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Siamo fuochi

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Due rivali. Il Clemente e lo Zoppo. Due metà. Lezia e Giamo. Due fuochi. Lei ingenua e malinconica figlia del Clemente. Lui, il Misogino, inquieto e cinico cacciatore di taglie. E tra loro Nila, figlio dello Zoppo.
Quando Nila uccide il Clemente, la vita di Lezia viene stravolta radicalmente. Una cospicua taglia sulla sua testa trasforma il dolore in desiderio di vendetta. E viene avvicinata dalla persona più improbabile, il famigerato Misogino. Insieme partiranno alla ricerca di Nila, seguendo le tracce dei compari del Clemente, motivati quanto loro a scovarlo e fargliela pagare. Ma dovranno fare i conti con un tiranno in ascesa la cui ambizione si rivelerà molto grande e pericolosa.

CAPITOLO 1

DOTTOR BANIESI E SIGNORA

Lezia sedeva sul dondolo sotto il salice nel giardino della villa del dottor Baniesi di Camegno. Stiano, il suo fratellino di tre anni, dormiva con la testolina poggiata sulle sue gambe. Ella era persa nei suoi pensieri, le dita intrecciate ai riccioli del bambino.

«Lezia» la chiamò una voce sommessa alle sue spalle.

Lei si voltò, abbozzando un sorriso. Era la voce calma e cortese di Alendro. Un galantuomo, un medico abile, un personaggio simbolo della comunità del paese di Camegno, un uomo saggio e rispettabile, corretto e generoso. Generoso a tal punto da aver accolto, sotto la sua protezione, una ragazzina distrutta da un lutto terribile e il suo fratellino neonato, nonostante il loro padre avesse inveito contro di lui. Non era riuscito a salvare la loro madre durante il parto, avvenuto nella torre arroccata che chiamavano casa in un bosco vicino al villaggio. Era arrivato troppo tardi. Il bambino era sopravvissuto, ma la donna era morta. Aveva esalato l’ultimo respiro, tenendo tra le braccia il suo piccolo e mormorandone il nome.

Alendro si tormentava ogni volta che Lezia gli rivolgeva un sorriso, che appariva raramente sul suo viso severo e triste e che gli ricordava quello della madre morente mentre guardava il figlio prima di andarsene per sempre. Eppure sapeva che aveva fatto del suo meglio per Lezia: l’aveva educata e istruita, salvata dal mondo sporco di suo padre, Valio il Clemente, un fuorilegge. Un uomo che non avrebbe mai aiutato, se non fosse stato per la morte della moglie.

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Così Lezia viveva sotto la sua protezione ormai da tre anni, da quando ne aveva diciotto.

La ragazza appoggiò delicatamente la testa di Stiano su un cuscino e si alzò in piedi.

Alendro la prese sottobraccio e insieme iniziarono a passeggiare per il giardino ben curato della villa.

«Lezia,» disse l’uomo «mi è arrivato un messaggio di tuo padre. Domani sera vi aspetta alla torre. Si tratterrà per qualche giorno. Dice di avere alcune cose da sistemare.»

«Un altro bottino» disse amareggiata la ragazza.

«Certo. Gli farebbe piacere rivedervi…» replicò il medico.

«Non è da solo, vero?» domandò la ragazza.

«Nel messaggio non lo dice…»

«Figuriamoci…» disse contrariata la giovane. «Ci saranno anche gli altri.»

«Lezia, se vuoi, ti accompagnerò io,» le disse Alendro cortesemente «oppure può venire qua lui… non ti ho mai nascosto che non ho piacere che entri in casa mia ma, se vuoi, possiamo fare un’eccezione…»

Lezia alzò una mano per interromperlo, perentoria.

«No.»

Guardò in volto il medico con gli occhi lucidi.

«Ti ringrazio, sei sempre disponibile e comprensivo, ma mio padre non si merita tanta gentilezza e non voglio creare tensioni tra voi. Per quanto ti sia riconoscente per avergli proposto di badare a noi alla morte di mia madre, non ha piacere nemmeno lui di vederti. Ti crede ancora responsabile. Mia madre è morta perché era debole e non ha avuto le cure necessarie durante la gravidanza perché… perché lui non ha avuto… nessun riguardo verso di lei…»

Le lacrime presero a scorrerle sulle guance.

