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La porta si spalancò con forza. La maniglia sbatté contro il muro, acuendo il solco già inciso nella parete e facendo cadere a terra un po’ di polvere dell’intonaco. La guardai depositarsi a terra e mi sorpresi nel vedermi già nell’atto di pulirla.
Lui fece un passo avanti, riempiendo tutto lo spazio della porta, il viso bianco e contratto, le mani che tremavano un poco, la giacca di seconda mano, nera, che faceva risaltare ancor più quegli zigomi spigolosi che, diversi anni prima, avevo accarezzato come se mi fosse toccato in dote qualcosa di irraggiungibile. Un viso, quello di mio marito, che avevo sempre trovato bello. Ma in quella circostanza quegli zigomi formavano ombre scure sotto gli occhi, e mi ricordavano solo il dolore delle ossa quando vengono colpite più volte sempre nello stesso punto.
Nalin è una sopravvissuta e Tre è la sua storia, divisa in tre parti, come uno spartiacque. Tre vite, in cui dopo gli anni dell’infanzia ha scoperto che l’amore può essere orrore e annientamento e riuscendo, 25 anni dopo, a uscirne e rinascere.

Perché ho scritto questo libro?

Abbiamo incontrato Nalin nel nostro lavoro come operatori sociali. Un giorno lei ci ha detto: “Ho una storia da raccontare, una storia molto triste fatta di tre vite in cui, in quella in mezzo, quando ero poco più di una ragazza, pensavo di sapere cosa fosse l’amore, invece ho trovato pugni, calci e denti rotti dall’uomo che ho sposato. Per 25 anni, poi ne sono uscita, per me e per i miei tre figli, e ho ricominciato a vivere”. Ci è sembrato un ottimo motivo per raccontare la sua storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I primi passi, una volta varcato l’uscio dell’ingresso, mi parvero leggeri, o così sembrava al mio orecchio allenato, anche se, da qualche tempo, non ero più sicura di nulla. Le mie orecchie ronzavano e soffiavano a intervalli, in un alterato rumore bianco che si era interposto tra me e i suoni del mondo, una sorta di fastidiosa ovatta che mi rendeva insicura nel decifrare quel fragore e il suo significato.

Così, quei primi passi, accompagnati dal tonfo dell’uscio che si chiudeva, sembravano dire che non c’era nulla da temere. Invece, i passi accelerarono e la vibrazione che trasmettevano, simile a un cuore in affanno, dissero, senza mezzi termini, che mi sbagliavo. Sapevo cosa stava per succedere, era già accaduto un numero infinito di volte. Dovevo prepararmi a incassare, per la millesima volta? No, molto di più.

La porta si spalancò con forza. La maniglia sbatté contro il muro, accentuando il solco già inciso nella parete e facendo cadere a terra un po’ di polvere dell’intonaco. La guardai depositarsi a terra imbiancando delicatamente il pavimento e mi sorpresi nel vedermi già nell’atto di pulirla.

Lui fece un passo avanti, riempiendo tutto lo spazio della porta, il viso bianco e contratto, le mani che tremavano un poco, la giacca di seconda mano, nera, che faceva risaltare ancor più quegli zigomi spigolosi che diversi anni prima avevo accarezzato come se mi fosse toccato in dote qualcosa di irraggiungibile. Un viso, quello di mio marito, che avevo sempre trovato bello. Ma in quella circostanza quegli zigomi formavano ombre scure sotto gli occhi, e mi ricordavano solo il dolore delle ossa quando vengono colpite più volte sempre nello stesso punto.

Aspettai, scossa solo da un tremito che andava crescendo, ma non ci fu nessun pugno, come mi aspettavo. Arrivò, invece, uno schiaffo feroce e secco all’orecchio destro. Barcollai, ma non caddi, così ne arrivò un secondo, più forte, come se il primo fosse stato solo una prova per quello successivo. Questa volta caddi a terra, con un ronzio così forte nell’orecchio destro che pensai a uno sciame di calabroni, come quelli che a volte mi pungevano da bambina.

