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Stai composta

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Anna, Claudio, Sara e Marco sono quattro amici legati da storie tormentate, un affetto profondo e un comune approccio alla vita: non sanno stare composti.
Non hanno avuto una vita facile, sono amici fin dall’adolescenza e si rivedono adulti, tutti assieme, dopo nove anni. È il 1994 quando Claudio li invita a cena a casa sua. La serata trascorre tra risate, nostalgici racconti e nuove rivelazioni. Un forte temporale estivo li costringe a passare lì anche la notte, una notte che cambierà per sempre la loro esistenza.
Ventitré anni dopo, una ragazza racconterà le loro storie cambiando il finale di una di esse.

 

CAPITOLO UNO
Scandendo il tempo in una cadenza mensile, come accade
oggi, ventitré anni dopo, accadeva che gli zii venissero a

trovarci e mangiassero insieme a noi, io subito dopo cena dovevo
andare a dormire, il giorno dopo c’era scuola.
In diverse occasioni li ho ascoltati in silenzio, ben attenta a
non interrompere il filo dei loro ricordi e la loro personale

visione di quei giorni così determinanti, temevo avrei potuto in
qualche modo arrestare quel flusso benefico di condivisioni.
Da quando sono nata non credo abbiano mai mancato un
appuntamento e alla fine le loro visite sono divenute una

consuetudine familiare scontata e irrinunciabile per tutti noi.
La mamma a fine serata entrava piano in camera, controllava

che dormissi, mi rimboccava le coperte, con le sue labbra

fresche mi baciava la fronte e uscendo accostava piano la
porta.Continua a leggere
Continua a leggere

Subito dopo iniziava la parte più interessante, contavo fino
a cento e poi, di soppiatto, sfilavo giù dal letto, mi avvolgevo
nel plaid e uscivo lentamente dalla camera facendo ben attenzione

a non far scricchiolare le assi in legno sotto i miei
piccoli piedi. Mi appostavo in cima alla scala, sull’ultimo

gradino, in una posizione favorita sia alla vista che all’udito, e
potevo curiosare indisturbata, senza filtri.
Ascoltavo insospettata rivelarmi un mondo inedito a cui
loro stessi involontariamente mi iniziavano.
Questo mi permetteva di conoscerli più in profondità e mi
conduceva anche dentro la loro storia, all’aria che avevano

respirato, alla musica che ascoltavano, a quello che era stato

prima il loro essere bambini, poi adolescenti, infine giovani adulti.

Di ogni più piccolo dettaglio ho fatto tessera preziosa

da incastonare in un più ampio mosaico volto a identificare i loro
profili e delineare un quadro completo di vissuto comune.
Spesso le storie si ripetevano ma a me sembravano essere
sempre diverse, credo fosse così perché nel frattempo ero io a
crescere e a comprendere qualcosa di più.
Ci sono state delle sere in cui avrei voluto essere grande
come loro per poter fare parte di quella forte complicità, altre
invece, in cui ero già più grande, mi sono sentita profondamente

fortunata per essere nata in contesti diversi.
Ascoltavo la musica che mettevano in sottofondo, U2, Queen,

Pink Floyd, Led Zeppelin, The Doors, Vasco Rossi, respiravo il

profumo di quegli anni passati come catapultata in
un’altra dimensione.
Ricordo quanto mi fosse sembrato strano anche solo immaginare

che pure loro erano stati prima bambini e poi ragazzi
come me, trovavo tutto questo estremamente affascinante e,
lentamente, di volta in volta, mi era diventato possibile delineare

al meglio il susseguirsi degli eventi, un filo conduttore
comune, chiaro e preciso nel tempo.
Li sentivo scherzare, prendersi in giro come degli adolescenti,

utilizzare un linguaggio tutto loro a me precluso, spesso s’insinuava

qualche parola tutt’altro che educativa e io sogghignavo
dal mio spazio sulla scala, immaginando fosse normale,

