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Spero sempre, ogni volta che leggo un nuovo autore, di trovare qualcosa di interessante. Alessia è stata una sorpresa, senza enfasi: straordinaria. Una storia moderna che scava in profondità i sentimenti, riuscendo a trasmetterci il sentire più intimo dei suoi personaggi, con delicatezza e anche cinismo. Il caos innescato da un episodio e il lavoro estenuante per ristabilire l’equilibrio.
Gioacchino Criaco

In un torrido pomeriggio estivo un padre perde di vista la sua bambina di due anni che sparisce senza lasciare traccia. Passati trent’anni, Giovanni, spinto da un misto di necessità e rimorso, decide di intraprendere un viaggio che spera possa aiutarlo a trovare una risposta e a riappacificarsi con il passato.
Un passato che non ha influenzato solo la sua vita: cambieranno per sempre anche quelle di un’altra famiglia, lontana, diversa, e di un giovane ragazzo troppo fragile per far fronte alle mosse di un destino che ha agito subdolo e rapido come un battito di ciglia.
Anche una persona perbene può fare del male? Come si convive con la colpa? Si può cambiare il corso degli eventi? I protagonisti cercheranno di capire se una vita basta a rispondere a questi interrogativi.

29 ottobre 2007

Peppino, amico mio, lei non è con me.

Nel passo allungato fra due gradini m’è sembrato che quasi non fosse mai esistita, che il suo volto fosse solo lo scampolo di una storia raccattata per strada e poi entrata, a tradimento, in un mio ricordo, annidandosi tra cose accadute. Ma è stato solo un pensiero scuro, un inganno che voleva rallentarmi, vedermi arreso e disperato. La vista ora è tornata limpida, quello che è stato per davvero m’è riapparso in tutta la sua verità.

Ora sto bene. Finalmente.

Il mio respiro s’è alleggerito di molto, ho la vista sgombra, il cuore a posto, le mani ferme. Ho contato le cicatrici ricordando la storia di ogni ferita con gioia. Le finestre nella mia testa si sono aperte tutte insieme e ho respirato vento. Come in un risveglio improvviso.

Peppino, questo è solo un saluto. Non ho fatto come dicevi ma non ho infranto promesse. Non stavolta. Il tempo della rabbia è finito, Peppì, sbriciolato dal dolore e dal perdono che ne è stata la cura necessaria e per niente facile da accogliere. Perdoneresti il tuo peggior nemico, colui che ti ha stretto al collo, fino quasi a farti soffocare, continuando a fissarti negli occhi per vederti morire? Io l’ho fatto.

Ho perdonato me stesso. Mi hanno perdonato anche loro.

La clemenza è una possibilità che non avevo mai considerato, tanto si erano arrugginiti colpa e odio. Tanto i pensieri del passato s’erano cementati. E invece ora scivola tutto: la strada, la mia mente, i miei ricordi, la vita mia.

Non tornerò indietro.

Ogni fiato ha provocato la sua personale tempesta, a ogni gesto che ho compiuto qualcosa a molta distanza da qui s’è smossa al punto da franare. E i detriti ci hanno travolti tutti. Fossi stato più accorto… ma chi poteva sapere che l’intreccio delle cose fosse così stretto e corposo di fili!

Mi mancherai, mi mancherete tutti e due. Avevo quasi deciso di non scriverti più, di abbandonare i propositi di addio. Ma non potevo andarmene senza chiederti di essere felice per me. Saluta Rita, è stata una buona compagna di viaggio.

Chi ci avrebbe scommesso, tanti anni fa ai tempi della scuola, che io e te saremmo stati come due fratelli? Bene così, l’abbiamo fatta sempre a tutti, ci siamo raccolti il nostro gruzzolo di felicità per i tempi bui, e di quelli ce ne sono stati tanti.

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Amico mio, in questi anni ho pensato di mettermi in viaggio molte volte, quando le forze erano più fresche, ma lo sdegno verso me stesso era troppo forte per riuscire a essere lungimirante e speranzoso. In quasi trent’anni ho imparato a domare rabbia e disperazione. A scavalcare i pensieri pesanti.