Mi portai una mano alla testa e vidi del sangue. Stranamente, anche l’altro orecchio si azzittì. Non sentii più nulla, ma con la coda dell’occhio vidi partire il calcio che mi colpì alle costole. Una volta, due volte, tre volte. La vista si appannò. Ne sentii ancora uno, seguito dalle vibrazioni trasmesse dal pavimento che indicavano che lui si stava allontanando. La porta sbatté. Stavo tremando, e i fremiti fecero accelerare le gocce che avevo sul volto, che caddero sul vestito a fiori. Un vestito che mi ero comprata un paio d’anni prima, un regalo dopo tre anni senza mai un vestito nuovo. Le guardai scendere, come non mi riguardassero. Caddero in un modo strano, dense e lente, e si dilatarono sul tessuto leggero. Alcune trasparenti, altre rosse.

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 Un giorno la pancia di mia madre si gonfiò di nuovo. E dopo Bahar, Dilan, Hvin, Baris, nacqui io, Nalin. E non fui l’ultima. Dopo di me nacquero anche Hsret e Erdal.

Sono nata in un villaggio seicento chilometri a est di Istanbul. In un paese di novantanove case. Le bestie più numerose degli uomini. Non posso dire che la mia fosse una famiglia numerosa perché nel nostro villaggio era normale avere almeno dieci figli, in qualche caso anche dodici, però, a differenza di molti dei nostri vicini, avevamo una bella casa, di un solo piano, a prova di terremoto, perché dalle nostre parti, la terra trema. La casa in cui abitavamo, che mio padre e i miei zii avevano costruito con le loro mani, era grande, costruita in sassi e cemento. Il tetto di fieno macinato impastato a terra e sale per trattenere la pioggia. Anche il pavimento era di terra. Liscio e ben schiacciato. Non avevamo l’acqua in casa, così, noi donne (alcune di noi, a dire il vero, un po’ piccole per potersi definire donne) andavamo a raccoglierla alla fontana, ai margini del paese, approfittandone per parlare e ridere di cose che agli uomini non avrebbe fatto piacere sentire.

La casa aveva tre stanze; la prima, quella dove passavamo la maggior parte del tempo, era la cucina. Lì avevamo un vecchio tavolo di legno di abete, un legno tenero che si graffiava facilmente e noi bambini avevamo contribuito, ognuno a modo suo, a inciderlo in ogni sua parte finché papà, stanco e arrabbiato da tutto quell’incidere, per una settimana ci aveva fatto mangiare per terra mentre lui lo aveva levigato da cima a fondo e ci aveva minacciato che se avesse trovato dei nuovi segni ci avrebbe lasciato senza mangiare per tre giorni. Noi non ci credevamo ma, per sicurezza, avevamo deciso di lasciare in pace quel tavolo e di rivolgere la nostra passione di intagliatori ai rami secchi che servivano per la stufa e fu così che alcuni dei miei fratelli e sorelle divennero abili nel sagomare bastoni da passeggio, anatre di legno nell’atto di spiccare il volo, funghi porcini alti trenta centimetri o piccoli pugnali che i miei fratelli maschi portavano di nascosto nei pantaloni per inscenare delle farsesche lotte tra membri di famiglie che nel villaggio si detestavano.

La seconda era la camera da letto; dove io dormivo con i miei fratelli ed i miei genitori. Nove persone in venti metri quadri, una accanto all’altro, come bestiole desiderose di calore, con solo una pesante tenda scura a separare lo spazio tra noi fratelli e i genitori.

La terza era la stanza degli ospiti, e proprio per questo motivo nessuno di noi ci poteva dormire, anche se spesso in casa non c’era nessun altro. Il bagno era fuori. Una specie di torretta di legno in cui ci stava a malapena una sola persona. Metà di quello spazio occupato da una panca rialzata e chiusa da tutti i lati, tranne quello superiore, dove un buco circolare, del diametro di una spanna ben aperta, serviva per i nostri bisogni, che si accumulavano in una buca profonda che una volta all’anno andava svuotata, un lavoro che per fortuna facevano mio padre e i fratelli.

