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Tabula Rasa

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A tutti capita di dimenticare qualcosa. Ma cosa accadrebbe se perdessimo la memoria di noi stessi? Riccardo lo sa bene, visto che gli è successo. Peggio, non ricorda neanche le convenzioni sociali, e la sua vita è diventata complicata: a quale distanza deve stare quando parla con qualcuno? Come mai non può dire a una donna che è grassa? E a un uomo che ha le ascelle sudate? Per quale ragione Greta non vuole più vederlo?

Ma, soprattutto, che cosa si nasconde, davvero, nel suo passato?

L’inizio
Qualcosa mi dice che non è la prima volta che mi succede. È una sensazione tristemente familiare. Mi guardo intorno, penso di esser seduto al tavolo di un bar.
Bar. Si dice così? Sì, so che la parola deriva dalle barre che venivano apposte a locali come questo negli Stati Uniti durante il periodo del proibizionismo.
Buffo che sappia cosa vuol dire “bar” ma non in quale mi trovi.
Perché sono qui? Cosa avevo da fare?
Volgo lo sguardo davanti a me. Sul tavolino ci sono una tazzina sporca di caffè e un piattino pieno di briciole. Accanto vedo la mia mano. Sì, è la mia, ed è appoggiata su uno… si chiama smartphone, ne sono abbastanza sicuro.
Il cuore mi palpita in maniera tremenda, sento le pulsioni sulla nuca, sono spaesato. Che mi è successo?
Torno a guardare le persone accanto a me. Non conosco nessuno e nessuno sembra riconoscermi, la gente chiacchiera o legge un giornale.
Mi accorgo di respirare a fatica.
Dietro al bancone una ragazza si sta asciugando le mani sul grembiule, piega il capo nella mia direzione mentre parla con il suo collega.
Lui mi guarda. Viene verso di me.
Perché?
Ho fatto qualcosa di sbagliato?
Che mi succederà?

Continua a leggere

</p>

«Ehi, amico, tutto bene? Sei un po’ pallido» il barista sta socchiudendo gli occhi mentre mi fa questa domanda.
Lo fisso senza sapere che dire.
«Io… no…» Distolgo lo sguardo cercando aiuto da qualche parte. «Forse io…»
Mi arrendo.
«Non lo so.»
Mi vergogno tantissimo, tutti i presenti si sono voltati verso di me tralasciando chiacchiere e letture. Non è necessario che mi fissino!
Un uomo con una felpa bianca scollata si alza rapido dal suo tavolo e si inginocchia ai miei piedi. «Salve, sono un medico, non si preoccupi.»
Lo guardo, ne sono intimidito: un medico serve se stai male. Perché tutti mi guardano?
Il nuovo arrivato appoggia una mano sul mio braccio, cerca di sorridermi: «Sono il dottor Carofiglio, come ti chiami?».
«Io… Carofiglio.» Mi sembra la risposta giusta.
Il dottore scuote la testa e ripete: «No, io mi chiamo Carofiglio. Tu? Tu come ti chiami?».
«Ehm… Edoardo.»
«Ok, Edoardo, quanti anni hai?»
«Io… venti.»
Le persone attorno a me fanno una smorfia: perché?
«Bene, amico, come hai detto che ti chiami?»
Questa risposta la so.
«Edoardo.»
«Ok, dove devi andare?»
Mi piego in avanti tenendomi la testa con le mani, mi fa male da impazzire e mi sento esausto.
«Non lo so.»
Che imbarazzo!
«Va bene, come ti chiami?»
Interviene il barista. «Ha detto di chiamarsi Edoardo, dottò!»
Sembra arrabbiato, ma io mi chiamo così, almeno credo, e non posso farci niente.
Il dottore si alza in piedi, rotea gli occhi sospirando e lo guarda in faccia, indicandomi con un dito.
«Ripeto questa domanda per fare in modo che il suo cervello si focalizzi su un punto fermo, come vede il nome lo ricorda ma non si rende conto della sua età: è impossibile che abbia vent’anni. È in stato di shock.»
Peccato, mi sembrava che vent’anni fosse una buona risposta.
«Possiamo chiamare qualcuno che conosci, per poterti aiutare?» mi chiede il barista. «Hai una moglie, una fidanzata?»
Questa cosa non la so proprio, ma non posso rispondere sempre di non sapere nulla. Rimango in silenzio. Che mi è successo?

