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Un angolo sconosciuto

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Elisabetta è stata inviata a Tahiti per scrivere un saggio sulla tristezza, perché il suo caporedattore sostiene che quello maturato sulle isole del Pacifico sia un sentimento distillato, da intenditori. Mentre la donna cerca di capire se sia davvero così, scopre una connessione tra le esperienze che vive e quelle che Paul Gauguin descrisse nei suoi appunti polinesiani. Se pure in un primo momento fatica a trovare un legame tra i magnifici paesaggi dell’isola e il tema che ha il compito di studiare, presto l’opera del pittore diventa una chiave per decifrare il contesto nel quale si è calata. La ricerca di un’identità collettiva e di quella personale s’intrecciano, aiutando la protagonista a trovare quell’angolo sconosciuto che, suo malgrado, è nascosto anche dentro di lei.

Capitolo 1

L’aereo era atterrato alle otto di sera, anche se Elisabetta aveva avuto l’impressione di arrivare a notte fonda. Le miglia ancora da percorrere sulla mappa che i passeggeri potevano controllare durante il volo erano diventate sempre meno, poche centinaia; infine, gli schermi si erano spenti e il comandante aveva recitato gli avvisi di rito. I polmoni dei viaggiatori si erano svuotati dell’aria portata da Los Angeles per riempirsi di quella polinesiana, densa e umida.

L’atmosfera di quel paese era ancora più densa di quanto fosse normale per un paese caldo; ogni molecola d’ossigeno era cresciuta a dismisura, raggiungendo dimensioni troppo grandi perché si riuscisse a respirarla.

L’aria di Tahiti soffriva di elefantiasi; era pesante come un grosso tumore, obesa come quegli americani che avevano dovuto cercare di restringere le dimensioni del proprio corpo per infilarsi in un sedile della classe economica.

Mentre Elisabetta cercava di abituarsi a setacciare i globuli gassosi per spremerne il prezioso gas che avrebbero dovuto contenere, aveva udito le note di una canzone popolare. Due tahitiani che suonavano l’ukulele davano il benvenuto a chi scendeva dall’aereo; strimpellavano un motivo allegro, in contrasto con l’espressione truce sui loro volti.

Alle loro spalle una magnifica ragazza distribuiva piccoli fiori profumati alla gente che si accingeva a entrare in aeroporto. Il suo viso era più disteso di quello dei musicisti e l’italiana era riuscita a rispondere al suo sorriso.

Intorno a lei, nessuno pareva aver difficoltà a respirare quella sostanza appiccicosa.

Quanto tempo ci sarebbe voluto prima che anche i suoi polmoni imparassero a estrarre l’ossigeno da quell’aria dilatata, carica di profumo? Impiegò qualche istante a capire che l’aroma proveniva dal minuscolo bocciolo che, seguendo l’esempio della hostess e degli altri turisti, aveva infilato dietro l’orecchio.

Una giovane donna cercò di raccogliere un’enorme valigia dal nastro trasportatore; il peso la fece vacillare e il bagaglio precipitò con un tonfo, riprendendo la sua strada. Il compagno di viaggio della ragazza arrivò dalla toilette appena in tempo per esibire il proprio vigore, suscitando le occhiate divertite di chi aveva assistito alla scena.

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Elisabetta aveva portato con sé pochi abiti e qualche libro; sollevò il proprio trolley con un vago senso di superiorità.

Una famiglia di ritorno dagli Stati Uniti fu ricevuta da parenti e amici festosi che li ricoprirono di enormi collane di fiori. Il bambino più piccolo fu subito preso in braccio da un’anziana signora che indossava uno sgargiante abito a fiori, accennando alcuni passi di danza sulle note dell’ukulele. Le sue gambe robuste si muovevano con la stessa grazia di quelle della giovane hostess.

Chi non aveva conoscenti sull’isola riceveva ghirlande profumate dai rappresentanti degli alberghi; sembrava esserci un legame univoco tra la capacità di spesa della coppia in vacanza e la dimensione della collana che riceveva.

