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Speravo che ovunque potesse essere casa

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Quando sei piccolo ti chiedono cosa vuoi fare da grande, come se la scelta fosse nostra e non dettata da una società che ama giocare con le nostre vite, che ci sfrutta e poi ci abbandona.
Due ragazzi, Lui e Lei, entrambi senza un nome perché privati di un’identità. Innamorati e costretti a lasciare la loro Casa per trasferirsi in un posto lontano, che non amano e in cui non sono amati. Un posto senza nome, come loro.
Lui colleziona rifiuti che lo fanno sentire una nullità e si avvelena con sostanze che lo distruggono.
Lei si sveglia tutte le mattine per fare un lavoro che non sognava da piccola, ma che è pur sempre qualcosa, forse un’occasione, finalmente.
Insieme ora cercano di non voltarsi indietro, per paura di vedere ciò che hanno perso, e di guardare verso un futuro che sembra ancora solo un sogno, così come una speranza di ritrovare Casa.

 

1. IL PRIMO IMPATTO
Niente era come lo avevamo immaginato. Siamo arrivati in
questo posto una sera di gennaio. Avevo avuto poco tempo per
metabolizzare la notizia. Mi aveva detto che saremmo venuti a

vivere qui un pomeriggio di dicembre, neanche un mese
prima. Mi aveva scritto un messaggio sul cellulare. Lei era al
lavoro e non poteva chiamarmi. Io invece ero a casa, nella nostra

microscopica cucina.
Sembrava tutto perfetto. Sapeva di aver avuto il lavoro, ma
non le era stato comunicato quando avrebbe dovuto cominciare.
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Quella chiamata tanto attesa arrivò intorno a metà dicembre.

Il nuovo anno avrebbe segnato l’inizio della nostra
nuova vita, la terza per essere precisi.
La prima fu nel 2014 quando, dopo un periodo particolare
fatto di cose dette e non dette, decidemmo finalmente di stare insieme.

Lei era venuta a vivere a Napoli, rendendo tutto
più semplice. Venne quasi naturale provare a far le cose seriamente.
La seconda vita era quella di quei giorni, in pratica tutto il
2015, nella nostra prima casa insieme, a Torino. Se penso a
come avessimo sistemato pareti e mensole, non posso fare a
meno di sorridere.
La terza stagione sarebbe iniziata nel nuovo anno, il 2016,
con quell’ennesimo trasloco.
Mai fatti così tanti traslochi in vita mia. Tre città in meno di
tre anni, almeno per me, un piccolo record.
In pochi giorni preparammo e spedimmo a Napoli non ricordo

quanti scatoloni. Fu una faticaccia incredibile. In pochi
mesi avevamo accumulato tantissime cose, ricordi del nostro
primo anno vissuto insieme. Cercare di infilare tutto in decine di

scatole di cartone, chieste al supermercato sotto casa, fu
stranissimo. Ancora più strano fu pensare che quegli scatoli,
in partenza per Napoli, non sarebbero neanche stati aperti.
Tutti, in blocco, sarebbero finiti in cantina per qualche settimana,

prima di ripartire ancora.
Io lo sapevo che quel giorno sarebbe arrivato e ne avevo
paura. Sapevo anche che c’era, magari ben nascosto, un lato
positivo in tutto quello, ma ero troppo stupido, o forse il contrario,

per vederlo. Mi sfuggiva, era davanti a me ma non riuscivo a focalizzarlo.
Speravo che qualcosa, ancora oggi non saprei dire bene
cosa, bloccasse il tempo, rimandasse o addirittura evitasse di
farci partire ancora.
Una speranza vuota la mia, priva di qualsiasi fondamento,
ma pur sempre una speranza. Di quelle che sai essere

talmente remote che forse, proprio per questo, si trasformeranno in realtà.
Immaginavo chissà cosa, ma in fondo sapevo che tutto sarebbe

cambiato di nuovo. Il problema era che quel momento
era arrivato troppo presto, in un attimo, quasi senza che ce ne
rendessimo conto.
Eravamo appena tornati a casa. Il Natale, l’anno che stava
finendo. I giorni a Napoli erano volati.
Quando ci sono le feste di mezzo succede sempre così. Vorresti

fare mille cose e non ci riesci. Il tempo è ancora più tiranno

quando sai che devi andare via, quando puoi solo immaginare

quanto saranno strani i giorni a seguire.
Io non lo so perché avessi mille pensieri ad affannarmi la
mente. Mi sentivo come se stessimo partendo per andare in
guerra o in chissà che altro.
Quando mi disse il nome del paesino, pensai subito che mi
stesse prendendo in giro. Mai sentito nominare. Ignoranza mia,

lo ammetto, ma presto scoprii di non essere il solo.
Quando capii che non stava scherzando, cercai informazioni
online. Le foto non promettevano nulla di buono: nascosto
tra le montagne, isolato rispetto ai centri abitati più grandi e
troppo piccolo per i nostri gusti.
Premesse pessime per quella nuova avventura, ma almeno
avremmo affrontato tutto insieme.
Il giorno del nostro arrivo pioveva e faceva molto freddo. Lo
ricordo come se fosse ieri, nonostante ormai siano passati alcuni

mesi. Troppo freddo per le nostre interiora e soprattutto
per le nostre ossa. Era gennaio, inverno, doveva fare freddo
e piovere, tutto normale. Per noi però, abituati a un inverno
diverso, meno rigido e meno buio, quel freddo fu l’ennesimo
duro colpo al corpo e alla mente. Il cielo era completamente
nero. La luna sparita tra le nuvole.
Non eravamo molto preparati a quel tipo di clima. Forse
sarebbe stato meglio trovare la neve, avrebbe di sicuro dato
un tocco più caratteristico a quel posto. La pioggia invece lo
faceva sembrare spettrale, quasi abbandonato.
“Per il lavoro, soprattutto all’inizio, si fanno sacrifici”, ci
aveva ripetuto più volte mio padre nei giorni prima della partenza.