Sento il dottore parlare al telefono. Parla di me ma non capisco dove vogliano portarmi, non voglio andare con loro.
Il barista prende lo smartphone dal tavolino al quale sono seduto.
«Questo cellulare è tuo?» chiede, aggrottando le sopracciglia.
Spero che non sia mio: non voglio guai.
L’uomo armeggia con il telefonino ed esclama: «Ho trovato il nome “Amore” nella rubrica, dev’essere la sua ragazza».
Accosta l’orecchio al cellulare. Dopo qualche secondo, una voce metallica si fa sentire.
«Salve, signorina, non si preoccupi, sono il barista del Bar Sport: si tratta del suo, ehm… ragazzo o marito… non so, ad ogni modo non si sente bene e non ricorda nulla… Sì, abbiamo chiamato il 118… Sì, ma… certo…»
Mi guarda stranito e mi dice: «Ha riattaccato».
Qualcuno ridacchia. Per fortuna quasi tutti i clienti del bar sono tornati alle loro attività e non si curano più di me.
Arrivano dei paramedici (così ho sentito venivano definiti) nelle loro allarmanti uniformi rosse, mi fanno molte domande ma la mia confusione aumenta. Sento i battiti del cuore nelle orecchie.
«Stia tranquillo, non si preoccupi, siamo tutti amici» mi dice una di loro.
Mi misurano la pressione, controllano con una torcia elettrica le mie pupille mormorando qualcosa di incomprensibile.
Uno degli uomini in uniforme scrive con una penna su un foglio. Usa i guanti. Fa delle domande veloci ma nessuno gli risponde, sembra che comunque non ce ne sia bisogno perché trova le risposte da sé. E la risposta è solo una.
«Altezza? Nella media. Corporatura? Nella media. Pressione? Nella media. Lieve tachicardia…»
Mi fanno alzare in piedi scortandomi nell’ambulanza e se è possibile mi sento ancora più a disagio.
Cosa mi è successo?

L’oblio
Il tragitto sull’ambulanza l’ho vissuto in maniera molto tesa, e i bruschi cambi di direzione mi hanno spaventato non poco.
Il dottore che ho incontrato al bar ha continuato a parlare al cellulare che dicono sia mio, per potermi far assistere da qualcuno di mia conoscenza, e mi ha ripetuto diverse volte che in ospedale avrei incontrato mio fratello. 
La cosa mi turba: ho un fratello?
All’interno dell’ambulanza un paramedico mi ha dato delle pacche sulla spalla con la mano avvolta da un guanto blu, sorridendo e chiudendo un occhio solo, poi rivolgendosi al signor Carofiglio gli ha chiesto se fosse mio parente.
«No, sono il medico che vi ha chiamati. L’ho soccorso io» ha risposto il dottore allungando la mano verso di lui. Se la sono stretta dicendo contemporaneamente una parola, “piacere”. Evidentemente è così che ci si comporta con chi si incontra per la prima volta. Dovrò ben ricordarmene: non voglio che la gente mi guardi di nuovo nella maniera in cui sono stato fissato al bar. E se fosse stato per il mio comportamento?
Questi pensieri mi hanno tranquillizzato un poco durante il viaggio, anche se la mia agitazione è rimasta alta. 
Cosa mi succederà? Che mi è successo?
Mi hanno fatto accomodare su una sedia a rotelle. Una donna minuta mi ha spinto sorridente all’interno dell’edificio, lungo un corridoio e fino a un ascensore. Abbiamo atteso alcuni secondi davanti alle porte metalliche finché non si sono aperte. L’ascensore era già colmo di persone di varia età che ci hanno comunque fatto posto. Durante la salita c’era un silenzio insopportabile, probabilmente si erano tutti accorti di me e del mio problema.
«Dicono che sto male» ho avvertito i presenti. A queste mie parole tutti mi hanno dato uno sguardo veloce, poi hanno sorriso.
Giunti al quarto piano, sono stato sballottato in diverse stanze e in diversi macchinari prima di poter essere ricevuto da un tizio in camice bianco, che subito si è alzato in piedi per dirmi “piacere” e poi ha esaminato a lungo tutti i fogli che l’infermiera gli ha consegnato.

