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Singolare identità plurale - Racconti

Singolare identità plurale campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Un uomo in carriera fa un resoconto del proprio turbolento e irrisolto rapporto col burbero padre; una giovane moglie, disillusa dalla vita coniugale, sogna un presente differente; un ragazzo con tendenze ipocondriache viene ricoverato nel reperto di malattie infettive; un marito fedifrago è accusato di uxoricidio; e ancora, un bambino organizza la propria festa di compleanno alla quale non si presenta nessuno… Singolare Identità Plurale è una raccolta di racconti tristi e ironici, profondi e banali, laconici e prolissi, autobiografici e immaginari, riverenti e blasfemi, morigerati e osceni: tutti da leggere senza controindicazioni.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere racconti nel 2013, quasi per caso. Prima di allora, a parte qualche sporadica poesia, la cosa più simile allo scrivere storie, erano brevi sceneggiature redatte per cortometraggi a carattere amatoriale o scolastico. Anche se qualcuno dei miei scritti ha indubbi spunti personali, per il resto sono frutto di fantasia o rubano alle vite di altri. In pochi casi, meno di cinque, plagia impressioni e emozioni scaturite dalla lettura di testi altrui.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Pollice verso.

Alle otto la serranda della ferramenta è ancora chiusa. Solo venti metri più in la c’è la caserma dei carabinieri. Decido di farci un salto. Il portone d’ingresso si trova all’estremità di una ripida rampa di scale. La ascendo due gradini per volta, un vezzo antico che mi segue dall’infanzia, neppure l’unico. Fra tic, manie e fisime varie sono un vero campione del mondo, senza scherzi. Ne invento di continuo, alcune sono un vero spasso. Per esempio, se controllando l’orologio la lancetta dei minuti fosse sul diciassette, non ci sarebbe verso che possa fare qualsiasi altra cosa, fosse anche andare al bagno, prima dello scoccare del diciotto. Ecco appunto; diciotto come il numero di questi gradini. Una freccia rossa con su scritto “campanello” m’indica il pulsante dello stesso (sembra una barzelletta). Lo pigio; pochi secondi dopo la porta si apre. Mi accoglie un giovane carabiniere dall’aria stupita, forse per via dell’orario: – Buongiorno, ha bisogno di qualcosa? – chissà perché mi aspettavo accoppiasse quel saluto col tipico accostamento della mano alla tesa del cappello.
– Salve; – esordisco – dovrei sporgere denuncia. – cincischio con poca convinzione.

