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Era una tranquilla notte milanese

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Carlo riesce finalmente ad accettare la fine del suo matrimonio grazie all’inaspettato incontro con Gino, il titolare di un grazioso bar milanese: il nuovo amico, sempre pronto ad ascoltare e a dispensare buoni consigli, lo scuote dalla sua malinconia, e Carlo si rimette in carreggiata. Ma un giorno, dopo anni di sincera amicizia, Gino viene assassinato. La polizia non ha alcuna pista e Carlo, incapace di accettare la scomparsa del caro amico, inizia a tenere un diario in cui annota tutte le sue riflessioni in merito all’omicidio. La sua indagine personale lo porterà a dubitare delle persone che erano più vicine a Gino, come la moglie e la figlia, ma Carlo non è disposto a fermarsi. Il suo obiettivo è uno solo: trovare l’assassino e assicurarlo alla giustizia.

1. PREMESSA (DOVEROSA)

Corso di Porta Ticinese fa fatica ad addormentarsi la sera.

Non solo d’estate, quando i ragazzi fanno baldoria fuori dai bar o nei giardinetti pubblici e tornano a casa a notte fonda.

Non solo durante il fine settimana, quando i pensieri di studenti universitari e lavoratori vengono quasi magicamente accantonati per fare spazio a quella spensieratezza che, finalmente, sostituisce lo scorrere continuo dei giorni feriali quasi identici.

Corso di Porta Ticinese e il suo districarsi di vie limitrofe fa fatica ad addormentarsi anche in un normale, o apparente tale, piovoso e grigio mercoledì di novembre. Quando il clima non è favorevole, le giornate sono corte e i milanesi hanno fretta di rientrare a casa dopo una faticosa giornata di lavoro.

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Anche in questi casi, quando il resto della città si assopisce per risvegliarsi al mattino seguente, il centro storico resta vivo, quasi a voler ricordare a chi guarda da dietro le persiane delle finestre che non è mai troppo tardi per continuare a divertirsi. I ristoranti sono aperti, i bar e le gelaterie pieni di turisti e di golosi. La farmacia di quartiere, poi, non dorme mai. La dottoressa che la gestisce, gentilmente e professionalmente, vende farmaci a ogni ora della notte e dispensa consigli a tutti i genitori che non hanno il coraggio di disturbare il pediatra.

Uno strano popolo composto da finti giovani e da ragazzini che si credono adulti passeggia quasi senza meta per poi fermarsi nella piazza delle colonne di San Lorenzo, come se il tempo possa non passare mai. Come se il giorno successivo non sia un nuovo giorno di scuola, di università o di lavoro. Come se, per poco tempo, l’unica cosa veramente importante sia stare insieme in allegria.

Lì, tra quella piazza e una delle strette traverse che da quel punto si diramano, un po’ defilato rispetto al fermento della movida milanese ma comunque non abbastanza lontano dall’esserne avulso, c’era (e c’è tutt’oggi) il bar di Gino che, per l’appunto, si chiamava (e si chiama ancora oggi) Da Gino.

Quel bar è lì dal 1960, come dichiara con fierezza il cartello rosso che, ormai un po’ consumato dagli agenti atmosferici, campeggia sopra la porta di ingresso: i genitori di Gino, pugliesi di nascita e milanesi d’adozione, hanno rilevato l’attività quando la moglie del signor Pietro ha scoperto di essere incinta, nella speranza di garantire al loro figlio un futuro migliore del loro, sapendo che non avrebbe mai trovato un lavoro in provincia di Taranto, se non nei campi.

A Milano, nel 1960, è nato quindi Gino. Luigi all’anagrafe, ma Gino per parenti, amici e clienti del bar (e quindi, in sostanza, per tutti).

E la fortuna di Gino, che di studiare non voleva saperne, è stata proprio quel bar.

Solo il tempo avrebbe pertanto detto se il sacrificio economico del signor Pietro e della signora Lina avrebbe dato i suoi frutti.

Quando i genitori di Gino si sono ritenuti troppo stanchi per con-tinuare a lavorare a tempo pieno e hanno deciso di andare in pensione, nel 1985, con i risparmi di una vita lavorativa fatta di tante rinunce, sono riusciti ad acquistare per loro e per il figlio due piccoli appartamenti al primo e secondo piano del palazzo del bar, così da stare vicini e dare una mano a Gino, se ce ne fosse stato bisogno. Niente di speciale: due piccoli appartamenti ben tenuti che hanno richiesto pochi lavori di ristrutturazione e che non necessitavano di grandi sforzi economici per il pagamento delle spese condominiali. La splendida vista sulla chiesa di San Lorenzo e la crescita esponenziale del valore economico degli immobili della zona hanno nel tempo reso quel sacrificio un ben riuscito investimento per i genitori di Gino e, di conseguenza, per Gino stesso.

Il signor Pietro, che era, per quello che ho potuto vedere negli anni successivi dalle foto sparse per casa, la proiezione di Gino nell’aspetto, se non per gli occhi scuri, non è riuscito a godere della meritata pensione per molto tempo. Si è spento infatti poco dopo, nel 1988, a causa di una rara malattia ai polmoni.