Ora sono in attesa di quello che il dottore dovrà dirmi. Mi guardo attorno. Sulle pareti sono affissi dei quadri, penso siano famosi. Mi alzo per studiarli meglio. Uno sono sicuro di averlo già visto: è la Gioconda di Leonardo, col suo sorriso furbo. Qualcosa mi ricordo, per fortuna.
Alla sua destra, però, è stato appeso un poster angosciante, rappresentante un teschio su un corpo sinuoso congelato in un urlo silenzioso. Dietro di lui il cielo è di fuoco e il paesaggio cupo.
«Proprio così! È il titolo del quadro.»
Mi volto, colto di sorpresa dal medico dietro di me, che pare sorridermi. Sembra accorgersi della mia reazione, per cui si affretta a spiegare: «L’ho sentita dire sottovoce “urlo”, perciò immagino che se ne ricordi».
«Che se ne ricordi chi?»
«Lei.»
Sono ancora più confuso.
«A chi ti stai riferendo?»
«D’accordo, vedo che non comprende, passerò a darle del tu.»
«Cosa vuol dire?»
Il tizio dal camice bianco mi accompagna, spingendomi, fin davanti alla sua scrivania e mi fa sedere.
«Quando non si ha sufficiente confidenza con i propri interlocutori ci si rivolge a essi come se si stesse parlando a una terza persona, per cui se ti devo chiedere “come stai?” la mia frase sarà “come sta?”»
Mi sembra una cosa stupida.
«E perché si fa questo?»
Mi risponde alzando le spalle.
«Si tratta di un modo per mostrare rispetto. Dunque, mi sembra di capire che non ricordi nulla, se non il tuo nome.»
«Sì, mi chiamo Edoardo.»
Lo vedo corrucciare la fronte, controllando le sue carte.
«A giudicare dai dati in nostro possesso, non è questo il tuo vero nome.»
La rivelazione mi lascia di stucco. Era la mia unica sicurezza.
Camice Bianco con una smorfia mi chiede: «Perché non controlli i documenti nel tuo portafoglio? Dovrebbe essere in una delle tue tasche».
Ricordo che un’infermiera mi aveva infilato un portafoglio in tasca dicendomi che era mio. Lo apro e trovo un documento intestato a un certo Riccardo Berbotto, e la foto all’interno è la mia, o perlomeno assomiglia molto all’immagine di me che ho visto riflessa in uno specchio del bagno dell’ospedale.
«Non mi chiamo Edoardo.»
Questo mi sconvolge, non conosco nemmeno me stesso!
«Eppure di lei mi ricordo!» Indico la Gioconda.
Il tizio annuisce, aggiungendo: «E anche dell’Urlo di Munch».
Fisso di nuovo quel quadro angosciante e scuoto la testa.
«No, quello no, ma tanto non mi piace. Mi angoscia.»
«Certo, certo.» L’uomo mi guarda ma sembra stia pensando ad altro. «Signor… ehm… Riccardo, che giorno è oggi?»
«Non me lo ricordo.»
«Capisco. Per la cronaca, oggi è il sedici aprile.»
Dalla porta dietro di noi spunta una signora che ci interrompe: «Dottore, il fratello del signor Berbotto è arrivato».
«Bene, lo faccia entrare.»
Il cuore mi balza in gola, conoscerò mio fratello.
Sono sicuro che appena lo vedrò lo riconoscerò e tutto questo garbuglio si risolverà da sé.