L’ho fatto per Alessandra, l’ho fatto per Giulia.

Il mio viaggio. Il nostro viaggio.

L’unica spinta meccanica del respiro da quando Alessandra si è ammalata e poi mi ha lasciato con quel profumo d’inverno tutt’intorno.

I progetti, Peppì, i progetti sono le uniche cose che ti salvano la vita.

Avevo ancora qualcosa da fare, non potevo affondare, non ancora, finché non avessi finito quello che dovevo. Questo mi ha salvato la vita.

Ti racconto solo questo e poi, ti prego, fammi andare.

Ero confuso oggi, molto più di altri giorni. Ho urtato qualcuno salendo sul treno e mi è scivolata la giacca. Gli occhi m’hanno abbandonato. Era tutto fuori fuoco, le voci arrivavano da lontano, più bisbigli che chiacchiericci.

Sembrava un altro di quegli incubi che facevo anni fa. Quello in cui eravamo tutti lì, in montagna, e io giravo la testa verso Giulia e d’improvviso il mondo si sfogliava, perdeva consistenza, solidità, e m’immergeva in una melassa paralizzante come le paure che ti fondono le gambe col terreno.

Io la perdevo di vista ancora e la sua figura spariva in un velo di nebbia.

Per un po’, non so per quanto, sono rimasto come tramortito tra la folla e non ricordavo più nulla di lei. Di Giulia. Sentivo che qualcosa era rimasto, qualcosa che avrei dovuto cercare, trovare. Arrancavo sperduto nella mia mente.

È stato come cercare qualcosa nel buio di una stanza sconosciuta allungando soltanto le mani.

Lì ho rischiato di perdermi per davvero. Ma non è successo. Non è successo.

Sono ancora qui. Sono ancora vivo.

Peppì, che ti devo dire? Io dovevo farlo questo viaggio perché certe cose dentro sono più forti della sfortuna, della morte, dell’incertezza che è la cosa peggiore di tutte.

Ho sempre pensato che esista una specie di corrente elettrica che unisce certe persone e quando queste si incrociano, anche per un istante, qualcosa si accende in entrambe.

Mi sono affidato a questo, a una lucina, a una vibrazione, a un contatto, a un’emozione. Voglio solo dirti che adesso potrei anche perdere la memoria del tutto, potrebbe accadere da un momento all’altro, ma non importa più.

Capisci, capisci Peppì? Amico mio, potrei sentire la mia mente completamente svuotata e non soffrirei perché quella vibrazione forse l’ho sentita, quella lucina io l’ho vista. Una volta sola. Poco fa. Solo che adesso quasi non me ne ricordo più.

Con affetto,

Giovanni

Quando tutto cambiò

Partenza (2007)

«Giovanni…» Quel nome gli uscì dalla gola sfiatato, scoraggiante, già vinto. Le parole importanti, quelle col giusto peso, gli rimasero ben sigillate in pancia, abbandonate sul fondo come sassi tirati in uno stagno. Eppure non poteva arrendersi così, se lo ripeteva a cantilena, abbandonare le armi della persuasione, lasciarlo infilare la strada e pregare di rivederlo sapendo che non sarebbe accaduto. Aveva tentato di stroncare sul nascere l’idea di quel viaggio già il giorno del funerale di Alessandra. Voleva andare con lui per guardargli le spalle, proteggerlo dal mondo e dalla sua testa che non ci stava più. E non era servito.

Peppino sbuffò una parola alla volta, mischiando paura e pianto, soffrendo ogni pausa confusa, e indebolì i ragionamenti fino a ridurli a implorazioni. Sentiva troppo male dentro per costruire un discorso senza speranza. Giovanni era cocciuto, incaponito, arrabbiato. Forse impazzito. Non accettava di essere rimasto solo a combattere la sua pena. Peppino voleva dirglielo che poteva ingannare tutti ma non lui, che era arrivato il momento di smetterla di odiarsi così tanto, che a volte il destino ti presenta un conto troppo alto solo per divertirsi un po’ e spesso non c’è una ragione o una logica che muove le nostre vite. Le cose accadono.