considerato che la loro amicizia durava almeno

da una ventina d’anni.
A volte quel fiume di parole s’interrompeva di colpo

e il silenzio invadeva tutto.
Sembrava che quel tempo sospeso appartenesse a qualcuno,

muto protagonista indiscusso che avrebbe avuto da dire
la sua al riguardo ma, non potendo essere presente,

s’appropriava di quel silenzio; anch’io m’irrigidivo diventando come
di gesso e istintivamente trattenevo il fiato, come quando si
gioca a uno, due, tre, stella e rimani immobile aspettando che
ricominci la conta.
Non ero sempre certa di comprendere il vero senso di tutto
quello che dicevano, fortunatamente però, succedeva spesso
che qualcuno ripetesse delle cose già dette, usando un modo
diverso, una sua personale prospettiva della stessa storia, e
allora un ulteriore velo si dipanava, consentendomi una

visione più nitida dello stesso accadimento.
Alcune cose mi colsero di sorpresa, altre semplicemente
entrarono in me a conferma di un mio sentire, come in una
sorta di memoria cellulare; certe mi trovarono pronta, altre
meno, ma ricordo che, già allora, trovavo stupefacente

l’intensità dell’elemento tracciante che li teneva uniti e che li
unisce ancora oggi.
18 giugno 1994, ore 19:15
Erano tre le auto dirette verso la stessa destinazione, la
casa di Claudio sui colli trevigiani.
La luce del sole, in un lento e rossastro ritrarsi, tingeva di
rosa il contorno di soffici lanugini grigie in un cielo oramai
plumbeo e in netto contrasto con la vivace vegetazione collinare,

rinverdita dalla stagione primaverile.
Lungo la statale cinquantuno il traffico più che scorrevole era
quasi inesistente, tranne per qualche sporadica auto incrociata.
La Dyane gialla seguiva la linea bianca di divisione della
carreggiata consumando i chilometri a una velocità da crociera,

costante e senza fretta, consentendo allo sguardo di
Anna il piacere di vagare assorbendo il paesaggio attorno.
Alla sua destra scorreva con gli occhi il ritmo sincopato e
ripetitivo della lunga fila di tigli a cui folate d’aria fresca

facevano vibrare le folte chiome; dall’altro lato, anticipando la
linea dell’orizzonte, macchie purpuree si stagliavano tra il
verde chiaro del frumento, come in un quadro impressionista.
Arriverà un temporale, aveva dedotto con ineluttabile certezza,

spiando attraverso lo spazio lasciato aperto dalla cappotta estiva.
Uno stormo di uccelli volava basso e in tondo alla ricerca di
un possibile rifugio.

Chissà come fanno gli uccelli a cambiare repentinamente

direzione danzando la stessa coreografia, si era chiesta incuriosita.
L’autoradio trasmetteva le note di Don’t You Forget About
Me dei Simple Minds.
Aveva alzato il volume inondando di compagnia il piccolo
cabinato dell’auto, non potendo immaginare colonna sonora
più appropriata a quel momento.
Era una canzone dell’85, l’anno di We Are The World,

Ritorno al futuro, Super Mario Bros., dello scioglimento dei Duran
Duran, dell’elezione di Francesco Cossiga a presidente della
Repubblica, ma soprattutto era quel fatidico anno, proprio lo
stesso in cui loro quattro avevano legato di quell’amicizia a
cui solo in età adolescenziale si può dare credito.
In una specie di selezione naturale atta a eliminare il superfluo,

le persone entrano ed escono dalle vite degli altri come
avviene nella sala d’attesa di uno studio medico, a eccezione
di piccoli miracoli predestinati che si manifestano di rado,
quando a riconoscersi nel profondo è qualcosa di non casuale
e inspiegabile, di cui spesso non si ha nemmeno coscienza.
Ecco, loro appartenevano a quelli che fin dal primo incontro

si attraggono, così diversi eppure così simili, in alcuni casi
affini, spesso complementari.
Ad accomunarli fin da subito era stato uno strano bisogno
che sentivano di avere l’uno dell’altro, quasi come se, per farne

