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I sentimenti dei numeri dispari

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Consegna prevista Aprile 2021
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Rebecca si risveglia dopo un incidente d’auto senza sapere chi è né cosa sia successo. I suoi soccorritori, però, non sono “angeli” e la ragazza finisce per essere reclutata da una delle più importanti figure della criminalità imprenditoriale danese. Lontano da casa e senza amici, ci impiega poco a costruirsi un’altra vita, abbracciando a pieno la nuova realtà, mentre la sua vecchia famiglia la crede morta. Qualcosa dal passato tuttavia torna a galla, di tanto in tanto, e riemerge con più forza dopo una vacanza in Italia, suo paese di origine, dove incontra una persona che per lei era stata molto importante e che non vorrebbe lasciarla andar via di nuovo tanto in fretta. Due persone con ideali di vita totalmente differenti possono continuare a volersi bene anche dopo l’irreparabile?
Il racconto di Rebecca è una linea regolare che si snoda attraverso le “stanze” della sua memoria, senza interruzioni, ma con non poche tortuosità. Le porte si aprono e si chiudono più volte nello stesso racconto, mentre il personaggio interpella spesso il lettore, cercandone la complicità fino all’ultima pagina.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ero piccola, nei pomeriggi d’estate giocavo in cortile dai miei nonni. A un certo punto però arrivava l’ora della merenda: mi sedevo sull’altalena e mentre mangiavo, mio nonno cominciava a raccontarmi qualche storia. Da Marzo, mio nonno non c’è più. Ho vissuto una quarantena e ho deciso di concludere questa storia che avevo iniziato da tempo. Mi sono fatta coraggio e ho deciso che forse, qualcuno avrebbe voluto leggerla, così come io volevo sentire i racconti mio nonno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Spingo il piede sull’acceleratore quando mi accorgo di un auto scura con i fari accesi che mi arriva contro. Poi non sento più nulla. Mi risveglio un paio di giorni dopo in ospedale, sotto la luce artificiale di una lampada al neon che mi brucia gli occhi. Non ricordo niente, assolutamente niente del prima.
Se chiudo gli occhi, vedo solo quella macchina nera con i vetri oscurati che mi schizza addosso come una freccia.
Accanto al mio letto c’è un uomo. Per quanto ne so, e cioè zero, potrebbe anche essere mio padre. Avrà cinquant’anni … ha la testa rasata a zero, tipo naziskin. I lineamenti sono marcatamente nordici. Sarà tedesco? Da giovane avrebbe dovuto essere proprio un bel ragazzo, per quanto ne
vedo. Ma l’età non ha intaccato la sua bellezza, anzi l’ha fatta maturare. È senza dubbio un uomo di piacevole aspetto.
Dove sono? Vorrei parlare ma non ci riesco, apro la bocca ma la voce non arriva.
L’uomo si alza: “Ti sei svegliata finalmente.” La voce è calda, calma. L’accento lo tradisce: ora lo so, è danese.
“Mio figlio sarà contento di saperlo. È lui che ti ha trovato.” mi dice.
Allora non è mio padre.
Si avvicina al letto, mi prende una ciocca di capelli.
“Quando ti ha trovata in quell’incidente, eri ancora viva. Mi ha raccontato che l’impatto è stato brutto, ma tu eri viva. Sei una ragazza forte” poi si ferma, sospira: “..e bella” aggiunge.
“Una forza e una bellezza così non vanno sprecate.” Sorride, mi molla i capelli. C’è qualcosa di
lugubre che lo rende inquietante, ma non mi fa paura.