Ma non ci riuscì.

Giovanni fissava davanti a sé l’ultima lingua del sole che si spegneva nel mare ringhioso ed era ormai altrove, in viaggio, oltre il momento del saluto in terrazza su quel quadrato di cemento scorticato invecchiato di colpo come le cose appena abbandonate, oltre l’abbraccio e la speranza di un amico. Il vento già gli soffiava alle spalle come se fosse da un pezzo alla guida del furgone blu a salutare la sua casa inghiottita dal passato.

Peppino e Giovanni contemplarono il loro addio in silenzio, uno accanto all’altro. Peppino con la sua disperata speranza incollata al petto e Giovanni con il suo bagaglio di pensieri interrotti.

«Non ne parliamo più. Facciamo che ci salutiamo, piangiamo, poi tu cerchi di dirmi che sono uno stupido, non ci riesci e mi fai andare.»

Giovanni ruppe l’equilibrio precario di quella pausa e reclinò appena il capo come a capire se la linea dell’orizzonte fosse dritta a sufficienza. Voleva andar via subito, adesso. Quell’incertezza che gli pesava sulle spalle doveva scacciarla con impeto, annientarla con qualcosa di irreparabile come entrare nel furgone e girare la chiave. Dopo non si poteva più tornare indietro.

«Lo sai che tra poco sarò via» disse Giovanni per convincere anche se stesso.

Fece due passi verso l’affaccio e si voltò dando le spalle al mare per abbracciare con un’altra occhiata la terrazza di legno, ora spoglia e dolente come una bella donna malinconica e mal conciata da una vita assai difficile. Le assi scricchiolavano un poco sotto gli scarponi allacciati a doppio nodo fin sulle caviglie.

Un bel rumore, pensò Giovanni, e spostò il peso da una gamba all’altra per sentirlo ancora. Gli pareva di essere su un vascello beccheggiante e prossimo all’affondo nell’attimo in cui il capitano guarda il cielo fiero e si prepara a colare a picco.

Sotto di loro le onde del mare sbattevano con furia ai piloni bagnandoli di spruzzi.

«Queste sono le chiavi, mi raccomando occupatene tu. Non posso aspettare fino a domani.» Giovanni lasciò tintinnare il mazzo soppesandolo due volte nel palmo e lo appoggiò alla balaustra.

«Siamo sempre i due ragazzi del mercato» disse Peppino lasciando colare le lacrime fino al mento. Nella luce fioca del tramonto quasi spirato, Giovanni gli sembrò meno curvo del solito, come se il peso dei pensieri che l’avevano consumato fino a quel giorno si fosse allentato di colpo, restituendogli l’aspetto dei suoi cinquantacinque anni.

Eppure, qualche tempo prima, quando l’avevano trovato a vagare in piena notte sulla stradina che portava in paese, sembrava ne portasse sul capo cento e più. Peppino l’aveva ricondotto a casa tenendolo per mano, come quando da piccoli scendevano per i crepacci puntellando gli angoli acuminati delle rocce con i piedi insicuri, mentre Giovanni continuava a fissarlo con meraviglia e fiducia, senza riconoscerlo. Erano rimasti estranei per molte ore fin quando Giovanni aveva chiesto se poteva avere almeno un caffè dopo una mattinata di lavoro. La malattia l’aveva colto all’improvviso e crudelmente, risparmiandogli il colpo di grazia ma non le scudisciate di oblio improvviso che poi svanivano lasciandolo attonito e confuso. Erano lampi che bruciavano i ricordi come carta nel camino. E arrivavano in modo inaspettato.

Giovanni gli lottava contro e qualche volta il male arretrava, sorpreso da tanto vigore. Lui sapeva di essere ammalato, vedeva tremare i suoi ricordi stipati negli scaffali più alti della memoria mentre la sua mente barcollava sotto scosse sempre più intense, ma non sarebbe rimasto seduto in una poltrona aspettando che tutto si polverizzasse.

