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Siderus - Fondazione

Siderus - Fondazione
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Consegna prevista Agosto 2022
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L’uomo è un animale sociale. Fu una delle tante ed illuminanti osservazioni del filosofo greco Aristotele. Dalle luci del IV secolo a.C. ci sono voluti più di duemila anni perché l’uomo potesse nuovamente provare l’isolamento assoluto dei suoi progenitori, e questo avvenne soltanto con l’apertura della frontiera spaziale. Sono ormai accessibili mondi lontani dove stabilirsi, attraverso la diversificazione del tempo imposta dalla relatività, in grado tuttavia di produrre effetti devastanti sulla psiche umana. Gli studiosi chiamano questo complesso “sindrome di Wolf”, dal nome del primo colone che studiò il comportamento umano dopo il viaggio interstellare. Per far fronte a tutto ciò, su uno dei nuovi mondi prende forma una disciplina capace di privare totalmente l’uomo della dimensione affettiva. La morale scompare, le religioni soccombono, ogni certezza svanisce. L’uomo evoluto spera di poter ripristinare gli stili di vita del XXI secolo, ma ciò non è più possibile.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro ha più di vent’anni di vita, fatti di stesure e revisioni. Da tredicenne volevo raccontare le mie avventure fra le montagne, e l’idea di esplorare luoghi nuovi mi portò ad immaginare un viaggio così lungo da dovermi servire di un’astronave. All’inizio si trattava di un’avventura fine a sé stessa. Nel tempo è maturata la dimensione sociale, tecnica e filosofica. Il nome originale del romanzo era Noos. Mi ispirai al nome dato da Piero Angela ad un’astronave immaginaria comparsa in TV.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Non avevo idea di chi fosse il Corvo. Forse una donna, forse un animale, o forse l’insieme delle due cose. Avevo preso alla lettera le informazioni di Allen Sobieskij, e decisi di fidarmi caparbiamente solo di quelle parole. Se così non fosse stato, niente e nessuno al mondo mi avrebbe mai convinto a cercare una pazza nascosta tra i fumi di una valle idrotermale.

Siderus riusciva sempre a stupire nella varietà dei suoi paesaggi. In alcuni luoghi la vegetazione di importazione terrestre si confondeva con alcune forme di vita autoctone simili ad alghe, dal colore giallo zolfo, che crescevano in fittissimi steli e che coprivano rocce e tronchi liberi dalla neve. Sulla sommità degli steli proliferavano numerosissime e microscopiche sferule rosse, simili agli sporangi di una felce. Salii su un sentiero aperto in mezzo alla rada boscaglia, appena distinto dalla neve. Era quasi mezzogiorno e la temperatura si attestava sui -5°C. Superai il valico. Ed in mezzo alla neve, fra due lunghe braccia di roccia nuda, in mezzo a un vapore insolito ed intenso, scorsi il verde lussureggiante della valle, estesa per circa tre chilometri. Al suo interno crescevano latifoglie tipiche della foresta temperata europea della Terra: castagni, faggi, olmi, qualche abete.

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La piccola valle non aveva per nulla l’aria di un luogo protetto, neppure di un luogo volutamente nascosto. Qualche cartello in legno, con lo sfondo scarlatto e le scritte bianche incise, indicava fin dall’imboccatura del sentiero un messaggio inequivocabile: perdiqua! Forse il Corvo sapeva bene che nessun essere umano poteva trovarsi lì per caso, e forse aveva tutto l’interesse, al contrario, nell’indirizzare i suoi ospiti verso la sua dimora. Forse avrei dovuto chiederglielo direttamente. Quando imboccai il sentiero per scendere verso valle, dove la neve aveva lasciato il posto ad un prato erboso piuttosto variopinto ed in piena fioritura, vidi un branco di cani di piccola taglia attraversare il sottobosco, chiassosi e apparentemente sulla difensiva. Iniziarono a seguirmi lungo il sentiero, facendosi sempre più vicini e rabbiosi. Dovevano essere i cani del Corvo. Quell’ambiente non aveva nulla di alieno. Sembrava un angolo di Terra, artificiale, in qualche modo abbandonato a sé stesso, ma pur sempre evidentemente artificiale.

