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The Drunk Fury – La nascita della Fratellanza

Amato da Giulia Corazza
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Consegna prevista gennaio 2020
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Mar dei Caraibi, 1701. Isabel de la Guardia, figlia del Viceré del Perù, inorridita dai soprusi inflitti dagli spagnoli agli indigeni e infiammata dagli ideali dei ribelli, rinnega il sangue e la patria e progetta una rivoluzione. Per armare i rivoltosi, la principessa intende recuperare il tesoro maledetto del Huascarán: arruola così pirati, nativi, rivoluzionari e balenieri e fonda la Fratellanza della Drunk Fury, guidata dallo spettrale Capitano Vince e dal baleniere John Tyler.
A narrare gli eventi, nel 1715, sono due reduci della spedizione: Jack Tyler, pirata e baleniere, e Paul Dragon, rivoluzionario corso. I due riportano in vita le vecchie imprese tra bevute, scontri, amori e vendette. Ma il passato non li ha abbandonati e oscuri nemici riemergono dalle ombre: Jack e Paul agiscono fra sospetti, imboscate, colpi di spada, spari nella notte, vecchi e nuovi amici. È l’inizio di un’avventura che li condurrà a combattere i propri demoni e vivere un’ultima possibilità di redenzione.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dall’amicizia, dalla passione per la pirateria e, ovviamente, il rum. I personaggi e la trama, poi, sono arrivati come l’alta marea in una notte di luna piena e ci siamo ritrovati catapultati nei Caraibi del XVIII secolo. Il viaggio è appena iniziato, ma c’è ancora posto nella ciurma per tutti coloro che volessero seguire la rotta della Drunk Fury. In alto i calici, e buona lettura!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 2
“Un mese, compari, e spiegheremo le vele all’oceano”

La riunione alla locanda finì fra grandi bevute, promesse e aspettative, e ci lasciammo alla spicciolata, senza dare nell’occhio: un gruppo di stranieri che si incontra con una nobildonna spagnola avrebbe potuto dare adito a più di qualche sospetto, perciò era meglio non farsi vedere fuori insieme.
Salutai Chepi con un lungo sguardo, e la fiera nativa non distolse i suoi occhi da cerbiatta: mi mangiarono l’anima, e capii che non avrei più voluto alcun’altra ragazza se non lei.
Uscii con quei matti dei due balenieri, e ci ripromettemmo di vederci l’indomani. Ero rimasto colpito in particolare da Jack Tyler, quel mio coetaneo dalla personalità indubbiamente magnetica. Alto e selvaggio, gli occhi azzurri erano incorniciati da una chioma di mossi capelli biondo cenere e da una ispida barba bruna. Dalle orecchie pendevano due orecchini dorati, mentre sulla braccia portava i segni degli anni per mare tra balenieri e pirati, per cui il corpo è un diario e i tatuaggi resoconti di viaggio indelebili.

Continua a leggere

Feci un lungo giro per la città, giovane e spensierato com’ero: avevamo appena costituito un’associazione segreta, un crimine degno d’impiccagione, per complottare contro la Corona spagnola, rubare un loro tesoro e fomentare una rivoluzione nei territori ove stavo aiutando dei guerriglieri locali. Vivevamo sul filo del rasoio, Madama Morte attendeva solo un nostro passo falso, ma in tutto questo io non riuscivo a smettere di pensare a Chepi. Avrei voluto parlarle, però conoscevo a malapena il suo nome: Fata d’Argento, ed era davvero una fata, una ninfa dei freddi boschi del nord, sebbene tutto sembrasse fuorché fredda.
Camminai fino al porto, in quella notte di tempesta, il rumore dei tuoni disturbato solo dalle urla di ubriachi e rissaioli. Camminai bevendo il rum speziato più buono della locanda, e mi fermai a fumare su un molo. Rollai del tabacco, perdendomi in fantasie sul mio passato in Corsica, sul mio presente con Chepi, sul mio futuro con la Drunk Fury.
Alla fine, ubriaco e imbottito di fumo, me ne tornai alla Santo Bebedor. Chiesi a Fernando di non essere disturbato, e mi feci accompagnare in camera: era pulita, spaziosa, con bei mobili in legno. La señora Inés si era fatta tanti soldi lavorando a Cartagena e mischiando affari leciti e illeciti, come confermato dalla notevole borsa di denaro che il tenente di Marie Anne le aveva passato andandosene. Marcelo, che personaggio curioso: sapevo che dei suoi sgherri avevano talvolta tenuto d’occhio me e i miei guerriglieri, ed ero rimasto sorpreso che non ci fossimo mai scontrati; ci osservavano, credendosi nascosti, mentre i miei li tenevano sotto tiro dagli alberi o dalle colline, e poi se ne andavano rapidi come erano giunti. E il tenente era sembrato un pesce fuor d’acqua alla locanda: sapevo di potermi fidare di lui, ma era il classico nobile spagnolo devoto alla guerra e al proprio dovere, quello di proteggere Marie Anne. Un uomo che ci considerava plebaglia. Un soldato tutto d’un pezzo, famoso per non aver mai concesso quartiere ai nemici. Un ufficiale da tenersi buono, insomma.
Mi addormentai rapidamente, e Morfeo mi portò altrettanto rapidamente da Chepi, e rimanemmo insieme fino al mattino, fino a quando il sole non lambì le mie lenzuola.
Stranamente, mi svegliai per nulla intontito, anzi del tutto euforico: avrei incontrato il capitano Vince appena fuori città, e mi avrebbe condotto al suo vascello.
Mi lavai con calma e mi vestii lentamente, indossando neri pantaloni a sbuffo, lucidi stivali di cuoio, come gli avambracci, e la camicia bianca della domenica, sopra la quale sistemai il gilè sempre nero. Al cinturone dalla fibbia d’argento assicurai una corta daga e un pugnale ricurvo, e infilai una piccola navaja in tasca e un’altra nello stivale destro. Incrociai due cinte a bandoliera, vi sistemai le mie quattro pistole, e coprii il tutto con la mia ampia mantella rossa, eredità della cara Corsica. Mi aggiustai il cappello a tesa larga, in modo che non mi desse fastidio ai capelli sempre più lunghi, e uscii per strada senza fare colazione: non era faccenda di tutti i giorni andare in giro con uno dei pirati più temuti dei Caraibi.

