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Da qui si vede Capri

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Certe persone sono come un uragano: devastano tutto e vanno via. Dopo il loro passaggio non resta che quantificare i danni e provare a ricostruire. Ci si rialza in piedi perché è necessario, ma si sa che potrebbero volerci anni prima che tutto torni al proprio posto e che, probabilmente, non tornerà mai più come prima. Fra le tinte calde e avvolgenti di una pittoresca Bologna, la protagonista ripercorre i quattro anni di una relazione totalizzante, finita da tempo ma non ancora superata, una relazione che l’ha cambiata per sempre. Attraverso le pagine frammentate del suo diario, la giovane donna si mette a nudo e si confronta con le proprie emozioni, fragilità e insicurezze. Rivivere il dolore riapre ferite nascoste, ma è anche necessario per superarlo.

ANTEPRIMA

Maggio 2016

È una sera di tarda primavera qualsiasi e sono seduta alla mia scrivania, senza sapere bene cosa fare.

Oggi pomeriggio avevo voglia di rintanarmi in un posto per schiarirmi le idee e trovare un po’ di pace. Da brava bolognese, ho deciso di andare su per la via che porta ai colli e arrivare al santuario di San Luca. 

Mentre percorrevo il portico più lungo d’Europa, un fuoco dentro di me si è acceso, prima debole come una fiamma di candela, poi forte come un incendio. Ora sono qui, in camera mia, tornata da poco e non so esattamente cosa stia succedendo in me. Quello che so è che mi è bastato un viaggio, da Bologna al santuario, appunto, per pensare a questa storia nella sua totalità. Arrivata all’arco del Meloncello in via Saragozza, avevo già in mente ogni minimo dettaglio.

Non so perché o come abbia deciso che fosse arrivato il momento giusto per raccontare questa storia. Non so nemmeno se lo sia, effettivamente, il momento giusto. Forse dovrei lasciare stare, seppellirla e chiuderla nello scompartimento più profondo del mio cervello, il problema è che non ci riesco. Non riesco proprio. Ci ho provato così tante volte, eppure ogni volta, in qualche modo, questa vicenda trova sempre un appiglio a cui aggrapparsi e tornare a galla urlando. 

Non c’è stato nessun evento in particolare che abbia rotto la diga che teneva a bada i miei pensieri, ma solo un susseguirsi di giorni grigi e veloci in cui tutta la questione mi frullava in testa come una centrifuga a 1400 giri. 

La verità è che questa storia è sempre stata con me. Le frasi mi hanno rincorsa per tre anni, le parole fluivano come un fiume in piena nei momenti meno opportuni. È sempre stata qui. Aspettavo solo il momento giusto per metterla su carta. E ora che mi sono messa a scrivere, sta uscendo spontaneamente, senza sforzo, come un vulcano che erutta con tutta la sua potenza. 

Non ci sono parole giuste, non ci sono parole sbagliate per raccontarla.

Di noi non parla mai nessuno, così ho deciso di farlo io. 

Non è una storia d’amore, perché non era amore.

Ormai è deciso: sto scrivendo e devo continuare. Devo vedere questo groviglio di emozioni srotolato su carta. Il perché è molto semplice: dopo più di due anni, la ferita è ancora aperta e fa male, molto male. Sento ancora il bisogno di parlarne, di sentire opinioni al riguardo, di esaminare attentamente ogni singola cosa. Le persone che mi conoscono mi ascoltano, in silenzio, e pensano che sia una pazza, perché dopo due anni e mezzo parlo ancora di lui. 

Quando stavamo insieme niente funzionava, litigavamo sempre, mi trattava come se fossi una pezza.

Ne sono consapevole: la nostra relazione era orribile, tossica, eravamo arrivati a un punto in cui nessuno dei due poteva sopravvivere, ebbri di gelosia fino a scoppiare.

Eppure.

Eppure, come in tutti gli amori malati che si rispettino, io sono ancora qui a pensarci. Lo dicono tutte le vittime di violenza psicologica: nonostante tutto, si sente la mancanza del proprio carnefice.

A volte non mi ricordo assolutamente nulla di come fosse stare con lui, altre volte invece mi vengono in mente particolari stupidissimi, particolari che mi fanno stare male. Per esempio, quando giocavamo insieme a calcio nella sua stanza e lui mi faceva vincere perché altrimenti mi arrabbiavo. 