Continua a leggere

– Prego si accomodi. – mi fa entrare; lo seguo nell’ampio vestibolo. Dopo aver annotato i miei dati sul grosso registro dell’ingresso, mi scorta lungo gli stretti corridoi dello stabile facendomi accomodare in un bell’ufficio ben illuminato ma più freddo di un igloo. – Attenda un attimo, ora le chiamo il mio superiore. – sparisce prima che possa ringraziarlo.
Una volta solo mi sollevo il cappuccio della felpa sulla testa e do un’occhiata alla stanza. C’è una grande vetrata affacciata sul parco giochi dell’asilo comunale e un’intera parete tappezzata dai calendari dell’arma dal 1979 in poi. Per il resto sembra un normale ufficio pubblico col classico computer antidiluviano poggiato sulla scrivania. Dalla finestra scorgo le maestre iniziare ad accogliere, uno per volta, i bimbi in arrivo. Sto per sedermi quando fa il suo ingresso il militare votato alla mia pratica; mi saluta e, nonostante l’attesa sia durata meno di due minuti, si scusa ugualmente per il ritardo, un vero gentiluomo. Ci sediamo.
– Bene; mi dica, come posso aiutarla? – ha l’umore di chi ha appena vinto alla lotteria.
– Niente; come ho già accennato al suo sottoposto, devo sporgere una regolare denuncia. – cerco di darmi un tono ufficiale. Magari avrei dovuto togliermi il cappuccio.
– Di cosa si tratta? – chiede il militare.
– Pedofilia. – probabilmente sono stato un po’ troppo brusco perché il suo viso prende una piega seriosa, quasi preoccupata; me ne dispiaccio ma non mi sento di dovergli delle scuse. Dopo tutto, non sarà la prima volta che raccoglie una deposizione.
– Pedofilia? – ripete; una cosa che mi dà sui nervi. Insomma, avessi biascicato la parola, ma niente. Comunque mi limito a confermare la risposta. Lui inizia a picchettare nervosamente il pulsante della biro; sembra stia raccogliendo le idee. – Mi scusi, lei in che veste si è recato qui? È parente di una vittima?
– Vittima? – lo so; so essere molto sottile nella vendetta – No, niente di tutto questo. – quasi rido mentre lo dico, deve essere l’imbarazzo della situazione, a volte mi succede. Distolgo per un attimo il mio sguardo dal suo e, senza pensarci, lo sollevo verso il ritratto sorridente del Presidente della Repubblica (il crocefisso non c’è). Nel riportarlo su suoi occhi però, i miei hanno il tempo di sbirciare un grosso orologio digitale sulla parete quel tanto che basta per rendermi conto che, fortunatamente, segna soltanto le otto e quindici.
– Continui la prego. – incalza il militare mordicchiandosi la giuntura tra le falangi più grandi dell’indice sinistro. Prima di rispondere mi abbasso il cappuccio e schiarisco la voce.
– Voglio costituirmi. – sentenzio inarcando la schiena e poggiando le mani sui freddi braccioli della mia sedia. Questa frase lo colpisce come un jab; per un po’ tace stordito, io con lui.
– Adesso mi ascolti molto bene; – riparte guardandomi dritto negli occhi – ho il dovere di informarla che prima di procedere oltre, lei ha la facoltà di avvalersi di un avvocato…
– Non mi serve un avvocato; – lo interrompo avvicinando la mia sedia alla sua scrivania – voi dovete fermarmi prima!
– Prima? – Questa gliela concedo perché barcolla come se avesse subito un colpo sotto la cintura.
– Prima che le mie perversioni sessuali abbiano la meglio sul mio autocontrollo. – un gancio di Cassius Clay gli avrebbe fatto meno male.
– Mi scusi; ma c’è o no un reato? – Cerca timidamente di rialzarsi tirando su i guantoni.
– Nossignore! Non ancora. – inizio il conteggio, ma forse ha già buttato la spugna.
– Senta, – risoluto – mi sta forse prendendo in giro?
– Vorrei solo che mi arrestasse. – chiaro e diretto.
– Lei deve capire una cosa; – si è decisamente ripreso – se ci desse notizie certe di un delitto, con fatti precisi e riscontrabili, questa sarebbe la sede giusta per raccontarlo, ma fino ad allora noi non possiamo fare nulla.
– Ma io sono pericoloso; non potete lasciarmi andare via così. – quasi lo supplico.
– Non possiamo mettere in galera la gente solo perché ce lo chiede, mi capisce? Non funziona così. – è più giovane di me ma parla come se fossi suo figlio – Posso darle un consiglio? – la mia risposta non è contemplata – Si rechi al più vicino consultorio, lì potrà trovare l’aiuto psicologico che cerca, mi creda.
– Ha ragione; forse mi sono sbagliato, ho fatto male a venire qua; – quanto odio sembrare uno che si lamenta – mi scusi, ora devo andare. – mi alzo dalla sedia.
– Aspetti un attimo; – dopo aver circumnavigato il tavolo, mi raggiunge sulla porta – faccia quello che le ho detto, mi dia retta.
– Lo farò, glielo prometto; – l’orologio sul muro sta per segnare le otto e diciassette, abbasso lo sguardo giusto in tempo. – Grazie, arrivederci. – abbandono il ring da sconfitto.
All’esterno un timido sole campeggia alto sopra i tetti delle case, mentre una torma di bambini rumorosi si dirige verso le scuole medie in fondo alla strada. Passandomi di fronte qualcuno, scherzando, finge di conoscermi e mi saluta solo per suscitare l’ilarità dei compagnetti. Senza stare al gioco fingo disinteresse e profittando del fatto che il negozio di ferramenta all’angolo della strada ha finalmente sollevato la saracinesca, mi ci reco.
Un anziano signore mi precede nella fila: – Senta; capisco benissimo che con quello che costano muoia dalla voglia di vendermi queste. – dice inviperito al commesso.
– Lei non mi ascolta; – replica l’altro – le ho già spiegato che le vecchie lampadine a incandescenza sono state messe fuori commercio; è una normativa europea.
– Io ho votato contro, Cristo di un Dio. – urla, per quanto la sua vecchia ugola possa – Non ho combattuto la guerra partigiana per farmi dire da questa culona tedesca quali dannate lampadine debba usare in casa mia. – si allontana furioso.
– Chissà come saremo noi alla sua età? – esordisco.
– Fa sempre così; – risponde il commesso – vedrà che tra cinque minuti ritorna e si prende quelle lampadine. Mi dica.
– Si; mi serve un bel pezzo di corda robusta – chiedo allegro.
– Robusta? – eccone un altro.
– Sì, insomma resistente. – la tronco lì.
– Ok; guardi se vuole, abbiamo quel rotolo lì per terra, – me lo indica – quello verde, spesso un pollice.
– Quanto viene al metro?
– No, mi dispiace; quelli così grossi li vendiamo a rotoli. – precisa.
– Normativa europea?
– Come scusi?
– Stavo scherzando. Continui. – esorto mettendomi le mani in tasca.
– Dicevo; è lungo venti metri e costa 25 €; è un buon prezzo mi creda.
– Va benissimo lo prendo, grazie.
La temperatura mattutina inizia a salire e, dopo tre giorni, finalmente sembra che oggi non piova. Come predetto dal commesso, il vecchietto sta ritornando verso la ferramenta e, mentre qualche bambino ritardatario corre nella direzione del suono della campanella, non posso fare a meno di rimuginare sul fatto che un bel pezzo di corda mi rimarrà inutilizzato. Ammettendo di trovare un ramo particolarmente alto, infatti, anche facendo un numero di spire eccessive allo scorsoio, non penso di riuscire a utilizzarne più di sette metri. Un vero peccato.

