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Il segreto dei Dioscuri

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Nel 496 a.C. l’esercito della neonata Repubblica romana fu quasi sconfitto dai latini del deposto Tarquinio il Superbo. A salvare Roma da una sanguinosa restaurazione fu l’intervento dei leggendari Dioscuri, Castore e Polluce…

Nella Firenze di oggi un ricercatore ambizioso scova in un manoscritto medioevale un appunto cifrato, scritto in antico etrusco. Per tradurlo coinvolge una fascinosa esperta di lingue morte, grazie alla quale scopre l’ubicazione di un perduto studiolo di Boccaccio. Qui li aspettano una sconcertante rivelazione e la promessa di un tesoro. Si affidano quindi all’esperienza di un tombarolo da sempre sulle tracce del luogo descritto dal poeta, il Fanum Voltumnae, mausoleo del lucumone etrusco Porsenna. Ma un potere millenario, celato in fondo a un labirinto impossibile, trama da sempre per impedire a chiunque di violarne il mistero, minacciando storici, uccidendo innocenti e distruggendo città, per scongiurare il ritorno di un nemico ancestrale dell’umanità.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per misurarmi con la sfida di un romanzo storico-fantastico incline al gusto dei lettori di Martin Mystere, personaggio Bonelli alle prese con misteri storici e vicende impossibili. Nel 2013 il ritrovamento di un testo, plausibilmente passato per le mani dei grandi poeti toscani del Trecento, mi ha dato la possibilità di costruire un intero romanzo, in cui il fantastico costituisce un elemento al servizio di una ricerca precisa e il più possibile coerente con fatti realmente accaduti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Avignone
1328 d.C.

In una bella giornata di primavera tre uomini figli di tempi diversi si incontrano in una fresca stanza piena di luce. Il loro concilio è il risultato di una lunga serie di eventi, sorretti da un fitto scambio epistolare. La materia che arde nel calderone delle loro passioni, e che ha alimentato la fiamma di quella forgia è la medesima, e tutti e tre hanno fatto in modo di scambiare i pezzi in loro possesso, al fine di ricostruire il mosaico che da tempo è al centro dei loro pensieri.
Il primo ad arrivare è il più giovane dei tre, colui che ha scelto di investire le risorse della famiglia e i suoi talenti per la coltivazione delle lettere e il recupero di quei tesori del passato che, per il letargo della civiltà, sono finiti distrutti o dispersi, sotto l’oscurità culturale del loro tempo. Quando entra in quella stanza Francesco Petrarca ha ventiquattro anni, il controllo della sua vita e le tasche piene di soldi.

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I suoi sogni sono stati finanziati dalla morte del padre. Due anni dopo avere trasferito la famiglia ad Avignone al seguito di un Papa che spostava la casa della Chiesa sotto la tutela dei fedeli francesi, questo lo aveva lasciato, consentendogli di scegliere la vita che più gli aggradava. L’Arezzo della fanciullezza è sempre nei suoi pensieri, ma il giovane letterato è abbastanza intelligente da capire che, fintanto che il centro del mondo sta sotto ai suoi piedi, non potrà trovare luoghi migliori per rimettere insieme i frammenti della sua ambizione, e restituire al mondo le opere immortali, divenute leggendarie negli ambienti di studio, dei padri della cultura latina, per rimetterli alla disposizione del genere umano presente e futuro. Ed è stato nelle sale avignonesi che Petrarca ha sentito parlare dei ritrovamenti avvenuti in una cattedrale a sud di Parigi, quella Chartres che, per chissà quale arabesco del fato, ha scoperto nei suoi carteggi una poderosa parte della più importante storia di Roma, l’Ab Urbe Condita di Tito Livio.
Quando la porta della sala si riapre, a entrare sono gli altri due uomini attesi a quell’incontro. Il primo è Simone della Tenca, un anziano amico di Petrarca che aveva conosciuto presso la curia pontificia ma che, per una stravagante circostanza, era nato non solo nella sua città, ma perfino nella stessa casa di Arezzo. Pur avendo trenta anni di differenza, i due si erano subito trovati in sintonia nel sentire il bisogno di spendere la loro vita per la letteratura e il suo arricchimento. Sotto un braccio il conterraneo porta due grossi libri, mentre sorretto al suo altro braccio si accompagna il più anziano convitato, il vero e proprio protagonista di quell’incontro.
Ha quasi ottanta anni, ed ha viaggiato per il mondo ricoprendo incarichi prestigiosi, che gli hanno permesso di accumulare un bagaglio di esperienza e conoscenze tali da potersi considerare una sorta di architrave della cultura del tempo. Pochi sono nel mondo gli uomini che possono vantare una cultura maggiore, che era stata il frutto di una scelta precisa in quanto, per il cognome che portava, avrebbe potuto scegliere qualunque strada, compresa quella della spada. E invece, come Petrarca, anche Landolfo Colonna aveva abbracciato con entusiasmo lo studio e l’amministrazione cercando, dove fosse possibile, di sviluppare i due rami di questa pianta in modo avvinghiato, al fine di rafforzare con l’uno la prosperità dell’altro.
Quando i suoi passi lo condussero a Chartres, il Colonna aveva ottenuto la possibilità di gestire le terre e disporre dei ricavi. Aveva messo la biblioteca al centro di quello che era un vero e proprio circolo virtuoso, di cui tutti finivano per giovare, dai contadini agli artigiani fino agli alti prelati. Così rinascevano nel cuore della Francia le opere letterarie che, rielaborate dal prezioso e ininterrotto recupero di pergamene provenienti da ogni luogo e tempo, avevano permesso agli uomini di altre contrade di poterne riscoprire alcune che si credevano ormai perdute per sempre.
E ora il più giovane in quella sala stava per mettere le mani sulla più imponente raccolta di parti dell’opera di Tito Livio. Grazie ad esse Petrarca avrebbe rimesso la storia della civiltà romana nelle mani dell’umanità e, con il resto della vita a disposizione, sarebbe forse riuscito a trovare altre decadi nascoste in chissà quali altre sperdute nicchie della cristianità.
Svolti i convenevoli l’incontro può finalmente entrare nel vivo e, all’apertura simultanea dei due libri, quei tre fortunati si ritrovano, primi dopo secoli, a poter scorrere il racconto che va ininterrotto da Enea alla guerra contro i macedoni.
“Ebbene signori” proferisce Petrarca. “Eccoci qui riuniti di fronte alla memoria dei giganti. Io vi ho fatto avere la mia parte, e voi avete portato la vostra. Abbiamo quattro decadi praticamente complete e, se è vero che tanto ancora manca al dire che l’intera opera è stata ricomposta, è altrettanto vero che fino a poco tempo fa tutto quello che restava di questo lavoro era il ricordo. Stiamo lavorando per ricomporre un mosaico grandioso, ma sento che a questo primo passo ne seguiranno molti altri ancora. Abbiamo la storia di fronte a noi.”
L’entusiasmo di Petrarca è evidente e, se la dignità delle rispettive età impone agli altri due maggiore misura, tutti si sentono comunque trascinati di fronte a quelle pagine che, messe insieme, rappresentano veramente qualcosa di unico nel loro mondo.
Un seme da cui sarebbe ricresciuta la pianta della conoscenza, i cui frutti avrebbero nutrito la mente del genere umano a venire.