La vegetazione poco diversificata, i passaggi netti nel sottobosco facevano somigliare quel piccolo angolo di Siderus ad un bosco prealpino curato dall’uomo. Ad un tratto, i cani iniziarono a guaire e muoversi compatti verso una siepe di rosa selvatica in fiore. E fu lì che il mio sguardo si incrociò per la prima volta con quello del Corvo. Fui stupito nel notare con quale compostezza ed assenza di stupore accolse il mio arrivo. Rispetto a quanto avevo immaginato dalle descrizioni di Allen, avrei creduto di incontrare una donna di mezza età, vestita di bianco e seduta in contemplazione su una roccia. Al tempo stesso, l’avrei immaginata aggirarsi furtiva nel sottobosco con i suoi animali, coi capelli annodati e i vestiti laceri. Poi ricordai il racconto di Allen, della sua avventura con il Corvo, e decisi di limitarmi a ciò che potevo vedere con i miei occhi. Il Corvo era una donna dall’aspetto giovane, dai lunghi capelli lisci come la seta, così simili ad un drappo dai riflessi castani e dorati indossato sul capo, fino a raggiungere i fianchi.

Appena sotto la frangia che copriva la sua fronte, splendevano due occhi neri come l’ossidiana, vivaci ed attenti al mio passo, incastonati nel viso come due pietre preziose. Sotto il suo naso minuto due labbra sottili sembravano attendere il momento giusto per parlare. Il suo volto era come Allen l’aveva descritto: ruvido, coperto dalle cicatrici di vecchie ustioni: solo qualche drappo di pelle candida lasciava supporre quale fosse il suo aspetto originario. Avvolta nel suo vestito nero e succinto, non sembrava voler nascondere le sue forme abbondanti, ed i suoi piedi non calzavano zeppe o tacchi che avrebbero aggiunto qualche centimetro in più alla sua altezza. Dipingeva. Cose incomprensibili a dire il vero. Forse i suoi cani, forse la foresta. L’unico modo per capire cosa fossero quei disegni consisteva nel cercare di distinguere le forme attraverso i colori. Il Corvo reclinò il capo all’indietro, accompagnando i lunghi capelli con le mani fin dietro le spalle. I suoi piccoli cani continuarono ad abbaiare furiosamente finché, inaspettatamente, scoppiò a ridere di gusto. I cani tacquero immediatamente e, dopo qualche breve momento, a gran voce il Corvo mi rivolse la parola:

“Benvenuto, marinaio delle stelle. A che devo la tua visita?

La sua voce aveva qualcosa di caloroso e beffardo insieme. Le risposi:

“Sono cinque anni che non vado oltre la ionosfera. Sono Luca Myrtus. Mi hanno detto che hai la capacità di far vedere le cose sotto una luce diversa.”

“Myrtus, eh? Come gli arbusti in fiore nel mio giardino. Non so cosa sia la ionosfera, ma sembra che abbia la risposta pronta. Perché rimani lì? Hai forse paura dei miei feroci cani da guardia?”

“No. Sono piuttosto chiassosi, e non sembrano vedermi di buon occhio.”

Il Corvo si alzò, muovendosi lentamente verso di me, a piedi scalzi, mentre una sorta di pareo nero le scivolò sulla gamba fino a lambire il terreno. Io poggiai il braccio sul tronco di un grosso pruno, accorgendomi ben presto di avere delle formiche sulla mano. Formiche dalla testa rossa e il corpo nero. Sembravano allevare piccoli afidi verdi sotto le foglie. Sebbene il Corvo fosse sul punto di raggiungermi, per un attimo mi persi in un altro dei miei ricordi d’infanzia, quando le formiche facevano la stessa cosa sui mandorli innestati dietro casa. Il Corvo mi si fece vicino, lentamente, riportando la mia attenzione sui suoi piccoli cani da guardia:

“Oh, loro desiderano difendermi. E sono molto più attenti delle persone, quando si tratta di capire chi si trovano davanti.”