Il villaggio più vicino al nostro era a mezz’ora di cammino. Erano circa cinque chilometri da percorrere su una stretta strada di terra, impolverata e piena di buche. Avendola percorsa a piedi tante di quelle volte, ero capace di fare anche a occhi chiusi riconoscendo, dal tipo di pendenza o dalla irregolarità del terreno, in che punto esatto ero arrivata.

A volte, verso sera, prima di andare a dormire, pensavo al giorno appena trascorso e non riuscivo a distinguerlo da quello prima e da quello prima ancora. Sistemavo le scarpe sotto il letto, chiudevo i vetri delle finestre e davo un’occhiata distratta alle solite cose. Scioglievo i capelli e con le mani stiravo le pieghe della camicia da notte. Tutto era immobile. Allora avvertivo il senso della ripetizione, di uno scorrere del tempo lento e quieto. Potevo anticipare quello che avrei fatto nei giorni, settimane, nei mesi a venire. Tutto sembrava già previsto. Ma succedevano sempre delle piccole cose: l’assicella di legno da caricare nella stufa con una scheggia appuntita che penetrava nel palmo. Oppure era la pioggia battente di luglio che spazzava per giorni la campagna, portando via una parte della collina a ricordarmi che le cose cambiano. Guardavo la terra portata a valle dal torrente in piena, il tetto di legno della stalla che veniva strappato via dal vento, una pecora che cadeva da un sentiero sassoso e ricordavo a me stessa che in ogni momento può nascondersi una sgradevole sorpresa che può scuotere a fondo tutto ciò che vi era prima.

 

3

Mio padre aveva occhi verdi come le raganelle che stavano acquattate nel fontanile dietro casa. Capelli neri, baffi neri. Il cappello calcato in testa. Sempre con la giacca, tranne quando lavorava nei campi in estate. L’eleganza dei poveri, come diceva lui, che andava sempre riaffermata, anche quando gli abiti cominciavano a mostrare evidenti segni di usura. Era magro e basso. Almeno venti centimetri meno di mia madre, che a volte usava tutta la sua statura quando si arrabbiava con lui, sollevandosi anche un poco sulle punte. Forse è per questo che qualche volta mio padre le alzò le mani. Per farle capire che non era certo la sua statura che poteva permetterle di alzare la voce.

A noi invece non ci ha mai picchiato, tranne mio fratello Baris, quando era già grande e aveva diciott’anni. In quell’occasione il fratello doveva tagliare il fieno. «Adesso no, lo faccio dopo, adesso non ho voglia». A quelle parole mio padre lo colpì con uno schiaffo che riecheggiò in tutte le stanze. Mio fratello rimase come paralizzato, la bocca aperta, il rosso che si diffondeva sulla guancia, ma non pianse. Non disse nulla ma non gli staccò gli occhi di dosso, poi, con una velocità che sorprese anche mio padre, si precipitò fuori casa e prese a correre verso la strada che portava fuori dal paese. Mio padre non si mosse. La mano con cui lo aveva colpito che bruciava e tremava. Andò lentamente verso la seggiola più vicina e ci si sedette sopra senza guardarla. Ci si appoggiò male, la sedia si piegò di lato facendolo scattare in piedi. Lui la prese per la spalliera e la scagliò a terra. La riprese, ci si risedette sopra guardandola come si guarda il proprio cane che ti ha appena morso senza nessuna ragione e scoppiò a piangere, biascicando tra sé e sé che non lo avrebbe rifatto mai più.