Sfilò una sigaretta dal pacchetto morbido e la accese. Tese la confezione gualcita a Peppino che fece un gesto di diniego ma poi ci ripensò. Il furgone aveva la portiera aperta. Sembrava si fosse compiuto tutto nel tempo di un tiro di fumo e invece una stagione era passata.

***

«Vado.»

Era solo qualche mese prima. L’estate era arrivata col solito stupore con cui si accoglie la stagione nuova dopo mesi di pioggia. Sembrava impossibile immaginare un altro sole che non fosse esangue e avaro, finché non bruciava la pelle.

Faceva così caldo e l’inaspettata notizia aveva aumentato l’affanno di Peppino che s’era fatto allacciare la cravatta scura da sua moglie Rita senza protestare.

«Vado via.» Giovanni aveva allargato le braccia come se parlasse di un’ovvia verità.

Era lucido, tranquillo, non sudava neppure.

Peppino pareva, invece, un pugile colto all’improvviso da un sinistro più forte delle sue gambe. Alessandra era due porte in là, distesa su un panno di raso avorio, con indosso il vestito pesca con la passamaneria nera ricamata all’uncinetto, il giro di perle al collo, i capelli lisci, striati di bianco, tirati su con la forcina d’osso. Il brusio era un fondo lontanissimo, i pianti soffocati solo echi avvolti da una composta dignità. La sinfonia di quel funerale era un adagio lento di pochi cori bisbigliati.

«Condoglianze.»

«Grazie.»

«Era una donna straordinaria.»

«Lo era.»

«Se hai bisogno di qualcosa…»

«Grazie.»

E poi un sussurro era arrivato come una voce portata dal mare.

«Adesso almeno riabbraccerà la figlia.»

«Che disgrazia…»

«Già, già, già…»

Una lenta processione si accodava per baciare Giovanni e accarezzargli il viso come fosse un bambino al primo giorno d’asilo. Lui s’alzava appena e si risedeva veloce, preda dell’urgenza di condividere con il suo amico quello che l’attendeva. Continuava a spiegare a Peppino tutto nei dettagli, con voce concitata e bassa. La vendita dei suoi pochi beni, il furgone acquistato per meno del suo valore, la valigia, i ritagli di giornale, e due numeri di telefono da chiamare. Uno in particolare, segnato con un cerchio rosso accanto a un nome e cognome che a Peppino fece gelare il fiato. Giovanni illustrava il piano elaborato nei mesi, negli anni, nei singoli giorni che erano trascorsi dal momento in cui ogni cosa era cambiata per sempre, con meticolosità e calma, per mostrare a se stesso quanto fosse ancora lucido e presente. E se stesso era una persona difficile da convincere.

Ogni attimo, ogni respiro era votato a quella decisione che attendeva solo di essere raccolta e messa in tasca. Era quel genere di pensiero a cui la sua mente si aggrappava per non impazzire e la sua vita per non morire.

La smania del viaggio era cominciata con una fine segnata da quella sentenza secca, scivolata nell’aria senza lasciare eco o speranza di poter rimediare.

«Mi dispiace, il cancro è piuttosto esteso.»

Era Ognissanti. Quasi un anno prima della sinfonia luttuosa della camera ardente.

Alessandra, minuta ed elegante, con le gambe lunghe intrecciate per le caviglie, stava sulla sedia più piccola dello studiolo accanto a suo marito Giovanni che, invece, s’agitava come un matto. Teneva le mani raccolte in grembo come se proteggesse un fiore delicato e ascoltava la sua condanna sospirando appena, senza muovere d’un ciglio il volto leggermente truccato, come faceva tutte le volte che andavano in città. Accolse la notizia serbando per sé un lembo di sollievo, pensando che in fondo il peso che l’aveva curvata per tutti quegli anni adesso si sarebbe sollevato.

«Si potrebbe tentare con un ciclo di cure» aveva detto il medico, gentile e frettoloso, che in quelle occasioni sfoderava l’unica espressione che gli riusciva un po’ meglio delle altre: l’aria d’ufficio contrita ma allenata alle cattive notizie. Era il suo modo di dire: mi dispiace, ma non siete i soli di cui mi tocca reggere il peso degli occhi.