“Sono a casa loro, d’altronde. Purtroppo, sono uno che non ama il baccano. E non mi scompongo neppure nel precipitarmi da loro fingendo di giocarci.”

“Un uomo tutto d’un pezzo. Mi piace. Molti dei giovinastri che sono venuti fin qui avevano qualcosa di insipido. Nuove generazioni, cresciute nella bambagia. Tutti uguali, fin troppo puliti, isterici al primo contatto coi miei affettuosi cagnetti. Tu no. Sembri stare al tuo posto. E sembri stare a tuo agio con la mano tra quelle formiche. Ho visto il tuo sguardo.”

“Da lontano?”

“Il tuo corpo parla. Parlano le tue labbra serrate e i tuoi occhi socchiusi. Devo averti interrotto mentre ripensavi a qualcosa di bello. Lasci camminare le formiche sulla tua mano anche in questo momento. Quasi tutti i miei ospiti sotto i 25 anni hanno strillato per un po’ di fango e per i miei teneri cuccioli, scambiandoli per giochi o pupazzi.”

“Non so neppure il tuo nome e cerchi di leggermi dentro?”

“Come potrei. Sei l’emblema del muro invalicabile. Te l’ho detto, sembri un uomo tutto d’un pezzo. Non saprei leggerti fino in fondo.”

Il Corvo sorrise. Sapeva bene di aver capito esattamente ciò che pensavo, e sapeva anche che io l’avevo inteso.

“Mi piace. Sembri un uomo dei tempi perduti. Ne ho visto pochi così. Sobrio nel vestire, senza orpelli, anelli o catenine. Taglio di capelli militare ma barba non troppo curata. Forse sei un uomo non banale, che cerca la praticità anche nel suo aspetto, ma senza voler sembrare vanesio.”

Il Corvo aveva un modo di parlare quasi mieloso. Difficile da interrompere. Sembrava volesse a tutti i costi provare i tasti delle persone che incontrava, giusto per capire quale musica potessero suonare.

“Il Corvo. Perché ti chiamano così? Qual è il tuo vero nome?”

“A dire il vero mi chiamano così solo quelli che sono venuti a letto con me. Gli altri mi chiamano Myrmi.”

“Myrmi? Ha un significato?”

“Lo ha. A differenza del tuo nome, però, il significato non è legato alla fantasia di chi mi ha generato. Il mio l’ho scelto io, e dunque ha un significato per me.”

“Non vuoi dirmi il tuo vero nome?”

“Io provo a capirti, ma tu sembra non voglia capire me. Questo nome l’ho inventato io. Non sostituisce un altro nome, perché un altro nome io non l’ho avuto. Forse ti racconterò come l’ho scelto. In genere non lo racconto mai.”

“Perché dovresti?”

“Non t’importa?”

“No, solo non capisco perché dovresti raccontarlo a me e… Insomma, lascia perdere.”

“Te lo racconto perché mi piaci.”

“Perché dovrei piacerti? Immagino che ti piaccia chiunque venga a trovarti.”

“Questo è vero. Ognuno mi piace per una sua particolarità. E tu mi piaci per l’amore con il quale hai osservato quelle formiche. Myrmicinae è la sottofamiglia delle formiche alla quale appartengono le rizzaculo che stavi fissando sul tronco di quell’albero. Il mio nome Myrmi deriva da questo fatto. Adoro le formiche. Oh! E le allevo pure! Ed è per il tuo rispetto verso queste creature, alle quali è legato il mio nome, che ho voluto raccontarti l’origine. Ma a te non importa, giusto?”

“Senz’altro so qualcosa in più su di te. Forse qualcosa che mi aiuterà a fidarmi.”

“Fidarti? Tu? Sei nella mia dimora, caso mai ti fosse sfuggito. Sono io a dover capire se fidarmi o meno. E i miei ferocissimi cani sono pronti a sbranarti.”

Myrmi sorrise. Poi mi invitò a seguirla:

“Giovane Myrtus… Che fai nella vita?”

“Ufficiale fisico dell’Esercito Imperiale.”