Il ragazzo che entra nello studio è alto e magro, con una barba incolta, i capelli un po’ più lunghi rispetto a quelli di tutti gli uomini che ho visto finora e gli occhi spalancati. Sembra quasi abbia paura. Porta una borsa marrone a tracolla che gli segna la maglia attillata color verde chiaro e regge tra le mani degli occhiali da sole. Sul dorso di una mano ha un tatuaggio che recita “Sorry mama”.
Camice Bianco si alza e io lo imito, anticipandolo nel salutare il nuovo arrivato. Gli porgo la mano dicendogli: «Piacere».
Ne rimane sorpreso. Forse ho sbagliato qualcosa. L’altezza della mano, magari? Non sono ancora molto pratico di questo saluto, per cui ho alzato il braccio fino a puntare il suo petto con le dita. Dovevo abbassare la mira, certo, che stupido che sono!
«Ricky, va tutto bene?»
In qualche modo la domanda mi fa impressione: questo ragazzo mi tratta in una maniera ben diversa dagli altri e si avvicina a me più di quanto abbia fatto il dottore.
Questi interviene rivolgendosi al tizio che dicono sia mio fratello: «Signor Berbotto, salve, sono il dottor De Rosa. Prego, si accomodi!».
Si siedono entrambi e poi mi fissano.
Mio Fratello mi dice: «Perché non ti siedi?».
De Rosa tossisce piano.
«Vede, suo fratello è vittima di amnesia.»
BANG!
A quest’affermazione mi sento come colpito da un’esplosione: il dottore aveva capito la natura del mio problema e non me ne aveva parlato? Allora tutti quanti sanno cosa mi è successo? Ma è inaccettabile! Perché mi ha nascosto la verità sul mio stato?
Il ragazzo che dicono sia mio fratello mi fissa come se mi fossero cresciute delle corna mostruose in testa, poi guarda con gli stessi occhi spalancati De Rosa.
«Cosa intende dire?»
«Sembra che suo fratello abbia perso la memoria episodica, in parole povere non ricorda gli avvenimenti della propria vita.»
«Quindi non ricordi niente?» A questa domanda Mio Fratello si inclina col busto verso di me.
Mi fa sentire in colpa e provo a indicare la Gioconda per non farlo preoccupare: di qualcosa mi ricordo.
De Rosa si rivolge di nuovo a lui strofinandosi le mani lentamente. «Alcune cose in effetti Riccardo non le ha dimenticate, per esempio quel famoso quadro, ma non è così per quanto riguarda il suo nome o i suoi affetti. Penso sia venuto a mancare un intero periodo della sua vita. Sono sopravvissute delle informazioni che per lui non hanno significato emotivo. Curiosamente, è rimasta intatta la memoria relativa alle nozioni scolastiche. La chiamiamo “memoria semantica”. Le faccio un esempio…» Si volta verso di me e mi chiede, a voce un po’ più alta: «Ti ricordi chi era Einstein?».
Questa è facile.
«Un fisico. Ha scoperto la teoria della relatività ristretta e anche quella generale. Ha dato un bel contributo alla meccanica quantistica. Ha anche avuto un Nobel nel…»
«Ok, ok, grazie Riccardo.» Il dottore scuote la mano verso di me, si rivolge a Mio Fratello e inarca un sopracciglio, sorridendo con un lato della bocca. «Vede? In pratica, ricorda tutto ciò che ha studiato, ma non ciò che ha amato.»
Mio Fratello mi fissa, sembra triste, poi volge lo sguardo ai quadri sulla parete, si concentra sul più brutto e dice, con voce più acuta, come se si stesse lamentando: «Nemmeno dell’Urlo di Munch ti ricordi? Ce l’hai addirittura appeso in soggiorno!».
Ok, come entrerò nel mio soggiorno darò fuoco a quel quadro.
«Penso sia perché l’opera è legata a lui in maniera affettiva,» il dottore tamburella con le dita sul tavolo «difatti Riccardo ha provato un’immediata reazione alla sua vista. Naturalmente la mia è una diagnosi precoce, e la psiche umana, a differenza di un arto fratturato, non è facile da trattare… Comunque, penso di poter aiutare Riccardo attraverso delle sedute regolari.»
Mio Fratello scuote la testa.
«Come è successo?»
Il dottore solleva entrambe le spalle imbronciandosi appena e inarca nuovamente le sopracciglia.
«La causa potrebbe essere un trauma, la carenza di vitamine, alto consumo di alcolici o di sostanze psicotrope…»
«Quando recupererà la memoria?»

21 ottobre 2019

Aggiornamento

Su librinuvole.com è uscita la recensione di Tabula Rasa! Correte a leggerlo! O se non volete correre, camminate velocemente...
21 ottobre 2019

Aggiornamento

Su librinuvole.com è uscita la recensione di Tabula Rasa! Una lettura consigliata
16 settembre 2019

Aggiornamento

FAQ #2: Quando hai cominciato a scrivere?
Ho sempre scritto (canzoni, racconti ecc...) Ma la volta che decisi di iniziare un romanzo fu dopo aver letto un pessimo libro. Mi deluse a tal punto da spingermi a usare le pagine vuote al fondo per creare una storia. Almeno lì decidevo io cosa avrei letto....
02 settembre 2019

Aggiornamento

FAQ N.1: Come ti è venuta l'idea di scrivere il libro?
- Stavo leggendo un libro di psicoterapia e mi sono accorto di quanto sia facile passare per "strani" nella nostra società: basterebbe parlare ad alta voce in una sala d'attesa per essere considerato matto.
Quindi mi sono chiesto come potrebbe cavarsela un individuo se si dimenticasse ogni convenzione sociale... ed ecco Riccardo.