«Io mi ricordo! Ha aspettato fino all’ultimo per convincersi che aveva bisogno di un dottore!» sbottò singhiozzando. «Era così egoista da pensare solo a tutelare se stesso e il suo dannatissimo nascondiglio! Pensava esclusivamente ai suoi bottini mentre mia madre moriva!»

Alendro la abbracciò con delicatezza, accarezzandole il capo.

«Calmati» le mormorò. «Non tormentarti così, piccola mia.»

Lezia era una presenza particolare nella sua vita. Una bambina che proteggeva, una sorella che amava, una giovane donna che desiderava.

Non era sposato e, benché ammirato da tutti, era solo. Era arrivato dal Sud, dopo gli studi di medicina, senza una famiglia né amici e nulla era cambiato in dieci anni.

«Andrò da sola e con me verrà anche Stiano… È giusto che veda suo padre ogni tanto» disse la ragazza scostandosi da lui. «Passeremo questi giorni il più possibile in sua compagnia.»

Alendro annuì.

Le accarezzò la guancia dolcemente.

Lezia lo osservò in volto. In quel viso pulito e buono gli occhi scuri ed espressivi brillavano.

Egli la baciò con le labbra socchiuse. Con gentilezza. Un fugace bacio.

Lezia non ne capiva il significato. Non lo amava, ma si sentiva legata a lui.

Si allontanò e tornò a sedersi sul dondolo, accanto al fratellino.

Quella sera cenarono in silenzio. Sia Lezia sia Alendro, ogni volta che Valio tornava a Camegno, avvertivano una certa inquietudine.

Lezia aveva parlato a Stiano del ritorno del padre ed egli era l’unico a esserne felice. Mangiava e chiacchierava con Marna, la sua tata, una donna che si era unita alla loro famiglia poco più di quattro anni prima. Valio l’aveva trovata in un mulino, durante una delle sue scorribande con il suo braccio destro Steno e altri compari. In un lago di sangue. Accanto a lei, giaceva un giovane uomo con la testa fracassata. Marna aveva perso i sensi dopo aver sopportato le bastonate del marito e aver assistito alla morte del suo amante. Su un mucchio di fieno sedeva stravaccato il consorte con una bottiglia di vino alla bocca e un bastone insanguinato stretto in una mano. Valio aveva raccolto la donna da terra per poi caricarla sul suo cavallo mentre l’uomo continuava a ricoprirla di insulti.

Marna aveva ancora sul corpo i segni di quello sbaglio che non si era mai perdonata. Parecchie volte Lezia l’aveva vista piangere in silenzio e di nascosto.

La ragazza le voleva bene. La donna l’aveva aiutata tanto quando, tre anni prima, sua madre era morta. Era stata dura per lei e per suo padre. Per tutti in realtà. Sua madre era una donna dolcissima e molto amata. Marna e Alendro erano stati un importante punto di riferimento per Lezia. Suo padre si era allontanato immediatamente per diversi mesi e si era concentrato sul suo lavoro, se lavoro si poteva definire. Lezia ne aveva sofferto tanto ed era arrivata al punto di odiarlo. Poi aveva cercato di capire, ma era riuscita solo a compatirlo. Vedeva il dolore e la rabbia nei suoi occhi ogni volta che tornava a casa e guardava o Stiano o lei.

«Bimba!»

Un gridolino gioioso scosse Lezia dai suoi pensieri.

«Bimba!»

Appena finito di cenare, Stiano saltò giù dalla sua sedia e corse da Lezia. Le strattonò un braccio per farla alzare in piedi a giocare con lui.

Ella gli scompigliò i riccioli e si fece trascinare, sotto lo sguardo attento di Alendro.

Si sedettero sul tappeto vicino al camino a giocare con le costruzioni.

Marna aiutò la domestica a sparecchiare la tavola e, una volta finito, li raggiunse.

