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Era una tranquilla notte milanese

Era una tranquilla notte milanese
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Consegna prevista Agosto 2021

In una notte di novembre del 2018, in circostanze sospette, muore Gino, marito, padre di due figli e proprietario dell’omonimo bar. Il bar “Da Gino”, in centro a Milano, è il teatro non solo della tragica vicenda, ma anche del trascorrere del tempo immediatamente successivo a quella morte. È Carlo a narrarci la storia, amico di vecchia data di Gino nonché investigatore improvvisato che, per tenere traccia della sua personale indagine volta a smascherare il responsabile, decide di tenere un diario. Carlo ripassa mentalmente tutte le ipotesi di sospettabili killer e stila una lista. Quella lista diventa il novero dei personaggi che, in un modo o in un altro, popoleranno il rebus da risolvere per identificare il colpevole dell’omicidio.

Perché ho scritto questo libro?

Ho dettato il mio primo “libro” a mia nonna quando ancora non avevo imparato a scrivere. Oggi, a 30 anni, ho deciso che era arrivato il momento di svuotare il cassetto dei miei sogni per mettere sul tavolo almeno uno di essi. Sognavo di raccontare una storia che potesse anche essere visualizzata mentalmente da chi conosce Milano e la zona in cui si svolge il racconto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Corso di Porta Ticinese fa fatica ad addormentarsi la sera.

Non solo d’estate, quando i ragazzi fanno baldoria fuori dai bar e nei giardinetti pubblici e tornano a casa a notte fonda.

Non solo durante il fine settimana, quando i pensieri di studenti, universitari e lavoratori vengono quasi magicamente accantonati per fare spazio a quella spensieratezza che, finalmente, apostrofa lo scorrere continuo di giorni feriali quasi identici.

Corso di Porta Ticinese e il suo districarsi di vie limitrofe fa fatica ad addormentarsi anche in un normale, o apparente tale, piovoso e grigio mercoledì di novembre. Quando il clima non è favorevole, le giornate sono corte e i milanesi hanno fretta di rientrare a casa dopo una faticosa giornata di lavoro.

Anche in questi casi, quando il resto della città si assopisce per risvegliarsi al mattino seguente, il centro storico resta vivo, quasi a voler ricordare a chi guarda da dietro le persiane delle finestre che non è mai troppo tardi per continuare a divertirsi. I ristoranti sono aperti, i bar e le gelaterie pieni di turisti e di golosi. La farmacia di quartiere, poi, non dorme mai. La dottoressa che gestisce la farmacia gentilmente e professionalmente vende farmaci ad ogni ora della notte e dispensa consigli a tutti i genitori che non hanno il coraggio di disturbare il pediatra.

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Uno strano popolo composto da finti giovani e da ragazzini che si credono adulti passeggia quasi senza meta per poi fermarsi nella piazza delle Colonne di San Lorenzo come se il tempo possa non passare mai. Come se il giorno successivo non sia un nuovo giorno di scuola, di università o di lavoro. Come se, per poco, l’unica cosa veramente importante sia stare insieme in allegria.

Lì, tra quella piazza e una delle strette traverse che da quel punto si diramano, un po’ defilato rispetto al fermento della movida milanese ma comunque non abbastanza lontano dall’esserne avulso, c’era (e c’è tutt’oggi) il bar di Gino che, per l’appunto, si chiamava (e si chiama ancora oggi) “Da Gino”.

Quel bar era lì dal 1960, come dichiarava con fierezza il cartello rosso che, ormai un po’ consumato dagli agenti atmosferici, campeggiava sopra la porta di ingresso: i genitori di Gino, pugliesi di nascita e milanesi d’adozione, avevano rilevato l’attività quando la moglie del Signor Pietro aveva scoperto di essere incinta, nella speranza di garantire al loro figlio, che non avrebbe mai trovato un lavoro in provincia di Taranto se non nei campi, un futuro migliore del loro.

A Milano, nel 1960, nacque quindi Gino. Luigi all’anagrafe, ma Gino per parenti, amici e clienti del bar (e quindi, in sostanza, per tutti).

E la fortuna di Gino, che di studiare non voleva saperne, era stata proprio quel bar.

Solo il tempo avrebbe pertanto detto che il sacrificio economico del Signor Pietro e della Signora Lina aveva dato i suoi frutti.

Quando i genitori di Gino si ritennero troppo stanchi per continuare a lavorare a tempo pieno e decisero di andare in pensione, nel 1985, con i risparmi di una vita lavorativa fatta di tante rinunce riuscirono ad acquistare per loro e per il figlio due piccoli appartamenti al primo e secondo piano del palazzo del bar “per stare vicini e dare una mano a Gino, se ce ne fosse bisogno”. Niente di speciale: due bilocali ben tenuti che avevano richiesto pochi lavori di ristrutturazione e che non necessitavano di grandi sforzi economici per il pagamento delle spese condominiali. La splendida vista sulla Chiesa di San Lorenzo e l’esponenziale accrescersi del valore economico degli immobili della zona avevano nel tempo reso quel sacrificio un ben riuscito investimento per i genitori di Gino e, di conseguenza, per Gino stesso.

Il Signor Pietro, che per quanto vidi anni dopo dalle foto sparse per casa, era la proiezione anziana di Gino nell’aspetto, non riuscì purtroppo a godere della meritata pensione per molto tempo. Si spense infatti poco dopo, nel 1988, a causa di una rara malattia ai polmoni.