I turisti che potevano spendere di più (i cartelli sorretti dagli impiegati che li attendevano esibivano parole come resort, beach resort, pearl resort) indossavano corone in cui i piccoli boccioli di tiaré si alternavano a ibisco e bouganvillea; chi alloggiava nelle pensioni economiche (resort e pearl erano sostituiti da plage, faré, semplici e misteriosi bisillabi esotici) aveva diritto a un solo filo di fiorellini bianchi. Neanche le ghirlande offerte dalle catene più costose potevano rivaleggiare con quelle che riceveva chi aveva amici o parenti a Tahiti.

L’italiana dovette accontentarsi del piccolissimo fiore che le era stato offerto dalla ragazza e del suo autentico sorriso di benvenuto. Erano due cosine minuscole confrontate alle esplosioni di giovialità che suscitavano molti degli altri passeggeri nei familiari venuti a prenderli, eppure riuscì a farsele bastare.

Non c’era coda alla fermata dei taxi: in quell’aeroporto tutti erano attesi da qualcuno. L’uomo che l’accompagnò a Punaauia – la periferia residenziale dov’era situato il suo albergo, appena oltre l’agglomerato urbano di Papeete – si chiamava Alfred; aveva modi signorili e i piedi gonfi e ulcerati, forse a causa di un diabete trascurato.

Elisabetta ascoltò distrattamente le frasi di benvenuto pronunciate dai proprietari della pensione e regolò la sveglia del suo cellulare sulle sei del mattino.

Quando si sistemò nel suo bungalow vicino alla piccola piscina, circondato da piante tropicali e dal rumore della strada che vi passava vicino, fu felice di non essere riuscita a dormire per tutte le ventiquattro ore che il suo viaggio dall’Italia aveva richiesto; era pronta a scivolare in un sonno profondo. Sperò che il mattino successivo sul suo collo si sarebbe aperto un efficiente paio di branchie, due ferite argentee che avrebbero risolto il suo problema di respirazione. Due cicatrici profonde, a perpetua memoria della fatica che il viaggiare porta con sé.

Al suo risveglio il display del telefonino indicava che erano passate da poco le cinque. Il cielo cominciava a schiarirsi e le sarebbe piaciuto andare sulla spiaggia a vedere il sole sorgere su Tahiti; in quel posto sconosciuto, però, non si sentiva ancora abbastanza a suo agio da attraversare la strada e percorrere il breve sentiero che conduceva al mare.

Alfred le aveva spiegato che, anche se in quel punto dell’isola il mare aveva dei colori splendidi, il livello dell’acqua era troppo basso perché si potesse nuotare tra gli scogli. Scostò le tende (ricavate da due pareu colorati) della grande finestra del suo alloggio e vide che la donna con cui aveva parlato la sera prima stava cominciando a disporre il necessario per la colazione sul tavolo del giardino, riparato da un gazebo di paglia. Il suo stato d’animo oscillava tra due estremi opposti e sembrava non riuscire a decidersi per l’uno o per l’altro. Il profumo del fiorellino che aveva appoggiato vicino al letto evocava in lei sentimenti gioiosi; forse queste isole avrebbero potuto fornirle l’ispirazione di cui aveva bisogno per avanzare nel proprio lavoro. Tuttavia l’espressione torva che aveva colto nello sguardo dei due suonatori di ukulele e il suo desolante arrivo solitario le avevano suggerito che l’isola nascondesse condizioni dello spirito contrapposte a quelle dei turisti in luna di miele. Decise di andare a occupare un posto sotto il gazebo.

«Che lavoro sarebbe, l’esperta in tristezza?»

La padrona della pensione stava riempendo alcune ciotoline con la marmellata che estraeva da alcuni grossi barattoli di vetro. Quando una goccia di confettura cadde sul tavolo, Elisabetta vi passò sopra un polpastrello e se la portò alla bocca.

Sebbene non si svegliasse mai con appetito, quel mattino le fu difficile attendere il tempo necessario per poter spalmare la conserva di papaya su una baguette appena sfornata senza apparire ingorda.

«Si leggono libri, si scrivono articoli, si viaggia. Un tempo mi occupavo anche di altri sentimenti; pian piano sono rimasta intrappolata nello studio di quello che ho finito per conoscere meglio. Pare che la tristezza di Tahiti sia tra le più pure del mondo e sono venuta a studiarla di persona. Mi scusi, questa confiture giallo intenso è fatta con polpa di mango, vero?»