uno sano, ci volessero tutti e quattro insieme.
Nell’età in cui i loro coetanei sperimentavano la disobbedienza

mettendo in atto piccole battaglie che li avrebbero
condotti a una maggiore autonomia, loro avevano avuto altro
a cui pensare.
Claudio, Anna, Sara e Marco avevano impiegato le loro giovani

energie per scongiurare il rischio di frantumarsi in mille
pezzi come avviene per uno specchio finendo a terra: ricomporre

i cocci asimmetrici non sarebbe bastato a far proseguire

immune il loro cammino, l’immagine riflessa sarebbe

apparsa distorta e deforme.
No, nessuno di loro aveva dimenticato.
Anche se erano trascorsi quasi nove anni senza che si

ritrovassero tutti e quattro insieme, tra loro avevano sempre mantenuto i contatti.
Canticchiando, Anna aveva fatto scorrere lateralmente la
metà del piccolo finestrino in modo da appoggiarci il gomito,
la mano sinistra impegnata a reggere il volante, l’altra intenta
a frugare cieca tra una moltitudine di inutili e indispensabili
cianfrusaglie, mischiate alla rinfusa dentro la sua borsa informe

di tela grezza multicolore, posta sopra il sedile passeggero.
L’ultima, aveva sancito categorica, accompagnando il rettangolo

morbido alla bocca per afferrarla con le labbra, la
mano di nuovo dentro alla ricerca del suo Zippo.
Aveva inspirato avidamente per poi espirare, allentando
leggermente la pressione sull’acceleratore e concedendosi
di tornare indietro con il pensiero a qualche giorno prima,
quando aveva ricevuto l’invito da parte di Claudio.
Si trovava a casa e stava sporgendo con due dita un paio di
jeans tenendoli per un passante.
«Sì, sì» aveva ribadito «è meglio che tu vada a dormire a
casa tua.» Gli occhi sfuggevoli come cani diffidenti.
«Ma come?! È quasi mezzanotte, ho cinquanta chilometri
da fare e fuori piove, stai scherzando, vero?»
«Uff, quante storie, sei in macchina, no? Mica devi farteli a
piedi e sotto la pioggia.»
«Questa poi, è davvero incredibile» aveva sbottato lui, il
viso sfigurato da astiosa incredulità.
Le aveva strappato i jeans dalle dita per inforcarli sopra i
boxer.
«Sappi che io non ti chiamo, se vuoi fallo tu.»
Lei aveva annuito. Tanto già lo sapeva, l’interesse che aveva
provato per lui si era esaurito in quella serata e non ci sarebbe
stato un seguito.
Silenziosa si era avviata verso la doccia, lasciando scivolare
l’accappatoio dalle spalle al pavimento.
Aveva aperto l’acqua facendo finta di non sentire la porta
d’ingresso sbattere ma trasalendo al commento depositato
dentro la stanza: «Troia». L’unico ricordo che le sarebbe rimasto di lui.
Quasi stordita, aveva iniziato a insaponarsi usando la spugna

con delicati e ampi movimenti circolari, poi, presa da
una strana forma di repulsione, aveva insistito con maggiore
vigore strofinandosi velocemente con brevi e convulsi gesti,
premendo e grattando come se fosse stata infestata da piccoli
insetti pruriginosi, sempre più forte, ancora di più, fino a non
sentire più la pelle livida.
Infine, arresa, con le braccia tese verso il muro, le mani
sulle piastrelle, la nuca inclinata sotto il getto caldo, aveva

lasciato all’acqua il compito di portare via tutto, umori, odori,
lacrime e tremore.
Avrebbe superato anche quella: l’ultima, aveva giurato.
Doveva smetterla di cacciarsi in quelle situazioni e cominciare

a chiedersi cosa diavolo stesse cercando.
Qualcosa di nuovo e curioso almeno era successo: l’invito di
Claudio, a quell’ora e dopo quasi tre mesi di silenzio, l’aveva
ricondotta a sé.
«Sì, ci sarò» aveva risposto sintetica indossando sulle labbra,