18 ottobre 1701: bel mese, gran giorno, ottimo anno. L’avremmo ricordato per il resto delle nostre vite, nel bene e nel male. Il temporale della notte precedente aveva regalato un cielo blu e sereno, un sole caldo e morbido, e un chiasso notevole per le trafficate vie della città.
Uscii a sud, passando sotto le meravigliose opere militari della fortezza inespugnabile di Cartagena, e mi avviai verso la laguna a passo spedito. Comprai della frutta e una bottiglia di rum durante il tragitto, e arrivai lesto al luogo convenuto; mangrovie e palme da cocco occupavano le spiaggette e le acque salate, piccole onde entravano nelle lagune e smuovevano dolcemente una vita naturale che sembrava calma, piatta e calda come il clima, umida da far sudare il legno.
Dal nulla apparve Vince, vestito completamente di nero, come la folta barba e gli occhi, occhi che sprigionavano fuoco e fiamme e tutti gli eserciti di Nettuno e Ade.
Dietro di lui, un uomo alto e spallato, rosso di capelli, il viso costellato di lentiggini, vestito da ufficiale e con alla cintura una lunga e spessa sciabola. In mano teneva un’ascia, alla quale si appoggiava sornione, sorridendomi sinceramente. Lo trovai subito simpatico, sebbene fossi conscio che per lavorare con Vince doveva essere un uomo spietato.
“Il giovane Paul” disse Vince con la sua voce roca, avvicinandosi a grandi passi.
“Capitano” lo salutai togliendomi il cappello e stringendogli la mano possente e nodosa che mi porgeva: una mano di combattente e marinaio, uso a una vita di intemperie e scontri. Si diceva che quell’essere ultraterreno avesse abbordato decine di vascelli, e vedendolo alla luce del sole non ne dubitai nemmeno per un secondo.
“Hai dormito bene? Puzzi ancora di rum, spero ti sia lavato”.
“Lavato mi sono lavato, capitano, ma il rum è la migliore colazione per uno di noi”.
“Uno di noi?” rise lui. “Intendi un pirata?”.
“No, intendo un combattente della Drunk Fury, signore”.
“Sempre educato il nostro corso, eh, Edward?”.
Al richiamo, il gigante si avvicinò lentamente e mi strinse la mano.
“Edward di Cardiff, ragazzo, sono il secondo del capitano” disse con voce profonda.
“Il piacere è tutto mio, signore. Navigheremo insieme?”.
“Sì, Paul, navigheremo insieme” s’intromise Vince. “Ma solo se la smetterai di darci del voi”.
Io risi a mia volta, e allargai le braccia.
“Colpa di mio padre, signore, mi ha insegnato l’educazione”. Vince faceva paura, ma parlandoci sembrava una persona per nulla squilibrata.
“Tuo padre ha fatto bene, e un giorno me lo farai conoscere, se Poseidone ce lo permetterà”.
“Temo che Poseidone possa far poco, capitano: mio padre è morto anni fa, ucciso in un’imboscata da dei bastardi genovesi. E sì, capitano, prima che me lo chiediate, oggi quei bastardi guardano i cipressi dal basso, o meglio dallo stomaco dei maiali a cui li demmo in pasto” dissi tornando serio.
Vince ed Edward si scambiarono un’occhiata, e il capitano calò una delle sue pesanti mani sulla mia spalla.
“Mi dispiace, ragazzo, non ero a conoscenza di questa storia” disse grave, e sembrò sinceramente dispiaciuto. In mezzo ai fumi dell’alcol, Jack mi aveva detto che Vince era una persona straordinaria con gli amici, sebbene in battaglia e sul mare fosse un eccentrico disturbato. “Vieni, mandiamo via i brutti pensieri e camminiamo insieme, abbiamo una fregata da mostrarti”.
“Una fregata?” esclamai. I pirati della Costa generalmente usavano sloop, golette o altre piccole imbarcazioni, ma una fregata poteva significare un’unica cosa: non solo Vince era uno dei pirati più temuti dei Caraibi, ma doveva aver viaggiato anche fra le tempeste dell’oceano profondo.
“Una fregata, e degna delle migliori navi da guerra di re Guglielmo!” esclamò Vince, ridendo ferocemente.
Ci incamminammo bevendo rum e mangiando carne salata, e ogni duecento passi potevo intravedere una sentinella della ciurma, tagliagole di professione e marinai insuperabili nascosti fra gli alberi e la bassa vegetazione lacustre: negri, bianchi, meticci; riuscii a scorgere persino dei malesi, con i loro lunghi battig, le carabine e i corpi tatuati.
Marciammo per un’ora buona, fino ad arrivare a una caletta nascosta. Lì, al riparo di una stretta baia facilmente difendibile, era ancorata lei.
“Ti presento la Black Hunter, mio nuovo amico, ossia la dama che ci porterà da Sir Regie, in Africa. Mai stato in Africa?”.
Ma ero troppo estasiato per rispondergli, troppo esaltato dalla possibilità di navigare su quel maestoso tre alberi con le vele nere, sedici cannoni per fiancata – o almeno erano quelli che riuscivo a contare –, scialuppe, e un formicaio di uomini ad affannarsi sui ponti e sulla spiaggia. Mi meravigliai che esponessero una bandiera spagnola, e che la maggior parte degli uomini indossasse le uniformi della marina.
“Una piccola precauzione, Paul: non vorremmo farci beccare proprio all’inizio”.
“Non vi sono mai stato, capitano”.
“Dove?”.
“In Africa. O meglio, nel nord sì, ma non dove siamo diretti”.
Vince ed Edward risero, divertiti dalla mia reazione: si vedeva che erano fieri della propria fregata, e che non vedevano l’ora di riprendere l’oceano.
“Abbiamo duecentodieci uomini di equipaggio, la maggior parte lavora insieme da anni, e abbiamo tolto tutto ciò che non fosse necessario in modo da lasciar spazio ad armi, armamenti e bottini. E di bottini ne abbiamo visti, presi e spesi tanti, credimi”.
“Questo lo so, capitano. Tutti lo sanno” dissi ancora estasiato, accendendomi del tabacco rollato.
Vince fece un cenno, accettando il complimento, e ne preparai anche per lui.
“Buon tabacco, Paul”.
“Grazie, signore. Come procediamo?” chiesi una volta ripresomi.
Lui sorrise di nuovo, dando una gomitata al gallese.
“Marie Anne aveva ragione, questo ragazzo è valido. Hai già navigato?”
“Sì, capitano. Sia nel Vecchio Continente, con Miguel de la Rosteria, sia nel Nuovo, sotto Jean-Baptiste Voltienne. E sono un guerrigliero fin da ragazzino, capitano”.
“Mare e terra, eh? Bene, ottima notizia che tu abbia navigato con quel pazzo francese, avremo bisogno di gente che sa tagliare qualche gola. Adesso vieni, andiamo sulla spiaggia. Abbiamo poco tempo e tante cose da fare: Marie Anne ci concede un mese per prepararci, e in giornata arriveranno qui anche Jack e John con la loro fregata”.
“Pure loro?” esclamai sorpreso, felice di poter rivedere quei due matti.
“Pure loro. Feci costruire queste fregate diversi anni fa, e ne regalai una a John. Le balene sono come le prede spagnole quando vogliono: veloci, resistenti e sfuggenti. Con una fregata riusciamo spesso ad averne ragione. In queste settimane faremo conoscere gli equipaggi, e soprattutto armeremo la Mermaid come la Black Hunter. I miei ingegneri militari e i nostri maestri d’ascia sono già pronti a lavorare”.
“Un mese di lavoro? Siamo sicuri che nessuno ci verrà a disturbare?”.
“Non preoccuparti, Paul, abbiamo sentinelle dislocate lungo tutto il perimetro, e la zona a sud è ottima per pescare, cacciare e per raccogliere frutta: avremo tutto il necessario e riusciremo a stipare un buon quantitativo di provviste, e altre ne prenderemo durante il percorso”.