Quello che stavamo facendo, in fondo, era un passo piccolissimo;

tante persone lottano, si sbattono e soffrono molto
più di noi. In quel momento, però, a noi sembrava un sacrificio enorme.
Non avevamo bene idea di cosa aspettarci; pensavamo tutto
e il contrario di tutto. Prima di arrivare, avevamo visto solo
qualche foto in rete e letto poche notizie sulla sua storia.

Restammo sorpresi nello scoprire che avesse avuto i suoi

momenti di gloria in passato, nonostante fosse così piccolo.
Nel corso della nostra veloce ricerca, non avevamo trovato
nessuna recensione di locali o ristoranti, nessuna notizia di
eventi passati o prossimi a venire, solo foto e commenti a un
paio di alberghi e bed & breakfast.
Le cattive impressioni che prima di arrivare consideravamo, e

soprattutto speravamo, essere esagerate, in quel momento ci

sembrarono lo specchio di quella realtà, non più
tanto fittizia, che c’eravamo creati nei giorni precedenti. Pri-
ma di partire avevamo cercato di convincerci che ci saremmo
trovati bene, volevamo convincerci che ogni posto alla fine
poteva essere quello giusto. Cazzate che non riuscivano a

cancellare il nostro pessimismo. Eravamo felici di essere ancora
insieme, di poterci supportare a vicenda, ma il solo pensiero
che quel luogo sarebbe stato la nostra casa per chissà quanto
ci logorava in silenzio.
Gli stereotipi sui paesini di provincia, usati dagli amici per
prenderci in giro, non aiutavano di certo. Ridevamo con loro
alle battute. Tutti a predirci una vita fatta di serate chiusi in
casa, nessun divertimento, mai un cinema o altro. Ridevamo,
ma sapevamo che avevano ragione. Sapevamo che il paesino
non aveva un cinema, solo un piccolo teatro non sempre funzionante.

A Torino andavamo al cinema almeno una volta a
settimana. Il buio della sala, l’odore dei pop-corn,

i cioccolatini che ci portavamo da casa.
Dalla città alla provincia più remota. Lo vivevamo come un
enorme passo indietro. In pochi giorni eravamo passati da
una realtà, dove ogni cosa era a disposizione, a una svuotata
di tutto ciò che noi consideravamo fondamentale. Rifiutavamo

quel posto prima ancora di averlo visto, lo rigettavamo da
quando ne avevamo sentito il nome.
Napoli oggettivamente non è un luogo dove tutto funziona.
Anzi, spesso le cose girano alla rovescia. In città però,

probabilmente in tutte le città, anche il caos ti sembra ordinato. Tutto
assume contorni diversi; anche il disagio ha un sapore differente

quando sai che in mezzo a tutte le difficoltà, con un po’
di fatica, potrai comunque trovare ciò che ti serve e desideri.
In quel posto, si capiva subito che non sarebbe stato possibile.

Lì probabilmente tutto girava nel verso giusto, ma per
noi quel tutto era poco, quasi nulla. Tutto così calmo e silenzioso.

Sembrava di stare in una bolla o in una cazzo di serie
televisiva. Di solito però alla TV, in quei noiosi paesini di provincia,

succede sempre qualcosa che interrompe la pace del
luogo, cosa che lì mi sembrava, e mi sembra tuttora, impossibile.

Niente voci, niente traffico, nessun tipo di confusione.
Neanche fosse in vigore il coprifuoco. Persino l’aria sembrava
differente; talmente fredda e pulita da essere diversa da quella

che avevamo respirato fino al giorno precedente. Così pulita da puzzare.
A me il rumore è sempre piaciuto. Mi piace il casino, mi
piace sentire le urla della gente, mi piace dover scendere dal
marciapiede e camminare per strada, perché ci sono troppe
persone davanti a me. Sotto questo punto di vista Napoli è
una buona scuola di camminata acrobatica.
Camminare in strada qui è possibile ma solo perché non si
vede quasi mai nessuno in giro.
La pioggia cadeva senza sosta. Sottile e veloce. L’ultima volta che

avevo visto tutta quell’acqua era stato in Scozia. Peccato che il

paesaggio fosse completamente diverso. Magari fossi
stato ancora a Glasgow o a Edimburgo.
Comunque, se dicessi che la prima bestemmia fu nei confronti

delle condizioni atmosferiche, artefici di quello straordinario

benvenuto, non sarebbe la verità. La prima maledizione la lanciai

contro i mezzi di trasporto. Dovevamo capire
subito, dalle difficoltà affrontate per arrivare qui, che sarebbe
stato un pessimo anno nuovo. L’inizio di quest’avventura non
era stato certo dei migliori e nei mesi seguenti, posso anticipare,