insieme al burro cacao, un piccolo sorriso.
Tornando a concentrarsi sulla guida della Dyane le era parso
che allo spot pubblicitario si fosse alzato il volume dell’autoradio.
In un click si era riappropriata del silenzio.
Aveva buttato fuori dal finestrino la cicca esaurita fino al filtro,
di lì a una quindicina di minuti sarebbe giunta a destinazione.
Sara ne aveva ancora per una mezz’ora, ma aveva deciso di
fermarsi in un bar lungo la statale avendo avvertito l’assoluta
necessità di bere un caffè e ricomporsi prima di arrivare.
Aveva attribuito alle due ore di viaggio il leggero tremore
che aveva accompagnato la tazzina vuota sul piattino.
Era uscita di casa scappando come una ladra prima che si
verificasse la probabile, anzi, l’immancabile solita complicazione,

che avrebbe potuto costringerla a modificare il suo
programma.

Michele sarebbe dovuto arrivare di lì a poco con le gemelline

dopo essere passato a prenderle al campo scuola estivo.
Aveva inspirato a fondo avvertendo la contrazione nel respiro dovuta alla tensione.
«Sabato prossimo mi serve la station wagon, ho un impegno

a cena e farò tardi. Avviso la baby-sitter oppure te ne occupi tu?»
Lo aveva informato dei suoi programmi così, senza particolari

spiegazioni, e le pareva ancora di vedere i suoi occhi
stupiti.
«Ci penso io “ai mostri”» aveva risposto lui in modo pratico
e solidale, dopo un attimo di perplessità.
Sicuramente aveva attribuito quella richiesta all’attuale e
particolare congiuntura emotiva che la riguardava.
In parte era vero, si era aggrappata all’invito di Claudio alla
stregua di un malato cronico di fronte a un farmaco salvavita.
Aveva appena finito di caricare la lavastoviglie e le bambine
si erano addormentate da un pezzo.
Anche Michele aveva preso sonno dopo averle chiesto un
paio di volte di raggiungerlo a letto.
Meno male, aveva pensato sollevata, ci sarebbe anche mancato

di dover adempiere ai doveri coniugali, stanca com’era.
Con occhio critico aveva passato in rassegna la stanza: il tavolo

in legno massiccio, le tende chiare in seta, il grande tappeto persiano.
Prima o poi sostituirò quella cornice, aveva pensato guardando

la foto sopra la madia di fianco alla porta d’ingresso.
Era uno scatto che li ritraeva tutti e quattro insieme, fatto
l’anno prima durante le festività natalizie.
Aveva sorriso allo spiccare della nota arancio nell’immagine, i
capelli delle sue figlie, come i suoi da piccola, erano rosso carota.
Presto dovranno imparare a difendersi dai luoghi comuni,
aveva pensato corrucciando lo sguardo.
“Il migliore dei rossi ha ucciso la mamma e il papà per andare

in gita con gli orfani.” E cosa dire poi di: “Via dall’incrocio
che fermi il traffico”?

E dell’incarnato così rivelatore delle emozioni, vogliamo
parlarne?
Tutto quell’incontrollabile arrossire per un nonnulla era
stato per lei come se gli altri avessero avuto il superpotere di
leggerle la mente.
Le sembrava di avere una fiamma perpetua accesa sulla testa,

stile Ade, l’antagonista di Hercules in quel film animato
della Disney.
Eppure, quando le gemelle erano nate, sei anni prima, lei
era stata felice che le somigliassero: due piccole Sara in miniatura, bianchissime e urlanti.
Aveva continuato nella minuziosa osservazione della foto.
Suo marito, un bell’uomo alto e con i capelli scuri, sorrideva

vicino alle bimbe, eppure, se un estraneo avesse guardato
quella foto con attenzione, avrebbe avuto l’impressione che
lui fosse stato solo di passaggio, una persona involontariamente