“Abbordando, quindi?”.
“Abbordando, tendenzialmente, o comprando nei villaggi costieri; non mi piace saccheggiare i poveracci, ma assaltare una nave spagnola non sarebbe male. I loro capitani sanno come trattarsi bene in quanto ad argenteria, pistole, sciabole, e soprattutto vino e cibo” disse ridendo, mostrando denti sorprendentemente bianchi.
L’erba dolce e verde della costa arrivava quasi fino al mare, lasciando spazio a una piccola spiaggia di sabbia bianca larga una ventina di metri. Fra qui e i primi alberi della laguna gli uomini avevano allestito diverse tende e capanne. In un angolo, i cacciatori tornavano dalle battute, dividendo la carne per il consumo mensile da quella che doveva essere salata e immagazzinata per il viaggio. Usavano solo archi lunghi, in modo da non sprecare né pallottole né polvere. I pescatori seguivano la costa, e i raccoglitori si infilavano nelle foreste a sud. Gli uomini di Vince erano perfettamente organizzati, l’equipaggio era diviso in squadre da quindici uomini e tutti conoscevano i propri compiti.
“Capitano, e per quanto riguarda il contratto?”.
Vince annuì, serafico.
“I miei uomini hanno firmato un contratto molti anni fa, e il loro nostromo si premura di ricordarmi spesso di aggiornarlo. Ah, Mastro Finn, vieni qui”.
Un alto e allampanato meticcio si avvicinò, due pugnali all’ampia cintura di stoffa e una lunga sciabola a bandoliera, vestito di una camicia beige e corti calzoni a sbuffo; un cappello di paglia lo riparava dal sole, e un grosso sigaro – sempre spento scoprii poi – pendeva dalle sue labbra grasse, sotto il naso schiacciato.
“Comandi, capitano?”.
“Sì, nostromo, presentati a Paul il Corso: fa parte della spedizione di cui ti ho parlato”.
Il meticcio mi strinse la mano, studiandomi con piccoli occhi feroci.
“Sei simpatico, piccolo corso: non conosco la tua terra, ma se vieni da un’isola devi saper navigare. Lo posso prendere come mozzo, capitano?” chiese, assolutamente serio.
“Nostromo, questo non è il tuo compito, e temo che il giovane taglierebbe la gola nel sonno a entrambi se lo mettessi a fare il mozzo. Non sai cosa fanno i corsi ai loro nemici?” gli domandò, gettandomi un’occhiata divertita.
Quello scosse il capo, sempre tenendomi stretta la mano.
“Li squartano e li danno in pasto ai maiali, dopo averli torturati: in particolare, staccano loro le palle e gliele mettono al posto degli occhi, e viceversa” disse, al che il meticcio si scostò e mi guardò stranito. Allo stesso modo guardai Vince: aveva voluto spaventarlo senza motivo, per ridere, senza sapere, forse, che alcuni corsi praticavano davvero quella tortura.
“Un’isola di coglioni siete, mio nuovo amico. Ma va bene, niente mozzo”.
“Grazie, nostromo. Devo chiedere a voi per il contratto?”.
“No, giovane, non a me, alla ciurma: io la rappresento agli occhi del capitano. E i miei occhi rimangono dove sono, piccolo corso, non dimenticarlo. Il capitano ha detto che rinegozieremo il contratto fra quattro settimane, e una rinegoziazione di solito comporta una ricca spedizione. Ci divertiremo, vedrai” e così dicendo si avviò verso i pescatori.
Riprendemmo a camminare, avvicinandoci a una trentina di uomini vestiti da fanti di marina. Un finto maggiore li comandava, un basco basso e solido, senza un orecchio e con un occhio bendato.
Il capitano lo salutò mettendosi una mano sull’occhio, come a prenderlo in giro, e quello sorrise sgraziatamente.
“Capitano, siete venuto a ispezionare la nostra pattuglia? In riga, figli di puttana, in riga!” abbaiò voltandosi verso i suoi. Quelli, un’ammucchiata di olandesi, scozzesi, inglesi, coloni, meticci, negri, malesi, subito si schierarono presentando le armi.
A prima vista sembravano perfetti fanti di marina spagnoli, sebbene nessuno di loro fosse spagnolo, ma osservandoli bene si notava, sotto l’uniforme, una serie di pistole, mannaie, coltellacci, granate, piedi di corvo, daghe.
“Fate schifo come spagnoli, guardiamarina Philips, ed è solo un complimento”.
“Grazie, capitano”.
“Paul, lui è il guardiamarina Philips: ha disertato dalla marina britannica qualche anno fa, ruppe il collo a un ufficiale che si divertiva a insultare sua sorella”.
“Non si insultano le sorelle, capitano” e dicendo così mi lanciò uno sguardo truce: sembrava un mastino pronto ad attaccare la preda.
“No, Philips, non si insultano. Ti presento Paul, viene con noi nella nuova spedizione e no, non servirà sotto di te, vecchio pazzo bastardo. Anzi, dovrete trattare i nostri ospiti con lo stesso rispetto che portate a me e a Edward, è chiaro? Ciò significa che non puoi insultare sua madre”.
Il guardiamarina sorrise, e mi porse una mano grassoccia e sudata.
“Colpa del caldo, giovane” si giustificò sputando un grumo di tabacco nella sabbia.
“Il caldo fa brutti scherzi, guardiamarina” risposi io, asciugandomi con noncuranza la mano dietro la schiena.
Proseguimmo di nuovo, avviandoci verso la tenda del dottore.
“Capitano, sbaglio o oggi è particolarmente di buon umore?”.
“Non sbagli, Paul: sono contento, sono divertito da questa storia della Drunk Fury e sono onorato che Marie Anne abbia chiesto a me di organizzare i preparativi. Saranno settimane difficili, però le difficoltà mi divertono. Ma ora vieni, andiamo a conoscere il nostro irlandese”.
Entrammo nella tenda, ove erano presenti pochi malati, per fortuna: un braccio rotto, un piede contuso, un attacco di dissenteria. Niente di grave o contagioso.
“Dottor Martin, posso disturbarvi?” disse Vince rivolgendosi a un cinquantenne spallato e con una prominente pancia.
“Capitano, benvenuto nel mio regno. Oggi ho pochi sudditi, ma appena riprenderemo il mare vedrete come aumenteranno, se non mi porterete i miei rifornimenti”.
“Avrete tutte le erbe che vi servono, dottore, non preoccupatevi”.
“Sì, come nel ’98? Sei morti, capitano, non lo dimenticate” disse severo l’irlandese, il cui naso rosso e le guance color rubino dimostravano quanto rendesse onore alle storie sul rapporto fra l’Irlanda, i suoi abitanti e gli alcolici pesanti.
“Non lo dimentico, dottore, lo sapete. Venite, vi presento Paul il Corso, è un isolano come voi”.
Al sentire da dove provenivo, l’irlandese sorrise e mi strinse la mano.
“Un corso, bene! Quando servivo nel Vecchio Continente, ad Amsterdam, ebbi per un certo periodo un assistente corso: ottimo lavoratore, ma un po’ vendicativo”.
“I corsi sono così, dottore. Piacere di conoscervi” risposi sorridendo.
“Fumate anche voi, giovane, male male. Il tabacco non vi fa bene, come l’acqua fa pisciare, quando invece il vino fa cantare e non ti fa invecchiare. Ascolta il dottore, giovane, al contrario di quanto fa il capitano: un bicchiere di rosso al giorno toglie il medico di torno”.
“Dottore, ma io seguo questo vostro consiglio” ribatté Vince.
“Questo sì, perché siete un ubriacone, ma non seguite gli altri, capitano”.
Vince sorrise, e mi prese da parte.