Presto di lui non rimarrà più niente, se non il dolore sordo che ho nel cuore. Ho paura che non andrà mai via.

Scrivo questo libro con la speranza di guarire, di lasciare andare un peso enorme, una volta che avrò finito di raccontare la mia storia. E infine, scrivo questo libro con la speranza di aiutare chi ha vissuto un’esperienza come la mia. So che siamo in tanti. 

Tiro giù dagli scaffali della mia libreria tutto ciò che rimane di questa storia: diari, quaderni, foglietti risalenti a quando eravamo ancora noi. Ogni elemento che possa aiutare la mia memoria a ricostruire bene la vicenda. Ho deciso che, così come la storia mondiale si suddivide in prima e dopo Cristo, anche questo libro verrà suddiviso in “prima” e “dopo”. In effetti, finora, anche la mia vita è stata scandita da questa separazione. 

L’anno zero, qui, è l’11 novembre 2013. L’ultima volta in cui ci siamo parlati. 

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  20 dicembre 2013, un mese dopo

DAL DIARIO: 

Arrivo a casa, poggio a terra lo zaino semplicemente abbassando le spalle, faccio la pipì, mi preparo da mangiare. Dopo mangiato mi sdraio sul letto, rimango immobile, al massimo accendo la TV su MTV music, canale 67. Rimango così per ore. Fino a quando non diventa buio. Voglio rimanere qui da sola, con il mio dolore che trionfa nel petto. Mi balla addosso.

A volte ripeto il suo nome, per ricordarmi che lui c’è stato. Non ho voglia di fare nient’altro. Non faccio nient’altro. Queste sono le mie giornate da un po’ di tempo a questa parte. Mi riprenderò, ma per ora non voglio. 

 

Ottobre 2012, un anno e un mese prima

Quel giorno la mia professoressa di inglese entrò in aula dicendo: «Chi è interessato ad andare in Lettonia per una settimana?». Il mio liceo, infatti, proponeva uno scambio culturale con il progetto Horizon e io, seppure molto timida, di scatto alzai subito la mano, come se sapessi già cosa mi stesse per riservare il destino.

Tornai a casa e chiesi ai miei genitori il permesso per partire. Li trovai molto d’accordo: come me, pensavano che un’esperienza del genere avrebbe migliorato il mio carattere tanto introverso, avrei conosciuto nuova gente e stretto nuovi legami. In effetti, fu proprio così.

Un giorno di ottobre, quindi, mi ritrovai in aeroporto con un gruppo di perfetti estranei, che però si conoscevano fra loro: la combinazione peggiore. Dovetti ritagliarmi un posto nel gruppo in pochissimo tempo, meno di una settimana.

Proprio lì, in Lettonia, in quel luogo in cui il sole sorgeva alle dieci del mattino, conobbi Dan. «Dan, come il tenente di Forrest Gump, da pronunciare esattamente alla stessa maniera, con la bocca spalancata come faceva lui» mi disse appena si presentò, un po’ ridacchiando. Qualche ora dopo scoprii che si trattava semplicemente del suo cognome ridotto alle prime tre lettere.

Io e lui andavamo nella stessa scuola da più di un anno, eppure non mi sembrava di averlo mai visto o incontrato, nemmeno per caso in corridoio. 

Per praticamente tutta la settimana, io e lui ci rivolgemmo solo qualche parola, qualche frase come battuta. Un altro ragazzo, Lollo, aveva attirato la mia attenzione. Si era legato a me e io a lui, perché eravamo molto simili: stessa ironia, stesso carattere un po’ introverso. Si metteva a sedere sempre vicino a me e parlavamo per delle ore. 

Verso la fine dello scambio, Dan iniziò a parlarmi di più e solo una volta mi abbracciò. Per il resto, non avevo avuto segnali da lui, o forse non li avevo notati, perché pensavo non fosse alla mia portata, pensavo di non potergli piacere: Dan era il tipico ragazzetto spavaldo e di bell’aspetto e io, forse per mia insicurezza, non pensavo minimamente che uno come lui potesse essere interessato a me.