catturata e imprigionata nello scatto.
Come consuetudine aveva dato due giri di mandata alla

serratura della porta d’ingresso, tutto era in ordine,

poteva ritenersi soddisfatta e andare a letto.
Invece, era tornata a sedere sul divano e si era messa

a sfogliare senza voglia una rivista.
Premendosi la mano sulla nuca in un gesto spontaneo

e rivelatore di stanchezza, aveva ruotato lentamente

la testa prima in senso orario, poi antiorario.
Era stata una giornata impegnativa in farmacia, ma non era
quello a renderla così inquieta.
Sentiva la necessità di stare un po’ da sola per frugare

dentro di sé alla ricerca di un dolore che la faceva sentire in colpa
non avere.
Sarebbe dovuta essere in lutto, è così quando un padre

muore, invece no, lei non provava nulla, o almeno così credeva.
E allora se ne stava lì, in attesa del dolore, sospesa nel vuoto
di quella mancanza.
Ripensò all’invito che Claudio le aveva rivolto, solo per lei,
senza tutta la famiglia appresso.

Era proprio quello che le ci voleva.
Aveva pensato istintivamente che, in quel preciso momento,

poteva arrivare solo da Claudio, lui aveva l’innato istinto
preveggente di esserci quando serviva.
«Verrò, grazie» aveva risposto d’impulso.
Pensierosa, aveva appoggiato la rivista in grembo scivolando in un sonno allertato.
Marco e la sua Mercedes nera erano praticamente arrivati
a destinazione.
Aveva preferito fermarsi per fare benzina, così poteva considerarsi

servito per il viaggio di ritorno, meglio essere previdenti,

non si sa mai, aveva imparato.
Il viaggio da Milano era proceduto senza intoppi e, per
quanto la scarsa ricezione gli aveva concesso, era rimasto al
cellulare con la sua segretaria una buona parte del tempo,

aggiornandola con precise indicazioni sul lavoro da svolgere in
sua assenza.
Era stato uno dei primi ad acquistare un telefono cellulare,
il Nokia 1011 con antenna estensibile, la sua esigenza di

controllo aveva avuto il sopravvento sulla sua essenzialità.
Si era pentito di aver accettato l’invito di Claudio, non aveva

tempo da dedicare allo svago e si sentiva già stanco all’idea

di discutere con lui, lo sapeva, finiva spesso in caciara
tra loro due.
Ammettere che quell’invito gli aveva fatto piacere sarebbe
stato troppo, eppure era consapevole che quel figlio di

puttana gli era mancato.
La sera in cui gli era arrivata la sua telefonata si trovava
assorto nel silenzio totale del suo studio mentre rileggeva la
pratica Oggioni, un’estenuante trattativa di divorzio carica di
colpi di scena, puerili dispetti e forti tensioni tra due facoltosi
coniugi pentiti.
Si era allentato il nodo della cravatta e aveva guardato sopra
la sua scrivania in vetro scuro: la cartellina aperta, i pochi

fogli fuori, la stilografica, la piccola clessidra antica.

Doveva mettere ordine, detestava arrivare in ufficio la mattina

e non vedere tutte le cose al loro giusto posto.
Si era allontanato dalla seduta in pelle nera per avvicinarsi
alla grande vetrata che dava sulla città illuminata.
Chissà per quale motivo aveva scelto l’attico di quella palazzina

come sede per il suo ufficio, considerando che soffriva di vertigini.
Anche quella sera aveva ripetuto il solito copione e, come
attratto da una dolcissima melodia, era uscito in terrazza