XXVII
Certaldo, nel daruma gigante
10 aprile 2016, ore 21.55

Chiunque sia stato in grado di trovare questo testo, e di leggerlo nella lingua che ho utilizzato, deve essere in possesso degli strumenti necessari a continuare la ricerca che, da quanto ho avuto modo di sentire, risale nientemeno che ai miti romani. Ma non essendo stato io che un astante di una storia a sua volta raccontata e non vissuta in prima persona, non posso che mantenere alcuni dubbi sulle fondamenta che sostengono i fatti che verrò a narrare. Invece su quello che ho visto con i miei occhi, su quello posso giurare sull’anima mia, e che Dio mi protegga dagli abitanti dell’Inferno se decido di parlarne.
Non ho avuto mai modo di scoprire se Dante avesse, per vie che mi sono ignote, visitato quelle caverne lucenti, illuminate da fiamme fredde e scaldate da riflessi dorati, ma so per certo che quello che ho visto e sentito travalica ogni immaginazione.
Per arrivare alla fine di questa storia però, sarà necessario partire dall’inizio, e l’inizio è stato dato, almeno per la parte che mi riguarda, dal mio fraterno amico Petrarca.
Il mio mentore ebbe a cuore, a un certo punto della sua vita, il recupero della memoria storica romana, e delle lettere che si erano perdute, e che solo in frammenti di eruditi concili sopravvivevano all’oblio finale. Decise quindi di dedicare le sue forze, e le sue ricchezze, nella ricerca e nella ricomposizione delle opere del più importante storico romano, quel Tito Livio autore della monumentale, e irrimediabilmente perduta Ab Urbe Condita.
Il suo lavoro procedeva a rilento, a tratti preso da disperati momenti bui, alternati a fasi di grande celebrazione per il recupero di una qualche terzina raccattata tra stralci di tesori amanuensi.
Io avevo speso la mia giovinezza al fianco di mio padre, presso la Napoli degli Aragonesi e, in seno alla famiglia dei Bardi, imparavo i segreti delle finanze, non senza sognare di riprendere in mano la mia passione per le lettere. Mio padre non incoraggiò mai la mia inclinazione, ma mi mise comunque in condizione di coltivare la cultura, dacché nelle biblioteche degli Angiò era possibile trovare praticamente qualunque risposta. Avrei dovuto spendere molte intere vite in quelle sale ricche di conoscenza e rispetto delle arti per approfondire ogni opera che vi era custodita, ma il testo che più mi era caro tornò via con me quando mio padre decise di richiamarmi a casa.
Sulle sue pagine avevo sognato le vicende epiche degli eroi della Tavola Rotonda, e delle battaglie, degli amori, e soprattutto delle magie, delle armi incantate, e delle mani che le brandivano.
Mi perdevo in quegli scritti, e non avrei potuto soffrire la pena di non poterli risfogliare. Ottenni il permesso di portarlo via con me, e fu per l’affetto che provavo per loro, e per il coraggio che infondevano al mio cuore, facendolo tornare quello di quando ero un ragazzo, che vi lasciai gli indizi necessari a ripercorrere i passi di quando, da giovane, esploravo le mie terre.
Allora ero incapace di salpare per nave, ma abbastanza coraggioso da infilarmi sotto terra, da solo, attirato dai segreti delle profondità terrestri, e sempre molto abile ad uscire senza perdermi mai, anche grazie agli studi classici che avevano ispirato le mie azioni. Fu proprio perché conosceva queste mie passioni che un giorno Petrarca, per mantenere la parola data a un vecchio amico, mi raccontò la storia di Landolfo Colonna, lasciando che fossi io a proseguirne la ricerca, visto che era ormai molto avanti con gli anni.
Il mio maestro aveva incontrato questo potente signore in occasione di una importante compravendita. Questo nostro conterraneo, prevosto della lontana cattedrale di Chartres, di cui le torri si dicono spiccare diseguali verso il cielo nel cuore della Francia, aveva rinvenuto, durante la sua amministrazione, una serie di preziosissime pergamene che, chissà in quale modo, erano arrivate così a nord del mondo. Nascoste in quelle pagine si celavano nientemeno che la terza e la quarta decade dell’opera di Tito Livio, ritenute perdute da secoli. L’entusiasmo del mio maestro quando venne a conoscenza del ritrovamento fu immenso, e giunse fino a Chartres, dove era già stato messo in copiatura il codice che, per l’eccellenza dei monaci locali, sarebbe stato arricchito da tutta la restante opera già nota, rimettendo la storia della Città Eterna, così come l’aveva raccontata il suo massimo conoscitore, finalmente a disposizione degli studiosi dell’intera cristianità.
Petrarca fece la corte a quel testo per più di metà della sua vita, e quando finalmente riuscì ad organizzare un incontro con Landolfo Colonna presso Avignone, poté mettere le mani su una copia di quel libro di cui, nel frattempo, erano state messe in trascrizione altre versioni, e che aveva fatto arricchire, come dono per la lunga insistenza, con una serie di prestigiose decorazioni, tra cui spiccava quella di un labirinto.
In un giorno di confidenze Petrarca mi raccontò del suo incontro col Colonna, e di come gli avesse accennato, con una certa serietà, a una leggenda di cui la sua famiglia era a conoscenza da secoli, e in cui si era trovato stranamente ad inciampare anche così lontano dalle sue terre natali.
Questa leggenda parlava di un tesoro nascosto nelle misteriose profondità della nostra terra, accessibile solo attraverso un labirinto, che non doveva però essere affrontato in maniera razionale, ma seguendo un percorso preciso fatto di scelte che avrebbero premiato solo chi fosse stato a conoscenza dei giusti passi, avendo cura di partire dal punto prestabilito.
Nel manoscritto, insieme al disegno del labirinto, era riportato il modo in cui questo doveva essere svolto, come una sorta di ricordo ancestrale che, secondo quanto raccontato al Petrarca, la famiglia Colonna si tramanda da generazioni.
Ma il Colonna aveva confidato al mio amico che, tra i documenti contenenti le due decadi perdute, era stato ritrovato dell’altro, qualcosa che avvalorava secoli di supposizioni, qualcosa che avrebbe permesso a Landolfo stesso di tentare l’impresa ma che, più per paura che per sfortuna, non ebbe modo di poter verificare. Petrarca mi raccontò poi del simbolo di partenza, il riferimento principale che, insieme alla mappa del labirinto e alle sue indicazioni, aveva il potere di guidare al tesoro, un simbolo che portava il nome di Fiore della vita.
Ovviamente nessuno conosceva la posizione di quel simbolo, e non era plausibile sperare di incappare in qualcuno che ne fosse a conoscenza, se non per un incredibile colpo di fortuna.
Il Colonna doveva essere rimasto molto impressionato dalla qualità dei suoi ritrovamenti a Chartres, perché pensò che in fondo il suo ruolo, anche se la sua famiglia era da sempre avviluppata al segreto, avrebbe dovuto essere di traghettatore della vicenda, per far rimbalzare le sorti di quella ricerca millenaria nelle terre stesse in cui essa andava compiuta.
Lui avrebbe quindi passato la mano, dopo avere arricchito notevolmente il piatto, ed averlo reso appetibile per qualcun altro, magari qualcuno della sua stessa famiglia di qualche generazione a venire. Gli piaceva forse l’idea di piantare un seme di speranza necessaria a risolvere il misterioso enigma.
Quello che non poteva prevedere era che, alla morte del Petrarca, a entrare in possesso del libro fossi io, e vi riconoscessi il segno riportato, un segno che avevo visto più volte in passato, quando da giovane esploravo i cunicoli sotterranei delle campagne, alla ricerca di collegamenti con le necropoli etrusche, sempre attirato dalla prospettiva di sentir odore di zolfo e code di diavoli dell’Inferno.