23 maggio 2020

Aggiornamento

Obiettivo raggiunto
19 maggio 2020

Aggiornamento

21 aprile 2020

Aggiornamento

Cari amici,
a una settimana dall'inizio della campagna, ho piacevolmente appreso che i preordini del libro hanno superato la cifra mediana del auspicato obbiettivo di 200 copie. Non voglio, soprattutto per scaramanzia, farmi illusioni inutili sul livello del guado raggiunto, però devo riconoscere che questa ragguardevole soglia ha piacevolmente sorpreso il mio noto temperamento scettico.
Tuttavia, questo più che uno scollinamento credo sia l'inizio dell'ultima salita, ma che il livello raggiunto ci dia quantomeno lo slancio necessario per affrontare gli ultimi faticosi tornanti che ci condurranno al traguardo. Questa forzata clausura, se da un lato mi impedisce una pubblicità più "fisica" con i possibili lettori, dall'altro mi sta concedendo il tempo necessario per rivedere, insieme ad un paio di prodi revisori, le bozze del mio scritto, e ai quali voglio rinnovare il mio sentito grazie.
Concludo questo scritto, auspicando che il passaparola che vorrete continuare a dare al mio libro, ci permetta in breve di raggiungere la quota necessaria per la sua pubblicazione.
Grazie a tutti.
Cordialmente, Samuel.

Commenti

  1. Mega Pick

    Un rumore sinistro proviene dalla mia destra:
    ironie dello spirito raccontate da Samuel Usai

    Morto Torres è il luogo di un immaginario mentale prima di essere il luogo fisico per l’ambientazione dei racconti di questa Spoon River dei viventi narrata in maniera disincantatamente appassionata da un Samuel Usai che passa con disinvoltura dalla regia di intriganti cortometraggi ad altrettanto interessanti corti narrativi, dove l’occhio è sostituito da una fessura dell’anima che lascia intravedere solo una porzione di spazio, ancorché nitida e dettagliata.

    Dal punto di vista della struttura narrativa quasi tutti i racconti hanno in comune un breve spazio temporale che, seppure talvolta interrotto da flashback, rappresenta l’unità di uno stato d’animo compiuto. In altri è una voce narrante vicina al protagonista che descrive una parte della vita di quest’ultimo. Spesso le storie restano sospese ad un filo e si spengono come una candela dopo un debole soffio. Lo scrittore non va oltre. Il lettore che voglia sapere di più rimarrà frustrato. In altre storie il protagonista non riesce ad uscire dal groviglio del susseguirsi degli eventi e insegue la sua narrazione come un’ossessione onirica, un incubo che riesce a coinvolgere il lettore, fino alla risoluzione finale.