assecondando un irrefrenabile desiderio a lasciarsi andare, librarsi nel vuoto.
Sentiva il cuore rimbombare nel petto, il tremore assalirlo
alle gambe, gocce di sudore imperlargli la fronte, la vita aggrapparglisi addosso.
Ci provava quasi tutte le sere, teneva gli occhi chiusi e si
sporgeva per metà corpo nel vuoto ondeggiando e lasciandosi
accarezzare dall’aria, per poi vinto rientrare sconvolto.
Se solo il fattore variabile della casualità, per una volta, fosse
intervenuto in suo aiuto, non avrebbe più dovuto pensare a nulla.
Con mani tremanti era stato sul punto di versarsi due dita
di whisky, poi no, meglio di no, doveva ancora lavorare, si era
detto, mentendo a se stesso riguardo all’improrogabilità di
quei documenti.
A quell’ora, la telefonata l’aveva colto di sorpresa, non potevano

essere seccature legate al lavoro.
Un invito a cena da parte di Claudio.
Aveva aggrottato le sopracciglia e arricciato il naso, a metà
tra l’incredulo e il sospettoso.
Ma dai, da quando Claudio ha una casa? Chissà cosa diavolo ha combinato stavolta, aveva pensato piano rabbuiandosi,
mentre lo ascoltava.
«Tranquillo, non mi serve la tua consulenza legale» aveva
anticipato Claudio.
«Allora vengo volentieri» era stata la sua risposta.
Dieci giorni erano passati in fretta e oramai era quasi arrivato a destinazione.

Aveva attraversato adagio il piccolo ponte a senso unico di
circolazione posto a guado del fiume che scorre lateralmente
alla frazione isolata in cui abitava Claudio.
Guardandosi intorno, proseguiva a passo d’uomo su una
strada sterrata circondata dal verde della campagna.
Avvertiva fortemente la primavera nell’aria con la natura
impegnata in un brulicante fermento, per lui che arrivava

dalla grande città era uno schiaffo di vita.
Claudio aveva riordinato un po’casa, giusto quello che

faceva per abitudine, un normale rassettare.
La carne da cuocere stava già marinando da un paio d’ore
tra foglie d’alloro, salvia, rosmarino e vino profumato.
Le braci erano pronte, voleva iniziare con il pollo, visto che
la cottura richiedeva più tempo.
Di lì a poco sarebbero arrivati e si sentiva intimamente

contento di essere riuscito a creare quell’occasione di riunione.
Aveva invitato i ragazzi una sera di dieci giorni prima,

bevendo uno Jäger seduto sul divano, il muso di Leo appoggiato
sui suoi piedi.
Si era passato più volte la mano sul mento, grattandosela
con la barba incolta di un paio di giorni.
«È ora che tu vada a dormire» aveva detto guardando in basso.
Leo aveva alzato il muso con sguardo implorante, mentre la
coda si era attivata in un ritmato movimento a batacchio sul
pavimento.
Muoveva i piccoli adoranti occhi rotondi su Claudio,

aspettando speranzoso un nuovo gioco, vigile e pronto allo scatto,
ma trattenendosi pur di stargli vicino.
Claudio non era riuscito a fare a meno d’intenerirsi per via
di quell’orecchio che ancora non riusciva a stargli dritto.
«Ma chi se ne frega, sai che ti dico? Queste ultime due

settimane puoi stare dentro quanto vuoi» aveva sentenziato.
Gli aveva accarezzato il muso con tutte e due le mani,

trattenendo e tirandogli un po’ il pelo sulla sommità del collo e lui
si era sentito scoppiare di felicità.

Il loro rapporto era molto energico e fisico, giocavano tutti
i giorni in giardino e quando lui rientrava dal lavoro non era
inusuale vederlo rotolare sull’erba insieme al suo cane.
Leo era partecipe dei suoi umori ma sapeva anche stare

immobile al suo fianco, il muso sopra le zampe, a sonnecchiare
durante i pomeriggi uggiosi in cui Claudio restava a casa a
leggere.
Aveva alzato un po’ il volume della musica proveniente
dall’impianto stereo e ingollato l’ultimo sorso di liquido scuro
dal bicchiere.
In quei lenti movimenti c’era tutta la sua irrequietezza.
Bene, aveva pensato, tre su tre.
Si era alzato e aveva acceso una sigaretta uscendo in giardino.
Era buio ma a lui non serviva la luce per vedere, conosceva
ogni centimetro quadrato di sua proprietà: la grande magnolia,