Ebbene io conoscevo quel segno, ed avevo ancora abbastanza cuore da tentare, chissà dopo quanti secoli, di mettere le mani sopra quel tesoro.
Ci misi un po’ a ritrovare il passaggio giusto, erano passati decenni dalle mie esplorazioni presso quella località in cui ricordavo di avere visto quel segno. E quando lo ritrovai, dopo pochi tentativi andati a male, misi i miei passi sul percorso tramandato dai Colonna. Questo era il testo che Landolfo aveva indicato come il loro cammino ancestrale e lo seguii tutto, fino alla sua fine, potendo contare sul disegno del labirinto, senza il quale non avrei saputo dare un senso a quelle parole che ora ripeterò:
Intraprendi il cammino, e già pensi di essere giunto,
ma sei stolto e lontano,
e ti trovi subito davanti a un primo ostacolo.
Non puoi abbatterlo,
devi proseguire lungo il muro della vita
prendendo il fato per la mano.
Lascia alle spalle il centro e il desiderio di arrivarvi,
e non tornare sui tuoi passi,
o perderai quello che hai affastellato.
E quando credi di essere perduto,
ecco che il centro non si è mai allontanato.
Ma ancora una volta ti è precluso dall’ostacolo.
Non puoi abbatterlo,
devi proseguire lungo il muro della vita
prendendo il fato per la mano.
Che ti castiga spingendoti di nuovo lontano
dal luogo in cui pensi che dovresti già essere.
Ma la conoscenza è un’espiazione che aumenta la tua visione,
e anche se ora sei lontano, dalla tua rinnovata altezza
vedi chiaramente l’obiettivo, e riesci a sentirti più vicino e,
con spirito rinnovato, puoi finalmente puntare all’obiettivo.
E percorri il resto del cammino consapevole del tuo valore
e quando dovresti incontrare l’ostacolo,
questo finalmente recede e puoi toccare il tuo sogno con le dita.
Ti resta solo un ultimo giro intorno al fato,
per coglierne il fiore, e così infine giungi all’obiettivo,
dopo aver percorso tutta la strada che,
fin dall’inizio, era previsto che tu percorressi.
Senza sotterfugi o umiliazioni.
Fin nel fondo del cuore dell’uomo.
Quando fui alla fine del percorso, quando ebbi completato il labirinto della conoscenza, durante il quale avevo dato maggiore importanza al cammino interiore che avevo svolto rispetto a quello sotterraneo che avevo effettuato con le mie gambe, mi resi conto che avevo visto svanire il mondo intorno a me, e che mi trovavo a fluttuare in una dimensione oscura, dove le stelle più lontane sembravano essere responsabili del mio equilibrio. Poi mi ritrovai a cadere, e fui come ristretto in un budello dove passai sotto forma di polvere, come una cascata in un buco che diventa una goccia.
Infine mi rinvenni seduto in una sala sotterranea, immensa, grande fino a dove il mio sguardo poteva scorgere. Avrebbe potuto ospitare una città, e sulla sua lunghezza spiccavano tre enormi piramidi. Dovevo avere forse commesso qualche errore nel mio cammino, perché non solo non c’era traccia di tesori, ma soprattutto non sembravo essere arrivato in quello che doveva essere il punto di arrivo di quel percorso.
Era tutto lontano, soprattutto le piramidi. Mi chiedevo chi, come e quando fosse stato in grado di costruire una simile immensità, e in fin dei conti non potevo essere nemmeno certo, come fui invece poi, di trovarmi ancora in qualche modo dalle parti delle mie terre.
Dopo che ebbi girovagato un po’, tenendomi ben lontano dalle piramidi che mi incutevano comunque una certa inquietudine, giunsi a una sorta di piazza, al centro della quale campeggiava il monumento equestre di un qualche eroe, pensai lì per lì, e che ebbi poi modo di scoprire essere Porsenna, il condottiero etrusco che aveva messo in scacco Roma, per poi risparmiarla, conquistato dal coraggio dei suoi cittadini. Intorno al monumento, un trono d’avorio, un manto regale, uno scettro e una corona, e tutto intorno migliaia e migliaia di pulcini d’oro, e una sfavillante chioccia a completare il corredo. Perfino il carro dell’eroe era d’oro massiccio, e quando pensai di ispezionare i cavalli, fu allora che successe. Nella mia testa si insinuò un richiamo, come il pensiero di qualcuno che trova un varco nella mente e, senza muovere alcuna bocca incomincia a parlare direttamente all’intelletto. Non ci fu bisogno di presentazioni, mi piacque il tocco di quella voce dentro di me, sembrava conoscermi. Poi tra un battito di ciglia e l’altro, la realtà intorno a me cambiò ancora, e mi ritrovai a contemplare un mondo che somigliava a quello che avevo immaginato per la mia Amorosa Visione.
Ma quando mi trovai a dover scegliere tra la porta della virtù e quella della gloria, varcai la più grande, la seconda e, come mosso da forze divine, mi ritrovai di fronte a una strana macchina, uno specchio parlante collegato alle mie mani tramite fili di luce che, toccandomi, mi diedero in un attimo la conoscenza necessaria a scrivere nella lingua in cui sto vergando questo mio racconto.
Quella consapevolezza mi fece ritrovare incerto, ed ebbi paura dei consigli che mi muovevano come un burattino verso qualcosa che non avevo modo di controllare.
Fui come scosso, e la reazione cambiò la luce intorno a me, svelando le ombre che mi stavano conducendo chissà dove. Tornai correndo sui miei passi, e non riuscii in nessun modo a trovare un qualche tipo di pertugio per tornare nel labirinto, dove forse avrei saputo orientarmi. Quando fui di nuovo sulla piazza della statua, i sussurri continuavano a farsi sentire, ma sempre più piano, e in quel rumore così basso ma costante capii che forse quelle voci erano tutte la medesima. Ebbi la forza per non lasciarmi prendere dal panico, e puntai l’unica uscita che infine trovai nella roccia, senza sapere dove mi avrebbe condotto.
Fui pronto però a usare i miei abiti come sacchi, li riempii di pulcini e cominciai a lasciarne una lunga scia, che mi permettesse di tornare indietro a prenderne altri mano a mano che proseguivo il mio cammino. La mia speranza era che fossero abbastanza da farmi trovare un’uscita, e che non ne servissero così tanti da morire di fame o di sete.
Per fortuna, quando cominciavo a sentire che non sarei riuscito a tornare ancora indietro per prenderne degli altri, mi ritrovai in un passaggio da cui filtrava una timida luce, e scavando con la forza della disperazione, mi ritrovai a moltissime leghe da casa mia, ma comunque vivo e al sicuro sotto la luce del sole.
Ci volle del tempo per riprendermi da quella esperienza, e molto altro ancora per decidere cosa avrei fatto di quella scoperta. Non sarei mai più tornato lì sotto, e solo per paura delle conseguenze legate all’interruzione di quella catena di rivelazioni che mi hanno condotto più vicino di chiunque altro a quel tesoro, e ai segreti che albergano intorno ad esso, decisi di lasciare questa ultima traccia a disposizione di chi fosse in grado di capirla.
Ora che sono alla fine di tutti i miei viaggi, ora che ho riposto il mio ultimo pulcino insieme ai miei ricordi, in quello studiolo dove non avrò mai più il coraggio di tornare, lascio tutto nelle mani di chi sappia leggerli, nella speranza che in futuro qualcuno abbia più coraggio, o determinazione, per risolvere quell’antico mistero.
Di per me, vale la fortuna di avere trovato, nell’ispirazione di quella storia, il materiale per ravvivare la mia opera, consegnandola, forse per sempre, alla storia.
Giovanni Boccaccio