Non appena Lezia riconobbe nel fratellino i primi accenni di sonno, lo accompagnò in camera.

«Quando aiva papà?» chiese Stiano.

«Te l’ho detto… domani sera lo vedremo» rispose pazientemente la ragazza mentre gli rimboccava le coperte.

«Che bello!»

«Ora cerca di fare la nanna, Stiano» gli sussurrò la sorella posandogli un bacio sulla fronte. «Sogni d’oro.»

Attese che il bimbo si addormentasse. Chiuse la porta dietro di sé con un sospiro. Raggiunse la sua camera. Poggiò il lume sul comò, si svestì e infilò la camicia da notte. Era irrequieta. Aprì la finestra e si sedette sul davanzale. Alendro passeggiava nel giardino. La vide. Lezia gli fece cenno di raggiungerla.

Dopo poco avvertì dei passi nel corridoio e poi un lieve bussare alla sua porta.

«Entra» lo invitò.

Egli entrò, chiudendo delicatamente la porta.

La raggiunse vicino alla finestra.

«Non voglio stare da sola» mormorò lei.

Si sporse in avanti e lo baciò sulla guancia. Alendro cercò le sue labbra e la baciò appassionatamente. La attirò rapido a sé ma Lezia si allontanò.

«Fermati, ti prego…»

Egli si fermò e la guardò in viso. I suoi occhi erano lucidi e sorridevano.

«Come posso resisterti?» le chiese.

«Voglio aspettare ancora un po’…» gli disse Lezia sedendosi sul letto con le braccia intorno alle gambe.

«Tu vuoi aspettare perché non mi ami» replicò egli.

Ella non rispose.

«Non sono nulla per te, lo so» sospirò Alendro e poi si alzò in piedi.

«Resta qui» lo fermò ella afferrandogli la mano. «Tu per me significhi molto invece… sei la mia unica certezza. »

Alendro, benché mortificato, accennò un sorriso.

Si sedette sul letto, con la schiena appoggiata alla testiera, e fece avvicinare a sé Lezia, stringendola con delicatezza.

La mattina seguente Lezia si svegliò tra le braccia del dottore. Era ancora buio, ma non aveva già più sonno.

Guardò il viso dell’uomo e si rimproverò. Lo cercava solo per non sentirsi del tutto sola, per sentirsi amata e protetta.

Nel muoversi, lo svegliò.

Si allontanò da lui.

Egli si rizzò a sedere.

«Vuoi che vada via?» le domandò.

Ella annuì, senza guardarlo in volto.

L’uomo si levò in piedi.

«Alendro,» lo richiamò Lezia, voltandosi a guardarlo «scusami.»

«Non preoccuparti» sussurrò lui, posandole un bacio sulla fronte.

Uscì dalla stanza e Lezia si sdraiò sul letto con un groppo alla gola.

Pianse per alcuni minuti in silenzio, trattenendo i singhiozzi. Poi si alzò e si asciugò le lacrime. Si guardò nel lungo specchio nell’angolo della stanza. La chioma di capelli castani le scendeva scompigliata sul petto. Il suo viso era più triste del solito, pallido e scosso, gli occhi erano lucidi e arrossati. La lunga veste bianca era stropicciata.

Poteva avvertire ancora il tocco di Alendro su di lei. Si sentiva sporca.

Si sfilò la camicia da notte e la lanciò sul letto. Si lavò con l’acqua fredda del catino.

Poi si vestì con un lungo e austero abito nero e raccolse i capelli.

Uscì dalla stanza ed entrò in quella vicina di Stiano. Egli dormiva beatamente. La ragazza si sedette su una sedia vicino al letto e attese che il piccolo si destasse.

Stiano si svegliò presto e salutò con un grande e dolce sorriso la sorella.

Lezia lo vestì, mentre egli si dibatteva per farle dispetto, ridendo.

«Sciocchino…» lo rimproverò, baciandolo sulla fronte, una volta che fu vestito.

Il bimbo la prese per mano e la trascinò fuori dalla porta, reclamando la colazione.