Mamma era magra, capelli ricci e neri come carbone. Lavorava sempre, anche quando sembrava già tutto in ordine. Lei e mio padre si volevano bene ma lui non voleva essere abbracciato quando c’eravamo in giro noi figli, perché lei lo superava di una testa e quando lo tirava a sé, la bocca di mio padre all’altezza del seno, somigliavano all’immagine sacra di una madonna con il bambino. Mamma sembrava sempre sul punto di perdere la pazienza con noi, con noi figlie femmine. Quando la sera noi ragazze ci mettevamo a cucire, ci guardava con uno sguardo pieno di disappunto. Ma ciò che voleva da noi non veniva detto, o dichiarato, o urlato. Doveva essere intuito, compreso attraverso il tipo di sguardo che ci inviava. Questo era il suo modo di fare, e così tra noi era tutto un estenuante scambio di occhiate. Il nostro sguardo che cercava il suo. Il suo che di rimando si fissava sul nostro, e noi da quegli occhi capivamo se ciò che avevamo fatto era la cosa giusta.

I miei genitori non litigavano molto ma le poche volte in cui accadeva era sempre per lo stesso motivo. Una volta a mio padre giunse voce che di tanto in tanto, quando mia madre andava alla fontana a prendere l’acqua, qualche uomo, vedendola arrivare, posasse su di lei uno sguardo intenso e ammirato, denso di sottintesi. Mia madre teneva lo sguardo basso e tuttalpiù guardava le altre donne che sorridevano divertite, ma altre, gelose e malevoli, la prendevano a male, e giù a bisbigliare tra loro, a dire che mia madre sotto sotto li provocava, fingendo di essere disinteressata ma in realtà compiaciuta per quelle attenzioni. Così la voce, rimbalzando tra i muri del paese, non ci mise molto ad arrivare all’orecchio di mio padre. Fu una sera, quando gli uomini stavano rientrando dal pascolo, che uno parlò a mio padre, «Ci sono voci in paese» disse, «qualcuno dice che gli uomini fischiano alla tua signora quando va alla fontana per l’acqua, ma sono solo voci…». Mio padre non disse niente, si girò per guardarlo ma quello aveva già abbassato lo sguardo e fissava un punto lontano della strada. Andò a dormire senza dirle niente ma ci mise un bel po’ prima di addormentarsi.

Il giorno dopo, quando tornò a casa, aspettò che i figli uscissero a giocare dopo aver cenato. Si alzò da tavola mentre lei stava sparecchiando, portò il suo piatto al lavello, aspettò che lei si girasse per prendere le altre cose dalla tavola e le tirò uno schiaffo così forte e imprevisto che mia madre cadde a terra e restò lì a guardarlo, la bocca aperta, i capelli davanti agli occhi, i segni rossi che le avvampavano il viso. Mio padre la fissò per un istante poi andò in stalla lasciando che quel silenzio fosse colmato da una spiegazione che lei doveva trovare da sé sapendo, con assoluta certezza, che l’avrebbe trovata.

Lei per tutta risposta se ne tornò a casa dai suoi genitori. Raccontò degli schiaffi che aveva ricevuto e, arrabbiata com’era esagerò la cosa arrivando a dire che il marito era andato avanti con le percosse finché non gli si erano stancate le mani. Sua madre per tutta risposta le disse di vergognarsi, non era così che si comportava una donna, perché non si deve mai lasciare la casa del marito. La nonna aveva poi raccontato tutto al nonno, e lui aveva preso mia madre per un braccio, spingendola davanti a sé, dicendole solo «cammina» e in fila, lei davanti e lui dietro, le aveva fatto rifare tutta la strada a piedi fino alla casa del marito, bastonandola di tanto in tanto per ricordarle quali erano le regole.

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Alberto Panciroli e Lorena Spohr
Alberto Panciroli è educatore e formatore. Da trent’anni lavora in ambito sociale con bambini, adolescenti e adulti. Ha al suo attivo diversi articoli per riviste di settore e capitoli di libri di saggistica. Uno dei suoi obiettivi è di coniugare le storie straordinarie che incontra professionalmente con la passione letteraria.

Lorena Spohr ha 44 anni, ha viaggiato tanto nell'infanzia, parla diverse lingue e ora abita in provincia di Milano coniugando la sua vita di madre lavoratrice alla passione per la scrittura. Nel suo lavoro nelle case rifugio ha incontrato donne e bambini, ha condiviso con loro differenza e vicinanza, vorrebbe raccontare le storie che ha incontrato.
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