XXVIII
Avignone, quasi al tramonto
1328 d.C

Alla fine del loro incontro, dopo che il notaio della Tenca ha registrato l’atto di cessione del codice preparato da Landolfo per il giovane Petrarca, questi due si ritrovano a passeggiare per i viali alberati della curia, alla ricerca del fresco che precede la cena.
Landolfo avverte il bisogno di riposarsi, perché la distanza percorsa per raggiungere Avignone ha logorato il suo fisico, ma l’incontro con quel giovane pieno di entusiasmo, che tanto lo ha sollecitato affinché si realizzassero gli scambi avvenuti quel giorno, ha colpito la sua immaginazione, al punto che crede opportuno soffermarsi ancora con lui, per valutare se affidargli quello che, nelle sue riflessioni, stabilisce poter essere una sorta di ulteriore lascito.
Quando trovano una panchina in prossimità di un salice frusciante, vicino al quale è possibile lasciarsi distrarre dal gorgoglio d’acqua di una fontanella, i due si riposano, restando ancora un po’ in silenzio, nel rispetto dei reciproci pensieri. Poi il Colonna prende fiato e guarda Petrarca con uno sguardo giovane, sorridente e aperto, diverso da quello grave e stanco con cui ha sostenuto l’incontro.
“Sono davvero contento di avere affrontato questo viaggio, e ancora di più per avere avuto modo di conoscere un uomo come te, Giovanni. Il nostro mondo ha bisogno di passioni come la tua, non possiamo essere tutti animati da questioni terrene o materiali. E sono convinto che saprai far del bene con la vita che Dio ti darà da vivere, così come spero di essere riuscito a fare io.”
Petrarca ascolta serenamente il suo vecchio amico, che potrebbe essere un maestro per il Papa stesso, e che invece è seduto al suo fianco, a spendere il tempo in amichevoli chiacchiere.
“Mi sei piaciuto, lo ammetto. Mi hai ricordato lo spirito con cui iniziai il lavoro presso la mia amata cattedrale. Tra le sue possenti mura di roccia ho trovato molte cose. Alcune le porterò con me, nello spirito, altre spero di averle lasciate agli abitanti, che confido sapranno ben godere della prosperità di quelle splendide terre, e dell’armonia con cui sostengono la chiesa stessa e la sua comunità. Ma c’è una cosa che voglio lasciare solo a te perché, a differenza dei giovani membri della mia famiglia che ho avuto la sorte di conoscere, mi sembri degno. E soprattutto perché ritengo che ormai non mi possano restare molte altre stagioni da attraversare, e non vorrei dissipare quel che ho trovato a Chartres per la mia mancanza di coraggio. E quindi ti renderò erede delle mie scoperte, e dei segreti della mia famiglia che, in un modo o nell’altro, si sono venuti ad intrecciare di fronte ai miei occhi, proprio quando pensavo di essermi allontanato infinitamente dall’ombra della Colonna Incoronata.”
Petrarca ascolta l’anziano con curiosità. Non credeva che sarebbe stato un pomeriggio tanto diverso da quello che si era aspettato, ma non vuole porre un limite a quella giornata, che sembra essere sorta per essere la più fortunata della sua vita. Si avvicina quindi alla fontanella e, con una coppa che si è portato per l’evenienza di un momento di sete, porge dell’acqua al Colonna per permettergli di cominciare il suo racconto.
“La mia famiglia ha origini molto, molto antiche. Sei una persona istruita, e quindi non c’è bisogno che ti racconti leggende che conosci benissimo.”
“La storia narra che discendiate direttamente dalla Gens Iulia, e quindi da Enea stesso” afferma Petrarca cerimonioso.
“Esattamente amico mio, questo dicono le leggende. Ora, in una famiglia come la nostra, esistono delle tradizioni dure a morire. Cerimoniali segreti, rituali che noi tramandiamo in gran segreto dalla notte dei tempi. Oltre che per una questione di rispetto, lo facciamo perché siamo in qualche modo speranzosi che assicurino alla famiglia il mantenimento di quel secolare status quo che ha permesso ai Colonna di sopravvivere e prosperare in ogni decadenza. Ebbene io ho sempre avuto molto rispetto di queste tradizioni, se non altro perché penso che senza di loro non saremmo altro che una serie di fortunati ereditieri. Ma oltre a ripeterle pedissequamente, ho cercato di capirne i significati, così come ho fatto per ogni cosa che trovassi interessante durante la mia vita. Tra tutti i rituali ve ne è uno talmente antico che i precettori della nostra famiglia lo attribuiscono ai fondatori stessi, sepolti ormai nel mito. A questo è sempre stato attribuito un significato di buona fortuna per i membri della mia famiglia, e il recitarlo ha più che altro il senso di un pater nostro tra i Colonna. Ma i fatti della vita hanno fatto sì che io scoprissi che in realtà esso rivela il modo in cui, secondo i nostri antenati ancestrali, doveva essere percorso un certo labirinto sotterraneo, in modo da raggiungere un luogo misterioso, dove pare sia custodito un grande tesoro, protetto però da un potere malvagio che mai dovrà essere liberato dalla sua prigionia. Tutti noi conosciamo le sue parole, e le recitiamo come una preghiera. Il senso filosofico è che per arrivare al centro, e quindi alla verità, non è possibile usare scorciatoie, ma bisogna sempre procedere compiendo tutti i passi necessari, senza saltarne alcuno. Solo in quel modo è possibile scardinare l’ultima resistenza e arrivare al luogo segreto. Ma non è tutto. Il miracolo dovrebbe poter avvenire solo partendo da un punto ben preciso, un’ulteriore complicazione posta a salvaguardia di quel tesoro, e come garanzia di protezione nei confronti di quell’oscuro guardiano.”
Petrarca ascolta con curiosità il racconto del vecchio, che si rivela molto diverso da quello immaginato. Credeva di ricevere una qualche lezione sui desideri della carne, sulle distrazioni che lo avrebbero attanagliato durante il resto della sua vita, e invece sente parlare di un tesoro segreto, di labirinti e poteri malvagi. Ma di sicuro l’aura di sapienza di Landolfo Colonna è tale che egli non può essere creduto un folle, e non può cedere al pensiero che le fantasie di quell’anziano travalichino la sua capacità di ragionare.
“E dove si trova questo labirinto?” lo incoraggia quindi il giovane aretino.
“Nessuno lo sa con precisione, anche perché vedi, le gallerie a cui la leggenda si riferisce, quelle che dovrebbero dar corpo al dedalo in questione, si estendono sotto le terre da cui discendi. In tutto il centro della penisola italica, e forse anche oltre, è possibile scoprire gallerie sotterranee, forse collegate tra loro. Ma io non ho mai visto quelle caverne, ne ho mai avuto intenzione di visitarle. Quello che ho scoperto io, proprio a Chartres, è invece il lascito di un potente antenato che, senza potere essere certo di come sarebbero andate le cose, aveva posto in terra i fatti in modo che, alla sua morte, il meccanismo che aveva elaborato non avrebbe cessato di funzionare nemmeno di fronte a una catastrofe, lasciando quindi accesa la speranza che un domani la nostra famiglia fosse messa in condizione di dominare il mondo. Quel mio antenato si chiamava Teofilatto, ed è ritenuto il primo vero padre della Colonna.”
Petrarca allibisce. Quel racconto è troppo inverosimile e al tempo stesso irresistibilmente affascinante per il fatto che il suo narratore è un uomo che merita la massima considerazione.
Che cosa aveva scoperto? Le campane del refettorio interrompono la loro discussione, e il giovane si rassegna a dover aspettare la cena e l’espletazione dei successivi riti, così da riprendere il filo del discorso, sperando che, nel frattempo, un’inattesa confusione serale non mischi le carte in testa al suo anziano amico.