«Chi aiva pima mangia tuti bicotti!» urlò e prese a correre per il corridoio e giù per le scale. Lezia lo rincorreva ridendo.

Raggiunse la sala da pranzo appena in tempo per vedere il fratellino che si nascondeva sotto il tavolo.

«Ma dove è finito Stiano?» domandò ad alta voce la ragazza. «È sparito?»

«Non saprei proprio…» disse qualcuno alle sue spalle.

Si voltò. Alendro le sorrideva con aria complice.

«Ti abbiamo disturbato con il nostro baccano?» chiese mortificata.

Egli scosse la testa.

Lezia gli posò un bacio sulla guancia.

Alendro sorrise e fece qualche passo nella sala da pranzo.

«Ma dove sarà mai? Questa volta l’abbiamo perso, Lezia…»

Un faccino spiava fuori da sotto la tovaglia bianca che toccava il pavimento: osservava Alendro che guardava tra i mobili, dietro le tende e i vasi di fiori. Lezia si trattenne dal ridere.

«Accidenti, proprio oggi che c’è la torta di mele…» borbottò Alendro. «Saremo obbligati a mangiarla tutta noi…»

«Ov’è la totta?» Stiano sbucò fuori dal suo nascondiglio. Alendro lo alzò da terra e prese a fargli il solletico sulla pancia.

Lezia si sedette a tavola, sorridendo nel guardare Alendro che rincorreva Stiano per la stanza. Il medico era fantastico con il bimbo: gli voleva bene come a un figlio. Era un uomo splendido. Premuroso, cortese e presente.

Lezia era felice che suo fratello potesse avere una figura di riferimento così ammirevole. Sarebbe diventato un grande uomo anche lui, sotto la sua protezione. La ragazza sapeva che poteva riuscire ad amare Alendro e sapeva che egli l’avrebbe sempre rispettata, ascoltata e capita. Doveva solo abituarsi all’idea.

Marna portò in tavola la torta di mele e la tagliò a fette.

«Bambini!» richiamò Alendro e Stiano. «A tavola!»

Lezia rise.

Stiano si arrampicò affannato sulla sedia, con la lingua di fuori.

«Stiano, non sei mica un cagnolino…» lo rimproverò ridendo Marna.

Alendro si lasciò cadere sulla sedia, sfinito. Chiuse gli occhi e fece pendere la testa su un lato.

«Oh…» mormorò Stiano allarmato strattonandolo per un braccio.

«Dottoe! Dottoe!»

Il medico spalancò di colpo gli occhi e gli fece la linguaccia.

Stiano tornò a sedersi al suo posto ridendo.

«Ecco da chi impara certe cose…» borbottò Lezia, guardando Marna con aria rassegnata.

Uscirono al trotto dal cancello del giardino.

Alendro portava sul suo destriero bianco il piccolo Stiano. Lezia cavalcava il suo pezzato.

Raggiunsero il centro di Camegno, gremito di gente che gironzolava per il mercato, e smontarono, conducendo i cavalli per le briglie. Stiano sedeva ancora in sella e si guardava attorno spavaldo ma, raggiunta la piazza e legate le bestie, la sorella lo fece scendere e il bambino iniziò a fare i capricci.

Lezia, innervosita dall’atteggiamento del fratellino, lo prese bruscamente per mano e lo trascinò. Man mano che avanzavano Stiano smise di piangere e, intimorito da tutto quel viavai di gente, si aggrappò forte alla mano della sorella. La giovane osservava attenta e curiosa le bancarelle. Alendro la conduceva saldamente a braccetto e di tanto in tanto si fermava a scambiare qualche parola con alcuni suoi conoscenti o pazienti. Stiano scalpitava e spazientiva. Lezia salutava cortesemente e si fingeva interessata ai loro discorsi.