Continua a leggere

Dove sono? Continuo a chiedermi, senza risposta. Voglio guardarmi allo specchio, voglio
riprendermi qualche pezzo del mio viso, capire com’è, perché non lo ricordo.
Nella stanza non c’è neanche un vetro in cui spiare l’ombra del mio riflesso. Ho già memorizzato i tratti dell’uomo che mi ha accolto al mio risveglio, non voglio vedere altri visi al di fuori del mio adesso.
“Dove sono?” finalmente le mie corde vocali rispondono alle sollecitazioni cerebrali. Ho una voce
roca, forse perché mi sono svegliata da poco.
“Siamo all’ospedale di Copenaghen.” mi risponde l’uomo.
Pochi secondi dopo, nella stanza entra un ragazzo alto, che sembra terribilmente la versione
giovane dell’uomo accanto al mio letto. Lui però non è rasato, ha i capelli biondi corti e un po’ di barbetta. Mi guarda con gli occhi impregnati di qualche sentimento, forse gioia mista ad agitazione e sorride. Si avvicina al mio letto.
“Come ti chiami, smuk fremmed?” Bella sconosciuta, è così che mi apostrofa. Resto per un
interminabile attimo in attesa di qualcosa, con lo sguardo perso.
“Come mi chiamo … non ne ho idea” sussurro infine con la voce lievemente spezzata.
I due si guardano, poi restituiscono gli sguardi verso di me.
“Voglio guardarmi allo specchio” affermo.
Subito il ragazzo tira fuori uno specchietto da viaggio da una borsa. Lo mette nella mia mano: “E’ tuo” mi dice. Ma io non capisco se lo era da prima, oppure lo sta diventando adesso. In ogni caso, poco mi importa. Lo apro, mi guardo, scruto i miei occhi: due cavità profonde e scure. Sono pallida. Forse non sono sempre stata così, forse è solo l’effetto della luce, l’effetto di questa stanza ingrigita. Ho le labbra rosse, morbide. C’è un taglio poco profondo sul mio labbro inferiore, sangue coagulato. Non mi piace questo volto, sembro uno zombie. Spero di non essere così sul serio.
Spero che sia tutto a causa dell’incidente.
Dopo il viso, passo ad ispezionare il mio corpo. Ho un paio di cicatrici: una in fronte, è piccola;
l’altra è sulla gamba, all’altezza della caviglia. L’altra ancora è sul ventre, all’altezza del bacino. Poi
ho graffi sparsi per tutto il corpo, alcuni più grandi e profondi, altri corti e sottili. Voglio sapere cosa è successo. Come è successo.
_____
Ancora oggi non ricordo gran che di quel periodo.
Certo è che, tutto ebbe inizio in quel momento. Ne sono sempre stata convinta e nessuno è mai riuscito a farmi cambiare idea su questo.
Nell’estate dei miei ventiquattro anni, successero tante cose. Mi aspettavo un periodo florido, quello che dovrebbe essere il periodo d’oro. A vent’anni ti sembra di poter sollevare il mondo, sei al pieno delle tue energie fisiche e mentali, mai ti immagineresti che tutti i tuoi progetti possano essere spazzati via in una folata di vento.
Volevamo prendere una casa al mare, con gli amici e il mio ragazzo: sarebbero state le vacanze migliori di sempre. Tutti si aspettavano il massimo.
E invece, quell’estate non iniziò nel migliore dei modi. Agnese si era rotta una gamba durante una giornata di free climbing, io avevo perso il mio lavoro e non sapevo che a pochi giorni di distanza, avrei perso anche il mio ragazzo.
Matilde, la mia migliore amica, che c’era sempre stata per me, aveva appena avuto la grandiosa
opportunità di un lavoro all’estero e sarebbe partita subito. Le serviva per pagarsi gli studi.
Il mio ventiquattresimo compleanno si avvicinava e io mi sentivo sempre più distante. Con Fabio, il mio ragazzo, non avevo più neanche la voglia di litigarci. Questo dovrebbe essere un segnale, no? Ma io lo amavo, di questo ne ero certa. E lui poteva rendermi felice, mi amava. O almeno lo credevo.
Ma forse è proprio questo l’errore? Dare per scontata una cosa, come per esempio il salto di
qualità in quello stupido lavoro in redazione.