Commenti

  1. Marco Gelmetti

    (proprietario verificato)

    Un romanzo godibile e da leggere d’un fiato, ma anche un interessante sguardo all’individuo nella nostra società, una lunga riflessione che ci accompagna per mano fino alla fine. Nella smemoratezza del protagonista Riccardo ci sono tutto il disagio, i dubbi e le domande che ognuno di noi prova quando riesce a riscattarsi dalla propria rumorosa quotidianità e a fermarsi per un attimo a pensare. Una storia che mostra i difetti, il cinismo e le contraddizioni del nostro modo di vivere, ma che inevitabilmente ci lascia con la bella sensazione di doverci qualcosa: perché non riusciremo mai a essere la versione migliore di noi stessi, ma non per questo dobbiamo essere la peggiore.

  2. Germana Ferlito

    (proprietario verificato)

    Riccardo ha perso la memoria, non ricorda piú neanche il suo nome, chi ama, cosa ha fatto nella sua vita, come ci si comporta. Ha la possibilitá di vivere una vita nuova, priva di sovrastrutture e lo fa seguendo solo la propria coscienza, quello che crede sia giusto. Se sente di abbracciare un estraneo che piange, lo fa con la spontaneitá di un animo nobile che vuole trasmettere la propria vicinanza, l’affetto, e l’empatia. È come tornare bambini e dover imparare di nuovo…in questo status, emerge la bellezza di un individuo pulito, che sconosce il male…
    A tratti ironico, porta il lettore a riflettere sui rapporti umani e su come ogni uomo si relazioni agli altri. Questa lettura mi ha fatto pensare all’idea secondo la quale ogni essere umano ha una coscienza che prescinde dalle esperienze e da quanto ci é stato insegnato…basterebbe seguirla per essere persone migliori, perché dentro ognuno di noi é iscritto un codice morale che ci fa discernere il bene dal male, anche prima di sapere i termini.
    Vi sono riferimenti cinematografici a due dei mie film preferiti: Memento (dell immenso Nolan, che mi ha sempre fatto riflettere), e quel capolavoro di “Eternal sunshine of the spotless mind” di Gondry (altro genio).
    Lettura piú che consigliata per l’estate!!
    Godrete di una narrativa scorrevole e di una storia surreale, talvolta divertente, ma al contempo riflessiva…

  3. (proprietario verificato)

    Eccezionale….mi ha rapito sin dall inizio!!!! Riflessivo ma allo stesso tempo ironico ,complimenti.

  4. (proprietario verificato)

    Libro molto scorrevole , coinvolgente ma allo stesso tempo riflessivo… Complimenti!!
    Una piacevole lettura da consigliare a tutti

  5. (proprietario verificato)

    Un libro originale, che ti coivolge fin dalle prime pagine, una scrittura fluida e diretta. E per chi ama riflettere sulla vita e sui rapporti umani dà molti spunti su cui soffermarsi. Da leggere assolutamente. Complimenti all’autore!!

  6. (proprietario verificato)

    Un fiume di ironia e messaggi una lettura semplice e travolgente. Semplicemente bello.