“Probabilmente l’irlandese è ancora sbronzo, facciamo che ce ne andiamo fuori, fra poco dovrebbero arrivare i nostri amici”.
“Ah, i vostri amici! Viene anche la bella trapper di cui mi avete parlato, capitano?” s’intromise ridendo l’irlandese, che si era avvicinato di soppiatto.
Sentii una stretta al cuore, e non riuscii a evitare un lampo d’odio negli occhi prima di ricompormi.
Vince se ne accorse, e mi strinse una spalla.
“Temo che qualcuno abbia già messo gli occhi e il cuore addosso a Chepi, dottore, e temo che voi siate troppo vecchio per lei. Se volete un consiglio, meno parlate della ragazza meglio è, ed è meglio che non la avviciniate proprio; oltre al nostro vendicativo amico – e come avete detto sapete come sono fatti questi diavoli corsi – la nostra trapper non apprezza molto le attenzioni degli uomini”.
Il dottore sorrise sornione, e lasciò cadere la conversazione, girandosi al lamento di un malato.
“Stai buono, Michael, o te lo sego quel braccio, e sai che mi diverte!” esclamò avvicinandosi alla branda.
“Andiamo” mi disse Vince, afferrandomi il braccio e trascinandomi fuori.
E lì, sulla spiaggia, vedemmo arrivare nella baia la Mermaid, la fregata gemella della Black Hunter. John e Jack erano sul cassero, sventolando i cappelli, e l’equipaggio di Vince salutò i nuovi venuti facendo altrettanto; gli uomini sapevano solo che eravamo in procinto di salpare per una spedizione molto rischiosa ed erano felici di sapere che la Mermaid avrebbe navigato con noi.
“Edward è andato a bordo, li accoglierà nella mia cabina. Andiamo, è tempo di pranzare”.
Salimmo su una scialuppa gestita da quattro negri, enormi e muscolosi, che vestivano brache di tela e portavano larghe babanghe e lunghe pistole alle cinture: oltre che essere così temuto, Vince era anche amato dai suoi uomini, visto che tutti i negri presenti erano schiavi liberati da lui, generalmente contro la volontà dei loro cosiddetti padroni.
“Tom, portaci alla Black Hunter”.
“Oui, monsieur”, disse l’interpellato, un africano che aveva vissuto a lungo nella Louisiane.
Attraversammo a forza di braccia la piccola baia, e venimmo accolti da un’ovazione e da un “Il capitano è a bordo, salutate il capitano!” urlato da Edward quando salimmo sul ponte.
La guardia d’onore di Vince ci aspettava lì: trenta disertori della fanteria d’assalto britannica, quasi tutti compaesani del capitano che l’avevano seguito quando era divenuto pirata. Vestivano di nero, ed erano armati di due lunghe pistole, corte sciabole portate a bandoliera e spessi pugnali. Inoltre, tutti avevano lunghe carabine, e al fianco le baionette pronte all’uso. Trenta soldati d’élite, che avrebbero dato la vita in ogni momento per proteggerlo. Venivano chiamati gli Sparvieri, e li comandava il Signor Smith, un basso e snello coetaneo del capitano, gli occhi blu come il mare e i capelli biondi come il grano, le labbra sottili e il collo tozzo, il naso schiacciato e due orecchie sproporzionate.
“Capitano, bentornato sulla Black Hunter” disse Smith con voce allegra, stringendogli la mano.
Edward porse a Vince il cappello del capitano, rigido e a tesa larga, che lui si sistemò sui lunghi e pesanti capelli neri.
“Ci aspettano in cabina, signore”.
“Non facciamoli attendere, Edward”.
Dirigendoci alla cabina, potei notare sul castello di poppa un folto squadrone di bucanieri, uomini feroci, armati di lunghe carabine e vestiti di pelle di animali, gli infallibili cacciatori e tiratori che servivano su tanti vascelli della Filibusta, e che godevano del rispetto e della gratitudine dei membri di ogni ciurma: loro era il compito di spazzare i ponti nemici prima degli abbordaggi, loro vegliavano come furie sui compari all’attacco, falcidiando secondo il motto un colpo, un morto. Parlavano poco, più che altro perché la loro lingua, mezza francese e mezza inglese imbastardita da vocaboli indigeni, risultava incomprensibile a tutti gli altri.
Entrammo, e la cabina mi lasciò a bocca aperta: estremamente spaziosa, una scrivania vicino alle finestre di poppa, un tavolo da pranzo al centro, riccamente bordato d’oro, argenteria e piatti in finissima porcellana cinese. Mappe terrestri e di navigazione costellavano le pareti, insieme a qualche quadro del Cinquecento – i preferiti di Vince – e una lunga rastrelliera di sciabole e carabine affiancava una teca colma di pistole prese ai capitani sconfitti: ve n’erano almeno un’ottantina.
John e Jack erano lì, stavano bevendo del buon vino spagnolo discutendo dello stato dei cannoni della Mermaid, e ci accolsero offrendoci bicchieri pieni.
“Come se fossi a casa tua, Vince” lo canzonò John, già ubriaco: due volte lo avevo visto, e non era mai stato sobrio.
“In effetti lo sono, John, questa è ormai casa mia” disse Vince ridendo, abbracciando l’amico e il pupillo. “Garza, dove sei?” urlò poi.
Un vecchio olandese arrivò trafelato, bestemmiando e ansimando, vestito come un provetto marinaio inglese. Si mise in riga meglio che poté, e guardò il capitano in cagnesco.
“Non fare così, non puoi essere sempre incazzato” disse Vince ridendo.
“Manca tutto, capitano, tutto! Vino, liquori, rum, cibo, tutto! Non si ha mai un cazzo su questa nave!”.
“Garza, abbiamo tutto, semplicemente non siamo più a palazzo. Rilassati e preparaci qualcosa da mangiare, abbiamo fame e il sole mette appetito”.
“Avete sempre appetito, capitano, è per questo che manca tutto” bofonchiò lui, uscendo offeso.
“Non ci far caso, Paul, Garza è sempre incazzato: ha un solo testicolo, e non è ancora riuscito ad accettare la cosa” mi disse Edward, ridendo e proponendo un brindisi al buon Garza.
Buttammo giù tutto d’un fiato, e ci sedemmo a tavola; vino e pasticci di carne, conditi da patate e carote, ci fecero compagnia.
“John, quanti cannoni avete ancora sulla Mermaid?”.
“Venti, Vince. Di più non potevamo, ci serviva spazio per le baliste lancia-arpioni. Dovremo abbordare qualche sloop di piccola taglia e fare rifornimento?”.
“Credo di sì. Fin quando veleggeremo insieme saremo forti, ma se dovete andare fino in Spagna e fare ciò che dovete fare, vi serviranno almeno una trentina di cannoni, più le armi che i miei ingegneri vi monteranno in queste settimane”.
“Cosa vuoi fare, Vince?”.
“Cannoni rotanti a prua, Jack, e questo per cominciare. Poi lanciagranate da infilare sulle coffe, in modo da cannoneggiare dall’alto le nostre prede. Vi forniremo anche due lanciafiamme, i miei chimici hanno ricreato una sorta di fuoco greco che brucia persino sull’acqua. Ne metteremo uno a prua, sopra la polena, e uno a poppa: vedrete le facce dei vostri inseguitori. Avrete bisogno anche di cannoni fissi a poppa, sul cassero. Lo so, il codice degli scontri navali non prevede attacchi da poppa o da prua, ma siamo filibustieri, e combattiamo come filibustieri” disse alzando il calice, e tutti lo imitammo. “Toglieremo le baliste, aumenteremo l’altezza delle murate, spianeremo i ponti sottocoperta in modo da stipare armi, cannoni e provviste. Il resto non ci servirà. Tuttavia, come ci disse Marie Anne, le baliste non verranno buttate: le terrete sottocoperta, sapete che ci potranno essere utili”.
