo come merce di poco pregio, e valutò se dileguarsi nella notte. Poi si sforzò di non essere eccessivamente pigro e, dopo avere studiato la forma della buca, pensò che forse era stato troppo precipitoso. Sotto la terra potrebbe nascondersi un tumulo non esplorato…
Era molto tempo che non gli capitava una simile fortuna. Tuttavia non era attrezzato per verificare quella teoria. Inoltre, se il responsabile di quel posto era poco meno che un cretino, aveva sicuramente organizzato un’evoluzione del lavoro in prospettiva. E forse allora sarebbe pure potuta spuntare qualche guardia.
Meglio togliere le cuffie per il momento…
Era importante capire cosa fare. Cercare di introdursi nel presunto tumulo, correndo il rischio di venire scoperto e arrestato, o tornare a casa e organizzare al meglio la sua successiva spedizione? Si pentì di aver fumato. Non era più abbastanza lucido per un’azione impegnativa. Correva perfino il rischio, una volta aperta una breccia, di finire prigioniero del tumulo stesso, riempiendo la cronaca dei giornali locali.
Tombarolo fattone beccato col piede in fallo… pensò ironicamente. Picchiò qualche volta sul terreno per valutare rumori e consistenze, poi afferrò un piccone e cominciò a colpire, ma l’eventuale strato di roccia che avrebbe dovuto costituire il tetto sembrava ancora lontano. Lasciò quindi perdere e riportò l’attrezzatura alla jeep.
Domani potrei tornare per scoprire che si nasconde sotto questo terreno. Ma prima valuterò se portare ancora i miei omaggi alla cara amica del ristorante.
E si avviò verso casa.

Capitolo due
Cuma, 496 a.C.