«Vedo che se ne intende. L’ho preparata io; in stagione abbiamo tanti manghi da non sapere che farne. Sa, è davvero strano che le abbiano suggerito di venire qua: in genere si arriva in Polinesia per celebrare uno dei momenti più belli della propria vita con una luna di miele di lusso. Forse posso intuire qualcosa di quel che mi dice; io però amo questo posto con tutto il mio cuore e l’idea della sua ricerca mi sembra quasi offensiva. Non ce l’ho con lei, eh! Il soggetto mi stuzzica. Spero di leggere quel che scriverà a proposito, un giorno.»

Il suo caporedattore le aveva assicurato che questo viaggio sarebbe stato fondamentale per portare avanti i suoi studi; la casa editrice per la quale lavorava le aveva offerto il biglietto aereo e la prima settimana di ospitalità a Tahiti. In seguito avrebbe dovuto usare i propri risparmi; cercando informazioni in rete, aveva capito che sarebbe stato difficile viaggiare in Polinesia senza spendere troppo.

Durante il lunghissimo volo aveva cercato di esorcizzare le proprie apprensioni ammirando le mappe elettroniche prendere vita e diventare filosofe, poetesse; sugli schermi era apparsa la linea del cambio di data su uno sfondo turchese, punteggiato di isole dai nomi suggestivi. Pago Pago, Rarotonga, Nuku‘alofa, Nouméa. Ligne de changement de date.

All’inquietudine per il suo nebuloso progetto di ricerca si erano aggiunte paure ancestrali di naufragi, di abissi popolati da animali minacciosi, fantasmi di cannibalismo e di viaggi impossibili da portare a termine.

Quando il suo sguardo aveva incrociato quello luminoso della ragazza che distribuiva i fiori, le era parso che le sue paure avessero temporaneamente imboccato un’altra strada; d’altronde queste non avevano un bagaglio da recuperare. Con ogni probabilità quegli spettri minacciosi desideravano visitare l’isola al buio, per nascondere particelle di se stessi in ognuna delle falesie che si susseguivano lungo la costa, nelle caverne luccicanti di acqua azzurra, sulle spiagge di sabbia nera, le cui immagini le erano parse così diverse da quelle ritratte sugli opuscoli per gli sposini.

Nessuno degli altri ospiti della pensione si era ancora alzato. Oltre alle conserve di frutta, a una torta fatta in casa e a un succoso pompelmo giallo dalle dimensioni spropositate e un sapore molto più dolce di quello che Elisabetta si aspettasse, la proprietaria aveva lasciato sul tavolo anche un quotidiano locale che lesse da cima a fondo.

