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Soul
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Consegna prevista Settembre 2021
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Alexis Anderson è giovane ma nella sua vita ha già conosciuto il dolore e la morte. River per lei significava ricominciare, azzerare tutto e mettere da parte il passato, ma ciò che non sa è che River è esattamente il suo passato.
Un nuovo mondo la inghiottirà, un mondo fatto di cacciatori di anime: esseri sovrannaturali in grado di nutrirsi del dolore delle persone, e di guardiani, gli unici in grado di uccidere queste creature, e di proteggere il genere umano dalla loro minaccia.
Alexis non è un semplice guardiano: un potere sconosciuto le scorre nelle vene, potente ma pericoloso, soprattutto per lei.
L’ultima cosa che dovrebbe fare è innamorarsi di Jake, un guardiano estremamente potente che fin da subito scatena qualcosa dentro di lei. Alexis si è ripromessa di non legarsi mai più a nessuno, ma Jake con i suoi modi sbagliati e scontrosi, sarà per lei il punto di svolta: le dimostrerà che l’amore è il modo migliore per proteggere la propria anima dal gelo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro a 14 anni, mi ha ispirata un viaggio in macchina nel buio silenzioso di una strada in montagna. Tornata a casa cominciai a scrivere senza più fermarmi e questa storia mi accompagna da allora. Ricordo ancora il primo capitolo scritto con le dita che tremavano mentre digitavo sul pc più grande di me, ricordo la sensazione di avere una storia dentro di me che scalpitava perchè io le dessi forma. Non avevo un’idea iniziale, tutto è diventato chiaro man mano che scrivevo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il dolore, la mancanza sono qualcosa che non si può spiegare.

Li porti dentro come un enorme spazio vuoto e pesante, nel mio caso però questo spazio vuoto si fa più buio e freddo col passare di ogni giorno.

Io che vivevo di fiducia nel futuro e negli altri non riesco più ad averne. Non riesco più a credere che mio padre tornerà da me, fa troppo male farlo: illudersi, per poi sbattere brutalmente contro la realtà. Quello che per me è più doloroso da accettare è che lui non è morto, ha semplicemente scelto di vivere lontano da me. Dopo tredici anni passati a fingersi il padre perfetto e una vita passata con mia madre, ha scritto due righe su un foglio per annullare tutto.

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Mia madre non superò mai quel periodo e si lasciò andare fino a morire di un tumore mentre io non facevo altro che fregarmene di tutto. Compreso di lei.

E ora sono qui. Sto camminando da sola per le strade deserte di un paesino sperduto nel Nevada. Non so esattamente dove sono, ricordo di aver preso un pullman dopo aver fatto visita alla tomba di mia madre. Non ho più motivo di rimanere nella mia grande casa in California. Non c’è nessuno a riempirla, nessuno che potrebbe sentire la mia mancanza, ed è troppo sopportare la vista dei volti sorridenti dei miei genitori all’interno delle cornici che mi ricordano puntualmente della loro assenza.

Troppo rimanere tra quelle pareti che mi hanno vista crescere, che mi hanno vista trasformarmi nella brutta copia di me stessa…

Bevevo perchè mi piaceva il torpore con cui riempiva il mio vuoto, ma quando mi sono resa conto dei miei errori ho cercato di rimediare. Mi sono trovata un lavoro e ho ripreso a vivere una vita tranquilla dando l’idea di essere tornata la ragazza felice di un tempo mentre in realtà non lo sarò mai più. È meglio che le persone mi stiano lontane perchè sento che se mi aggrappassi a loro cercando di stare a galla le porterei giù con me.

Per queste strade la solitudine è silenziosa. Può sembrare inquietante ma ormai sono abituata al silenzio e qui è talmente tranquillo e perfetto che respirando mi sembra di far troppo rumore.

Leggo su un cartello il nome del paese in cui mi trovo: River.

Mi fermo un attimo a ragionare su questo nome come facevamo sempre e io e mio padre: lui diceva che dal nome del paese e da come suona quando lo dici puoi capire se ti piacerà o no. Faccio un respiro profondo cercando di soffocare il ricordo di mio padre e dei viaggi che abbiamo fatto insieme quando ancora non mi aveva abbandonata, cosa che sto diventando bravissima a fare nonostante il dolore che comporta.

Ragiono sul nome del paese. River vuol dire fiume quindi è praticamente certo che qui nelle vicinanze ne scorra uno e io adoro l’acqua. In più suona bene, ha una nota rassicurante e decisa e poi da quando sto camminando non ho ancora visto passare una macchina cosa che mi dice che si tratta di un paese tranquillo, l’esatto contrario del paese in California da cui sono appena scappata.