XXIX
Certaldo, nel daruma gigante
10 aprile 2016, ore 22.39

Quando i due ebbero terminato la lettura del testo vergato da Boccaccio, non riuscirono a emettere un fiato. Nessuno osava turbare quell’atmosfera, ma era necessario tornare sulla terra, e fu Santoro a prendersi la responsabilità di profanare quella religiosa dimensione quieta.
“A questo punto non ci sono più dubbi, da qualche parte sotto i nostri piedi si nasconde un tesoro sepolto! Non possiamo fare altro che cercare di trovarlo! Siamo i prescelti attesi da secoli!”
Lei continuò ad aspirare robustamente, ispessendo la coltre di fumo intorno a loro.
“Boccaccio non ci ha detto da dove partire però. Si è tenuto il segreto per lui. Ci ha detto che il simbolo è il Fiore della Vita, ed è un glifo abbastanza famoso, ma non dove trovarlo. Ha parlato solo di una località a lui nota. Mi sembra un po’ poco per cominciare a scavare intorno a Certaldo. Potremmo metterci secoli”.
Santoro non ci aveva pensato. Conoscevano il modo di svolgere il percorso, o almeno avevano una traccia, e un segno da cui partire. Non che gli fosse chiaro il senso di quella tiritera, in cui non c’erano chiare direzioni da seguire, ma si sarebbero posti il problema di comprendere quel testo successivamente. Intanto però bisognava scoprire la posizione di quel segno di cui Boccaccio non aveva voluto rivelare l’ubicazione, ma forse avrebbero potuto trovare qualche indicazione nel testo posseduto dal Petrarca. Altrimenti sarebbe stato necessario scoprire dove fossero finiti i materiali segreti scovati da Landolfo Colonna, quelli di cui Petrarca aveva solo sentito parlare e che probabilmente, per la loro importanza, non potevano che essere stati ben nascosti da qualche parte. O almeno lo speravano. In merito all’esistenza del tesoro, non potevano esserci dubbi sul fatto che fosse in qualche modo lì ad aspettarli, dacché il pulcino sosteneva le ragioni del poeta. Un tentativo andava fatto per forza. Alcune migliaia di quegli uccellini potevano sistemarli per più che una vita, per non parlare di quella che poteva essere la più grande scoperta della storia dell’umanità. Tre piramidi sotterranee, la ricca tomba perduta di un sovrano mitologico, e chissà cosa altro ancora. Ma arrivati a quel punto Santoro doveva ammettere che non sapeva proprio come andare avanti con la ricerca. Anche Miss Misci sembrava a corto di idee, ed effettivamente, se anche avessero deciso di fare degli scavi, non avrebbero davvero saputo da che parte cominciare. Distrattamente lei guardò l’orologio e si rese conto che si era fatto tardissimo. Pose quindi una pietra su quella serata, invocando quella che in gergo era definita la ninna canna e, a fine serata, i due si salutarono augurando l’uno all’altro di sbloccare il livello successivo.
L’indomani, dopo una lunga notte di pensieri ciechi, i due si confrontarono gustando una coppia di cappuccini vaporosi, ma senza entusiasmo. Nessuno dei due aveva avuto un’idea capace di dare slancio alla ricerca che, tutto sommato, si era rivelata quasi in discesa fino a quel punto. La fortuna