Alessandra e Giovanni capirono che era il momento di riscrivere la lista delle loro priorità. Non c’era la chemioterapia al centro di conversazioni, cene, pranzi e notti stretti cuscino a cuscino, fiato a fiato, ma il viaggio. Non si parlava mai della malattia ma della partenza. Non si parlava mai della morte ma delle mappe da segnare per ogni avvistamento. Quando Alessandra non ebbe più la forza di fare la solita passeggiata pomeridiana, Giovanni lasciò la gestione del ristorante a Peppino per trascorrere ogni minuto della sua giornata al capezzale della moglie, parlando di quello che avrebbe fatto una volta per strada. Lei lo ascoltava rapita, innamorata, sorrideva, alzava gli occhi verso il cielo e sospirava che ora quasi le dispiaceva dover andare via, ora che era tornata quella speranza che scaldava la loro casa.

Diceva che avrebbe dato chissà cosa per andare con lui e che era stata una sciocca a non pensarci prima. «Non sei sciocca,» rispondeva lui «solo sei stata troppo occupata a non lasciarmi affondare.» Lui le stringeva la mano e stavano muti per un po’, finché lei non si addormentava e il dolore cessava di tormentarle il volto smagrito dalla sofferenza.

Il male se la portò via in una notte d’inverno inoltrato che non faceva un briciolo di neve anche se la tramontana tirava forte e annunciava tormenta. Giovanni l’aveva baciata sulla bocca e le aveva detto addio, sentendo che quel frammento di tempo, che ancora aveva in credito, non poteva essere sprecato. Doveva andare.

Dalla porta aperta il flusso di gente scorreva ancora composto e sussurrante. Segno della croce, fazzoletto, abbraccio.

«Dove vai?»

«Su, al Nord. Ho un programma e qualche numero di telefono.»

«Ma sono passati tanti anni…»

Giovanni aveva scosso il capo.

«Devo credere che questa non sia una battaglia persa, lo capisci?»

Peppino aveva capito.

«Io la troverò.»

Pazzia e disperazione guizzavano nei suoi occhi liquidi.

«Non sono ancora morto. Devo farlo, e devo farlo adesso prima che questa mi lasci del tutto» e s’era tamburellato con la punta dell’indice la tempia.

Peppino era trasalito.

Lo sa, pensò. Sa quello che gli sta accadendo. E non ha paura. Neanche un po’.

«Prometti solo che se non dovessi trovarla tornerai qui; la mia casa è tua, potremo ricominciare tutto, riaprire il locale o… magari comprare dell’altra terra…»

Adelaide dall’altro lato della stanza aveva soffiato rumorosamente nel fazzoletto singhiozzando più forte.

«Vengo con te.»

Era l’ultimo, debole, slancio. Poi doveva lasciar perdere. Oltre quello c’era solo un addio.

Giovanni gli aveva preso la testa tra le mani.

«No, Peppì, non puoi. E lo sai anche tu» e lo aveva abbracciato accollandosi il rischio del dolore e del passato che potevano tracimare e lasciarli lì, per sempre, a piangere quel destino che non conosceva dispiaceri e amicizia.

In quella lunga stretta c’erano le tracce vive delle notti interminabili con i carichi di pesce sulle spalle. Il ghiaccio striato di sangue, i dentici sventrati sulle banchine. L’odore del mare sulle dita, i chili di sale gettati sui banconi. I tagli nelle reti, i tagli nelle dita, le alici azzurre che si dibattevano. C’era la fragranza delle banconote guadagnate che sapevano di pesce anche quelle, il mucchietto sopra il tavolo dell’avvocato, le carte da firmare per acquistare la tenuta tutta da sistemare. C’erano i lampadari déco e i comodini di noce portati sull’erba per rimetterli a nuovo, i gatti che mordicchiavano i teli di juta con le patate dentro e Alessandra e Rita che li scacciavano per poi, di sera tardi quando nessuno le vedeva, versargli del latte nelle ciotole d’alluminio. E c’erano i campi, il sole, le serate in veranda a bere birra e a giocare a carte. Promesse, matrimoni, battesimi. Quando c’era ogni cosa al posto giusto.