    Ma nella maggioranza dei casi bisognerà adattarsi da subito ad accettare questi narrati come sentieri che non portano in nessun particolare luogo, o che si interrompono come si interrompe, per l’appunto, un sogno. Tuttavia, mentre camminiamo, ci guardiamo intorno e riconosciamo scenari della psiche conosciuti forse solo nella nostra ancestrale memoria, ma talmente familiari da risultare dolorosamente nostri, anche se di un dolore quasi rassicurante, e a volte addirittura inebriante.

    Nei personaggi di cui seguiamo un pezzo di percorso di vita e di cui talvolta (ri)conosciamo l’identità solo a metà strada ( o addirittura, con un piacevole effetto sorpresa, alla fine), ritroviamo padri, madri, figli, mariti e mogli, nonni e nonne, amici, autisti, impiegati, operai disoccupati, portatori di pizze, tifosi di calcio, malati di follia, scrittori… quasi tutti accomunati dall’appartenenza allo stesso microcosmo: la cittadina industriale di Porto Torres. Il lettore locale riconoscerà da subito non solo gli spazi, ma talvolta anche la parlata, efficace per caratterizzare alcune personalità. L’effetto su questo lettore privilegiato è un’ulteriore empatia con certi individui comuni, a cui perdoniamo la bruttezza che spesso rasenta il fastidio, come quello che potremmo provare durante la visione di certi film di Sordi o Monicelli.

    Questo variegato universo umano è espresso attraverso altrettanto varie tipologie di narratori, dall’onniscente al reticente, passando per monologhi interiori che contemplano o rievocano allo stesso tempo una quotidianità banale alla Mr Bloom insieme alla passione vitale di Mollie, quasi sempre però alleggeriti da un’ironia che a volte sconfina nella commedia, o comunque un malinconico distacco, come a voler prendere le distanze da un sentimento troppo grande. Sebbene il parallelismo joyciano vuole essere solo una vaga suggestione e in nessun modo intenda proporsi come cifra stilistica, è curioso ritrovare in molti di questi racconti la stessa tensione verso l’epifania, verso una qualche forma di realizzazione della coscienza. In questo, la dimensione territoriale si allarga ed abbraccia il cuore della universale condizione umana.

    Come già detto, non sono solo le storie a rendere queste narrazioni piacevoli e accattivanti, è anche il linguaggio molto personale e il tono curiosamente sopra le righe, originale e indefinibile. L’autore gioca con le parole e la sintassi come a voler smontare un giocattolo per rimontarlo in un altro modo, magari anche strambo; e le suggestioni che ne risultano ricordano spesso il gusto dei bambini nello sguazzare dentro il codice verbale, esplorandone le potenzialità con leggerezza e senza paura del giudizio; come quando, da soli, si intrattiene un dialogo con l’amico immaginario. Ma forse sarebbe meglio parlare di linguaggi, al plurale. Lo scrittore esprime il suo divertimento in maniera esplicita quando si intrattiene nel gioco di sperimentazione di stili e registri, come fa in Il vecchio Caulfield, che risuona di clichè linguistici da “doppiaggio italiano di film statunitense”, o quando, sarcastico e autoironico, sfodera il meglio del repertorio dal catalogo “recensioni” in L’angolo della critica.

    Come avrete intuito, quest’opera, pur intrisa di emozioni che arrivano dritte al cuore, è anche, e in discreta misura, un esercizio di scrittura. Sovente il vero protagonista è il narrare e i suoi argomenti. Perciò ogni racconto, rappresentandone un piccolo esempio, è diverso dagli altri come possono essere diversi i sassolini su una spiaggia, lucidati dalle onde di risacca: un mosaico policromatico dove ogni pezzo ha una sua misura, colore, forma e imperfezione; non riusciamo a decidere quale portarci a casa, ognuno è un pezzo unico di nuances, geometrie, rude e delicata bellezza.

    Maria Grazia Pichereddu

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Samuel F. Usai
Sposato con prole, vive in Sardegna dalla nascita (1973). Da 25 anni lavora provvisoriamente nella ristorazione. Socio fondatore dell’Associazione Culturale la Camera Chiara; si occupa di cultura cinematografica e fotografica organizzando forum, rassegne, proiezioni e tutto quello che interessa le arti visuali. Sullo stesso tema, nelle scuole, conduce laboratori teorico/pratici sull'utilizzo degli strumenti audiovisivi, con la realizzazione di brevi cortometraggi a tema.
"Singolare Identità Plurale" è il suo primo libro di racconti.
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