Non c’era stato bisogno di presentarsi a nessuno al suo arrivo in paese tre anni prima; era da subito stata etichettata come la signora Baniesi, la giovane moglie del dottor Baniesi. Stiano, naturalmente, era loro figlio. Si vociferava che lei avesse partorito al Sud, in un vero ospedale sicuro e ben attrezzato e che avesse avuto qualche timore e dubbio nel raggiungere il marito in quel piccolo paese sperduto al Nord. Gente di città sofisticata. Si diceva persino che il bambino non fosse figlio del dottore. Non c’era alcuna somiglianza. Oltretutto, una giovane e bella donna, lasciata sola e libera al Sud, come poteva essere rimasta fedele a un uomo che poteva quasi essere suo padre?

Alendro stava chiacchierando con lo sceriffo quando Lezia d’un tratto lo vide. Quell’uomo. Quel cacciatore di taglie. Il Misogino. Stava davanti alla bacheca del municipio dove erano affissi i manifesti dei ricercati, con le mani nelle tasche del logoro pastrano e il cappuccio del mantello abbassato sul volto. Scese i tre scalini, alzò il capo e scrutò la folla. Lezia lo guardò pietrificata. Si accorse allora del fratellino che la strattonava e la chiamava. Si abbassò e lo prese in braccio. Quando rialzò gli occhi, il Misogino era sparito.

Si guardò attorno e lo intravide tra la gente.

Interruppe il discorso di Alendro.

«Perdonatemi,» si scusò con un sorriso «Stiano si annoia, lo porto a vedere qualche bancarella.»

Lo sceriffo la salutò garbatamente mentre Alendro la osservò sospettoso.

Lezia seguì il Misogino a distanza, scrutandolo incuriosita e timorosa. Era così diverso dagli altri che Lezia poteva riconoscerlo distintamente ovunque.

A un tratto, qualcuno la afferrò per un braccio. Si voltò di scatto. Alendro.

«Ma dove vai così di fretta?!» le domandò sorridendo.

Lezia cercò di non perdere di vista il Misogino mentre Stiano si dibatteva per andare da Alendro.

Egli lo prese in braccio. «Cosa c’è?» chiese poi turbato alla ragazza.

«Niente…» rispose lei in un sussurro, seguendo con lo sguardo il cacciatore di taglie.

«Sei pallida come un cadavere.»

Lezia aveva gli occhi puntati sul Misogino, fermo davanti a una bancarella di armi.

«Lezia, mi ascolti?» la richiamò Alendro.

«Sì…» gli rispose distratta.

Il dottore la prese a braccetto e la condusse dalla parte opposta a dove stava il Misogino. La ragazza si girò a guardarlo un’ultima volta.

Si sedettero a bere un infuso alla Locanda della Fontana, nel porticato che dava sulla piazza al cui centro dominava, appunto, un’ampia fontana.

«Ora hai ripreso un po’ di colore» disse d’un tratto Alendro.

Lezia sorseggiò la sua bevanda in silenzio.

«Hai paura di quell’uomo?» le domandò.

Lezia guardava assente la piazza.

«Di chi?» chiese di rimando.

«Del Misogino. Ti preoccupi per tuo padre?»

Lezia abbassò lo sguardo, arrossendo.

«Sì,» rispose esitando alcuni secondi «sì, certo.»

«Mi stai mentendo, lo so» disse con un sorriso Alendro.

Le accarezzò la guancia con il dorso della mano.

Il Misogino passò nella piazza. Vide il dottore e lo salutò con un cenno del capo.

«Sei uno dei pochi che saluta, a quanto vedo…» brontolò Lezia.

Alendro sorrise.

Con grande sorpresa di Lezia, il Misogino salì i tre scalini del porticato della locanda.

«Buongiorno, dottore» salutò in un sussurro appena udibile.

«Buongiorno a voi, amico mio» rispose Alendro.

Lezia lo guardò perplessa.

«Che c’è?» le domandò lui.

«Non mi piace quell’uomo» borbottò la ragazza.

Nel mentre l’oste si avvicinò loro.

«Dottore,» disse «il signor… ehm… il Misogino, diciamo, vorrebbe offrirvi da bere e parlarvi…»

«Ben volentieri» rispose il medico, come sempre garbatamente, alzandosi in piedi.

Lezia si alzò a sua volta e prese per mano Stiano.

L’oste si schiarì la voce.

«Ditemi» gli disse Alendro.