“Vuoi rivoluzionarmi la nave, eh, vecchio demonio?”.
“Per forza, John. Ho detto agli uomini che salpiamo per un bottino, ma non ho spiegato altro: prima della partenza faremo un brindisi in una caletta più a sud, e lì stileremo il contratto e riveleremo che vi potranno essere combattimenti molto seri e disagi molto gravi. Penso sia meglio non raccontare troppo sullo scopo ultimo della missione, comunque: per quanto mi fidi dei miei uomini, sono pirati, e non voglio riempire i loro cervelli superstiziosi con maledizioni native, creature maledette, avventure per portare la democrazia in Perù o altro”.
“Sì, concordo con te”.
Avevamo lasciato la parola ai due capitani esperti, e io, Jack ed Edward ci impegnammo a bere e mangiare.
Parlarono ancora delle fregate per un bel pezzo, e Vince spiegò come intendeva far addestrare gli equipaggi al combattimento a terra e sul mare, e raccogliere provviste di pesce, carne e frutta grazie alle sue squadre, che sarebbero state integrate da quelle di John.
Alla fine iniziammo a raccontarci storie di pirati, bevendo rum e fumando pipe, tabacco rollato e sigari.
“Capitano” dissi, “da quando sono arrivato ho visto solo uomini ben disciplinati, ordinati, ben nutriti e per niente incazzati all’idea di attendere un mese a terra senza puttane né divertimenti. Quando servivo sotto il francese la situazione era… diversa, ecco. Non so spiegarmelo, signore”.
I miei compari risero, lanciandosi sguardi sornioni.
“Paul, tu hai navigato con un pazzo mangia-lumache depravato, ma tieni a mente questo: i pirati, che siano francesi o inglesi o corsi come te, tendenzialmente sono persone semplici, con pochi bisogni: abbordare, uccidere, rubare, dilapidare, bere, scopare. Passano la loro breve vita accumulando denaro per poi spenderlo subito dopo, senza alcuna morale o etica. Per molti non vi è niente oltre lo stato brado, solo un minimo livello di coesistenza con altri esseri umani. Scoprirai che questo, questo e il disprezzo verso gli imperi, sono le uniche cose che accomunano me, i miei uomini e gli altri pirati. Tuttavia, io non sono come loro, né arruolo avventurieri che siano solo come loro, anzi…” ma Vince non terminò mai la frase; si alzò invece d’improvviso, con una luce ferina negli occhi: aveva visto da una delle finestre la pattuglia di Philips che conduceva un uomo su una scialuppa.
“Abbiamo un ospite, amici. Parleremo un’altra volta” disse chiamando Smith e dandogli ordine di portare il nuovo arrivato in cabina.
Smith uscì rapidamente, e meno di venti minuti dopo due Sparvieri introdussero un alto cacciatore spagnolo nella stanza.
“Benvenuto, vogliate unirvi a noi. Sono il capitano Vince, al vostro servizio”.
Vestito di marrone e verde, lo spagnolo era armato di carabina e accetta, e un pugnale spuntava da dietro la schiena.
“Buenos dias, señor capitán” disse togliendosi un cappello di feltro logoro.
“Lo spagnolo non è bene accetto qui, vogliate parlare in inglese, per favore. Il vostro nome?” disse Vince, severo.
Noi continuavamo a bere, scrutando il nuovo venuto, che a sua volta osservava ogni singolo aspetto delle nostre armi e dell’ambiente circostante; il bastardo sicuramente non era un cacciatore, probabilmente si trattava di una fottuta spia.
“Parlerò in inglese, señor, vale. Il mio nome è Carlos de la Tercia, vengo da Valencia e sono approdato a Cartagena dodici anni fa, faccio il cacciatore qui intorno”.
“Il cacciatore? Ma davvero? E come è capitato qui?”.
“Stavo facendo una passeggiata, capitán, e mi sono imbattuto nei vostri uomini. Siete in missione per la Corona? Ho visto che i vostri non sono spagnoli, ma avete le nostre uniformi e i nostri colori sventolano sui vostri alberi”.
“Però, quante cose per un cacciatore”.
“Sono un bravo osservatore, è necessario saper vedere tutto quando si svolge un lavoro come il mio: molte volte le bestie feroci arrivano da dove non ci si aspetta”.
“Vero, molto vero. Sì, lavoriamo per la Corona, siamo un’unità ibrida di marina e incursori reclutati fra vecchi avventurieri ai quali è stata data la scelta se morire o servire Madrid, e rispondiamo solo all’imperatore e alla corte. Vi pregherei di mantenere il riserbo sulla nostra presenza qui, e di avvertire le mie sentinelle qualora qualche curioso si avvicinasse al perimetro: potreste farlo per la Corona?” e così dicendo, Vince si volse verso una cassapanca e gli avvicinò una borsa colma di monete spagnole.
De la Tercia lo guardò, sorpreso, e accettò di buon cuore il pegno del capitano.
“Grazie, señor. Si lavora sempre per la Corona, capitán, non preoccupatevi di me: farò ciò che avete chiesto” disse inchinandosi.
“Grazie a voi, la missione a cui stiamo lavorando necessita della massima segretezza”.
“Vale, signore” disse quello toccandosi il cappello, e si voltò per andarsene.
Due Sparvieri gli aprirono la porta, e lui si girò per un ultimo saluto.
Gli facemmo un cenno, e quando stava per uscire Vince lo chiamò nuovamente.
“Carlos de la Tercia?”.
“Sì, capitán?”.
“Portate i vostri saluti ai servizi” sentenziò Vince cupamente, scoprendo una pistola da dietro la schiena e sparandogli in testa, facendoci sobbalzare.
Lo spagnolo crollò a terra esanime, e il sangue prese a invadere il pavimento.
“Garza!” chiamò prontamente Edward.
Smith entrò, fece un cenno agli Sparvieri e quelli raccolsero il corpo.
“Portatelo a Cartagena, non fatevi vedere e buttatelo fuori da un’osteria: se lo trovassero qui intorno inizierebbero a insospettirsi, ed è l’ultima cosa che vogliamo. Fate in modo che pensino sia stata una rissa, che l’abbia ucciso un ubriacone. Ammazzatene pure uno, se necessario, e aumentate la sorveglianza del perimetro. Al prossimo problema dovremo spostarci, e vorrei evitarlo”.
“Sì, capitano, lasciate fare a noi” disse Smith, scuro in viso, e uscì con i suoi uomini.
Garza arrivò in quel momento: vedendo il pavimento sporco di sangue mandò un grido roco.
“Capitano, il parquet! Perché avete sparato a un uomo sul mio parquet? L’ho pulito stamattina!”.
“Gli ho sparato per due motivi: primo, era una spia spagnola; secondo, il parquet è mio. E ora togli quel cervello dal mio parquet, e smettila di fare l’incazzato: non è colpa di nessuno se hai una palla sola”.
Quello bestemmiò annuendo, e se ne andò bofonchiando e imprecando.
“Non è un buon segno, Vince”.
“Lo so, John, non lo è per niente. Che cazzo voleva una spia spagnola?”.
“Capitano, se permetti, ieri sera mi è sembrato di vedere un’ombra fuori dalla locanda, ma non ci ho fatto troppo caso”. Gli occhi di Vince si incupirono, e la mano si strinse a pugno. Dopo qualche secondo, i muscoli si rilassarono, e la voce tornò normale.
“Ne riparleremo Jack, intanto aumenteremo le sentinelle: dispiegheremo i bucanieri, e tanti saluti alle prossime spie. Il pranzo è finito, dobbiamo tornare al lavoro: un mese, compari, e spiegheremo le vele all’oceano!” disse alzando il calice.
“Un mese, e via per l’oceano!” esclamammo in coro, vuotando l’ennesimo bicchiere.