«Non puoi salvarmi tu» gli aveva sussurrato Giovanni nell’orecchio mentre la camera ardente veniva chiusa. «Mi devo salvare da solo.»

Giovanni aveva distolto gli occhi da quelli dell’amico per paura che gli leggesse il senso di colpa che lo stava spingendo verso un’impossibile redenzione. Ma Peppino sapeva già tutto. E ugualmente non poteva fare più nulla per fermarlo.

Guardò Giovanni chiudere la portiera del furgone.

La familiare sensazione di presagio, che spesso gli vibrava in testa come l’eco di un campanello suonato nella stanza più lontana, lo scosse di paura. Quando arrivava, improvvisa e non prevista, annunciava una premonizione che non ammetteva un secondo lancio di dadi. Ora diceva: non tornerà, guardalo andare e ricordati il momento ultimo del saluto.

Giovanni la chiamava l’onda, un filo invisibile e robusto, come quello delle polpare dei marinai, annodato, per capriccio del destino o per chissà quale volontà divina, tra due estremi: loro, due amici, due fratelli.

«Siamo uniti, amico mio,» diceva Giovanni a Peppino quando capitava di finire l’uno la frase dell’altro «il mio cervello butta fuori i segnali e tu hai l’antenna giusta per riceverli.»

Proprio come quel giorno nei campi, quando l’aveva salvato per un pelo. C’era tutto quel sangue, viscido, appiccicoso e scuro, il cui umore di ferro gli risaliva dalle narici al cervello. Peppino era riuscito a strappare Giovanni dalla morte con la forza di un gigante furioso. Quella fine sospesa, a valanga cambiò le loro vite in un modo che non avrebbero potuto immaginare.

Nel loro salotto, sul camino, spiccava ancora la foto sbiadita scattata in ospedale il giorno dopo l’incidente: Peppino, Giovanni, Rita e Alessandra. Belli, giovani, tutti con la mano appoggiata sul braccio e la gamba ingessati di Giovanni, l’uomo fortunato, quello che aveva avuto un’altra possibilità.

Addio Gio.

Peppino scosse la testa pesante di pensieri che rotolavano come bocce di acciaio, mentre il mare stemperava la sua collera per cedere a una calma inaspettata. L’indomani sarebbe stato piatto come una tavola. Anche i gabbiani avevano smesso di volare bassi nel cielo orlato di cirri.

Fosse stato un giorno come un altro, avrebbero entrambi trascorso due o tre ore a chiudere le imposte interne della sala da pranzo, serrandole per bene, approfittandone per un vermouth e qualche sigaretta. Se fosse stato un giorno come un altro. Ma non lo era davvero.

Giovanni fece un ultimo cenno di saluto con la mano dissolvendosi nell’oscurità. L’amico lo seguì con lo sguardo, finché vide il furgone blu, che cigolava all’avvio, sparire verso la statale, inghiottito dalla curva. E anche l’onda s’attutì riducendosi a un solletico. Peppino sentì che avevano diviso la loro ultima sigaretta.

Il giorno migliore

Giovanni salutò con rispetto e un po’ d’amore, sfiorando il berretto con due dita, il cartello che annunciava la fine del territorio di Montescuro. I campi, la tenuta, l’odore della paglia, sfilarono nella sua mente come un treno merci chiassoso e sferragliante.

Vide se stesso, giovane e col fiato lungo, correre appresso al furgone mentre dietro scorreva il nastro del panorama con le due colline che nascondevano la città della sua infanzia come seni di una matrona; quella macchia scura, ferita da spilli di luce, gli sembrò ancora più appiattita sul pianoro, quasi sprofondata, come se preferisse coprirsi gli occhi che guardare inerme la sua partenza. Il buio stava calando veloce, ma non aveva intenzione di fermarsi prima di qualche ora. Voleva mettere ancora un po’ di chilometri tra lui e quell’ultimo pezzo di esistenza.

Sorrise nell’oscurità ripensando a quel giorno assolato e inspiegabilmente magnanimo in cui non era morto grazie all’onda tra lui e Peppino. Un beneficio trasformato in maleficio. L’occasione mutata in castigo. Quella sua vita salvata aveva portato in dote un amaro pegno da pagare.