  7. In tabula rasa il lettore viene immediatamente lanciato nella situazione tragica e tesa del protagonista; egli si trova in un bar e non ricorda più nulla della sua vita, non sa come agire e nemmeno cosa pensare. Le emozioni e le sensazioni che prova sono forti e vertiginose.
    Fin da subito si comprende che il protagonista ha dimenticato il codice di comportamento sociale, non ricorda più quali sia i componenti della sua famiglia o chi siano; è completamente perso nell’andirivieni di persone intorno a lui che non fanno altro che porgli domande a cui non può dare una risposta perché non ricorda più nulla.
    Dopo la visita in ospedale e l’incontro con il dottore con cui Riccardo seguirà una terapia, entra in gioco il fratello Giacomo che lo accompagna a casa. Per Riccardo entrare in casa sua è un vero e proprio trauma, non si riconosce, come non riconosce il suo amico Fritz e nemmeno i suoi genitori.
    Ma non finisce qui, Riccardo deve fare i conti con tutte le azioni che ha compiuto nel corso degli anni, tra cui tradimenti, menzogne e comportamenti riprovevoli nei confronti dei familiari e degli amici. Si ritrova in mezzo a un turbinio confuso di emozioni, di sentimenti ed è incapace di interiorizzarli perché ha perso la capacità di comprendere come ci si comporta, come ci si relaziona e soprattutto non sa definire le emozioni, in quanto il suo corpo, la sua mente e il suo corpo sono in grado di percepirle, ma non di comprenderle.
    D’altra parte, aver perso per lui la memoria rappresenta un momento di riscatto perché può tornare a vivere in una maniera completamente diversa dalla precedente; non avendo più ideali preconcetti, né pregiudizi, può riscoprire i pregi e i difetti degli eventi, delle situazioni e delle persone che lo circondano.
    Oltre all’importanza che l’evento ha per il protagonista, ricopre un ruolo di grande interesse anche per il dottore che segue la terapia di Riccardo, il Dott. De Rosa; egli è fermamente convinto che Riccardo possa rappresentare la coscienza pura, libera, priva di rimpianti, risentimenti, sensi di colpa e paure nei confronti delle verità. La figura di Riccardo viene trasfigurata con lo pseudonimo Mister R. iniziale appunto di root, la radice della coscienza umana, intendendola come coscienza sia individuale che comune, una radice dalla quale l’essere umano può svilupparsi e migliorarsi nella consapevolezza delle percezione del mondo che lo circonda, il mondo esterno e interpersonale e il mondo personale, il mondo interno.
    Riccardo affronta le persone della sua vita privo di un substrato coscienziale offuscato dai giudizi, dai ricordi e dagli eventi e ciò gli permette di riscoprire non solo il mondo esterno, ma anche il suo mondo, il mondo personale; l’utilizzo della coscienza in lui sembra muovere verso l’ascesa della conoscenza di una consapevolezza “pulita”, che permette di dire ciò che più di tutto le persone temono: la verità, la stessa verità che fa male a tutti almeno una volta nella vita, la verità che sfonda i limiti e le speranze fittizie erette dalla mente dell’individuo. La verità che provoca rabbia, repulsione, paura e timore, che riesce ad annichilire la stessa mente che vorrebbe rifuggire da essa per il semplice fatto che essa sia ineluttabile, incontrollabile e priva di una forma modificabile.
    Oltre alla verità, l’elemento di riscatto per Riccardo sarà la conoscenza, la voglia di conoscere, di sapere, non per vantarsi della sapienza stessa, ma per alimentare la sua coscienza e riprodurla per il bene degli altri, di chi lo circonda, per eliminare le menzogne e promuovere rapporti interpersonali basati sulla fiducia, la collaborazione e la semplicità.

    Il romanzo riesce ad accogliere nella semplicità dei termini utilizzati concetti dotati di una forza comunicativa non comune, ricchi di spunti di riflessione stimolanti riguardanti l’esistenza dell’essere umano, la relatività dell’importanza delle cose materiali, la perspicacia delle persone nel riconoscere i cambiamenti, la capacità di adattamento e soprattutto la volontà, una volontà dedita al miglioramento nonostante le conoscenze pregresse, nonostante le vicissitudini, nonostante una memoria che sembra non essere fonte unica e indivisibile di gioia e di armonia con se stessi, nonostante il sacrificio, il dolore e l’amore.

    La storia d’amore all’interno del romanzo è un mezzo e un modo per comprendere i sentimenti che appaiono irrazionali ed egoisti nella vita umana; oltre ad essere l’amore il centro di innumerevoli dialoghi ed eventi nel romanzo, ho percepito una parabola sottostante alle vicissitudini amorose intrigante rispetto a un semplice, seppur turbolento, têtê a têtê relazionale: cos’è l’amore, cos’è un’emozione, cosa sono le sensazioni? Siamo per natura pronti ad amare oppure si tratta di un enorme sodalizio tra emozioni e convenzioni creato ad hoc per fuorviare le menti? Il viaggio introspettivo di Riccardo toccherà, abbraccerà e lo porterà a odiare, amare e accettare l’amore come concetto universale, non solo individuale e direzionato verso una persona. Come l’universo è frutto dell’individuo, anche l’individuo è frutto dell’universo e l’interdipendenza involontaria nonché necessaria, implica un viaggio di conoscenza della coscienza ripiegata su se stessa e aperta al mondo.