le cose non migliorarono per niente.
Eravamo io e lei, soli. Guardandoci intorno scherzavamo su
ciò che ci circondava, ci sforzavamo di sorridere, ma nel profondo

era forte la convinzione che saremmo rimasti soli per
molto, moltissimo tempo. Lo pensavamo, ne eravamo convinti, e

le certezze arrivarono con il passare dei giorni e dei mesi.
Il giorno del trasloco, partimmo dalla stazione di Napoli di
primo mattino, con la luce del giorno che riscaldava tantissimo

per essere gennaio. Era una di quelle giornate invernali
ma con il sole alto nel cielo. Il nuovo anno era iniziato da pochi

giorni. Avevamo passato la sera prima insieme, mangiando

pizza e bevendo birra a casa di mio cugino. Lui era partito
con la fidanzata e ci aveva lasciato la casa per quella notte.
Avevamo parlato di tutte le nostre speranze e soprattutto del-
le paure. In quale posto stavamo andando a vivere? Che tipo
di lavoro la aspettava? Quale lavoro avrei potuto trovare io?
Saremmo mai riusciti a tornare a casa? Troppe domande senza risposta.
Avevamo con noi delle valigie enormi, alte quasi quanto noi.
Non siamo certo due giganti, ma erano comunque valigie molto

grandi. Senza contare zaini, borse dei computer e l’enorme
portafoto che ci portiamo sempre dietro. È di legno bianco, ha
una forma strana e una quindicina di spazi per le foto. Glielo
avevo regalato io per il suo ventisettesimo compleanno. All’epoca

abitava in una piccola stanza nel centro storico di Napoli.

Divideva con altre due ragazze una casa all’ultimo piano
di un vecchio palazzo, di quelli con alti gradini di marmo e
l’ascensore che funziona solo con monete da dieci centesimi.
Penso di aver lasciato almeno un centinaio di euro in quell’ascensore.

Salivo con l’ascensore e scendevo a piedi. C’erano
due appartamenti per piano e ogni pianerottolo affacciava
all’interno del palazzo. Ricordo che quando la notte andavo
via per tornare a casa mia, spesso incontravo tra le scale il ragazzo

del terzo piano che fumava erba fuori la porta di casa.
I primi tempi, quando mi vedeva, nascondeva la canna dietro
la schiena oppure tra i vasi delle piante, ma il forte odore si
sentiva fino al quinto piano. Col passare del tempo smise di
preoccuparsi di me. Speravo sempre che mi offrisse un tiro,
ma non lo feceva mai. Andavo da lei tutte le sere. Quelle quattro

mura furono praticamente la nostra prima casa.
In ogni riquadro del portafoto c’è un ricordo scattato in un
posto diverso che abbiamo visitato. Napoli, Firenze, Roma,
Torino, Verona, Ischia e il nostro primo viaggio all’estero,
Bruxelles. Uno scatto per ogni luogo vissuto insieme. Un diario

fatto d’immagini e di legno. Senza rendercene conto, nel
nostro piccolo, avevamo girato parecchio. Chissà se quel viaggio

avrebbe rappresentato un tassello in più, una foto da aggiungere,

o un ricordo da dimenticare in fretta.
A Napoli fu quasi impossibile trovare posto per tutti i bagagli sul

treno, soprattutto per quei due enormi scrigni che
custodivano tutto quello che avevamo. Io avevo infilato tutto
in una valigia di stoffa azzurra, lei invece in una di pelle blu
scura. Se l’era comprata poco meno di un anno prima, quando
avevamo affrontato il nostro primo trasloco, quello a Torino.
Aveva quattro ruote. Facile da portare, difficile da alzare per
quanta roba era riuscita a metterci dentro. Io invece avevo
quella vecchia valigia da molti anni. Due sole ruote, quindi
difficile da alzare ma anche da portare, e un manico di plastica

che avevo dovuto far aggiustare già due volte nel giro di
pochissimo tempo. L’avevo comprata nel 2007, quando dopo
la laurea triennale ero partito per la Scozia con un biglietto di
sola andata, indeciso se tornare in Italia o restare lì per chissà

quanto tempo. All’epoca ero uno che cambiava idea molto
spesso. Trovai lavoro come lavapiatti in un ristorante italiano,

pugliese per la precisione, a Glasgow. Lavoro che lasciai
quasi subito. Un mese più tardi, dopo aver girato tutta la Scozia

e speso tutti i soldi che avevo, tornai a Napoli pronto a riprendere

gli studi. Feci il test d’ingresso per la laurea specialistica in Scienze

della Comunicazione alla Sapienza di Roma
e subito dopo affrontai le selezioni per la Scuola di Giornalismo di

Napoli. Il risultato fu positivo in entrambi i casi. Alla
fine scelsi di rimanere a Napoli. Lo presi come un segno del
destino. Volevo diventare un giornalista e volevo farlo nella
mia città. E invece…
Io e lei, di nuovo in viaggio. Anno nuovo, vita nuova. Famiglie,

amici, conoscenti: tutti avevano risposto con un’espressione

sorpresa, ma soprattutto dubbiosa e compassionevole,
quando avevamo detto dove saremmo finiti. La felicità per il
nuovo lavoro era tanta, ma la paura di restare bloccati lì per
sempre faceva passare tutto in secondo piano.
Arrivammo in paese che era buio pesto. Erano le sei o le sette

del pomeriggio, non ricordo precisamente, ma sembravano
le tre di notte per quanto fosse scuro il cielo sopra di noi.