Si sta facendo buio e potrà sembrare stupido e banale ma il buio non mi piace. Non so chi o cosa mi circonda e questo mi rende vulnerabile, cosa che non sarò più. L’ultima volta che lo sono stata sono quasi morta, decidendo di fidarmi del ragazzo con cui stavo. Ero felice, o almeno credevo di esserlo, finché una sera iniziò a picchiarmi talmente tanto che credetti di morire, così sarebbe stato se i vicini non avessero chiamato la polizia.

Traggo un altro respiro e cerco di accantonare quest’altro doloroso ricordo insieme a quello di mio padre. Se solo i ricordi dolorosi potessero riempire il vuoto che ho dentro forse smetterei di sentirlo…

Cammino per un altro po’ ma tutto ciò che circonda la strada in cui mi trovo ora è la vegetazione e il suono dello scrosciare di un fiume e… lì, nel mezzo del verde, c’è una casetta. È piccola e il legno di cui è fatta è rovinato e le finestre sembrano instabili, eppure la trovo bellissima.

Decido di provare ad entrare dato che l’altra scelta sarebbe quella di dormire in un campo e d’altronde non sembra che nessuno ci abiti da un po’.

Salgo le scale che portano al piccolo portico malmesso e provo ad aprire la porta, non mi sorprendo di trovarla aperta.

Una volta entrata mi travolge l’odore acre dei luoghi chiusi da troppo tempo. I muri in legno sono messi meglio all’interno e i vecchi proprietari hanno lasciato solo un divano che sembra aver visto tempi migliori. A fianco c’è una cucina verde e bianca in legno accostata alla parete con un tavolo a penisola, seguo lo stretto corridoio e apro la porta della camera da letto, è la stanza messa peggio: il letto ha il materasso che tocca a terra da un lato a causa delle doghe rotte e la testata si sta sfaldando. Dalla finestra filtra la luce tenue e rossastra del tramonto ed illumina una sedia a dondolo blu. Quando la vedo rimango sorpresa: non c’entra niente con i colori tetri del resto della casa, sembra un’ intrusa in mezzo a tutto questo grigio e marrone. Mi avvicino e la tocco per farla dondolare, mi accorgo che su un bracciolo vi è intagliato un nome: Camille, e affianco a questo un cuore, accarezzo le insenature del nome nel legno colorato e mi chiedo se Camille sia la proprietaria.

Esco dalla stanza e ho paura ad aprire il bagno per quello che ci potrei trovare dentro, invece non è messo poi così male. Il mio sguardo si posa accidentalmente sullo specchio rotto sopra al lavandino.

Una una crepa mi oltrepassa il viso e il petto, forse mostra come sono davvero dentro. Non ho mai avuto molta autostima, sono sempre stata bassa, esile di corporatura, la mia pelle è sempre stata troppo pallida e i miei occhi di un anonimissimo color marrone scuro ma ora non trovo più un senso a guardare il mio riflesso perchè quello che vedo non è altro che il ricordo di quello che ero, l’ombra, il guscio della vecchia Lexi.

Qualcuno bussa alla porta facendomi sobbalzare, mi passa velocemente per la testa di scappare dalla finestra ma mi ritrovo a scartare l’idea e ad aprire alla porta. Magari posso fingere di essere la proprietaria.

Mi ritrovo davanti una ragazza alta, bionda dagli occhi azzurri e vestita da hippy.

-‘ciao, sono Carly.’- mi saluta guardandomi con un sorriso incerto.

Non ho le forze di mentire così opto per la verità -‘ciao.. la casa è tua? So che non sarei dovuta entrare ma pensavo che fosse abbandonata e sono appena arrivata senza sapere che in questo posto non ci sono hotel.. ‘.- dico subito cercando di giustificarmi.

-‘La casa era di una donna di nome Camille ma è morta tempo fa. Mi hanno detto che qualcuno ci era entrato e sono venuta controllare..e la mancanza di hotel è una delle cause del poco turismo.’- mi spiega lei facendo prendere sicurezza al suo sorriso.

Apro di più la porta per farla entrare in imbarazzo e lei entra con passo sicuro guardandosi intorno e respirando a pieni polmoni l’aria pesante.

-‘Non ci entravo da tanto.. c’è ancora la sedia?’- mi chiede dirigendosi a passo veloce verso la camera da letto.