Eppure, la penultima sera, a casa di un ragazzo lettone, un insieme di eventi fecero accadere l’impossibile. Da una parte Lollo iniziò a essere improvvisamente freddo con me e mi disse che voleva provarci con un’altra ragazza. Questo suo atteggiamento mi urtò parecchio. Non capii perché lo stesse facendo, forse per farmi ingelosire, forse per scherzo, ma comunque mi sembrò davvero tanto immaturo. D’altra parte, Dan si avvicinò a me, iniziò a parlarmi, mi fece sedere sulla stessa sedia su cui lui era seduto. Poi ci spostammo sul divano, iniziò ad abbracciarmi e, infine, mi baciò improvvisamente. Io ricambiai, ma ero sorpresa, non me lo aspettavo davvero.

Lollo, che era al piano di sotto a fumare, imprecò e urlò diversi insulti verso Dan. Solo dopo le sue urla capii di aver fatto una cosa sbagliata nei suoi confronti. Così, il giorno dopo, andai da Lollo per chiedergli scusa e ricominciare. Lui però fece spallucce, sogghignò e mi disse: «Scusa di cosa?», come se nulla fosse successo.

Passai l’intera giornata con Dan, mi voleva al suo fianco. Durante quel giorno mi resi davvero conto che aveva un brutto carattere e faceva delle battute molto maschiliste. Passai l’intera giornata, in cui facemmo un tour della capitale, di cattivo umore. Ricordo la sensazione di essere trascinata, letteralmente, da lui. Andavo avanti per inerzia. Nei musei era chiassoso, parlava sempre a voce alta, faceva battute stupide con i suoi amici. La sera non fu da meno: andammo in discoteca e io ballai con un mio amico lettone per dieci minuti, così come avevano fatto le altre ragazze del gruppo. Si capiva benissimo che entrambi eravamo in buona fede, ma Dan mi fece una piazzata da cui nacque una litigata che durò per tutta la notte, fino al giorno dopo, in cui facemmo pace e ci mettemmo insieme.

 

Da quell’episodio avrei dovuto capire che razza di persona fosse, ma pensavo fosse normale reagire così, essere gelosi voleva dire tenerci. Avevo sempre sentito dire così dalle mie amiche e dalle altre ragazze in generale.

Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se quella sera, invece di baciare Dan, avessi baciato Lollo.

Dove sarei ora? Che scelte avrei fatto?

Se potessi tornare indietro, cosa sceglierei? Di rifare tutto da capo, questa volta senza errori, senza farmi mettere i piedi in testa, o sceglierei di provare a vedere come sarebbe andata con Lollo? Probabilmente sceglierei comunque la prima opzione. 

 

Febbraio 2014, tre mesi dopo

DAL DIARIO:

Sono passati tre mesi. Tre mesi dall’ultima volta in cui ci siamo parlati, abbracciati. Non c’è un solo giorno in cui io non pensi a lui. Un solo giorno in cui io non senta la sua mancanza. La sua assenza è presenza. A volte mi vengono degli attacchi di panico, smetto di respirare normalmente, mi gira la testa. A volte mi rendo conto che non è più nella mia vita e, semplicemente, non tornerà mai più.

Siamo stati insieme un anno. Stavamo l’uno con l’altra tutti i giorni. È stato davvero difficile.

Ci sono giorni in cui mi viene voglia di andare sotto casa sua e pregarlo di tornare insieme, altri in cui lo vedo per i corridoi e mi viene voglia di tirargli un pugno. Se solo tornassimo indietro di poco meno di un anno, tutto questo rancore verrebbe trasformato in abbracci, le occhiate furtive diverrebbero sorrisi e baci. 

 

Quando veniva a casa mia, a volte capitava di guardarci allo specchio, mentre eravamo abbracciati. In quei momenti pensavo: Cavolo, quanto siamo belli insieme.

21 ottobre 2018

Il Resto del Carlino

In data 21/10/2018 è stato pubblicato un articolo che informa il pubblico della campagna di crowdfunding.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho Divorato il libro in 3 ore di volo, Bari – Londra: una piacevole e coinvolgente lettura.