VIII
La Repubblica dei pirati

2 settembre 1715

Caro Paul,

sono giunto a Nassau solo da qualche ora, ma quello che è successo rende già necessario che io ti metta al corrente degli ultimi avvenimenti.
Sono arrivato sull’isola questo pomeriggio – un caldo pomeriggio di fine agosto – su un brigantino, confuso tra gli altri passeggeri. Il viaggio è andato liscio come un bicchiere di rum, con pochi tranquilli giorni di navigazione. Durante la traversata ho avuto occasione di parlare con alcuni dei viaggiatori, per lo più briganti o semplici cittadini in cerca di una nuova vita nella capitale della pirateria.
Uno di loro, in particolare, aveva catturato la mia attenzione: un medico grassoccio e sudato, che teneva sempre con sé una valigetta e sedeva distante dagli altri passeggeri. Si chiama Johnson ed era effettivamente un tipo bizzarro, anche se sembrava sapere il fatto suo. Ci concedemmo alcune chiacchierate, che io accompagnavo con lunghe fumate di pipa: mi divertiva vedere il fumo infastidirlo, mentre tossiva e lacrimava.
“La prego, signor Black, la smetta di soffiare come un drago. Il tabacco è terribilmente dannoso”. Black era il nome con cui mi ero presentato al capitano e ai membri dell’equipaggio, e che ben si adattava al colore della mia cappa e del mio animo.
“Dottor Johnson, il fumo è l’ultimo dei problemi” e così dicendo estrassi dalla sacca da viaggio una bottiglia di rum. “Gradisce un bicchierino?”. Dottor maialino, come lo chiamavo tra me e me, accettò di buon grado e brindammo a quella tranquilla traversata nel Mar dei Caraibi.
“Sarò sincero, signor Black: lei mi sembra un uomo decisamente poco onesto, ma colto, nonostante gli abiti che indossa non siano propriamente quelli di un lord. Sarei curioso di sapere quali affari la conducono in un posto come Nassau” disse asciugandosi la fronte con un fazzoletto unto, con una fantasia a fiorellini.
“È la stessa cosa che vorrei chiederle io, dottore”. Lo guardai divertito.
“Capisco, non scopre per primo le carte. Mettiamola così: le abilità di un medico sono sempre molto richieste, e un uomo con un buon senso degli affari sa dove pagano bene; Nassau, da quando a regnare sono i pirati, dicono sia gravida d’oro”.
“Oro, alcol, e donne; direi che ha risposto per entrambi. Siamo tutti qui per lo stesso motivo: costruirci un presente migliore del passato che ci lasciamo alle spalle” dissi sbuffando dalle narici l’ennesima spirale di fumo.
“Lei mi è simpatico, Black” disse sorseggiando il rum “e come dicevo mi sembra abbastanza colto, almeno più della media dei pirati che conosco. Se permette vorrei raccontarle la storia di Nassau”. Annuii fingendomi vagamente incuriosito, mentre osservavo un gabbiano librarsi sulle onde. La terra era vicina.
“Charles Town: questo il nome che le fu dato quando fu fondata, ormai più di quarant’anni fa. Se non sbaglio era il 1670 quando un nobile inglese vi portò alcuni coloni e costruì un forte in onore di re Carlo II. Nel 1684, però, il villaggio venne raso al suolo dagli spagnoli nelle loro frequenti lotte contro gli inglesi; venne perciò ricostruito e rinominato Nassau, circa vent’anni fa, sotto il governatore Nicholas Trott, in onore del futuro re d’Inghilterra Guglielmo III, che apparteneva appunto alla casata degli Orange-Nassau. Il nome attuale deriva a sua volta dalla cittadina di Nassau, in Germania. Dal 1703, anno della morte di Trott, non vi fu più alcun governatore, e ormai da due anni il centro è un vero e proprio paradiso della pirateria nei Caraibi. Caro Black, lì ci sono più di mille pirati oggi, e hanno proclamato la città una repubblica piratesca, ponendosi a capo del governo locale”.
Ovviamente conoscevo la storia, l’avevo sentita raccontare più volte nelle bettole di Nantucket da marinai eccitati all’idea di avere una nuova patria in cui essere finalmente liberi. Poveri ingenui. Quanto potrà durare ancora quell’idillio: un anno, dieci anni? La libertà è tale solo quando è duratura. E noi lo sappiamo bene, caro Paul: noi che abbiamo lottato per un bene più grande, per una rivoluzione vera che ci avrebbe permesso, infine, di abbattere l’impero spagnolo. Ma ora sono troppo stanco per credere nuovamente in un sogno. È come se guardassi il mondo da un cannocchiale capovolto: tutto è opaco e distante nel mio orizzonte. Lo giro solo per cercarti, quel cannocchiale, e per trovare tra le stelle un volto amico.
“Dottor Johnson, questo è un grande momento per noi pirati, in alto i calici!” dissi simulando entusiasmo, e tornando subito dopo a guardare l’orizzonte. Sullo sfondo, sempre più vicina, Nassau: la patria di un sogno che mi sembrava già svanire tra le spirali di fumo del mio tabacco.

Sbarcai salutando il dottor maialino, con la promessa che ci saremmo ritrovati per un bicchiere di whiskey.
“Ci conto, Black, e mi raccomando, lontano dai guai: ha la faccia di uno che non ha problemi a trovarsene”.
“E lei invece si goda un po’ la vita, Johnson! Qui non le mancherà di certo l’occasione” dissi indicando un paio di signorine appostate all’angolo della strada e sparendo tra la folla.
Abbandonai il porto che, nonostante fosse ormai sera, pullulava ancora di avventurieri, pirati, marinai appena scesi a terra, barboni elemosinanti e prostitute pronte a soddisfare i nuovi venuti; poi gabbiani in volo verso casa, cani vagabondi e allegri scarafaggi a passeggio.
Mi inoltrai fra le strade sabbiose di Nassau. Rispetto a qualche anno fa, mio vecchio Paul, la città è cresciuta, è letteralmente sbocciata e faticheresti quasi a riconoscerla: le case di legno, alte due piani, che si affacciano sulla strada che dal porto conduce al centro del villaggio, si sono moltiplicate. Nella piazza principale, dove un tempo i bastardi spagnoli impiccavano i nostri fratelli, si trova ancora la bianca chiesa il cui campanile veglia sulla città. Il fortino a forma di pentagono fatto costruire da Guglielmo III per difendere l’isola dagli attacchi spagnoli è ancora intatto, e torreggia guardando l’oceano aperto.
Due bambini mi urtarono correndomi accanto: indossavano corti mantelli e impugnavano piccole spade di legno. “Io sono il capitano Vince!” disse il primo. “E io Barbanera!” aggiunse il secondo, prima di iniziare il duello. Li guardai scambiarsi i primi affondi e sorrisi: oggi nessuno recita le nostre parti, Paul, ma forse un giorno qualcuno, in un posto lontano, leggerà le nostre gesta.