Per la signora Lina, la perdita del marito è stata devastante. Per cercare di colmare il vuoto che aveva lasciato il suo compagno di vita, suo sposo da quando aveva solo diciassette anni, nonché padre del suo unico figlio, si è messa quasi subito a cucinare senza sosta per il bar, istituendo così, in poco tempo, uno dei più buoni e noti aperitivi della zona.

E nel frattempo, tra uno spritz e l’altro, dal retro del bancone in legno del suo bar, Gino ha conosciuto l’amore. In quelli che poi col tempo sono stati definiti gli anni d’oro di Milano, una giovane studentessa di architettura si è innamorata follemente di lui e delle delizie culinarie di colei che presto sarebbe diventata sua suocera. Il sentimento tra i due si è rivelato, in poco tempo, così profondo da farle decidere di abbandonare quella che probabilmente sarebbe potuta essere una brillante carriera professionale, in favore di una più modesta vita tra i tavolini di un bar del centro, che però le donava la felicità.

Quando li ho conosciuti mi hanno raccontato che il loro matrimonio è stato semplice. La cerimonia è stata celebrata nella chiesa di San Lorenzo un sabato di giugno nell’orario di chiusura del bar, quasi come se fosse un usuale primo pomeriggio di inizio estate; poi i pochi parenti e amici invitati alla celebrazione si sono ritrovati da Gino, per brindare a quell’unione, la cui perfezione era evidente a tutti.

Quel bar, negli anni, le aveva viste tutte: era il palcoscenico dei momenti più belli e più brutti di tutta la famiglia. Era il luogo in cui i clienti più abituali si ritrovavano ogni sera per una birra e una chiacchiera tra amici; il luogo in cui sono nati molti amori e ne sono finiti molti altri.

Era anche il luogo in cui, in quella soleggiata mattina di febbraio del 1997, la signora Lina si è sentita poco bene e, accompagnata dall’ambulanza, non è riuscita a raggiungere il pronto soccorso più vicino. La sua foto, così come quella del padre, è stata appesa dietro alla cassa, in segno di riconoscenza, affetto e richiesta di protezione.

Il bar di Gino, così centrale e, allo stesso tempo, così riservato, piccolo e curato, aveva, e ha tutt’ora, quell’aria trasandata (che definiremmo vintage) tipica di un padrone di casa troppo affezionato ai ricordi e poco avvezzo alla novità.

Qualsiasi regista un po’ chic potrebbe senz’altro affermare che l’insegna rossa un po’ sbiadita che campeggia all’esterno, i tavolini di legno consumati ai bordi e pieni di impronte di bicchieri di birra, i sedili di pelle marrone, sarebbero perfetti per l’ambientazione di un film e, in tutta onestà, ripensandoci bene, sarebbe sicuramente un bel film!

Chi abita nel quartiere sa di cosa sto parlando: il bar di Gino rimarrà ancora a lungo un’istituzione. Lo immagino tra qualche anno stampato sulle cartoline di quegli squallidi negozietti di souvenir in Piazza del Duomo. Sarebbe perfetto.

In questa lunga notte senza stelle resto seduto di fronte all’entrata del bar, dall’altro lato della strada, oltre i binari del tram.

Da lontano riesco a vedere la porta di legno, l’insegna rotonda, la finestra di vetro e, dietro, il lungo bancone con le bottiglie disposte ordinatamente.

Spostando lo sguardo verso l’alto, riconosco tutte le finestre. Le conto una a una e mentalmente ripasso la disposizione delle stanze dell’appartamento.

Oggi, diversamente dalle altre sere, le luci sono spente, così come lo è la luce del mio cuore.

2020-10-28

Aggiornamento

Il giornale online L'Eco del Sud ha pubblicato un articolo che parla della campagna di crowdfunding per la pubblicazione di "Era una tranquilla notte milanese". https://www.lecodelsud.it/era-una-tranquilla-notte-milanese-primo-impegno-da-scrittrice-di-unavvocato-messinese-a-milano-mariateresa-candido
2020-10-27

Aggiornamento

Il giornale online Messina Today ha pubblicato un articolo che riguarda la campagna di crowdfunding di "Era una tranquilla notte milanese". https://www.messinatoday.it/attualita/giallo-libro-mariateresa-candido-crowdfunding-tranquilla-notte-milanese-.html

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La trama è molto intrigante e l’autrice è un giovane avvocato. Ottimo requisito. Non vedo l’ora di leggere il romanzo

  2. (proprietario verificato)

    Sono appassionata di libri gialli e non vedo l’ora di leggere il libro… sono rimasta ammaliata dall’anteprima e sono certa che il resto non mi deluderà! Spero di poter avere a breve la mia copia e … complimenti all’autrice!

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Mariateresa Candido
MARIATERESA CANDIDO è nata a Messina nel 1990. Dopo aver frequentato il liceo classico nella città natale, si è trasferita a Milano, dove vive dal 2009. Laureatasi in Giurisprudenza presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, oggi svolge con passione la professione di avvocato esperto di diritto dei mercati finanziari. Nel tempo libero ama viaggiare, leggere, ascoltare musica, scrivere e cucinare. Dal 2019 è sposata con Guido e insieme hanno adottato un cagnolino di nome Zelda.
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