Anche Fabio lo davo per scontato. Finché una sera non torna per dormire:
“Resto da Giorgio.” mi dice per telefono. “Va bene.”
“Dobbiamo parlare.” “Lo so. Dimmelo.”
Quella sera ero agitata. Dentro di me sapevo benissimo cosa sarebbe successo, solo che ancora non avevo metabolizzato il tutto.
“Rebecca, ti amo. Ma non ti riconosco più. Ti allontani, mi respingi. Hai bisogno di spazio?” mi
domandava.

Cosa? Adesso sarei io il problema?
Ma sì, forse ero io il problema. Il fatto di essere stata licenziata era stato un fulmine a ciel sereno. Ma io ero così: mi difendevo in questo modo, ritirandomi nel mio guscio, avevo bisogno di starmene sola, come un randagio che non si lascia accarezzare. Fabio lo aveva sempre saputo bene.
In realtà non so neanche perché, non so neanche il modo in cui arrivammo a lasciarci quella sera. Me ne vado in macchina, guido a lungo quella notte, senza una destinazione.

Tre mesi dopo, c’era la mia festa di non-compleanno. Matilde ci teneva a festeggiare con me, perciò rimandiamo di tre mesi quella festa, quando lei torna in Italia.
La mia Firenze era una città deserta quella sera. Firenze. Ero nata in una città importante.
In quei mesi sembrava che il mio brutto periodo non volesse finire. Agnese aveva preso il mio posto in redazione, Fabio non lo sentivo quasi più. Di quel gruppo di amici affiatato, che tanto era stato importante per me, quasi con nessuno avevo più un rapporto vero.

“Rebi, help me! Stasera alla festa ti faccio leggere un articolo che dovrei pubblicare, è quello della condizione femminile nel medio oriente. Kiss, Agnese”

È questo il messaggio che mi arriva in quel tardo pomeriggio di fine estate, mentre mi preparo per uscire di casa e raggiungere la mia adorata Matilde.
Sbuffo. La condizione femminile in Medio Oriente era stato uno dei temi a cui mi ero dedicata con tutta l’anima e su cui più avevo lavorato quando facevo parte di quella redazione. Non speravo di passare ai piani veramente superiori ma almeno ai bassi fondi della dirigenza, visto che ci mettevo l’anima in quel giornale. E adesso, arriva lei, quella piccoletta tutto pepe coi capelli nocciola e le forme ben messe che si prende il mio posto e lavorando sul mio stesso tema, spera in ciò che speravo io. E mi chiede aiuto.
La verità è che le persone continuavano a riversarmi addosso i loro problemi e io ero sempre più stanca. Ancor più quando i loro problemi riguardavano cose di cui io non volevo più sentire parlare.
Volevo solo andare il più lontano possibile da quella gente che mi risucchiava energia vitale, staccare la spina e mandare al diavolo.
Fare qualcosa di così stupido e insensato, qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato da me. Alla fine urlavo, litigavo, esprimevo con forza le mie idee, ma non mi spingevo mai troppo oltre. Restavo al mio posto, per non dare eccessive delusioni alle persone che avevo intorno.
Un po’ come gli illuministi italiani … progressisti moderati. Incapaci di cambiamenti radicali. Forse ero così proprio a causa della mia origine. Il DNA italiano radicato dentro non mi avrebbe mai permesso di andare oltre certe cose, forse. E questo mi dava fastidio da un lato, dall’altro mi faceva paura. Paura di restare in quel limite.
Forse è così che quella sera, mi ritrovo a guidare come una pazza sull’autostrada che mi porta vicino al confine della mia terra. Avevo spento il cellulare. Quando lo riapro, c’erano le chiamate perse di Matilde, di Agnese che continuava a implorare aiuto con l’articolo, e di Fabio.
Fabio in realtà non so cosa c’entrasse. C’era solo una chiamata da parte sua.
E poi il messaggio della compagnia telefonica tedesca: avevo passato il confine. Non ricordo che ora fosse, ma era notte fonda.