-‘Si, l’hai fatta tu?’-

-‘Sì. Camille diceva che questo posto era troppo grigio e che ci voleva un tocco di colore, così la colorai e ci incisi il suo nome.. sembra passata una vita.’- accarezza il nome inciso sul bracciolo, poi una lacrima le scende lungo una guancia e io vado nel panico perchè non sono mai stata brava a consolare le persone… tantomeno un’ estranea.

-‘Me ne vado subito. Scusa non sarei dovuta entrare’- dico prendendo la maniglia del borsone che avevo appoggiato.

-‘No, se non hai un altro posto in cui andare resta. Tanto questa casa rimarrebbe vuota.’- mi invita facendo ricomparire un sorriso cordiale e controllando che le altre lacrime non cadano. -‘solo.. ti va di rimetterla un po’ a posto? Sarebbe meglio per te che ci devi stare e mi faresti felice.’-

-‘Certo, ma sei sicura?’- mi sembra strano che approvi che una sconosciuta si appropri di una casa che evidentemente conta molto per lei.. ma non mi lamento di sicuro.

Annuisce e io traggo un sospiro di sollievo.-‘Sono Alexis ma puoi chiamarmi Lexi.’- dico porgendole una mano. Mio padre mi chiamava sempre Alexis pur sapendo che mi dava fastidio e da quando se ne è andato preferisco che tutti mi chiamino Lexi.

-‘Piacere’- commenta ricambiando la stretta.

-‘Camille era tua parente?’- chiedo appoggiandomi alla parete per poi pentirmene sentendo le assi di legno che la ricoprono scricchiolare.

-‘Non di sangue, ma quando i miei erano lontani, cosa che succedeva spesso, lei si prendeva cura di me. Ed era l’unica a capirmi.’- un sorriso malinconico le compare sul viso.

-‘Perchè sei capitata a River? Qui non viene mai nessuno.’-

Speravo che non me lo chiedesse, non sono il tipo da confidenze, soprattutto se riguardano me e il mio passato.

-‘Per cambiare aria’- rispondo . Lei non insiste e si limita ad annuire come se potesse capirmi.

-‘Sei già stata in paese? Non è un granchè ma di sera si anima un po’. Quanti anni hai?’-

-‘si, ci sono stata ma non ho visto molto, ho 19 anni.’-

-‘Bene, io 20. Andiamo, ti faccio fare un giro. Qua in genere è difficile trovare gente giovane.’-

Esce dalla stanza e io faccio per seguirla ma poi si blocca e a momenti le finisco contro.

-‘Non vuoi cambiarti prima?’- mi chiede guardando come sono vestita. Indosso i miei jeans strappati, una felpa un po’ troppo grande per me e delle scarpe da tennis arrivate quasi alla fine della loro vita, mentre lei ha addosso un vestitino banco a fiori rosa e delle zeppe in tinta e un nastro che le passa sulla fronte e si chiude sulla nuca.

-‘e tu?’- le chiedo ricambiando la sua occhiata.

Lei scoppia a ridere e a me sfugge un sorriso dovuto più alla sua risata che alla situazione. È pazza ma almeno è una pazza allegra.

-‘Andiamo.’- continua a camminare riprendendo fiato e io le vado dietro. Non ho molta voglia di uscire ma potrei fare poco in una casa praticamente vuota.

Appena uscita ringrazio di aver messo la felpa più pesante che avevo perchè l’aria è gelida e rabbrividisco al pensiero che Carly abbia le gambe scoperte. Non si è accorta che è inverno?

-‘Dove stiamo andando?’- chiedo quando non si ferma in nessuno dei pochi locali aperti.

-‘Al fiume. Dovrebbe esserci una festa.’-

Ora mi sorge il dubbio che questa Carly sia una serial killer che si vuole liberare di me gettandomi in un fiume per tenersi la casa ma poi sorrido all’idea di lei che tenta di buttarmi giù.

Questo posto è talmente tranquillo che in qualche modo riesce a darmi pace e sono riuscita a fare due piccoli sorrisi senza costringere le mie labbra a farlo. Che per me è un gran traguardo.

L’acqua del fiume è illuminata appena dal sole ormai quasi completamente nascosto, mentre il buio avanza lentamente dalla parte opposta e la luna fa il suo ingresso. Mi prendo due minuti per ammirare lo spettacolo più bello che io abbai mai visto, l’acqua argentata da una parte e d’orata dall’altra mentre le onde si infrangono ritmicamente sulle rocce al di sotto del rilievo su cui mi trovo. Quando riesco a smettere di essere ipnotizzata dall’acqua cerco davanti a me Carly ma non la trovo.