  8. (proprietario verificato)

    Una bella storia, narrata con sapiente ironia, in cui temi delicati vengono affrontati con estrema naturalezza attraverso la voce innocente del protagonista, il quale inevitabilmente cattura la simpatia del lettore fin dalle prime righe e lo spinge a riflettere su valori come onestà, rispetto, lealtà, fiducia, amicizia e amore.
    Riccardo si ritrova catapultato in un mondo in cui tutto per lui costituisce una novità e, libero da pregiudizi e convenzioni, lungo il suo solitario percorso di ricerca personale e di “rieducazione alla vita”, avrà solo il proprio istinto a guidarlo nella distinzione tra il bene e il male. Si scontrerà ben presto con una realtà in cui l’apparire è più importante dell’essere e l’ipocrisia la fa da padrona. Ma quel che è peggio farà i conti con l’amara scoperta della persona orribile che è stato in passato, con la sofferenza che ha provocato alle persone che ha più amato e con le relative conseguenze, che gli piomberanno addosso come un boomerang. Questa esperienza gli farà capire cosa (e chi) conta davvero nella vita e farà di lui un uomo nuovo, un uomo migliore, portandolo a fare la prima scelta altruista della sua vita.
    Consigliato!

  9. Chiara Piovani

    (proprietario verificato)

    Un’idea di fondo originale. Una storia coinvolgente che ha dei temi forti raccontati con semplicità e ironia. Un libro di facile lettura, che lascia tanti interrogativi, permettendoti di guardare la società con occhi diversi, ma facendoti anche divertire.

  10. (proprietario verificato)

    Ho iniziato a leggerlo tra le nuvole e l’ho finito coi piedi per terra, su un treno.
    Un po’ come Riccardo, che da “alieno” fuori dal mondo ripiomba nella realtà.
    Quello che emerge dal libro è drammaticamente realistico: l’incapacità della società, anche di fronte ad un individuo vergine, di educare. Alla gentilezza, al buono, all’altruismo, alla cultura, alla correttezza, alla verità. Siamo cani sciolti a cui è affidato il compito di salvarci da soli. E noi lo facciamo aggrappandoci alle emozioni e all’amore, unici baluardi rimasti.
    Bravo Stefano!

  11. (proprietario verificato)

    Il personaggio sperimenta una sorta di rinascita che lo rende puro e trasparente di fronte a chi lo circonda ed affronta ogni tema con ironia e leggerezza, ma al tempo stesso, apre la mente a riflessioni profonde facendoci capire che tutti noi ci nascondiamo dietro ad una maschera e a comportamenti stereotipati. La lettura risulta scorrevole ed è facile immedesimarsi nelle varie situazioni. Ben fatto!

  12. (proprietario verificato)

    Erano anni che non leggevo un libro, questo mi ha talmente incuriosito che mi ha fatto riavvicinare alla letteratura. Non vedo l’ora di avere l’originale

  13. (proprietario verificato)

    Non sono un gran lettore, anzi leggo veramente poco… ma, incuriosito dall’idea, mi son avvicinato a questo libro che mi ha conquistato, travolto… la sua semplicità e l’ironia ti assalgono e non puoi fare a meno di divorarlo in pochissimo tempo!
    Bravo!

  14. Lettura fresca e frizzante di ironia, nonostante affronti temi riguardanti relazioni interpersonali, lo fa con necessaria leggerezza, senza annoiare il lettore con prolissa disamina filosofica, ma offendo spunti per una riflessione, del tutto volontaria, personale e interiore.

  15. (proprietario verificato)

    Conoscendola tua ironia, non poteva essere che un libro molto scorrevole e di facile lettura, con molte situazioni davvero stravaganti, spero che tu possa raggiungere il tuo obiettivo. te lo meriti!

  16. (proprietario verificato)

    Splendidamente di facile lettura, nella più positiva delle accezioni, molto interessante la semplicità e l’ironia con cui vengono affrontati temi intimi e profondi delle interazioni sociali, riuscendo a non sfociare nella banalità.

  17. (proprietario verificato)

    Ci avrei scommesso, l’assassino è il maggiordomo!!

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Stefano Guglielmo
classe 1984, nasce a Carmagnola, in provincia di Torino. Diplomato in Scienze Informatiche e delle Telecomunicazioni, lavora come capotreno da più di sedici anni. Da sempre appassionato lettore, comincia a scrivere alcuni brevi racconti oltre a un primo romanzo, pubblicato online. Dal 2014 vive a Siena. Tabula Rasa, la cui gestazione è durata sette anni, è il suo romanzo d’esordio.
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