L’uomo era in palese imbarazzo. Guardò Lezia e poi Alendro. Poi di nuovo Lezia.

«Be’… io non… non credo, dottore, che… voglio dire, il Misogino… non apprezzerebbe…»

«La mia presenza, giusto?» lo interruppe Lezia risentita.

L’oste annuì.

«Non preoccupatevi, egregio signore,» intervenne Alendro «mia moglie mi seguirà e il Misogino, se è la persona a modo che ritengo io, non obbietterà.»

«Certo, dottore» replicò l’oste e rientrò.

Alendro prese sottobraccio Lezia, per mano Stiano ed entrò nella locanda.

«Laggiù, al suo tavolo, dottore» mormorò l’oste ad Alendro «Sembra che abbiate ragione voi, ha fatto aggiungere ben tre sedie! Ma non fidatevi, dottore.»

Alendro sorrise divertito.

Si avvicinarono al tavolo del Misogino, in un angolo accanto al camino e alla finestra. Egli li attendeva a viso scoperto; solitamente aveva sempre il volto occultato dall’ombra del cappuccio del suo pastrano o addirittura coperto con un fazzoletto come un bandito.

Lezia osservò il Misogino. Non l’aveva mai visto così da vicino.

Benché la sua espressione corrucciata e l’atteggiamento scontroso lo facessero sembrare più vecchio, il suo viso era giovane, abbronzato e, pur segnato dalla vita temeraria che conduceva, dai lineamenti fini e gradevoli; gli occhi scuri e indecifrabili non lasciavano trasparire nessuna emozione. La barba era incolta, le labbra screpolate dal sole increspate in un sorriso sarcastico, i capelli neri corti ma scarmigliati.

Si levò in piedi. Non era molto alto ma il suo corpo era asciutto e allenato. Portava dei vestiti scuri. A tracolla aveva il fodero della spada e sulla schiena una faretra piena di frecce. Poggiò entrambi contro il muro, vicino a una balestra di legno scuro e lucidato.

Il suo sguardo era fisso sul tavolo. Quando i tre gli furono davanti, alzò gli occhi e porse la mano ad Alendro.

«Sono felice di rivedervi» disse Alendro stringendo la mano.

Lezia allungò titubante la sua.

Il Misogino la ignorò completamente, ma abbozzò un sorriso a Stiano e si sedette.

Alendro si accomodò a sua volta. Lezia restò in piedi.

«Torniamo a casa, Stiano» disse alterata al fratellino prendendolo in braccio. «Saluta questo signore.»

Stiano salutò perplesso con la manina, mentre Lezia si voltava e attraversava la sala velocemente.

«Lezia, rimani» le chiese Alendro levandosi in piedi a sua volta, ma la ragazza era già uscita dalla locanda.

«Perdonate mia moglie…» disse il medico al Misogino.

Questi sogghignava divertito.

«Di cosa volevate parlarmi?» domandò Alendro.

«Nulla di importante,» rispose il cacciatore di taglie «solo una chiacchierata tra amici.»

E di nuovo quel ghigno.

«Non ho saputo resistere alla tentazione di innervosire la vostra signora.»

Alendro scosse il capo rassegnato.

«Vi conosco troppo bene e da troppo tempo per arrabbiarmi con voi» disse sorridendo.

Nel primo pomeriggio, Lezia sellò il suo cavallo e uscì dal cancello della villa, sotto lo sguardo preoccupato di Alendro, che la osservava dal balcone.

Non gli aveva rivolto parola da quando era tornato dopo la chiacchierata con il Misogino. Si era offesa, Alendro lo sapeva bene. Il Misogino l’aveva completamente ignorata solo per la curiosità di vedere come avrebbe reagito. Alendro conosceva bene quell’uomo e capiva che in qualche modo Lezia lo affascinava. Era incuriosito da lei, dalla sua storia che nessuno conosceva. Percepiva che c’era qualcosa di segreto e oscuro nella ragazza, una parte ben nascosta.