-‘Carly?’- chiedo guardandomi intorno. Ci sono solo alberi. Il verde chiaro di poco prima si trasforma in poco tempo in due tonalità più scure. Deglutisco a fatica mentre mi faccio strada tra la vegetazione.

-‘Carly!?’- chiamo con voce instabile. Perchè sono venuta qui? Potevo stare in quella casetta e ora non starei tremando in una giungla nel buio.

Si fa sempre più buio e sento il mio respiro farsi più irregolare, qualcosa scricchiola dietro di me e mi volto di scatto. Nulla. Tutto bene Lexi. I boschi scricchiolano. Il rumore si ripete e istintivamente inizio a correre… a fuggire da non so che cosa con la speranza che se continuo a correre arriverò da qualche parte ed uscirò da questa situazione da film dell’orrore.

Mi fermo per riprendere fiato e mi appoggio a un albero. Dovrei piangere o gridare ma non riesco a farlo. La nuova me non esterna nulla anche se è sola con se stessa.

-‘Ehi’- una voce profonda mi fa trasalire e inciampare nei miei passi mentre mi sto rincamminando facendomi cadere a terra.

Un ragazzo alto, in jeans e senza maglietta (qui hanno tutti caldo?), illuminato appena dalla luce della luna con capelli scuri e occhi che sembrano avere tre tonalità diverse di marrone al loro interno, incombe su di me. occhi marroni sussurro ricordandomi di quello che mi ha detto Carly poco fa. Chissà se i suoi hanno ancora la loro luce… scuoto la testa ed esco dal trans con la voglia di picchiarmi per aver pensato al colore degli occhi di uno che mi ha appena fatto prendere un infarto comparendo dal nulla dal buio di una foresta.

-‘Non volevo spaventarti’- si scusa porgendomi una mano.

Ragiono se afferrarla o meno ma decido di alzarmi da sola nonostante il male alla caviglia. Voglio evitare qualsiasi tipo di contatto con uno incontrato in un bosco di sera.

-‘Stai bene?’- mi chiede.

-‘Si.. sai come si arriva alla festa al fiume?’- chiedo mantenendo una certa distanza e incrociando le braccia per protezione, cosa che faccio spesso.

-‘Ci sto andando anch’io ti ci accompagno’-

Gli lancio un’ occhiata del tipo ‘stammi-lontano-o-te-ne-penti’ e lui sorride divertito.

-‘Non sono un serial killer se te lo stai chiedendo.’-

Certo, perché in caso contrario me lo direbbe di sicuro.

Non riesco a trattenere un mezzo sorriso. Cosa sono tutti questi sorrisi oggi? Il mio piano di eterna tristezza e solitudine sta vacillando.

Mi incammino dietro di lui.

-‘Perchè eri nel bosco da sola?’- mi chiede schivando un ramo caduto. Non so come abbia fatto a vederlo. Io con questo buio è già tanto se vedo lui.

-‘ E perchè c’eri tu?’- ribatto io.

Giuro di sentirlo sorridere ma poi inciampo, sto per cadere ma qualcosa… delle mani… mi sorreggono.

Il tocco improvviso mi fa accelerare i battiti e mi ritraggo un po’ troppo velocemente. Non riesco a vedere la sua reazione e spero che lui non abbia notato la mia. Per me è ancora difficile avere un contatto fisico con i maschi, soprattutto dopo l’ultimo ‘contatto fisico’ che mi ha mandata all’ospedale e quasi all’altro mondo.

-‘Andiamo’- mi invita con voce calma.

Annuisco anche se so che non può vedermi e lo seguo tentando di non perderlo di vista anche se ora sento chiaramente il rumore di una festa.

C’è un falò in mezzo alla spiaggia di ghiaia e alcuni ragazzi ballano e bevono.

-‘Lexi! Che fine avevi fatto?’- mi chiede Carly avvicinandosi e lanciando un’ occhiata al ragazzo che mi ha accompagnata.

-‘mi sono persa.’- dico rivolta a Carly, poi mi volto e dopo aver ringraziato con un cenno l’uomo dei boschi la seguo e mi siedo con lei attorno al fuoco per riscaldarmi.

-‘Avevo capito che qui non c’erano molti giovani’- commento guardando tutti i ragazzi che mi circondano.