l’erba corta attorno a tutta la casa, il cespuglio di more in
fondo a una cinquantina di passi dal portico.
Uscendo aveva lasciato la porta aperta, tanto da lui nessuno
si azzardava ad andare a rubare.
Con un’unica stoccata delle dita aveva lanciato sfavillante
sulla strada la sigaretta ancora accesa e si era diretto verso
la sua Harley Davidson. L’intento era quello di porla a

riparo sotto il portico poi, aveva cambiato idea: a quell’ora, sulle
strade interne di campagna non c’erano controlli, poteva volare.
Non appena sbalzato il cavalletto, Leo si era messo ad abbaiare.
Nel silenzio della notte il rombo del motore sembrava

essere ancora più potente di quanto già non fosse. Musica per le
sue orecchie.
Non c’era nulla che a Claudio piacesse più del sentire la
velocità tra i suoi capelli; piegato in avanti aderendo quasi al
serbatoio, aveva scalato velocemente di marcia in marcia fino
a bruciare l’asfalto.
«Scommetto che il primo ad arrivare sarà Marco» aveva
detto rivolto verso Leo che, eccitato dal profumo della carne,
andava e veniva misurando ogni suo spostamento;

improvvisamente aveva diretto la sua attenzione verso il cancello,
il suo vigile udito aveva riconosciuto il rumore della prima
macchina avvicinarsi.

23 maggio 2019

Evento

Presentazione di Stai composta presso Libreria universitaria San Leonardo, Treviso
10 luglio 2018

Evento

A questo link, un bellissimo video della presentazione di Stai composta fatta nella splendida Villa Cester a Casale sul Sile...troppo bello!
04 agosto 2018

sulle frequenze dell’emittente 7 Gold Plus (ch. 92 dgt).

l' intervista nella trasmissione Approfondimenti, sarà replicata sabato 4 Agosto 2018 alle ore 7.15 / 7.45/ 12.45 / 13.00 / 17.45 / 1.45 / 3.15 / 4.45/ 6.15 ca. sulle frequenze dell'emittente 7 Gold Plus (ch. 92 dgt). La trasmissione sarà anticipata (domani)dall'emissione del lancio ( pillole ) alle ore 15.15 ca. e 20.15 ca. ( 7 Gold Plus ). Successivamente sarà visibile sul canale youtube di Asterisco Informazioni ("Asterisconet"). Le interviste sono visibili anche sui profili Facebook e Twitter di Asterisco Informazioni: Facebook: www.facebook.com/AsteriscoInformazioni Twitter: www.twitter.com/Asterisconet_it
30 luglio 2018

radio R24

Puoi risentire qui l'intervista telefonica condotta da Giusy Di Martino su Radio R24!
14 luglio 2018

La7Gold Plus (ch.92 dgt)

Intervista all'autrice all'interno del programma "Approfondimenti" con Fabrizio Stelluto.
Sarà visibile prossimamente anche su:
Canale youtube di Asterisco Informazioni ("Asterisconet")
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Commenti

  1. stefano

    (proprietario verificato)

    La sinossi mi incuriosisce molto. Le relazioni fanno della nostra vita ciò che è e qui mi sembra che di carne (o seitan) al fuoco ce ne sia un bel po’. Aspetto l’e-book!

  2. (proprietario verificato)

    Sono un amante dei romanzi dal carattere psicologico. Questa storia è davvero molto interessante e sono curioso di scoprire come prosegue… Un progetto, il tuo, da sostenere!!

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Cosima Spinelli
COSIMA SPINELLI è nata il 10 aprile 1970 a Venezia, dove ha conseguito il diploma magistrale. Oggi vive e lavora a Marcon (VE), ed è impegnata in diversi ambiti sociali e culturali del territorio. Stai composta è il suo terzo romanzo.
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