però non poteva avergli girato completamente le spalle. Decisero quindi di andare incontro alla buona sorte tornando a Certaldo alto, avendo cura di non farsi vedere di fronte al negozio dello scandalo.
Passarono la giornata come due veri turisti, facendo file e scattando foto, collezionando tutti i depliant possibili, alla ricerca di qualche spunto. Di fronte alla Porta al Sole, l‘ingresso principale del borgo, i due intravidero un altro strettissimo sfiatatoio, protetto da un cancelletto a cui i turisti avevano agganciato dei lucchetti amorosi, e ripensarono all’incredibile avventura del giorno prima. Poi, quando pensarono che l’unica cosa da fare fosse di ricominciare il giro da capo, naufragarono al tavolo di una pizzeria, dove diedero inizio a una sbronza esponenziale. Fu lì che Santoro si ricordò di controllare il Gratta&Vinci di cui si era dimenticato, alla ricerca di un segno della dea bendata, che intravide balenare per un attimo nel punto di fuga del destino, proprio mentre scopriva di non avere vinto un bel niente. Si alzò di scatto, prendendo però stavolta la mano di Miss Misci e, quasi tirandola a tradimento, se la portò con se verso un negozietto di antiquariato che faceva capolino dal fondo di una strada.
“Forse così scopriremo qualcosa di utile, o almeno avremo un’idea del valore di questo manufatto. Sicuramente non ci farà male verificare il punto di vista di un esperto locale, che potrebbe aver già visti centinaia di questi pulcini, e magari è al corrente di storie di paese che non abbiamo mai incontrato nei nostri studi.”
Il suono di una campanella li introdusse all’attenzione di un baffuto vecchietto che, con le mani conserte, sembrava averli aspettati in piedi per ore. Sotto i mustacchi da personaggio di Miyazaki si intravedeva un sorriso sottile. Sembrava il candido gestore di un negozio di tè sperduto tra montagne innevate.
“Benvenuti. I signori sono forestieri, immagino. Cosa posso fare per loro? Sono alla ricerca di un ricordo per, tiro a indovinare, il viaggio di nozze?”
E sorrise lasciandoli per un attimo sgomenti di fronte a quella idea che, incomprensibilmente, si era formata nella sua mente.
“Non siamo sposati, e nemmeno fidanzati se è per questo” si affrettò a specificare lei, prima che Mandingo cominciasse a sguazzare in quella prospettiva, facendosi venire chissà quali idee da piccioncino in borghese. Santoro si avvicinò quindi al vecchietto, e senza ulteriori indugi, estrasse dal panno che lo custodiva il prezioso pulcino. L’occhio esperto dell’anziano si fece attento e, incorniciò subito il dorato uccello in un baccello d’attenzione.
“Oh! Ecco una cosa veramente inaspettata! Un pulcino d’oro! Non ne avevo mai visto uno coi miei occhi, e per la verità non credo che siano in molti ad averne visto uno prima d’ora.”
Fece quindi con la mano un educato cenno per poterlo vedere nelle sue mani e, quando Santoro glielo ebbe passato, lo rimirò sotto la lente del suo tavolo da lavoro, alla ricerca di dettagli che potessero aiutarli a conoscere qualche particolare rimasto fino a quel momento ignoto, ma non trovarono nulla di rilevante.
“Dove lo avete trovato, se posso chiederlo?”
L’antiquario era rimasto molto colpito da quel tesoro. Evidentemente anche lui era a conoscenza delle leggende che lo circondavano.
“Si tratta di un’eredità, ma non c’erano documenti di nessun tipo ad accompagnarlo. Ci sembra però molto antico” rispose prontamente Miss Misci, recuperando qualche punto di iniziativa al suo socio.
“La lavorazione è molto raffinata. Il piumaggio è straordinario, sembra vero. Direi che è etrusco, e forse non sapete che c’è una leggenda sul suo conto.”
I due fecero finta di non conoscere la vicenda di Porsenna, e lasciarono che il gentile antiquario confermasse tutti i punti che conoscevano, aggiungendo qualche particolare generico sulle credenze che avevano animato secoli di ricerche infruttuose del famoso Fanus Voltumnae. Così era chiamato il sancta sanctorum dei segreti di Porsenna. Poi al momento del congedo, l’antiquario li fermò ancora un attimo sulla porta.
“Forse i signori potrebbero mostrare il pulcino a un mio amico. È un vero fanatico della storia del grande lucumone, ed è sicuramente un esperto conoscitore di queste terre. Un collezionista, molto particolare… Potreste anche trovare interessante la cifra che, mi sorprenderebbe il contrario, sarà disposto a offrirvi per comprare il vostro pulcino. Questo è il suo numero, ditegli pure che ve lo ha dato Giovanni.”
Usciti dal locale Santoro diede un’occhiata al suo tavolo fortunato, e si ripromise di tornarci con altri Gratta&Vinci, per poi pensare perfino di comprarlo e portarselo a casa. Poi diede uno sguardo al biglietto che gli aveva dato il signore e lo passò alla tipa.
“Chiamalo tu, fissa un appuntamento per stasera in paese, io vado un attimo dal tabaccaio. Ma non rivelargli niente della storia, non voglio correre il rischio di dover dividere la torta in troppe fette.”
Lei prese il telefono e compose il numero, mentre lui, soppesando gli spicci che aveva in tasca, valutava quanto potesse essere grande il suo investimento da grattare sul tavolino.

XXX
Avignone, dopo il tramonto 1328 d.C.