-‘Non vivono a River. Vengono dai paesi vicini ma solo qui abbiamo la spiaggia. La chiamano Valle Blu, prosegue da qui fino al delta del fiume.’- mi informa con calore. Le si legge in faccia il suo amore per questo posto.

-‘hai sempre vissuto qui?’- le chiedo. In genere non faccio mai domande personali alle persone perchè ci sono meno probabilità che ne facciano a me ma lei non mi sembra una con difficoltà nel parlare di se.

Parliamo qualche minuto e poi Carly si alza per andare a prendere da bere.

Fisso il fuoco finchè non sento gli occhi farmi male, sono tentata di bere un bicchiere di birra come tutti ma mi sono ripromessa che non avrei più toccato nulla di alcolico.

Canticchio la canzone che passano in radio tra me e me alzandomi e avvicinandomi all’acqua scura.

Improvvisamente un’ondata di freddo mi investe costringendomi a rannicchiarmi nella felpa.

Nello stesso momento un uomo si mette al mio fianco facendo aumentare il freddo che provo, non gli vedo il volto, vedo solo nebbia e sento che le gambe stanno per cedere. Rivedo tutto: i pochi ricordi felici con mio padre, il suo sorriso, le canzoni in macchina cantate a squarcia gola mentre mi accompagnava a scuola ma poi questi si dissolvono lasciando spazio solo a quelli tristi: lui che mi abbandona, mia madre che si ammala, il giorno del suo funerale, la casa vuota, Josh che mi picchia, il mio sangue sul pavimento… quasi non riesco più a reggermi in piedi e a respirare quando una mano sorprendentemente calda mi prende per un braccio e mi strappa da quella gabbia di ghiaccio e dolore, le mie gambe lasciano il suolo. Non vedo più nulla.

2020-12-30

Evento

Instagram: https://www.instagram.com/alelittleone/ CONCLUDIAMO L'ANNO INSIEME! Ciao a tutti! Mercoledì 30 dicembre alle ore 17.30 siete tutti invitati alla diretta sul mio profilo Instagram, risponderò ad alcune domande inerenti alla storia e ne approfitteremo per finire questo strano anno insieme... se vi va ci vediamo mercoledì! Vi aspetto qui: https://www.instagram.com/alelittleone/
2020-12-14

Aggiornamento

Ciao a tutti! Mi piacerebbe condividere con voi qualcosa in merito a ciò che mi ha ispirato durante la scrittura di questa storia, e se parlo di ispirazione mi viene in mente in automatico la musica. Chi non sogna un pochino osservando fuori dal finestrino con le cuffie nelle orecchie? I miei sogni ad occhi aperti si sono tramutati in pagine scritte e vorrei condividere con voi le colonne sonore che hanno ispirato Soul. Ma non è tutto! Vorrei sapere anche da voi quali canzoni la storia vi ha fatto venire in mente, quale colonna sonora le attribuireste? https://open.spotify.com/playlist/7gzFOtFkevBWNnX8Zn5kzl

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La lettura di questo romanzo è stata d’ispirazione. Soul non è un semplice romanzo, è la storia di una ragazza che in mezzo a mille vicissitudini è riuscita sempre a rialzarsi e a seguire la propria strada. Ha conosciuto la vera amicizia ed ha imparato che, a volte, amare significa anche soffrire. è dunque la storia po’ di tutti noi, delle nostre vite fatte di alti e bassi, ma Lexi insegna che “a volte basta la persona giusta nel momento sbagliato per trovare la forza che si credeva persa per sempre”.
    è una storia fantasy ma molto ben scritta, scorrevole e per nulla impegnativa. Anche chi come me non è molto “fan” di questo genere l’adorerà sicuramente, perchè lo stile di Alessia è unico e sa mischiare bene il lato fantasy a quello romantico con, a volte, una punta di ironia che non guasta mai.
    Non mi resta che augurarvi buona lettura, non ve ne pentirete!

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Alessia Barra
Nata a Milano, 20 anni, cresciuta a pane ed Harry Potter, studentessa universitaria, lavoratrice part-time e amante dei cavalli. Si divide tra le sue passioni e i suoi impegni come meglio riesce, cosa fa quando crede di non riuscirci? Apre un libro e ci si perde. Da sempre trova rifugio nella sua libreria e tra le parole delle sue storie. Soul è stata la sua prima avventura nella scrittura, cominciata ad appena 14 anni, ed è cresciuta con lei durante gli anni del Liceo.
Tra vent’anni si vede davanti al camino con un libro in mano e una nuova storia nel cassetto.
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