    Matilde ha saputo esprimere i propri sentimenti in questo libro senza troppe paure.. e data la storia, ne avrebbe potute avere.
    Ho riconosciuto nel libro la sua voglia di andare avanti e di regalarci la sua arte sottoforma di parole..grazie

  2. (proprietario verificato)

    Coinvolgente, autentico e terapeutico per tante, tantissime persone che soffrono di mali troppo spesso sottovalutati. Oltre a uno stile piacevole e originale, è nel messaggio trasmesso e nell’esempio di coraggio che risiede la potenza liberatoria, profondamente umana di questo romanzo. Perché ci vuole un coraggio enorme per scrivere il proprio dolore nero su bianco e per metterlo a nudo, svelarlo al prossimo. Tu questo coraggio l’hai avuto, ed è una vittoria senza prezzo per te e per chiunque, leggendo il libro, avrà la possibilità di farsi contagiare dall’energia che sprigiona e di trarne la consapevolezza di non essere solo/a e senza via d’uscita dal proprio dolore. Una carezza sul cuore, vivamente consigliato!

  3. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro in un momento particolare per me ed è stato un po’ la voce di ciò che non riuscivo a spiegare, ma che sentivo forte e chiaro. Matilde è stata in grado di raccontare la sua storia in un modo che riesce a farla diventare anche tua; per quanto mi riguarda è riuscita a farmi stare attaccata ad un libro e staccarmi dal mondo fuori per un po’, il che è davvero necessario. Mati e questo libro sono stati per me il sospiro profondo che si fa prima di ricominciare, subito dopo che ti sei liberato da qualcosa di pesante. Grazie.

  4. (proprietario verificato)

    un libro veramente emozionante!!!complimenti!!!

  5. (proprietario verificato)

    Consiglio vivamente l’acquisto di questo libro, coinvolgente, appassionante e scritto in modo chiaro e fluido. Emozioni vivide su carta

  6. (proprietario verificato)

    Questo libro, oltre a essere una lettura molto piacevole, è una medicina e un promemoria. È una medicina per Matilde che per guarire ha avuto bisogno di mettere nero su bianco, all’infuori di se, la sua sofferenza. È una medicina per chi a sua volta ha vissuto e sta vivendo un dolore così. È un promemoria per chi non si ricorda più cosa voglia dire avere 18 anni. Ma soprattutto è un promemoria, per tutti, per ricordarsi che non sempre se qualcuno ti dice ‘ti amo’ è vero amore.

  7. (proprietario verificato)

    Un giorno zero. E un prima e un dopo che danzano in un coinvolgente ritmo narrativo che ricalca la forma dialogica dei ricordi. Perché i ricordi si parlano, sempre: eventi precedenti vengono riletti alla luce delle nuove consapevolezze e il presente acquisisce valore quando dietro a sé lascia un percorso. Uno stile fresco e genuino che regala alla lettura di un argomento denso e doloroso come l’abuso emotivo una coinvolgente fluidità.

  8. (proprietario verificato)

    Un libro incredibile con uno stile molto particolare. Nonostante racconti di un dolore immenso, trasmettendolo al lettore, me lo sono divorato nel giro di poche ore. Perché quello che vuole trasmettere non è il dolore, ma la forza della scrittrice che ha combattuto quel dolore, passo dopo passo. Il tutto ambientato nelle vie di Bologna, una delle città italiane che più amo.

  9. (proprietario verificato)

    Ho sempre letto poco perché faccio fatica a trovare libri che mi coinvolgano davvero. “Da qui si vede Capri” invece l’ho letto in un solo pomeriggio senza mai fermarmi
    Nonostante abbia vissuto con Matilde quel periodo, pagina dopo pagina avevo sempre più voglia di scoprire e conoscere nuove prospettive di quella storia che ho vissuto indirettamente per tre anni, senza mai averne capito a pieno la potenza

  10. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro tutto d’un fiato. È stato bello entrare in questo vortice di emozioni e alla fine sono rimasta senza parole.
    Il libro è davvero bello e Matilde è stata bravissima a trasportarmi tra le vie di Bologna, a raccontare questo periodo particolare della sua vita e a trasmettermi il suo dolore ma anche (e aggiungerei soprattutto) la sua forza.

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Matilde Gravili
MATILDE GRAVILI, classe 1996, è nata e cresciuta nel centro di Bologna.
Ha frequentato il Liceo Classico e sta per laurearsi in Scienze e Tecniche
Psicologiche a Cesena. Da qui si vede Capri rappresenta il suo esordio letterario.
Matilde Gravili on Facebook
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