«A Tahiti, Elisabetta, regna una tristezza sopraffina, prelibata, da intenditori. Niente a che vedere con i simulacri di tristezza preconfezionati e unticci che puoi trovare dalle nostre parti. Nella pianura padana questo sentimento diventa così grezzo da rischiare di essere confuso con pulsioni dell’animo infinitamente meno nobili. La tua ricerca sulla tristezza universale non approderà a niente di buono finché non cambierai aria. So che negli ultimi anni hai viaggiato a sufficienza e forse sei legata al vecchio aforisma oraziano secondo il quale caelum, non animum mutant qui trans mare currunt. Perdonalo: ai suoi tempi non c’era modo di raggiungere gli antipodi con una traversata in classe economica. Inoltre, non avendo mai visto un tramonto sui capannoni, non poteva immaginare le turpitudini che deve affrontare il nostro animo. Si possono trovare forme interessanti di questo sentimento in gran parte del mondo: tu lo sai bene, perché ne hai già analizzata qualcuna. A Tahiti e sulle isole circostanti, però, esistono i veri professionisti della tristezza. Non puoi scrivere uno dei tuoi saggi rivoluzionari su un argomento che non padroneggi completamente: la tristezza polinesiana ha qualcosa di diverso da quelle che hai già esaminato. Come ringraziamento per il lavoro impeccabile che hai svolto per la nostra casa editrice e per dimostrarti quanto teniamo al tuo spirito critico, ti offriremo il passaggio aereo e la prima settimana di albergo; in seguito dovrai cavartela da sola. Sei molto importante per noi e i tuoi saggi sono sempre dei best seller nella loro categoria, ma se ti offrissi una fantastica vacanza in Polinesia finiremmo tutti sul lastrico. Noi, non tu, che saresti subito reclutata da un editore più in salute. Non intendo spiegarti nient’altro: avrai più possibilità di avvicinarti al fulcro della questione se viaggerai senza essere contaminata dai pregiudizi che ti trasmetterei se approfondissi l’argomento. In nome dei nostri dieci anni di collaborazione, credo di poterti chiedere un favore: prova a seguire il mio consiglio senza porti troppe domande. In Polinesia il tempo per pensare non ti mancherà. È un paese del tutto sicuro e piacevole da visitare: non sarà come quella volta in cui hai trascorso due mesi in uno slum di Bombay. Se saprai cercare, o se sarai soltanto ricettiva – appena un po’ più di chi acquista il pacchetto Lagoon&Tikis – troverai a Tahiti la più autentica mestizia distillata, come non se ne produce più da nessuna parte. Potrai imbottigliarla nei flaconi vuoti dell’olio di monoï e portarla sempre con te. In poche settimane potresti raccoglierne a sufficienza per il resto della tua vita; tutto quello che scriverai su questo tema sarà rivoluzionario. Potrai addirittura intraprendere un contrabbando di tristezza. Credimi: io ci torno ogni due o tre anni per raccoglierne la quantità necessaria alle mie abluzioni quotidiane. Due o tre gocce nel pediluvio, la sera, e anche il più biancastro tramonto sulla tangenziale acquisisce spessore e bellezza. Le più sciocche tra le mie frustrazioni di uomo padano guadagnano una dimensione metafisica. Io sono capace di intuire queste cose meglio di altri, ma non riuscirei a spiegarle al mondo. Questo è il tuo lavoro, Elisabetta.»

Quando pensava all’estroso modo di esprimersi di Vittorio, direttore della sua casa editrice, non riusciva a trattenere un sorriso. Era un animale urbano, cresciuto tra le grandi città dell’Italia settentrionale e i campus di elegantissime università straniere. Non riusciva a capire perché fosse così turbato dai tramonti sui fabbricati industriali.

Elisabetta aveva condotto le sue ricerche in ambienti di ogni tipo, dai bassifondi delle metropoli indiane ai club di equitazione frequentati dalla nobiltà britannica. Poco alla volta si era affermata come esperta in tristezza.

Negli ultimi anni aveva intuito la necessità di un libro che facesse il punto sulla tristezza, su quella dell’individuo e su quella connaturata alla specie umana. Un argomento più generale rispetto ai saggi che aveva scritto studiando i microcosmi simili a delicati ecosistemi di cui si era occupata finora: avrebbe rappresentato l’apice della sua produzione culturale, il cardine del suo sistema filosofico.

Il panorama di spunti ai quali poteva attingere era infinito; forse per questo stava procedendo più lentamente di quanto le fosse abituale.

Quando il suo capo aveva letto le bozze dei primi capitoli le aveva subito chiesto un appuntamento.

Non c’era niente di male in quello che stava scrivendo, aveva detto Vittorio; mancava però di incisività. A suo parere le serviva un punto di riferimento, una bussola, un metro di paragone.

Pochi giorni dopo le aveva proposto di andare a Tahiti. Volare in Polinesia? Una destinazione da novelli sposi facoltosi che sorseggiavano cocktail su impeccabili distese di sabbia bianca?

Oltre a questo, della Polinesia, Elisabetta sapeva solo che vi aveva risieduto Gauguin per alcuni anni, violentando un mucchio di ragazzine e finendo per morire in qualche isola ancora più sperduta di quanto fosse quella della capitale; che era un territorio d’oltremare francese sul quale avevano sperimentato gli effetti della caduta delle bombe atomiche, devastando un paio di atolli che dovevano sembrare superflui agli amministratori europei; che le donne indossavano corone di fiori e gli uomini suonavano l’ukulele (o almeno così imponeva loro l’ufficio per la promozione del turismo).