La discussione riprende dopo il tramonto, nella stanza di Landolfo, dove è stata fatta portare una comoda poltrona. Come da accordi presi durante la cena, i due si rivedono alla fine delle preghiere della sera, e riprendono il discorso esattamente da dove è stato interrotto. A Petrarca sembra che l’anziano Colonna abbia un gran desiderio di raccontare quella storia a qualcuno, e pensa che deve avere faticato un bel po’ nella sua vita per non lasciare che l’età e i suoi svantaggi ne alterassero la compattezza.
“Teofilatto, il primo padre della nostra famiglia, fu un nobile romano. Probabilmente avrai sentito parlare anche di lui nei tuoi studi ma quello che deve interessarti è che egli, come noi, aveva tra i suoi desideri quello di restaurare le lettere antiche, anche se dietro questo disegno si celava un desiderio di conquista. Il potere di quell’uomo derivava infatti dalla supposta origine patrizia dei suoi avi, e gli permetteva di controllare Roma, insieme ad altri impostori, come in passato aveva fatto il Senato. Questi nobili avevano capito che il controllo di Roma passava per quello della sua storia, ed erano intenzionati a sfruttare ogni appiglio, a costo di riscriverne le origini. Per questo Teofilatto usò tutto il potere che aveva per riportare nei suoi archivi ogni genere di documento, testimonianza o pergamena che fosse stato possibile ritrovare in ogni luogo in cui la sua influenza poteva spingersi. Come ossessionato, verificava personalmente ogni documento che gli veniva consegnato, e fu proprio grazie a questa sua fissazione che si avvide di una straordinaria scoperta, proveniente da Padova. La sua influenza gli aveva riportato nelle mani alcune carte straordinarie, che avrebbero potuto e forse dovuto cambiare il modo in cui la storia viene raccontata. La testimonianza di un personaggio da alcuni ritenuto inventato e che, secondo le scoperte del mio avo, ha invece realmente calcato la terra che calpestiamo, suffragata proprio dalla firma di Tito Livio.
Mi riferisco a Tarquinio il Superbo, il sovrano romano decaduto, la cui cacciata aveva dato inizio alla Repubblica.”
“Il Superbo!” Petrarca non crede alle sue orecchie.
È lì, nella corte di Avignone a sentire, nel cuore della notte, l’occulta storia della famiglia Colonna, dalla voce di uno tra i più sapienti uomini viventi, depositario di una straordinaria conoscenza che sconfinava nel mito.
“Fu il destino a volere che io scoprissi questa vicenda perché vedi, i fatti hanno voluto che, all’epoca del mio insediamento a Chartres vivesse ancora, presso la cattedrale, un monaco che era sfuggito alla distruzione della sua città e che, seguendo i consigli di un suo diretto superiore, aveva portato in salvo fino a quelle terre il corpo principale delle ricerche effettuate dall’ordine segreto di cui era membro. Quella città si chiamava Semifonte. La discussione tra noi ebbe luogo in modo simile a quello che ci vede ora uno di fronte all’altro, probabilmente anche nel fatto che ti starai chiedendo se l’età avanzata non mi abbia fatto perdere il senno, così come pensai del povero Remigio, il monaco che era stato incaricato di mettere in salvo i secolari lavori di mappatura dei cunicoli segreti effettuati per conto di Teofilatto. Un disegno non così ben nascosto a quanto pare, che portò alla distruzione di un’intera città.”
L’anziano fa una pausa, distratto dal fischio del vento che si alza, quasi a lamentarsi di quelle confidenze notturne.
“Ora vi racconterò quindi l’intera storia che ho avuto modo di scoprire dalle carte del mio avo, e poi starà a voi decidere come e cosa farne, una volta che sarete tornato nella vostra terra” e gli confida i segreti più reconditi contenuti nei documenti dell’antenato.
“La ragione per la quale non ho voluto essere io ad avventurarmi alla discoperta di questa vicenda è stata la paura di andare a provocare una reazione mortale da parte di coloro che, sempre secondo il mio avo, ebbero modo di tenere tutto ben nascosto sotto terra, stravolgendo la storia del nostro paese fin dal tempo dei sette Re di Roma. Ho costruito molto nella mia vita, e mi sarebbe spiaciuto troppo vederlo bruciare per avere voluto scherzare troppo col fuoco… Mi sono fatto un’idea ben precisa di quello a cui sarei andato incontro se avessi deciso di trovare quel glifo, e il bene che ho fiducia di avere fatto in vita supera di sicuro il valore di un tesoro improbabile, o forse legato a una maledizione. Ma è ora di affrontare quella verità che, malgrado tutto, non riesco proprio ad affrontare liberamente. Probabilmente la sua lunga influenza su di me ha finito per farmi invecchiare nel terrore.”
Fa ancora un’ultima pausa, riprende il fiato tenendo chiusi gli occhi, mentre le mani tremano impercettibilmente. Ha freddo. O è paura?
“In cambio del mio racconto vi chiedo solo di non considerarmi pazzo e di ascoltare senza interrompere la ricostruzione che il mio avo ebbe modo di elaborare partendo dalla sua passione per la storia e le opere classiche. Una passione che voi, come me, condividete e rispettate.”
Come Landolfo aveva intuito, Petrarca è curioso e disponibile, e non lo avrebbe mai e poi mai contrariato ora che era riuscito a mettere le mani sul codice che tanto aveva desiderato. Si sistema bene sullo schienale della sua poltrona e, dopo essersi accomodato come chi non ha intenzione di muoversi per un bel po’ di tempo, gli fa cenno di cominciare a raccontare.
“Sono tutto orecchi, maestro. Guidatemi in questo viaggio verso il centro della terra!”
A quel punto Landolfo si alza, prende il libro che ha fatto realizzare per Petrarca, e lo sfoglia fino a raggiungere una pagina precisa, nel cui angolo, incastonato nella cornice che decora il testo, spicca un simbolo a cui non sarebbe stato possibile attribuire un’importanza maggiore di quella degli altri incastonati tra le miniature.
“Avete mai visto questo glifo?” e indica un fiore a sei punte inscritto in un cerchio, posto all’angolo di una certa pagina del codice.
“Sembra un fiore a sei petali. È un disegno piuttosto comune nelle decorazioni più semplici, ha forse altri significati?”
“Questo, mio caro amico, è il Fiore della Vita, il simbolo di una delle dodici famiglie che mille vite prima di noi governavano la dodecaepoli etrusca. Ci è stato tramandato dall’ultimo membro noto di quella famiglia, il potente Tarquinio il Superbo, unico decaduto tra i re di Roma, scacciato dal suo popolo per le nefandezze delle quali si era macchiato, e sostituito con la grande Repubblica. Questo segno, che appartiene oggi all’immaginario al pari del quadrato o della mezzaluna ha però nascosto in sé un significato particolare. Dovete infatti sapere che, tra i documenti di cui Teofilatto era entrato in possesso, vi era qualcosa di assolutamente straordinario, un resoconto di fatti antichissimi redatto da come accennatovi da Tito Livio in persona, e basato su una lettera scritta dal Superbo stesso, in cui questo denunciava il tradimento di un suo potente alleato, che era venuto meno alla parola data, e che non gli aveva restituito il potere che gli spettava. Questo traditore era nientemeno che il leggendario lucumone Porsenna, nemico acerrimo della città di Roma che, secondo la leggenda, dopo avere tenuto in assedio l’Urbe per anni, allo scopo di restituire il potere al decaduto sovrano, aveva infine scelto di lasciare la città ai suoi cittadini per rispetto degli esempi dei suoi illustri difensori, da Muzio Scevola a Clelia, fino a Orazio Coclite.”
“Conosco la storia” risponde Petrarca. “ È una vicenda nota anche a chi non ha avuto modo di approfondire come noi gli studi classici.”