L’inverno si porta via presto la luce del sole, ancor di più in questi
posti, però non ci saremmo mai aspettati che il buio calasse
così velocemente anche nella nostra testa.
In giro non si vedeva anima viva. Solo noi e i nostri bagagli.
Più mi guardavo intorno e più cresceva in me la sensazione
che lì non saremmo mai stati felici.
Di certe cose ci si rende conto subito, basta la prima impressione,

senza bisogno del riscontro effettivo.
Per un attimo pensammo che tutta quella desolazione fosse
dovuta al maltempo, al freddo e all’umidità. Magari tante persone

non erano ancora tornate dalle ferie, nonostante capodanno fosse

ormai passato. Ci vollero meno di due settimane
per capire che, dopo una certa ora, l’aspetto spettrale era la
normalità per quel paese. Così come ci volle pochissimo tempo per

capire che avremmo potuto e dovuto contare solo sulle
nostre forze, solo uno sull’altra. Pensammo costantemente al
lavoro, quello suo e quello che avrei potuto trovare io. Era triste,

ma era anche la nostra unica consolazione.
Una stazione ferroviaria senza persone, senza rumori e
senza voci, è il primo sintomo di un posto incapace di aprirsi
con quanto c’è fuori dai suoi confini. “Lasciate ogni speranza,
o voi che entrate”, avrebbero dovuto scrivere vicino all’orologio dei binari.
L’unica luce, in quel triste buio, arrivava da un piccolo bar e
da un ristorante poco lontano dai binari. Visti da lontano, anche

quelli sembravano abbandonati. Un’anziana signora stava
chiudendo a chiave la porta del bar. Finalmente una persona!
Come un miraggio, si palesò a pochi metri da noi. Probabilmente

non desiderava altro che tornarsene a casa al caldo. Sarebbe
piaciuto tanto anche a noi, ma non ne avevamo ancora una.
Chiusa la porta alle sue spalle, la donna si allontanò piano piano.

Una busta della spesa nella mano sinistra e nella
destra un ombrello, talmente grande da nasconderla quasi
completamente. Il suo corpo minuto era avvolto da un impermeabile

blu, lungo fino alle caviglie. A vederla da lontano, con quel suo

abbigliamento, sembrava più giovane di
quanto la postura e i movimenti lasciassero immaginare. La
sua sagoma diventò sempre più piccola mentre si allontanava.

Non si accorse neanche di noi, forse perché attenta a evi-
tare le tante pozzanghere, o forse perché non abituata agli
sguardi della gente.
Chiuso quel punto di ristoro, la stazione apparve ancora più
triste. La luce fioca dell’insegna del bar, rimasta accesa, non
bastava a cancellare la desolazione del luogo. Il ristorante di
fronte illuminava solo in parte il parcheggio della stazione,
lasciando il resto nascosto dal buio e dalla foschia. Forse era
meglio così. Forse era meglio non vedere chiaramente quello
che avevamo, o non avevamo, intorno.
Il ristorante era ancora vuoto. Sembrava chiuso, ma dalla
vetrata vedevamo i camerieri all’opera nell’apparecchiare i
tavoli e sistemare la sala.
«Magari il bar ha chiuso perché è tardi e il ristorante non
ha ancora aperto perché è presto», disse lei con tono ironico,

sperando di convincermi a non risalire sul primo treno in
partenza. Non lo avrei mai fatto. In ogni caso, anche se avessi

voluto, non avrei potuto: non erano previsti altri treni sino
all’indomani.
La pioggia non si fermava. Cercavamo entrambi, senza
successo, di proteggere con i nostri piccoli ombrellini tutto
quello che c’eravamo portati dietro. La mia valigia era così
bagnata d’aver cambiato colore. L’azzurro si era trasformato
in un intenso blu scuro. Chissà come avrei trovato i vestiti
una volta aperta. Al manico era ancora attaccata la targhetta
arancione della compagnia aerea con cui era volato in Scozia.
È ancora lì dopo quasi dieci anni. Se deve staccarsi, lo farà da
sola. Stupida scaramanzia.
Un ottimo lavoro per lei, la speranza di trovare qualcosa di
stabile per me, continuavo a ripetermi cercando di calmarmi. Fino a quel momento, almeno dal punto di vista lavorativo, non ero stato molto fortunato. Un posto nuovo, una
nuova regione, una nuova speranza. Le basi su cui poter far
crescere la nostra vita insieme potevano finalmente diventare solide.