“Un marmittone?”

“In realtà mi occupo dei motori nucleari delle astronavi militari.”

“Boom! Che cosa pallosa.”

“Può darsi.”

“Passi tutto il giorno a giocare con gli atomi?”

“Preferisco andare in giro per i monti da solo. Sono qui per questo.”

“Non si viene in questa valle perché si vuole stare soli. Chi viene qui sa che ci sono io. “

“Sono qui perché sembra che tu abbia il potere di cambiare le persone.”

“Non sei soddisfatto di te? Cosa cerchi?”

“So che sei tornata dalla Terra. So che non è andata bene. So anche che hai anni abbastanza da aver visto la crisi su questo mondo prima dell’Impero.”

“Non hai a che fare con le donne troppo spesso, vero? Non sono cose carine da far notare a una donna affascinante come me.”

“No, infatti. Da qualche tempo sono io la mia dolce metà.”

“Ma che simpatica ed originale osservazione. Sei impacciato. Sembra che sia qui solo per avere una risposta ad un quesito, e sia pronto per la fuga.”

“Non voglio sembrare scortese, ma credo che tu stia trovando le risposte senza neanche porre le domande. Si tratta di un brutto vizio. E ti assicuro che lo conosco bene. Per questo motivo sono qui. Per questo motivo non cerco la fuga: tutt’altro.”

“Bene. Ti va un tè?”

Annuii ed abbozzai un sorriso di circostanza a labbra serrate. Myrmi sorrise al contrario sentitamente, canzonando la mia faccia tosta. Con un cenno della testa mi invitò a seguirla. I suoi cani ci scortarono fino ad una piccola casa di legno che profumava di resina e fumo solo a guardarla. Sembrava una piccola baita, con il tetto spiovente. Aveva un aspetto davvero semplice, ma ciò che più balzava all’occhio erano i suoi colori. Un viso pollockiano campeggiava sull’unica parete priva di porte o finestre. La trama del disegno, basata su una scala di colore che variava dal bianco all’azzurro, era estremamente simile al truciolato compresso che rivestiva l’esterno della facciata, confondendosi con il tappeto di foglie secche che circondava l’intera baita. Da Lontano, il gioco di luce forniva l’idea di un volto che prendeva vita dal suolo, e come in un turbine di vento si disperdeva tra le foglie e le rare e nette colonne arboree. Rimasi qualche istante a scrutare quell’effetto, finché Myrmi non raggiunse l’ingresso e mi invitò a sedermi su un tavolo di pietra calcarea arrangiato all’esterno, fatto con un grosso masso piatto, sorretto da piccole pietre incastrate tra loro.

Myrmi entrò nella piccola casa, per poi riuscire dopo qualche istante con in mano una teiera, due tazze, due cucchiaini, una busta trasparente ed un vasetto. Poi venne a sedersi al tavolo. Aprì il vasetto e scoprii trattarsi di semplice alcool. Ne versò due dita in una fossetta appositamente scavata al centro del tavolo. Poi la coprì con una pietra perfettamente aderente, dotata di una corona di fori sulla parte superiore. Accese quel fornello e posizionò la teiera con l’acqua sopra di esso, poi incrociò le dita delle mani ed allungò le braccia sul tavolo compiaciuta. E riprese a curiosare nei dintorni della mia percezione:

“Non trovi strano tutto questo?”

“Intendi questo bosco?”

“Non esattamente. Siamo qui a fare qualcosa di ancestrale, come cucinare un tè sul fuoco. Tu sei su un pianeta diverso dal tuo, e sei seduto in un bosco artificiale. A tre chilometri da qui ci sono -20°C, qui invece 18 piacevoli gradi costanti. Per non parlare delle coincidenze che ci hanno portato a condividere la stessa epoca.”

“Siamo i resti di esplosioni di supernova. Ci siamo evoluti fino a poter parlare ed avere l’autocoscienza. Alla fine, le cose incredibili sono tante davvero, ma se così non fosse stato, non saremmo qui a parlarne.”