Mi fermo in un’area di servizio a comprare qualcosa da bere, vado in bagno, faccio benzina. L’aria è fresca. Cerco di rendermi conto di quanto ho guidato. Scopro di essere subito dopo il confine tra la Germania e la Svizzera. Adesso non ricordo proprio la città. Poco importa ormai.

Forse dovrei chiamare mia mamma, non vorrei si allarmasse se qualcuno dei miei amici le chiedesse qualcosa. Con un ma e con un sé alla fine non la chiamo. È ancora notte. Ho tutto il tempo di questo mondo, continuo a ripetermi. Mi rimetto in macchina.
In quel momento non potevo mai sapere che mia mamma, i miei amici, la mia Italia, non li avrei rivisti più per un bel po’ di tempo. Guido veloce e ogni volta che aumento la marcia faccio un chilometro in più verso l’incidente che cambierà la mia vita. In bene o in male? Ancora oggi non so dare una risposta.
Però finalmente so come è andata.

Dopo il mio risveglio resto in ospedale ancora un mese. Il ragazzo e suo padre vengono a trovarmi tutti i giorni e finora sono gli unici visi amici che conosco. Sono molto premurosi, si prendono cura di me.
Il ragazzo parla abbastanza bene l’italiano, il suo nome è Aleksij. Parliamo a lungo, quasi sempre almeno una volta al giorno gli chiedo di raccontarmi come mi ha trovata. Lui sorride, ricomincia ogni volta il suo racconto. Ha una voce soffice, mi piace ascoltarla. Mentre mi racconta è preso dal momento, sembra che riviva ogni volta quelle sensazioni. Io cerco sempre di ricordare qualcosa, ma niente. Per ora è il buio. Mi posso solo fidare di questi due uomini che mi hanno raccolta.

Il tempo passa e cominciavo a essere soddisfatta della nuova me, della mia nuova vita. Non mi ponevo nemmeno il problema di chi ero stata, da dove venivo. Il ragazzo biondo però sembrava tenerci in maniera irragionevole.

La verità è che probabilmente, anzi sicuramente, sono stata una grande stronza con la mia famiglia di sangue, con i miei genitori. Non volontariamente, s’intende. Ma immagino che debba essere stata abbastanza dura per loro accettare il fatto di avermi persa.
Dopo aver perso la memoria, chiaramente io non sapevo nemmeno della loro esistenza e questo mi esime da qualsiasi rimorso di coscienza, almeno per quel periodo. Insomma, se non sai nemmeno dell’esistenza di qualcuno, come puoi provare il desiderio di rivederlo? Ma dopo aver recuperato il recuperabile, non mi sono mai fatta avanti. Ho lasciato credere a tutti che fossi morta, perché avevo deciso così. Era passato troppo tempo comunque. Non mi sarei mai fatta avanti dopo tre anni, dal nulla: “Ehi mamma, ehi papà, guardate un po’ sono viva! Non mi ricordo molto di voi, ma be’ sono viva!”
Mi era sempre sembrato ridicolo.
Per questo penso di essere stata una grande stronza con loro. Li avrò sicuramente fatti soffrire immensamente. Dio solo sa quanto. Col senno di poi, mi dispiace per questo. Ma anche col senno del mentre, mi dispiaceva.
Aleksij mi aveva chiesto più volte se volessi rientrare nella mia vecchia vita, ma per me era fuori discussione.
“Io capisco tutto, mit hjerte, te lo giuro, ma almeno la verità ai tuoi genitori, almeno quella…ti credono morta in un incidente!”
“No.”
La mia risposta era secca. Non ammetteva repliche, anche se lui ci riprovava con cadenza regolare. So per certo che non era d’accordo con i piani che suo padre aveva avuto su di me, dopo avermi trovata. Quello spingermi a riprendere in mano le mie vecchie cose forse era il suo modo di chiedere perdono, di fare ammenda. Non sapeva mica che non ce n’era bisogno, semplicemente perché io non volevo il passato.
Dopo aver ripreso pezzi della mia vita, confusi e sfocati, ero diventata un po’ capricciosa: quello che ricordavo non mi piaceva per niente, anzi mi faceva ringraziare giorno dopo giorno la mia decisione di non avere più nulla a che fare con la mia vecchia esistenza. Non lo dicevo ad Aleksij, ma la mia mediocre realtà italiana non mi avrebbe mai più soddisfatta quanto quella nuova. Ero diventata una persona molto più interessante, viaggiavo tra Danimarca, Germania, penisola scandinava e Svizzera. Ma lo stato che più mi era piaciuto era il Liechtenstein. Quello stupido pezzetto di terra che non aveva mai fatto rumore. Era lì il segreto di tutti i misfatti dell’umanità secondo me.