Quello però non era il posto giusto per noi, lo
sentivamo entrambi. La tristezza del luogo stava vincendo
sulle nostre speranze.
Il terzo trasloco in meno di tre anni. Scendere a sud di Torino,

anche se di poco, ci sembrava un fatto positivo. Pensavamo
di avvicinarci a casa, a Napoli, e invece tutto stava diventando
più triste e difficile. Difficile immaginarlo prima, certo; prima di

partire non avevamo potuto confrontarci né chiedere
consiglio a nessuno. Tutti speravano e pregavano per noi, ma
nessuno sapeva cosa dirci per indorare la pillola. Ci sentivamo

come se dovessimo espiare un peccato o pagare un prezzo,
soffrire almeno un po’, per compensare la nostra vita insieme.
Al giorno d’oggi tutti vanno via da casa pur di trovare lavoro e
afferrare la possibilità di un futuro migliore. Chi eravamo noi
per sperare di evitare tutto questo? Ci sentivamo forse meglio
degli altri? Pensavamo di essere superiori ai nostri coetanei?
La risposta era ovviamente no. Non ci sentivamo migliori, ma
avremmo voluto essere diversi, avere l’opportunità o la fortuna

di stare in un posto che ci piacesse almeno un po’.
Come ho detto prima, il primo e difficilissimo ostacolo fu
raggiungere il paese. Tre cambi di treno, tre stazioni ridotte
una peggio dell’altra.
Dopo il primo lungo viaggio da Napoli fino al capoluogo
della regione, almeno quello per fortuna con l’alta velocità,
prendemmo un secondo treno per arrivare alla città più vicina al

paesello. Arrivati al capoluogo, percorremmo a fatica un
sottopassaggio popolato da facce poco raccomandabili, che si
offrivano di portare le valigie dei viaggiatori. Nessun controllo,

neanche un poliziotto o una guardia privata a controllare.
A fatica salimmo poi su uno di quei vecchi e affollati treni
regionali. Lo spazio per le valigie era talmente piccolo che

dovemmo lasciarle in corridoio, anche quello troppo stretto per
consentire la coesistenza tra quegli armadi con ruote e i tanti
passanti. Quel giorno prendemmo tanti vaffanculo. Il treno era
pieno. Aveva iniziato la sua lunga corsa la sera prima a Lecce.
La sua ultima tappa era Milano. Tante persone erano partite dal

profondo Sud, probabilmente anche loro per lavoro, e
avevano trascorso la notte sul quel vecchio macinino. Per un
attimo ci sentimmo meno soli. Si risparmia molto viaggian-
do in notturna. Qualche volta lo avevamo fatto anche noi, sia
in treno sia in autobus, quando da Torino scendevamo giù. In
treno di notte si gela; l’aria condizionata sparata al massimo ti
distrugge le ossa. Scomodi e al freddo, un viaggio che non consiglierei

a nessuno. Ricordo che una volta ci sedemmo in uno
scompartimento a sei posti. Eravamo tutti meridionali saliti al
Nord per lavoro. Troppa gente è costretta a farlo.
Si sedette con noi una signora originaria della provincia di
Napoli. Si era trasferita a Milano da bambina con la famiglia,
a causa del lavoro del padre. Da ragazza era poi tornata al Sud,
sperando di trovare fortuna lì e c’era riuscita. Un buon lavoro,

un marito e tre figli ormai grandi. Adesso, rimasta vedova,
aveva deciso di tornare a Milano e stare vicina a due dei suoi
tre figli, anche loro costretti a salire per cercare fortuna. Il
terzo era andato all’estero. Ora la signora scendeva giù a trovare

le poche amiche rimaste nei giorni di festa.
Per anni avevo sperato che una cosa del genere non toccasse mai

a me, ora posso dire di aver perso la sfida.
La prima volta che invece scendemmo con l’autobus, devo
ammettere di essere rimasto piacevolmente sorpreso. Lo avevamo

fatto con una compagnia straniera, inglese precisamente. Aveva

fatto una campagna pubblicitaria così pervasiva,
mettendo addirittura alcuni biglietti in vendita a pochi euro,
che alla fine decidemmo di provare. Aria condizionata alla
giusta intensità, seggiolini comodi, buoni anche per farsi una
bella dormita, e ogni tanto anche il wi-fi funzionante. Abbiamo

preso il bus più volte. Sia per risparmiare, sia per poter
partire il venerdì sera subito dopo il lavoro, invece di aspettare

il primo treno il sabato mattina. Solo dalle stazioni di
Milano e Roma partono treni praticamente ogni ora, le altre
città, dopo un certo orario, non solo più collegate. Anche i bus
erano sempre pieni di meridionali che facevano su e giù. C’era
la possibilità di mettere le valigie più grandi nel portabagagli
inferiore, mentre sopra potevi portarti un piccolo bagaglio a
mano, come nelle compagnie aeree low-cost, e al massimo la
borsa del PC.
Comunque, una volta partiti dal capoluogo e arrivati nella
seconda città, raggiungemmo a fatica il retro della stazione,
vicino allo stazionamento degli autobus. Aspettammo lì il terzo

e ultimo treno. Anche in quel caso, arrivare fino ai binari
fu una vera e propria impresa: nessuna insegna indicante la
strada, nessun cartello a segnalare come arrivare in quel buco
di posto dimenticato dall’umanità.
Il nostro ultimo mezzo di trasporto fu un trenino minuscolo,

rispetto al quale i tram di Torino, e anche gli autobus di
Napoli, sembravano gioielli di lusso e tecnologia. Si prendeva
su un binario isolato, quasi morto. Pochissime persone in attesa,

nessuna informazione su dove poter comprare i biglietti
e sul numero di fermate alla nostra meta. Una macchinetta
per obliterare, ovviamente fuori servizio, lanciava un suono
sinistro nell’aria. Chiedendo informazioni, scoprimmo dove
comprare i biglietti. Lasciai lei con le valigie e mi ci recai di
corsa. La signora dietro il vetro mi disse che ci servivano i biglietti