“Un fatalista, quasi. Ti è così difficile chiacchierare con me? Non se qui per questo? La cosa più incredibile è che tu non mi abbia chiesto nulla sulla mia faccia.”

“Un amico aveva già raccontato della tua faccia. E un ficcanaso al Serpens Cauda ha pure detto che ti sei sfregiata da sola la faccia per non farti riconoscere. Se non chiedo è perché penso che dipenda da te volermi parlare di questa faccenda, non dalla mia curiosità.”

“Sei il visitatore più strano che abbia mai incontrato. Sei un misogino?”

“Al più potrei essere un misantropo. Non c’è nessuno col quale mi piace stare particolarmente, e fra coloro che mi interessano, non c’è nessuno col quale starei troppo a lungo.”

“Non ti interessa sapere nulla di me? Allora perché sei qui?”

“Mi interessa sapere di te. Non sono le domande dirette a darmi questa risposta. Sono le tue azioni. Il tuo modo di parlare e di osservare le cose. Il modo in cui cammini mi parla di te, i tuoi piedi scalzi, il tuo desiderio di libertà. E perfino questo tè, fatto bollire sulla pietra, lontano dalla fredda razionalità di un fornello elettrico.”

Gli occhi di Myrmi sembrarono risplendere con una luce nuova.

“Dunque non ti sono indifferente. Sei solo un taciturno. Mi piaci. Sei diverso dagli altri. E per fortuna sei diverso dai peggiori. Di solito, chi mi osserva taciturno, vede in me solo un ammasso di carne, una donna grassa e sgraziata, un oggetto. A volte un mostro dal volto orribile e detestabile.”

Una lacrima rigò il suo volto devastato, seguendo le pieghe come le piaghe delle sue gote. Con lentezza tolse la teiera dal fornello e ne estinse la fiamma soffocandola con un panno umido. Poi versò l’acqua bollente nelle tazze. Cavò fuori dalla busta delle foglie di tè e le lasciò riposare nell’acqua. Poi soggiunse.

“Ho… Ho dimenticato il miele. Vado a… Vado a prenderlo.”

Incomprensibilmente, d’improvviso la sua voce venne rotta da un pianto soffocato, rimandato a calci giù nello stomaco. Quando fu sul punto di alzarsi per andare a prendere il miele la fermai, invitandola a restare.

“Ecco, ora so abbastanza di te da poterti fare delle domande, perché so che ci metterai il cuore.”

Myrmi ebbe come un sussulto. Avvicinò la sua mano alla mia e la aprì con delicatezza, cercando con l’altra le linee tracciate sul palmo, come se dalla fredda genetica potesse leggere in profondità i miei pensieri ed il mio destino. Rimanemmo in silenzio per qualche lungo minuto, fino a quando non lasciò la mia mano al suo destino, riversa sulla lastra di pietra calcarea. Poi, nel mio silenzio, parlò nuovamente:

“In te respiro il profumo di un’era perduta e nostalgica che non ho mai conosciuto. Un’era surreale, onirica, prima dell’avvento delle macchine, prima che l’uomo decidesse di assomigliargli per volare fra le stelle.”

“Racconta.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Luca Murtas
Il mio nome è semplicemente Luca, classe 1986 (l’anno di Chernobyl). In qualche modo, pare che fosse scritto nel destino che dovessi studiare fisica, quella che ha a che fare con le leggi dell'atomo e quella che ha a che fare con la radioprotezione dell'uomo e dell'ambiente. Nella speranza di poter lavorare un domani in questo campo, al momento sono impiegato amministrativo in un’azienda che si occupa di sistemi computerizzati. La mia passione più profonda, però, è quella che mi lega alla natura, all’aspetto selvaggio del mondo, alla sopravvivenza come arte, filosofia e disciplina. Sono istruttore di sopravvivenza con brevetto CSEN, ed in Sardegna, insieme ad altri istruttori ed amici, abbiamo dato vita ad una bella scuola. Questi due aspetti, l’estremamente complesso (fisica) e l’estremamente primitivo (natura) sono ciò che riassume bene la mia vita e il mio carattere.
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