Tutto questo Alendro l’aveva solo intuito. Di certo il Misogino non avrebbe mai detto nulla che potesse compromettere la sua reputazione di insopportabile e intrattabile paladino della giustizia senza cuore, senza passato, senza patria.

Lezia raggiunse il misero cimitero appena fuori da Camegno, situato dietro al municipio e alla locanda della piazza. Legò il suo cavallo all’esterno ed entrò dal cancelletto sgangherato che apriva un varco nel muretto a secco.

Raggiunse una lapide sperduta in un angolo del cimitero, una bellissima pietra bianca con delle venature azzurre. Nessuna iscrizione, nessuna data. Soltanto una piccola conchiglia d’oro in rilievo nell’angolo in alto a destra.

Lezia tolse i fiori che aveva portato pochi giorni prima e li sostituì con delle margherite che aveva raccolto nei prati strada facendo. Sua madre amava i fiori di campo.

Poi strappò l’erba intorno alla tomba. Spolverò con il fazzoletto la conchiglia d’oro. Legata al suo collo una catenella reggeva una conchiglia identica a quella. Sua madre veniva dal Sud, da un piccolo paesino sulla costa. Lezia si ricordava ancora quelle volte che le aveva descritto il mare, quando si sedevano alla sera sul prato e ascoltavano il rumore delle onde nelle conchiglie.

Rimase per un po’ seduta sul bordo della tomba con il capo chino.

«Certo è strano che questa tomba accomuni una distinta signora come voi a Valio il Clemente» disse una voce alle sue spalle.

Lezia si voltò di scatto. A pochi passi di distanza stava il Misogino.

«Dalla mia stanza alla locanda si vede il cimitero» disse l’uomo con un leggero tono di scherno. «All’ultimo piano si gode di un’ottima vista e vi ho per caso notata.»

Lezia rimase in silenzio, tenendo lo sguardo basso.

«Più volte ho visto sia voi sia il Clemente raggiungere questa tomba,» continuò il Misogino «e giurerei di aver visto il Clemente con un compagno che cavalcava un cavallo apparentemente identico al vostro…»

Lezia scattò in piedi e gli si avvicinò.

Lo guardò negli occhi. Per la prima volta. Non erano scuri e freddi come le erano sempre sembrati o forse si era immaginata. Due occhi splendidi e strani, di un marrone ramato che alla luce del tiepido sole autunnale pareva quasi porpora, la osservavano in volto incuriositi.

«Vi ricordo che sono una donna» disse perentoria. «Il Misogino non tratta con le donne. Forse, in effetti, non è in grado di comportarsi in maniera civile con nessuno che cammini su due gambe.»

Il Misogino sogghignò. Il sogghigno detestabile che si stampava su quella faccia da sberle ogni volta che si divertiva.

Un tempo aveva rifiutato Assia, la proprietaria del bordello di Camegno, dicendole che le donne non lo interessavano. Assia, che in paese poteva vantare un gran bel numero di estimatori, gli si era avvicinata alla locanda. Erano i primi tempi che bazzicava nella zona ed ella, matura, piacente e scaltra, aveva adocchiato il giovane e aitante straniero, arrivato con un mestiere redditizio che riempiva sempre le tasche. Nessuno in paese era riuscito a capire come avesse potuto rifiutare proprio Assia, la quale si era offesa tremendamente, e da quell’episodio il cacciatore di taglie era stato soprannominato Misogino.

«Adoro il personaggio che interpreto» replicò.

«Vi saluto» ribatté Lezia e si allontanò con passo spedito.

Erano le cinque quando la giovane montò a cavallo avvolta nel suo mantello. Il vento spirava forte e faceva freddo.

Marna sedeva in sella a un altro cavallo.

Alendro passò Stiano a Lezia che lo fece sedere davanti a lei.

La osservava allarmato, come ogni volta che la ragazza si apprestava a raggiungere suo padre.

Non le disse nulla, non ce n’era bisogno: Lezia capiva quanto egli si preoccupasse nel saperla con suo padre e i suoi compari. Gli rivolse un lieve sorriso.

«Ci vediamo presto» mormorò Alendro.

Le due donne si allontanarono dal cortile.