più costosi. La nostra era l’ultima fermata, il capolinea
del treno.
Mentre aspettavamo, incontrammo un altro napoletano. In
realtà, probabilmente sentendoci parlare, fu lui a capire da
dove arrivavamo e a venire da noi. Dal suo accento credo venisse

da qualche paesino della provincia. Lui disse di essere di
Napoli ma qualsiasi napoletano avrebbe capito che in realtà
non era così. Come ho detto, fu lui a notarci subito. Stava parlando

con due ragazze che salutò velocemente non appena ci
vide con i nostri enormi bagagli. Aveva un occhio vitreo, come
se non ci vedesse bene o soffrisse di cataratta. Ci aiutò con le
valigie, con le due più grandi almeno. Le due piccole, con la
roba personale e di valore, le tenemmo ben strette a noi. Si offrì

più volte di portale, ma lei disse sempre di no. Meglio non
fidarsi, soprattutto nei posti dove non conosci nessuno.
Anticipato da un fischio molto breve, arrivò il trenino. Era
vecchio e piccolo. Aveva solo un vagone oltre alla motrice.
Seggiolini pieni di polvere e ricoperti da una stoffa pungente,

una fortissima puzza di sudore nell’aria, sporco ovunque e,
anche in quel caso, nessuno spazio per le nostre enormi valigie.

Il nostro finestrino non si apriva. Il controllore aprì quelli
degli altri passeggeri ma per il nostro non ci fu nulla da fare.
Ci mettemmo cinquanta minuti per arrivare a destinazione.

Un tempo infinito, lento e noioso. Nel mezzo, almeno una
decina di fermate. Tutte in posti probabilmente non segnalati

nemmeno sulla più dettagliata delle cartine geografiche.
Piccoli squarci di provincia, con i binari che passano letteralmente

nel centro dei paesi tagliandoli a metà.
Dal finestrino vidi le facce di alcuni bambini, fermi in auto
con i genitori, dietro la sbarra del passaggio a livello. Ammiravano

quel treno passare come fosse chissà quale meraviglia
tecnologica.
Da piccolo, quando un treno mi passava davanti, avevo la
stessa espressione stupefatta. Mi affacciavo sempre dal finestrino

dell’auto di famiglia, una bellissima Alfa 75 grigio
metallizzato, quando ci fermavamo in prossimità di un passaggio

a livello Rimanevo incantato a osservare quel cavallo
di acciaio passare per posti che, durante l’inverno, avevano
meno abitanti di quanti passeggeri fossero in viaggio in quel
momento sul treno. Non ricordo la prima volta in cui salii su
un treno. Ho ben chiaro il mio primo viaggio in nave e in aereo,

ma non riesco proprio a ricordare la prima volta che ho
messo piede su un treno.
Una voce registrata annunciò il nome della nostra fermata.
Era la prima volta che sentivo quel nome senza che fosse seguito

da risate fragorose, prese in giro o frasi di pietà.
La stazione di quel paesino non è altro che una palazzina
gialla con il nome del posto scritto sulla facciata. In cima alla
costruzione, un largo balcone con sempre dei panni appesi
lungo un filo bianco. Le tapparelle di un piccolo appartamentino,

probabilmente quello del custode, completamente abbassate,

non lasciano mai intravedere se dentro ci sia qualcuno oppure

no. Al piano terra, vicino ai binari, c’è la casupola
destinata al personale di servizio. Poco più in là, una piccolissima

saletta con appesi alle pareti gli orari dei treni. Dentro,
alcune persone, probabilmente senza fissa dimora, cercano di
riscaldarsi mangiando seduti su seggiolini di plastica grigia.
Quattro binari ma solo due linee. Due treni che coprono le
tratte verso le due città più vicine. Partono a orari sfalsati,
in media uno ogni ora, qualche volta anche di più. Mai vista
una cosa del genere, mai visti mezzi di trasporto così poco
moderni e sviluppati. Sopra i binari, come un arcobaleno

monocolore, un cavalcavia d’acciaio destinato esclusivamente al
transito pedonale.
Quando scesi dal treno, chiusi gli occhi per un attimo. Non
mi piaceva per niente quello che stavo vedendo, anche se in
realtà non vedevo assolutamente nulla. Alcune gocce di pioggia

mi scesero nella manica destra, provocandomi un brivido
di freddo. Non mi era mai successo di voler scappare da un
luogo dopo così poco tempo.
Lei disse che queste cose sono normali nei posti così piccoli,

disse che fanno così anche i traghetti e gli aliscafi da Napoli

verso le isole. Da procidana, ha cercato di spiegarmi le
politiche dei viaggi per anni. Niente collegamenti, traghetti,
aliscafi oppure navi veloci, nelle ore che non garantiscono
almeno una certa percentuale di passeggeri. I traghetti però,
mare permettendo, partono da Napoli fino alle dieci della
sera, qualche volta, d’estate, ci sono delle corse speciali anche
a mezzanotte.
Ti sembra tutto diverso quando hai maggiore possibilità di
scelta, più alternative, più possibilità. Qui, invece, ti devi accontentare.

Qui, invece, sembrano essere vent’anni indietro
rispetto al resto d’Italia.
Io ancora non ci credo. Penso solo che tutto questo sia incredibile, pazzesco.