Era ormai sera inoltrata: avevo bisogno di mettere qualcosa sotto i denti prima di andare alla ricerca del mio vecchio amico contrabbandiere. Entrai così in una delle taverne che davano sulla via principale. Ordinai un boccale di birra e uno stufato di carne, che divorai in pochi bocconi. Mangiai da solo in un angolo, con il cappuccio tirato sulla fronte e poca voglia di parlare. La sala era piena di gente e gli schiamazzi la riempivano fino al soffitto, ma quel vociare in qualche modo mi cullava. Buttai giù anche la birra d’un fiato, e ne ordinai un’altra.
Ormai da alcuni minuti mi ero accorto che dall’altra parte della stanza un altro uomo sedeva solo, anch’egli incappucciato, ma questo non mi impediva di notare il suo sguardo fisso su di me. Mani nere stringevano un bicchiere colmo di birra. Un negro, probabilmente un ex schiavo. Che fosse un sicario e i miei nemici avessero già scovato le mie tracce?
Arrivò la seconda birra, ne bevvi metà e lasciai due monete sul tavolo. Decisi di mettermi subito per strada e di raggiungere il mio contatto, prima che il bastardo potesse cogliermi impreparato. L’ultimo dei miei desideri era quella di finire sgozzato in un vicolo di Nassau.
Presi un percorso alternativo, nella speranza di seminare il mio inseguitore. Mi voltai spesso, ma dell’uomo incappucciato nessuna traccia. Forse era stata soltanto una mia impressione, anche se difficilmente mi sbaglio.
Raggiunsi infine una delle abitazioni che davano sul limitare del centro abitato, che di lì a poco lascia il posto a una vera e propria foresta: la casa di Foster, il mio amico contrabbandiere, è una delle più vecchie e isolate del villaggio, con pezzi di legno marcito e il bianco delle assi scolorito. Dall’esterno si poteva scorgere un piccolo lume acceso: a quanto pare il mio amico era ancora sveglio.
Bussai. Nessuna risposta. Aspettai un minuto e bussai nuovamente, più forte. Ancora nessuna risposta, ma la porta si aprì leggermente. Entrai, chiamando Foster per nome, ma non giunse alcuna voce amica. La cosa iniziava a non piacermi, e lentamente estrassi la spada dal fodero.
Superai l’angolo del corridoio, e la scena che mi si presentò mi raggelò il sangue nelle vene: un uomo era appeso al soffitto, impiccato, il corpo trafitto da decine di ferite. Mi avvicinai, coprendomi con il mantello per non sentire il puzzo di cadavere, e solo a stento riconobbi il volto di Foster, sfregiato com’era. Non ebbi nemmeno il tempo di analizzare la scena e riflettere sull’accaduto che percepii un rumore alle mie spalle. Senza pensarci mi voltai di scatto menando un fendente con la sciabola: per poco non mozzai la testa al mio assalitore, che per mera fortuna si era scansato il tanto che bastava per evitare il colpo di lama, che andò a infrangersi sul tavolo di legno. Come mi aspettavo, il mio nemico era lo stesso individuo che avevo visto alla taverna, il cappuccio ancora calato sul viso. Poco male, avrei scoperto il suo volto dopo averlo decapitato, e feci per esaudire il mio desiderio.
Purtroppo dovetti rivedere i miei piani, perché la spada si era letteralmente incastrata nel tavolo, e a nulla valsero i miei sforzi per toglierla da lì.
“Oh, al diavolo” dissi abbandonando la lama ed estraendo la pistola.
“Fermo, ti prego! Jack, sono io, Moha”. L’individuo mi aveva chiamato per nome, ma quello non era un segreto, dato che ero ricercato in tutti i Caraibi. Però quel nome, Moha, e quella voce… no, non poteva essere.
“Zitto figlio di puttana, ora muori”.
“No Jack, io sono Moha, tuo amico, ricordi?” disse con marcato accento africano, sfilandosi il cappuccio e mostrando un volto che conoscevo fin troppo bene.
“Porco demonio, Moha, sei tu! Ma… no, non può essere, tu sei morto”.
“I morti non parlano, Jack. Io essere vivo, e preferire restarlo” disse indicando la mia pistola puntata alla sua fronte.
“Io… non può essere… però sei tu, su questo c’è poco da dire. Che stregoneria è questa?”.
“Niente riti voodoo, amico. Essere io, ed essere vivo. Però preferire parlare in altro luogo, noi in grande pericolo”.
“Dannato rum, ormai non riconosco più il mondo dei vivi da quello dei morti. In ogni caso, non ha senso ucciderti due volte. Ma perché mi hai seguito come un assassino, senza parlarmi prima?”.
“Non ero sicuro essere tu, Jack, e poi anche io pensare tu morto. Però avevi atteggiamento strano, e io seguito te per capire”.
Moha, Paul! Quel negro maledetto di Moha, il mio fedele amico, il nostro compagno: un altro membro della Drunk Fury ancora vivo e vegeto! Puoi immaginare il mio stupore, così come io immagino il tuo in questo momento. Lo abbracciai come si abbraccia un fratello dopo anni passati lontani e lui ricambiò con una stretta che mi stritolò le ossa.
“Con calma mi racconterai come hai fatto a salvarti dai marosi e dagli squali, vecchia canaglia, ma ora è meglio risolvere i problemi più urgenti. Tu conoscevi Foster, vero? Chi è stato a fargli questo?”.
“Jack, come dicevo te, noi in grande pericolo: alcuni spagnoli cercare ultimi rimasti di Drunk Fury. Io avere sentito per caso altro giorno parlare, loro interrogare altri pirati, cercare te e Paul il Corso. Loro chiedere anche ai capitani, ma nessuno parlare, nessuno rivelare di me e di voi. Ma spagnoli non credere e giurato di trovarci. Ma io tranquillo, perché sicuro anche voi morti. Invece ora eccoti qui, amico mio”. Gli sorrisi.
“Il destino ha voluto che infine ci incontrassimo ancora, caro Moha. E sarai felice di sapere che le notizie sono doppiamente buone: anche Paul è vivo”.
A quella notizia il suo volto si illuminò. Ma la gioia durò solo pochi istanti, perché un attimo dopo un colpo di proiettile esplose nella stanza, e mancò il mio orecchio per un paio di centimetri. In men che non si dica, quattro uomini armati entrarono nella stanza. Per fortuna avevo la pistola già carica in mano, e riuscii a far saltare il cervello del bastardo che aveva cercato di spararmi, mentre, estraendo una seconda pistola, feci nuovamente fuoco e ne uccisi un altro, mirando al cuore. Moha, nel frattempo, agile e potente come sempre, aveva estratto due lunghi pugnali e decapitato un terzo individuo, che aveva ceduto dopo pochi scambi di spada. Circondammo il quarto assassino, che provò a estrarre una pistola, ma Moha fu lesto a mozzargli la mano. Le sue urla furono soffocate da un mio pugno sulla mascella, che lo lasciò a terra svenuto.
Legammo lo spagnolo a una sedia, e aspettammo che riprendesse i sensi. Ma eravamo agitati, temendo che fossero in arrivo dei rinforzi. Per fortuna si risvegliò presto e iniziammo con l’interrogatorio. Mentre Moha sorvegliava la porta di ingresso, con le pistole ben salde in mano, io fumavo la pipa e parlavo con il nostro prigioniero.
Non sto qui a riportarti tutti i dettagli, caro Paul, né a dirti quanti pezzettini del corpo dello spagnolo ho dovuto staccare per farlo parlare. Fatto sta che alla fine ha cantato, eccome. Aveva ragione quel giovane corso fuori dalla Cattedrale, vecchio mio: un ufficiale della marina spagnola ha formato un’associazione segreta con l’intento di ritrovare gli ultimi sopravvissuti della Drunk Fury. Non devo certo dirti di chi si tratta, visto che è una nostra vecchia conoscenza. Hanno costruito un quartier generale sull’isola della Tortuga, ma qui a Nassau hanno un piccolo distaccamento. Ho parlato con Moha, e abbiamo deciso di vendicarci, per mandare un chiaro segnale al nostro caro ufficiale: è vero, siamo vivi, e siamo anche più incazzati che mai. Per farlo, però, abbiamo bisogno di aiuto, per questo nei prossimi giorni proveremo ad assoldare alcuni pirati; lui in questi ultimi anni ha preso dei contatti con alcuni di loro qui a Nassau, e vedremo di preparare un bel tiro ai nostri amici.
Come sai, caro Paul, qui oggi vivono i pirati più feroci e temuti di tutti i Caraibi: Charles Vane, Thomas Barrow, Benjamin Hornigold, Calico Jack Rackham e, soprattutto, Edward Teach, meglio noto come Barbanera. Non so chi sia qui e chi per mare, non so nemmeno quanto fidarmi di costoro, ma con l’aiuto di Moha proveremo a mettere su una piccola compagnia. Il passato bussa oggi alla nostra porta forte come non mai e forse il nostro libro ha ancora pagine che devono essere scritte.