Allora lo so che adesso volete sapere che cosa facevo, vi ho messo almeno un po’ di curiosità? Ve lo dirò, ma non crediate che sia una cosa bella, vi avverto. Lo so che già ve lo immaginate, viste le premesse del mio lugubre risveglio a Copenaghen. Eh sì, l’uomo dai capelli rasati e con l’accento danese non premetteva niente di innocente.
Allora se proprio volete saperlo serve fare una premessa.
La premessa è che, quando ci si trova nel mezzo, in qualsiasi situazione, complicata o banale che sia, la tua stessa posizione di stare nel mezzo con un piede fuori e uno dentro, ti rende bersaglio. Niente di ciò che succede all’interno o all’esterno del limite in cui tu stai, credendo di essere intoccabile, ti lascerà senza conseguenze. Questa premessa, gente, dovrete tenerla bene in mente per tutto il resto della storia.

Allora andiamo avanti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una storia che emoziona! Fin dalla prima pagina ti prende per mano, ti abbraccia e ti invita, senza nessuna pretesa, ad ascoltare questi “sentimenti sparsi”…… Non riesci a smettere di leggere, perchè nell’andirivieni delle stanze della memoria c’è sempre qualcosa che ti affascina e non ti fa mai staccare! Assolutamente da leggere! Emozionante e inaspettato

  2. (proprietario verificato)

    In giro c’è poco di simile alla struttura e al tipo di scrittura utilizzati dall’autrice in questo libro. Continuo coinvolgimento del lettore, sorprendenti passaggi temporali, e una fantastica esposizione di dialoghi e pensieri dei protagonisti
    La storia si legge in poco tempo, ma abbastanza da farti entrare dentro il racconto e trasportarti con sé.
    Consigliatissimo!

  3. (proprietario verificato)

    Spigliato e raffinato, fresco e profondo, timido e prepotente, ma anche inaspettato e deciso, il libro, come la protagonista, è tutto questo.
    Ti attira, ti travolge, ti ci riconosci, perché chi non ha mai voluto perdersi almeno una volta?
    Una struttura e una scrittura innovativa e dinamica, come la scrittrice.
    Consigliato? Si, certo che si
    Si legge tutto d’un fiato

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Giusy Morabito
Mi chiamo Giusy Morabito, ho ventiquattro anni e sono nata a Reggio Calabria. Durante il liceo ho partecipato a diversi stage linguistici in Francia, Inghilterra e Spagna. Ho studiato Mediazione Linguistica all’Università di Torino, laureandomi nel 2017. Durante gli anni universitari, ho frequentato dei laboratori sul romanzo contemporaneo. Attualmente lavoro come segretaria commerciale nella mia città natale. Fin da piccola sono sempre stata una divoratrice di libri e fumetti e ho iniziato a scrivere quasi per gioco durante l’adolescenza, senza mai tirare fuori dal cassetto ciò che mettevo nero su bianco. Quando scrivo spero sempre di suscitare emozioni in chi legge.
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