“Ne ero certo” riprende subito Landolfo. “Quello che invece non sapete è che secondo il documento rinvenuto dal mio avo, le cose non andarono così come racconta Tito Livio in quella sua opera storiografica che noi oggi stiamo restaurando. In verità Porsenna sconfisse i romani e li soggiogò per diversi anni, vietando addirittura loro di lavorare il ferro se non per realizzare innocui strumenti agricoli, e non restituì il potere al Superbo, preferendo invece tenerselo per sé. Tarquinio rivelava che il lucumone fosse detentore di molti segreti, tra i quali quello per l’accesso ai misteriosi sotterranei di cui vi ho accennato prima, dove poteva attingere a poteri sovrumani, grazie ai quali avrebbe potuto mettere Roma in scacco in un giorno solo. Ma queste sono solo le illazioni di un re deposto, secondo il quale Porsenna non voleva condividere queste risorse, che invece gli permisero di prendere la Città Eterna e poi, dopo averla liberata, di difenderla proprio contro il Superbo quando questo, anni dopo, si presentò al comando di un immenso esercito di latini ed etruschi per rivendicare il suo trono. Solo l’intervento prodigioso di Castore e Polluce salvò Roma e la Repubblica dalla sua vendetta e, secondo il Superbo, quei due eroi mitici erano stati evocati da Porsenna per essere causa della sua disfatta.” Effettivamente Petrarca stenta a credere a quella storia. Ma quella favola notturna è talmente avvincente che si risparmia di interrompere l’anziano con delle obiezioni nel bel mezzo del suo racconto.
“Il mio avo ha potuto leggere coi suoi occhi un documento nel quale Tito Livio rivelava di essere stato minacciato da un misterioso legato che portava il segno del Superbo, e che era a conoscenza di alcune sue scoperte che avrebbero riscritto la storia di Roma, e non solo quella. Avrebbe ucciso lui e distrutto l’Urbe se ne avesse fatto parola con Augusto, e a quelle intimidazioni Tito Livio ebbe paura e obbedì. Ma quando fu tornato nella sua casa di Padova, dove forse si sentiva più sicuro, trovò il coraggio di tramandare ogni dettaglio di quella vicenda attraverso quegli scritti segreti grazie ai quali Teofilatto venne a scoprire quella storia che vi sto raccontando. Io non ho mai rintracciato quelle carte ma, secondo il racconto riportato dal mio avo, l’uomo che portava il segno del Superbo non voleva che il ricordo della vittoria di Porsenna su Roma fosse tramandato. Insieme a quella lettera Teofilatto rinvenne un vero e proprio compendio dei fatti raccontati da Tito stesso in forma talmente inverosimile da poter essere scambiato per un poema epico, un’opera straordinaria, capace di riscrivere una parte della storia così come noi la conosciamo.”
Petrarca è ammaliato dal fascino di quella storia. “Perché mi avete fatto vedere quel disegno?”
Landolfo sorride compiaciuto per l’intuizione del Petrarca, e non gli interessa sapere se si tratta di sola accondiscendenza. Vista la sua tarda età ha deciso, come Remigio prima di lui, di tramandare la vicenda per evitare che, a causa della sua ignavia, quella lunga catena venga spezzata dopo tutti i secoli che si erano resi necessari per forgiarla.
“Secondo Tarquinio, lui e Porsenna erano gli ultimi discendenti delle dodici famiglie fondatrici della dodecaepoli etrusca. Dodici casate all’interno delle quali, per generazioni, erano stati tramandati i segreti di quel misterioso luogo sotterraneo di cui vi ho già parlato.
Per accedere al cuore dell’enigma erano necessari tre elementi: la consapevolezza che ci fosse un luogo da raggiungere, un giusto punto da cui partire per districarsi nel labirinto, e le indicazioni utili per non perdersi all’interno di esso. Conoscere la strada senza sapere da dove partire sarebbe stato inutile, così come sapere da dove muovere il primo passo senza sapere quanti e quali fossero quelli necessari per arrivare a destinazione. Il Superbo, dopo la disfatta del suo esercito, si ritirò per sempre a Cuma, presso Aristodemo l’Effemminato, lontano dai pericoli del potere. Al crepuscolo della sua vita decise di rivelare il tradimento di Porsenna affidando ai posteri tutto ciò che era rimasto in suo possesso, ossia il simbolo di partenza della sua famiglia e la sua versione dei fatti. Ora dovete sapere che, secondo Teofilatto, il precetto di buona sorte di cui vi ho parlato oggi pomeriggio, nasconde nel suo significato il modo in cui affrontare un labirinto. Un labirinto di cui, grazie alle ricerche effettuate nel monastero di Semifonte il mio avo fu in grado di ricostruire la 84
mappa. Io stesso ho avuto modo di visionare quelle carte, e ho contribuito a mio modo al perpetrarsi di questa vicenda, facendone realizzare una copia sul pavimento della cattedrale di Chartres, così come Teofilatto aveva fatto presso una chiesa nel sud del Lazio, vicino al castello di famiglia di cui anni fa ebbi modo di curare la vendita. Durante la sua vita però, il mio avo non fu in grado di affrontare il cammino segreto, in quanto mai i suoi uomini riuscirono a trovare una corrispondenza col segno del Fiore della Vita. L’unico ad imbattersi casualmente in quel segno fu il povero Remigio quando, per sfuggire ai suoi aguzzini, che si erano mischiati ai soldati che mettevano a ferro e fuoco Semifonte, si perse nei sotterranei che l’Ordine della Colonna, così aveva voluto chiamarlo il mio avo, aveva diligentemente mappato senza fortuna per oltre due secoli. Il vecchio monaco non ha saputo indicarmi con precisione il luogo in cui cercare quel sigillo, ma posso dirti con certezza che sbucò alla luce presso la vicina Certaldo. Io che avevo tutto per provare a riprendere in mano le fila della storia non ho mai saputo trovare il coraggio necessario, anche e soprattutto per quelle mie paure ancestrali che, col tempo, ho imparato ad associare al rispetto che noi veri eredi di quella tradizione dobbiamo sentire come veementi, come ne se fossimo marchiati nel nostro animo. Ma ora, mio caro amico, voi avete avuto in dono questa storia che spero non vi arrecherà danni mortali. Quando sarete tornato a casa vostra saprete bene cosa farne, se affrontare i cunicoli delle leggende alla ricerca di qualcosa in cui credere, oppure scegliere di vivere nella contemplazione, senza schierarvi. Vi chiedo di tenere la storia per voi, e di tramandarla solo a qualcuno che riterrete davvero degno di considerazione perché, nel caso in cui qualcuno dovesse effettivamente riuscire a districarsi fino al fondo di questa vicenda, potrebbe trovarsi al cospetto di un potere talmente grande da confonderne l’animo se non abbastanza fermo, e costringerlo forse alla mercé di potenze oscure e terribili che, per motivi a me ignoti, sono rimaste sopite per millenni, prigioniere forse, o deluse da un’ umanità indegna dei loro vantaggi.”
Una lunga pausa assesta gli animi alla fine del racconto, dopo la quale Petrarca fa al suo anziano mentore tutte le promesse che questo gli ha chiesto di fare.
Poco dopo il giovane lascia Avignone per tornare a casa, col suo prezioso libro e un ricco carico di meraviglioso nella testa, dal quale difficilmente crede di potersi sbarazzare. Ma le cose della vita non vanno sempre come vorrebbe il cuore, e presto quel sentimento lascia il passo a ben più importanti questioni filologiche, che hanno radici più profonde nel cuore del poeta.
Petrarca non dimenticò quella storia. Non vi credette troppo, ma ebbe però cura di tramandarla successivamente, anche se forse con meno partecipazione, al suo discepolo e amico Boccaccio il quale, sempre per il capriccio del caso, conosceva invece molto bene il cunicolo in cui aspettava quel Fiore della Vita.

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Recensisci per primo “Il segreto dei Dioscuri”

Marco Mogetta
Nasco a Roma il 6 aprile del 1978. Inizio a leggere Topolino a sei anni, e da quel momento comincio a collezionare storie. Dopo il liceo mi laureo in Filmologia, con una tesi su I mondi possibili nella fantascienza americana dal ’68 ad oggi, mi specializzo in soggetto e sceneggiatura e inizio a lavorare dividendomi tra produzione e giornalismo. Quasi per caso mi ritrovo a fare il libraio e il formatore e, dopo molti anni e alcune disavventure, sono ancora qui a collezionare storie per poi consigliarle. Ora è venuto il momento di scriverle.
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