Per la Signora Lina, la perdita del marito fu devastante. Per cercare di colmare il vuoto che aveva lasciato il suo compagno di vita, suo sposo da quando aveva solo 17 anni nonché padre del suo unico figlio, si mise quasi subito a cucinare senza sosta per il bar istituendo così, in poco tempo, uno dei più buoni e noti aperitivi della zona.

E nel frattempo, tra un aperitivo e l’altro, dal retro del bancone in legno del suo bar, Gino conobbe l’amore. In quelli che poi col tempo vennero definiti gli anni d’oro di Milano, una giovane studentessa di architettura si innamorò follemente di lui e delle delizie culinarie di quella che presto sarebbe diventata sua suocera. Il sentimento tra i due si era rivelato, in poco tempo, così profondo a tal punto da farle decidere di abbandonare quella che probabilmente sarebbe potuta essere una brillante carriera professionale in favore di una più modesta vita tra i tavolini di un bar del centro che però le aveva donato la felicità.

Quando li conobbi mi raccontarono che il loro matrimonio fu semplice. La cerimonia fu celebrata nella chiesa di San Lorenzo un sabato di giugno nell’orario di chiusura del bar, quasi come se fosse un usuale primo pomeriggio di inizio estate; poi i pochi parenti e amici invitati alla celebrazione si ritrovarono da Gino, per a brindare a quell’unione che era evidente a tutti quanto fosse perfetta.

Quel bar, negli anni, le aveva viste tutte: era stato il palcoscenico dei momenti più belli e più brutti di tutta la famiglia. Era il luogo in cui i clienti più abituali si ritrovavano ogni sera per una birra e una chiacchiera tra amici; il luogo in cui erano nati molti amori e ne erano finiti molti altri.

Era anche il luogo in cui, in quella soleggiata mattina di febbraio del 1997, la Signora Lina si era sentita poco bene e, accompagnata dall’ambulanza non era riuscita a raggiungere il pronto soccorso più vicino. La sua foto, così come quella del padre, era stata appesa dietro alla cassa, in segno di riconoscenza, affetto e richiesta di protezione.

Il bar di Gino, così centrale e, allo stesso tempo così riservato, piccolo e curato aveva, e ha tutt’ora, quell’aria trasandata (che oggi definiremmo “vintage”) tipica di un padrone di casa troppo affezionato ai ricordi e poco avvezzo alla novità.

Qualsiasi regista un po’ chic avrebbe senz’altro potuto affermare che l’insegna rossa un po’ sbiadita che campeggiava all’esterno, i tavolini di legno consumati ai bordi e pieni di impronte di bicchieri di birra e i sedili di pelle marrone sarebbero stati il luogo ideale per l’ambientazione di un film e, in tutta onestà, ripensandoci bene, sarebbe potuto essere un bel film!

Chi abita nel quartiere sa di cosa sto parlando: il bar di Gino rimarrà ancora a lungo un’istituzione. Lo immagino tra qualche anno come foto stampata sulle cartoline in quegli squallidi negozietti di souvenir di piazza del Duomo. Sarebbe perfetto.

In questa lunga notte senza stelle resto seduto di fronte all’entrata del bar, dall’altro lato della strada, oltre i binari del tram.

Da lontano riesco a vedere la porta di legno, l’insegna rotonda, la finestra di vetro e, dietro, il lungo bancone con le bottiglie disposte ordinatamente.

Spostando lo sguardo verso l’alto, riconosco tutte le finestre. Le conto una ad una e mentalmente ripasso la disposizione delle stanze dell’appartamento.

Oggi, diversamente dalle altre sere, le luci sono spente, così come lo è la luce del mio cuore.

2020-10-28

Aggiornamento

Il giornale online L'Eco del Sud ha pubblicato un articolo che parla della campagna di crowdfunding per la pubblicazione di "Era una tranquilla notte milanese". https://www.lecodelsud.it/era-una-tranquilla-notte-milanese-primo-impegno-da-scrittrice-di-unavvocato-messinese-a-milano-mariateresa-candido
2020-10-27

Aggiornamento

Il giornale online Messina Today ha pubblicato un articolo che riguarda la campagna di crowdfunding di "Era una tranquilla notte milanese". https://www.messinatoday.it/attualita/giallo-libro-mariateresa-candido-crowdfunding-tranquilla-notte-milanese-.html

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La trama è molto intrigante e l’autrice è un giovane avvocato. Ottimo requisito. Non vedo l’ora di leggere il romanzo

  2. (proprietario verificato)

    Sono appassionata di libri gialli e non vedo l’ora di leggere il libro… sono rimasta ammaliata dall’anteprima e sono certa che il resto non mi deluderà! Spero di poter avere a breve la mia copia e … complimenti all’autrice!

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Mariateresa Candido
Sono Mariateresa, ho 30 anni, sono siciliana d’origine e milanese d’adozione.
Sono nata a Messina e ogni volta che vado via mia resta la malinconia addosso. Vivo a Milano da quasi 12 anni e ogni volta che vado via e poi ritorno mi sento a casa.
La mia famiglia è composta da Guido, che ho sposato nel 2019.
Faccio l’avvocato e nel tempo libero amo viaggiare, leggere, scrivere, vedere gli amici, mangiare bene e ascoltare musica.
Mariateresa Candido on Instagram
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