Da un’alta rupe prospiciente l’isola di Ischia, un vecchio sconfitto cerca nel mare al tramonto un conforto introvabile.
Un altro giorno volge al termine, e la morte è di un passo più vicina. Una morte che avrei potuto sfuggire per sempre se solo… Maledetto Porsenna…
Gli aromi della Sicilia impreziosiscono il vino con cui addolcisce uno scoramento infinito, e nessun piacere dura ormai più che un effimero attimo. Non è certo una vita di privazioni la sua e, pur nell’esilio, riceve il trattamento dovuto a un re.
Ma non è re. Non più. E non può che scrutare l’orizzonte da mattina a sera, per tornare sempre ai medesimi rimpianti. Morirà a Cuma, esule e sconfitto. Non ha più nulla per opporsi a quel destino. I pochi alleati che gli sono rimasti non hanno alcun motivo per combattere per lui ancora una volta.
È finita, ma non riesce ad accettarlo. Il riconoscimento degli errori non fa parte della sua indole, e un vecchio non cambia se stesso. Tarquinio il Superbo è stato accolto dal fedele Aristodemo, ma questi non ha intenzione di fare guerra ai Romani per rimetterlo sul trono. Ha avuto la sua occasione, e l’ha persa. Per sempre. Sono stati gli dei a opporglisi, e non si può combattere contro gli dei. Nessuno può farlo. E ancora torna al sollievo del vino. Ma poi scaglia il calice in terra, lasciando indifferente il servo, ormai abituato alle ire della sera. Il deposto sovrano non può accogliere questo fato. E, anche se non ha più i mezzi per opporvisi, deve trovare un modo per far sì che almeno il ricordo della verità non venga smarrito. Così che forse un giorno i suoi discendenti possano vendicarlo, e reclamare ciò che di diritto doveva essere suo. Lasciare che la storia accetti il suo destino come ineluttabile sarebbe una sconfitta ancora più infamante di quella patita sul lago Regillo. Perché è stato lì che lui ha avuto la prova del raggiro del lucumone.
Quei due guerrieri, i Dioscuri, io li ho riconosciuti… Altro che i figli di Giove!
Lui sapeva, aveva sempre saputo, che i segreti del Fanum avrebbero permesso a chi li controllava di dominare il mondo e la morte. Se solo avesse potuto raggiungerlo senza il bisogno dell’aiuto del re di Clusium… Ma da tempo nella sua famiglia l’esistenza di quel luogo era stata trasfigurata in leggenda. E anche se il ricordo del rituale necessario per varcarne le porte veniva ancora tramandato, nessuno conosceva più l’ubicazione del glifo da cui era necessario partire per giungere alla fine del percorso, e che diveniva così il simbolo della sua impotenza, l’inutile chiave del più grande tesoro del mondo, il suo Fiore della Vita.
Quando aveva confidato ad Aristodemo le sue convinzioni, esortandolo a esplorare le antiche gallerie alla sua ricerca, il suo ospite esasperato gli aveva risposto che era la follia a dar voce a quelle parole, che il suo nemico era morto ad Aricia, che lui stesso lo aveva finito trapassandone il cuore con la spada, e che non sarebbe sceso sottoterra per assecondare la visione di un pazzo inviso agli dei, alla ricerca di armi divine e poteri segreti. Del resto, come poteva biasimarlo? Perfino lui non aveva potuto credere ai suoi occhi quando la sua gloria era stata fatta a pezzi da quei guerrieri onnipotenti.
Ed eccolo tornare coi ricordi sulle sponde del lago. La vista della lancia del fulmine che abbatteva i suoi soldati come il maglio di Vulcano, ancora viva nei suoi occhi, terribile e meravigliosa, lo aveva costretto a tornare indietro, malgrado le ferite riportate, e a ributtarsi nella mischia. Non tanto per rinfocolare gli animi dei soldati, che avrebbero avuto bisogno di ben altro che il coraggio per immolarsi contro i Dioscuri, quanto perché attratto dal bisogno di conoscere la verità. Anche a prezzo della vita. Ma, avvicinandosi alla battaglia, Tarquinio era stato travolto dai suoi stessi uomini in rotta e, cercando di rialzarsi, lo aveva visto stagliarsi davanti a sé, riconoscendolo sotto l’elmo. Il guerriero se ne era avveduto, e aveva deciso di terminare quella storia una volta per tutte. Ma, un attimo prima del colpo fatale, era stato fermato dal compagno. Non per generosità. Lo aveva risparmiato per fargli scontare il tempo rimastogli nei tormenti della consapevolezza, per punirlo della sua malvagità. E così era stato. Quella velenosa pietà lo avrebbe perseguitato fino all’ultimo respiro, senza nessuna via di scampo oltre al suicidio.
Il vecchio sconfitto ritorna così nelle sue stanze e qui, ebbro e sfiancato, riprende la stesura del suo memoriale, l’unica consolazione che gli resta oltre al desiderio del trapasso. E della vendetta. Osserva il segno della sua stirpe, il Fiore della Vita, e ne conta i sei petali. Poi chiude gli occhi e, dondolando la testa avanti e indietro, ripete come una nenia le parole segrete della sua famiglia: «“Intraprendi il cammino, e già pensi di essere giunto, ma sei stolto e lontano…”».
E si immagina alla fine del labirinto, lì dove si cela quello che è anche il suo tesoro. Ma nemmeno nel suo sogno riesce a tenersi lontano dal suo nemico, che lo irride ancora…
Sei ancora lì sotto, maledetto, in fondo a quei cunicoli… io lo so… ma prima di morire svelerò ogni tuo inganno, e forse il tempo saprà fare giustizia del tuo tradimento…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Decisamente oltre le aspettative! Da leggere tutto di un fiato. E’ incredibile che da questa penna (ok, tastiera) sia uscito solo questo primo libro. L’autore riesce a rapire il lettore con un ritmo di cui sono capaci pochi romanzieri affermati e navigati.

  2. (proprietario verificato)

    Marco è una delle persone più colte e intelligenti che conosco, nonostante il suo animo bonaccione e goliardico è un superbo narratore.

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Marco Mogetta
romano, classe 1978, è laureato in Filmologia e specializzato in Sceneggiatura. Formatore in storytelling e docente di corsi di scrittura, da molti anni lavora come libraio. Giornalista e responsabile di ufficio stampa, collabora come blogger su Ilfattoquotidiano.it occupandosi prevalentemente di cultura, videogiochi ed editoria per bambini e ragazzi. Il segreto dei Dioscuri è il suo primo romanzo.
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