Come avrebbe fatto a snidare quella mitica tristezza purissima in un paese simile a un’artificiosa SPA di lusso? Lei preferiva viaggiare in paesi complessi, ricchi di cultura. Non riusciva a immaginarsi allungata su un’amaca, impiastricciata di olio, sorseggiando latte di cocco mentre rifletteva sull’infelicità. Cos’è che attirava un uomo arguto come Vittorio fino all’altra parte del mondo, verso la perfezione di quelle lagune luccicanti dei dépliant turistici?

La lettura de La dépêche de Tahiti non le aveva fornito nessuna risposta. Il quotidiano riportava le cronache poco avvincenti di un minuscolo paese tropicale. C’era un articolo sulla ripresa delle lezioni presso l’università locale, che si era ripromessa di andare a visitare. Parecchie pagine erano dedicate alle foto scattate in aeroporto, immortalando partenze e arrivi. Chi lasciava Tahiti veniva salutato da una folla in lacrime e ricoperto da collane di conchiglie – fiori all’arrivo, conchiglie al momento della partenza. Scorse un articolo sull’imminente elezione di miss Tahiti e altre pagine sociali corredate da foto scattate nei locali di Papeete. Alle isole più lontane era dedicato qualche paragrafetto simile a un bollettino parrocchiale.

Tutto questo le dava un’impressione di vago squallore, di provincia estrema: il sapore che le rimaneva in bocca era più simile a quello lasciato da un tramonto sulla tangenziale che a quel concentrato nobile e purissimo di cui le aveva parlato il capo redattore.

Mentre ripiegava il giornale e addentava il pane croccante, una famiglia nordamericana era uscita dal proprio appartamento e l’aveva raggiunta sotto il gazebo. Visitare quelle isole in solitudine non era una scelta comune. Due californiani loquaci non avevano esitato a chiederle quale fosse il suo programma di viaggio; non aveva saputo rispondere con precisione alle loro domande, ma aveva ascoltato con interesse i loro consigli. A dispetto della propria indole solitaria, le chiacchiere scambiate con la coppia avevano sciolto qualcuno dei grumi di tensione che cominciavano a solidificarsi dentro di lei.

Quella prima mattina sull’isola si dedicò all’unica occupazione di cui sentisse davvero il richiamo: lasciarsi alle spalle quella strada trafficata e affondare i piedi nudi nella sabbia e nell’acqua bassa, permettere a quel sole ancora gentile di arrossarle le guance.

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Commenti

  1. Luigia Pantalea Rovito

    (proprietario verificato)

    Laura, ma quant’è interessante la tua ricerca sulla tristezza! E poi mi piace tanto il tuo modo di usare le parole, quella sottile ironia che non manca mai. Brava! Ho prenotato con piacere l’ebook e non vedo l’ora di leggere tutta la vicenda di Elisabetta.

  2. (proprietario verificato)

    Accidenti che bella la Polinesia, sono scesa dall’aereo e ho sentito i profumi delle collane offerte. Particolare anche la protagonista, questa Elisabetta alla ricerca della tristezza ed i suoi pensieri. Due tratti mi sono piaciuti tra le dettagliate descrizioni dell’isola: “Deve dotarsi di molta pazienza, però: l’orario di passaggio dei mezzi
    pubblici è regolato dagli stessi misteriosi meccanismi che stabiliscono i moti astrali e le
    maree…”.
    e :
    ” Chi mette piede su queste isole in
    cerca di qualcosa non riparte senza aver trovato la propria Atlantide.”
    entrambi descrivono al meglio il potere di questo magico posto. Il tuo romanzo merita di venire pubblicato !Brava.

  3. Linda D

    Poetica Laura, ho letto la tua anteprima, complimenti, rendi le immagini e le emozioni vivide e realistiche, sembra proprio di essere nella tua isola, sentire i tuoi profumi, fare i tuoi sogni, assaggiare le tue marmellate di frutti esotici… in cerca dell’ispirazione per il lavoro del tuo personaggio. Molto interessante, porta lontano, come dovrebbe fare un libro,

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Laura Frassetto
Laura Frassetto si è laureata in antropologia culturale con una tesi sulla Polinesia Francese, risultata vincitrice di un premio indetto dall’associazione Viaggi Avventure nel Mondo. Ha trascorso alcuni mesi visitando queste isole lontane, sulle quali aleggiano stereotipi di esotismo e lo spirito dell’artista francese. In questo momento vive in un paesino francese nei pressi di Ginevra.
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