Magari tra poco mi renderò conto che
questa è solo una storia buffa, uno scherzo, devo dire poco
divertente, organizzato da chissà chi per farsi due risate alle
nostre spalle.
Scesi dal treno, ci guardammo per qualche istante negli occhi

senza dire una parola. Muti, quasi sconvolti. Io davvero
non sapevo cosa dire, o forse non volevo solo parlare. Lei sta-
va già pensando di lasciare tutto, prima ancora di cominciare.

Le leggevo negli occhi paura, delusione e un grandissimo
senso di colpa per avermi convinto a venire. È sempre stata
molto emotiva.
Trascinando a fatica i nostri bagagli, raggiungemmo quello
che sembrava essere il centro del paese. Una strada breve e
percorribile esclusivamente a piedi. Sanpietrini in terra, piccoli

lampioni attaccati al muro su entrambi i lati della strada e alcuni

edifici, all’apparenza storici, nascosti da enormi
impalcature d’acciaio. I segni del terremoto erano, e sono
tutt’oggi, ancora ben visibili. La cosa non mi sorprese affatto;

nella mia regione ci sono persone che aspettano ancora la
casa dopo il sisma del 1980.
Attaccati ai lampioni, ancora alcuni addobbi natalizi.

Sarebbero rimasti lì per molto tempo dopo l’epifania. Anche
quello non mi sorprese; a Napoli spesso ci vogliono settimane
prima che siano smontate le decorazioni per strada.
I negozi erano tutti chiusi. Questo lo avremmo scoperto
solo in un secondo momento, ma qui il giovedì non apre

nessuno, come la domenica. Una cosa del genere sarebbe

inimmaginabile giù.
Le prime apparenze contano e quella che ci ritrovammo

davanti fu probabilmente la peggiore che potessimo avere: tutto
chiuso, nessuno in strada. Sembrava un paese abbandonato.
Magari avessimo potuto anche noi girarci e tornare indietro.
Avevo difficoltà a inquadrare la situazione, a guardare quel
posto con occhi curiosi che hanno voglia di scoprire qualcosa
di nuovo. Dove eravamo capitati e che cosa mai poteva esserci

di buono qui per noi? Avevo difficoltà anche a capire come
rendere quel quadro diverso da ciò che mi appariva.
Chiuse anche tutte le agenzie immobiliari. La situazione
sembrava peggiorare di minuto in minuto. Avremmo voluto
metterci subito al lavoro, ma niente da fare.
Un paio di persone ci passarono di fianco in bicicletta. Ci
lanciarono sguardi indagatori. I loro occhi non mi piacquero,
ma forse in quell’occasione fui io a essere prevenuto, a ragio-
nare per stereotipi. Forse erano solo sguardi curiosi nei confronti

di due stranieri con enormi valigie che non sanno dove
andare. Forse era solo la pioggia controcorrente a dare al loro
viso una parvenza di ostilità.
Guardammo sul sito del comune se fosse disponibile un
servizio taxi. Le valigie erano pesantissime e la pioggia continuava

a cadere. C’era un numero di telefono, un certo Mario. Ovviamente

non rispose nessuno. Trovammo la strada del
bed & breakfast da soli. Era una piccola casetta a due piani,
all’apparenza rustica ma moderna all’interno. Mattoni color
arancione e tetto a spiovente, con il comignolo del camino a
buttare fuori del fumo. Nel vialetto d’ingresso, un’auto lasciata fuori dal garage.
Si trovava nella parte più esterna del paese. Le case lì sembravano

essere più nuove, probabilmente erano state costruite dopo il sisma.

A gestirlo, una coppia: lei del luogo, lui
dall’accento sembrava toscano. In quel caso, l’amore era stato
più forte della tristezza di quel postaccio. La vidi come una
cosa di buon auspicio.
Avevamo una stanza matrimoniale al piano terra. TV, bagno
in camera e un bollitore che sfruttammo subito per farci un tè
caldo. Avevamo bisogno di riscaldarci prima di uscire un’altra volta

al freddo e sotto la pioggia. Lo spazio per vivere sarebbe stato

sufficiente se non avessimo avuto con noi quelle
enormi valigie. Stese in terra rendevano difficile persino

percorrere i pochi centimetri che separavano il letto dal bagno.
Mangiammo anche alcuni biscotti che i proprietari avevano
lasciato sul tavolino del thè. Per quanto ne sapevamo,

sarebbero potuti essere la nostra prima cena in quel posto. Pareti
azzurre e bianche, una stretta e lunga finestra sopra il letto,
tende bianche e un soffitto non troppo alto. Per fortuna non
siamo due giganti, una persona molto alta si sarebbe trovata
in difficoltà.
Eravamo gli unici ospiti della struttura. Le stanze al piano
di sopra avevano entrambe il balcone; il bagno era però esterno,

in comune tra le due camere.
Anche se non vedevamo l’ora di trovare una casa tutta per
noi, uno spazio nostro, la nostra prima sistemazione ci piacque molto.