Io e Moha ci recheremo ora nella sua stanza in una delle taverne della città, e lì, nei prossimi giorni, prepareremo la rappresaglia. Inutile dirti che mi farebbe piacere averti qui al mio fianco a combattere l’ennesima battaglia. Ma ora che ti sarà pervenuta questa missiva, se Dio vuole, la nostra operazione sarà già avvenuta. Potremmo però incontrarci tra due mesi circa alla Tortuga, per porre fine a questi inseguimenti, e far sventolare ancora una volta la bandiera della Drunk Fury sul pennone del mondo.

Post Scriptum
In allegato a questa lettera trovi il capitolo che ho scritto durante il viaggio: ho parlato dei preparativi e della notte prima della partenza. Scrivendoli mi sono ritrovato ancora lì ed è stato proprio come vivere due volte insieme ai nostri compagni. Non so se nelle prossime settimane riuscirò a scrivere molto, dato che il presente si fa sempre più cupo e irto di pericoli; ma è necessario continuare la nostra storia, caro Paul, perché i posteri sappiano, e il vento oblioso del tempo non trasporti via anche gli ultimi granelli di cenere.

A presto amico mio,
prima di quanto avremmo mai immaginato.
Jack

17 giugno 2019

Aggiornamento

UN IMMENSO GRAZIE!
Il 2 giugno La nascita della Fratellanza ha raggiunto l’obiettivo di 200 copie pre-ordinate! Un immenso grazie a chi ci ha sostenuti, aiutati, consigliati, a chi è sempre stato al nostro fianco: senza di voi, questo romanzo non sarebbe ciò che è oggi!
E ora, vento in poppa e dritti alla meta o, per meglio dire, all’overgoal: 350 copie!
Yo-oh, per la Drunk Fury!
15 giugno 2019

Evento

Nuvole in Cantina (Via Canaletto 11, Milano) e Surfer's Den (Piazza caduti del lavoro 5, Milano)
Il 31 maggio e il 13 giugno si sono svolti il secondo e il terzo evento della Drunk Fury, prima della pausa estiva. Serate fantastiche, trascorse fra letture, musiche, calici di vino e boccali traboccanti di birra, insieme ad amici, lettori e avventori.
Sulla pagina FB si possono trovare sia i video delle presentazioni sia le foto!
Su il Jolly Roger, e dritti alla meta!
31 Maggio 2019

Corriere della Sera

Sul Corriere della Sera la giornalista Jessica Chia segnala le presentazioni della campagna di crowdfunding The Drunk Fury – La nascita della Fratellanza degli autori Paolo Andrico e Paolo Corbetta.
18 aprile 2019

Aggiornamento

Jack Tyler e Paul Dragon, Mar dei Caraibi, 1715. La Drunk Fury è sostenuta da lettori, appassionati e artisti; fra questi, Camilla Guerra, in arte Camiwar, autrice della presente illustrazione.
15 aprile 2019

Evento

Mind The Step, Viale Romagna 37, Milano
Evento di lancio della Drunk Fury, fra risate, proclami e boccali di birra e rum.

Chi non c'è stato si prepari: a maggio tornano i pirati!

Nel frattempo, seguiteci su Instagram (The Drunk Fury) e acquistate il libro: la ciurma ha bisogno di voi!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Consigliatissimo! Romanzo piratesco avvincente che si legge tutto d’un fiato. Gli autori ci conducono in un viaggio vorticoso pieno di colpi di scena che parla di vita vissuta appieno, fra grandi sogni da realizzare a qualsiasi prezzo e lunghe bevute (di rum ovviamente!). Un libro coinvolgente che ci porta a sentirci parte della ciurma e pronti a salpare con l’intrigante e bella Isabel e con lo spettrale Capitano Vince. Impossibile non immedesimarsi in uno dei personaggi accuratamente descritti e sfaccettati. Uno dei punti di forza sono sicuramente i personaggi molto ben costruiti, e ve ne accorgerete fin dalle prime pagine incontrando Jack e Paul. Lo stile è scorrevole e dinamico grazie all’utilizzo dell’espediente della narrazione epistolare basata su due diversi livelli temporali. Vi sorprenderà!

  2. luca.gregorio92

    (proprietario verificato)

    Un bel romanzo piratesco capace di catturare fin dalle prime pagine anche i lettori meno “navigati” come me. Quello che più mi ha colpito è la facilità di identificarsi con almeno uno dei personaggi della storia e sentirsi immediatamente parte della ciurma. Ad ogni pagina cresce la voglia del lettore di mollare gli ormeggi e salpare con la Drunk Fury!

  3. (proprietario verificato)

    Un bel romanzo di pirateria che è riuscito ad affascinare anche me, appassionato di storie post-apocalittiche! In questo libro troverete pirati, avventure, amore e soprattutto tanto Rhum!! Le due caratteristiche che ho apprezzato maggiormente sono state la semplicità e la diversificazione della narrazione. Semplicità perché è un romanzo divertente, che non annoia mai. Diversificazione perché i due autori sono riusciti ad imprimere una parte di loro stessi nei personaggi che raccontano, senza prevalere l’uno sull’altro in un mix vincente! Consigliato!

  4. (proprietario verificato)

    Un romanzo avvincente capace di catturare l’attenzione del lettore. L’espediente della narrazione epistolare per esaltare gli stili e la personalità degli scrittori crea continuità e contribuisce a dare al romanzo un “contenitore” dentro al quale scoprire una storia di amore, ideali e fratellanza che, parlandosi di un romanzo d’esordio, crea aspettative molto alte riguardo le produzioni future di questi giovani autori. Il doppio livello temporale infine funge da perfetta cornice ad una storia che, dalla semplice narrazione dei fatti, avrebbe comunque conquistato anche il più esigente dei lettori. Acquisto consigliatissimo.

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Paolo Andrico e Paolo Corbetta
Paolo Andrico
Nasco a Milano nel 1991, d’inverno, la stagione dei camini, dei racconti e delle leggende. Ho studiato Lettere e mi sono specializzato in letteratura latina medievale, ma la mia passione è il mare. Melville mi ha cambiato la vita e, anche se non sono partito su una baleniera alla caccia del grande Leviatano, l’ho cercato tra le pagine dei libri, l’ho rincorso nella scrittura, alla ricerca della mia personalissima Moby Dick.

Paolo Maria Corbetta
Classe '92, una vita fra Milano, Londra e Ginevra, con numerose incursioni a Bruxelles. Mi occupo di geopolitica, ma nell’anima sono uno scrittore. Giocare con le parole, dare vita a mondi sconosciuti, raccontare la mia felicità, la mia rabbia, talvolta il mio dolore: la scrittura è il mio strumento per decifrare la realtà, esprimere chi sono e spiegare come vedo il mondo. Ah, ovviamente amo la pirateria, la Drunk Fury e il rum.
Paolo Andrico e Paolo Corbetta on sabinstagramPaolo Andrico e Paolo Corbetta on sabfacebook

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