Dopotutto, quello, sarebbe stato un giorno buono per morire.

Si chiese quanto fosse lontana la montagna e resistette alla tentazione di imboccare la deviazione che portava ai tornanti che si arrotolavano verso lo spiazzo degli elicotteri. Aveva premura di andare altrove e vedere quel boschetto avrebbe fatto così male da fargli dimenticare il resto o forse tutto.

La montagna portava indosso cicatrici di una vita felice che non gli apparteneva più e di una vita infelice che aveva costruito lui stesso, sbaglio dopo sbaglio. Echi di pianto punsero i suoi occhi. Ricordò lo scroscio del fiumiciattolo che scorreva in basso tra le rocce di granito, l’aria intrisa di ginestra, timo selvatico, i riflessi tra i rami dei pioppi, le distese di gladioli, il caldo di giugno di trent’anni prima.

Giulia? Giuliaaa?

Sentì se stesso chiamare la sua piccola.

Voci concitate in sottofondo si sovrapposero nella sua mente confondendosi in un magma indistinto.

Dov’è? Dov’è andata? Giuliaaa…

Era qui. Giulia era qui.

Accostò senza fiato. Si prese la testa tra le mani e socchiuse gli occhi che bruciavano come fiamme dell’inferno più nero.

«Ci dovevo crepare in quel campo maledetto» masticò tra i denti e diede di gas. Nulla sarebbe accaduto se solo la terra si fosse richiusa sopra di lui. Tanti anni fa.

16 novembre 2018

Milleeunlibro Scrittori in TV, Rai 1

Alessia Principe a Milleeunlibro di Gigi Marzullo presenta Tre volte.  
20 aprile 2018

Evento

Venerdì 20 aprile, ore 18.30 - Bistrot del teatro dell'Acquario di Cosenza L'associazione culturale Venti presenta "Voglio fare lo scrittore - conoscere l'editoria e le sue forme innovative", un incontro per gli esordienti e gli aspiranti scrittori per conoscere l'editoria e le sue nuove forme. Tra gli ospiti anche la giornalista Alessia Principe, che leggerà dei passi del suo romanzo Tre volte, e in collegamento via Skype da Milano un rappresentante della casa editrice milanese Bookabook che ha appena pubblicato il romanzo.
17 Luglio 2017
Vi segnaliamo questo articolo su "Tre Volte" di Alessia Principe apparso su "Il Quotidiano del Sud"!
26 Luglio 2017
27 Luglio 2017
"Tre volte", il primo romanzo di Alessia Principe, è in crowdfunding https://www.telemia.it/2017/07/tre-volte-romanzo-alessia-principe/
28 Luglio 2017
Una bambina scomparsa, il crudele gioco del caos... nel primo romanzo di Alessia Principe https://www.bisignanoinrete.com/tre-volte-il-libro-di-alessia-principe/
09 Ottobre 2017
Al link un bellissimo articolo su "Tre volte" di Alessia Principer a cura di Sicilia24Ore https://bit.ly/2kAbmOZ
23 Ottobre 2017
Ecco le foto della presentazione di "Tre volte" alla Ubik di Cosenza lo scorso venerdì!
27 Novembre 2017
Sabato 2 dicembre alle ore 18 la libreria Calliope Mondadori di Siderno (Rc) ospiterà la presentazione di "Tre volte", il romanzo della giornalista Alessia Principe. Dialogherà con l'autrice Maria Teresa D'Agostino. Reading a cura di Giulia Palmisano (LocriTeatro). Evento organizzato in collaborazione con il Caffè Letterario Mario La Cava e LocriTeatro. https://bit.ly/2AcERgp

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Alessia Principe
Alessia Principe, nata a Cosenza e laureata in giurisprudenza a Messina, ha lasciato la carriera giuridica per quella giornalistica, lavorando nelle redazioni dei più importanti quotidiani calabresi. Scrive di spettacolo e cinema sul blog dell’Huffington Post. Tre volte è il suo primo romanzo.
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