Almeno una cosa era di nostro gusto.
Ci cambiammo gli abiti bagnati e uscimmo per dare un’altra
occhiata al posto. Ci fermammo in piazza, cercando di capire
dove andare a mangiare. Non sapevamo dove sbattere la testa.
Non ci eravamo mai ritrovati in una situazione del genere.
Restammo in piedi, sotto l’ombrello, di fronte al monumento

ai caduti posto al centro del giardinetto della piazza. Gli
insetti erano la nostra unica compagnia. Le panchine erano
tutte bagnate, non potevamo neanche sederci. Un bar, un negozio

di abbigliamento, un’agenzia di viaggi, tutti e tre chiusi,
e un altro ristorante poco illuminato erano il triste panorama
che ci circondava.
Il freddo e l’umidità entravano nelle ossa. I tanti alberi della piazza

fermavano alcune gocce, ma la pioggia continuava
a cadere insistentemente rendendo i nostri piedi fradici. Il
giardino era pieno di pozzanghere. Lei ci mise poco a finire
con i piedi dentro a una di quelle. Ha un’abilità particolare: se
ci sono delle pozzanghere, lei si bagnerà i piedi, soprattutto se
non ha le scarpe adatte.
Il suono di una campana ci avvisò che erano ormai le otto
di sera. Ricordo bene quel momento perché contai tutti i rintocchi con

le dita delle mani. È una cosa che ho sempre fatto, un vizio che mi

porto dietro sin da bambino. Lo facevo
soprattutto quando, con i miei genitori e mia sorella, andavamo a

trovare i miei nonni paterni che vivevano anche loro
in un piccolo paese sperduto sui monti Alburni. Per arrivarci
percorrevamo, una volta usciti dall’autostrada, una strada di
montagna piena di curve. A metà del viaggio, io e mia sorella ci
addormentavamo sempre, non per stanchezza, ma per evitare
di essere svegli mentre mio padre guidava per quella strada.
Ci veniva sempre la nausea, troppe curve per lo stomaco di
bambini così piccoli. Ci andavamo sempre a Pasqua. Due o tre
giorni al massimo, non di più, e poi si ripartiva, perché i miei
dovevano lavorare. Andavamo sempre al cimitero a trovare
i parenti scomparsi. Era un posto molto bello, immerso nel
verde, silenzioso e con un panorama incredibile. Era in alto
rispetto al paese e da lì si poteva ammirare tutta la campagna
circostante, uno spettacolo di colori, campi coltivati e vegetazione.

Sono andato per anni in quel posto e mai una volta che
lo avessi visto ricoperto dalla neve. I miei parenti dicevano
che lì nevicava sempre ma io non l’avevo mai vista. Strade bagnate,

freddo, pioggia, ma mai la neve. Mi sarebbe tanto piaciuto guardare

i tetti e le strade bianche. Al massimo riuscivo
a vedere le cime innevate delle montagne lì intorno. Niente
che non vedessi anche a Napoli: nelle giornate di freddo intenso anche

il Vesuvio si ricopre di neve. Mi sarebbe piaciuto,
come a ogni bambino, giocare con le palle di neve, fare un pupazzo e

tutte quelle cose che si vedono nei film. I miei nonni
in casa avevano il camino. Io mi divertivo a giocare con i ferri simulando

una lotta con le spade, ma soprattutto a buttare
nel fuoco decine di fazzoletti. Mi piaceva bruciare le cose, da
piccolo ero attratto dal fuoco. Nel viaggio di ritorno a Napoli,
l’odore di fumo dei miei vestiti riempiva tutta la macchina e
faceva storcere il naso alla mia famiglia. Tornati, dovevo poi
lasciare i vestiti un paio di giorni fuori dal balcone, sperando
di togliere la puzza di fumo e di bruciato.
Ricordo che anche mio padre, quando tornava al paese,
sembrava non essere completamente a suo agio. Gli leggevo
sempre in viso una strana espressione, come un’aria di spaesamento.

Come se, andando lì, stesse per un paio di giorni
chiuso in una bolla. Si era abituato ai ritmi napoletani, ritmi
molto diversi in confronto a quelli della maggior parte delle
città del mondo, figurarsi rispetto a quelle di un paesino di
neanche mille anime. Nonostante amasse il posto in cui era
cresciuto, aveva passato la maggior parte della sua vita in città.

Oltre cinquant’anni vissuti a Napoli, oltre sessanta passati
lontano da quella che lui da piccolo considerava casa. Chissà
se aveva provato le stesse sensazioni che provavo io in quel
momento. Forse per lui era stato anche peggio. Se fosse restato

lì non avrebbe avuto la possibilità nemmeno di frequentare
le scuole medie. Da ragazzino si era trasferito con suo cugino
a Salerno per poter continuare gli studi. In quel posto erano
così pochi che non riuscivano mai a formare le classi, un problema

che si era ripetuto talmente tante volte da portare alla
chiusura della scuola. A Salerno viveva in casa di una signora.
Suo padre gli mandava ogni mese dei soldi con cui pagarsi le
spese di vitto e alloggio, comprare i quaderni, i libri e, se ci
riusciva, anche dei vestiti.
Io mi guardai intorno e pregai perché non mi accadesse la
stessa cosa.
Prego ancora oggi di non passare cinquant’anni della mia
vita lontano da Napoli e da tutto il mio mondo. In verità,

prego di lasciare questo posto quanto prima.

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Marco Marino
MARCO MARINO, nato e cresciuto a Napoli, è giornalista professionista, web content e blogger, e ha collaborato con quotidiani ed emittenti televisive nazionali e locali. La scrittura è il suo modo per raccontare il mondo che lo circonda e la sua valvola di sfogo. Speravo che ovunque potesse essere casa è il suo romanzo d’esordio.
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