Condussero i cavalli lungo la strada che usciva da Camegno e costeggiava il fiume per trecento metri all’incirca e si inoltrarono in una foresta ai piedi delle montagne brulle. Il sentiero tra gli alberi era appena accennato e soltanto chi conosceva il bosco poteva trovarlo e seguirlo. Una volta scovato, dopo poco incrociarono un ruscello e seguendolo raggiunsero una radura ai piedi della montagna, dove il rivolo d’acqua scendeva da una roccia sporgente con un rapido salto in una cascatella. In mezzo alla radura c’erano una torre dalla base rotonda, con le piccole finestrelle illuminate e un camino fumante sul lato destro, una baracca addossata alle mura, un piccolo orto e un grosso ciliegio da cui dondolava al vento un’altalena.

Smontarono da cavallo. La porta si aprì e Gerno, il vecchio custode del covo del Clemente, apparve sulla soglia.

Lezia l’aveva sempre visto così: scheletrico, pallido e ricurvo, con pochi capelli grigi sulla testa e una barba lunga fino a metà petto. Non era cambiato negli anni, non era invecchiato. Forse, in effetti, non era mai sembrato giovane. Nessuno sapeva quanti anni avesse ed egli diceva di non ricordarselo. Era un uomo scorbutico, abituato a stare da solo, custode dei bottini del Clemente, eppure intelligente, istruito e astuto. Era stato lui a insegnare a Lezia la storia, la geografia e la matematica.

Sua madre le aveva raccontato che egli un tempo era stato anche suo maestro, ricordandolo come il migliore che avesse avuto da bambina. Saggio, paziente, attento e generoso. Ma non aveva risposto alla figlia quando le aveva chiesto perché vivesse con loro.

Quando la bambina, una volta, provò a ottenere dal padre qualche informazione in più, egli le raccontò che il vecchio Gé Gé era stato messo al patibolo per aver abusato di alcuni bambini suoi alunni a Rilla e che lui e il suo braccio destro, Steno, l’avevano salvato e portato con loro.

Lezia aveva dieci anni e da pochi mesi conosceva Gerno. Quella rivelazione aveva coinciso con la sua iniziazione al mondo di suo padre.

Smise di parlare a Gerno. Quando questi le domandò il perché non volesse più studiare con lui, ella gli raccontò quello che le aveva detto suo padre.

Lezia si ricordava bene quel momento: Gerno le si era inginocchiato di fronte e l’aveva abbracciata. Una volta scostatosi da lei, le lacrime gli percorsero le guance.

«Bambina mia, a volte basta un niente per distruggere un uomo. Credimi, quando potrai capire, ti racconterò la mia storia. Nel frattempo, non avere paura di me.»

Lezia aspettava ancora di sentire la sua storia. Non aveva mai dubitato della sincerità di Gerno e aveva imparato a volergli bene, benché lui non desse mai troppa confidenza a nessuno.

«Cé Cé!» lo chiamò Stiano mentre Lezia lo faceva scendere da cavallo.

«Ho appena preparato del latte caldo» disse loro il vecchio. «Credo che basti anche per voi.»

Rientrò in casa, chiudendo la porta dietro di sé.

Lezia sorrise. «Ci ha sentito arrivare» disse a Marna. «Il latte l’ha fatto per noi.»

Marna annuì.

Infatti, sul tavolo della cucina, vicino al camino, c’erano già quattro tazze, zucchero, latte e un piatto di biscotti: i preferiti di Lezia tra i tanti tipi che Gé Gé preparava.

La ragazza sorrise mentre il vecchio metteva la teiera in tavola.

«Come stai?»

«Bah…» brontolò Gerno. «Si tira avanti…»

Classica risposta di Gerno, pensò Lezia.

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Cristina Carrara
Cristina Carrara, nata nel 1987 a Boccioleto, in Valsesia, si è diplomata in ragioneria, ma partita doppia e numeri contrastavano con la sua mente fantasiosa e creativa, che ora sfrutta nel campo della pasticceria, con crescente passione e impegno. Siamo fuochi è il suo romanzo d'esordio.
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