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Un caso qualunque

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Il maresciallo Antonino Pilato non è nato per fare il carabiniere e questo è da sempre evidente a tutti. Non è portato per l’azione e le attività di fatica, preferisce le lunghe e complesse indagini cerebrali, che a Naro però, piccolo borgo del profondo sud, scarseggiano. Durante le indagini sull’ennesimo caso qualunque, legato a un traffico di denaro e allo sfruttamento dei migranti, un singolare indizio accende l’interesse del maresciallo. Il rinvenimento di un sacco nero in una zona archeologica porta alla luce un segreto in cui passato e presente si intrecciano, mostrandosi in tutto il loro dramma.

 

CAPITOLO UNO
Sei impercettibili punti di sutura sul sopracciglio
sinistro, unico segno di riconoscimento del maresciallo
Antonino Pilato: non un’eroica ferita sul lavoro ma
semplicemente una gomitata rimediata alla partita di
calcetto del mercoledì. Da quando si era sposato, la
partita era un appuntamento fisso, sempre se non era
di turno. Complice era la passione della moglie per
Chi l’ha visto?, troppa angoscia da sommare a quella
della pila di carte sulla sua scrivania, non ce la faceva,
meglio uscire. Non aveva più il fisico e nemmeno la
voglia, ma gli serviva, era la sua unica valvola di sfogo.Continua a leggere
Continua a leggere

Non avrebbe voluto fare il carabiniere, ma suo padre
gli aveva detto che uno stipendio fisso era sempre meglio
che restare a elemosinare un lavoro in paese. Naro,
profondo sud, glorioso borgo di un passato che non c’era
più: era lì che era nato e aveva vissuto la sua infanzia ed
era da lì che era partito per un concorso nell’arma vinto
grazie all’intercessione dell’onorevole Cannino, padrone pure
delle foglie di quel paese.
Dopo anni di gavetta era riuscito a tornare, comandante della
gloriosa caserma dei carabinieri a
forma di parallelepipedo, frutto della sfrenata fantasia
dell’ingegnere comunale.
Oramai si era abituato. Le giornate, tutto sommato,
passavano lisce, aveva solo gli ultimi quattordici
anni da far passare tra qualche rissa e qualche rapina.
Non succedeva niente in realtà: mai un omicidio,
un’estorsione, una guerra tra cosche; era dagli anni
novanta che su quel posto era calato il silenzio.
Non che a lui dispiacesse, non era mai stato uomo
d’azione. Preferiva di gran lunga le indagini, quelle
cerebrali, quelle senza speranza, le indagini difficili,
quelle che gli altri credevano impossibili…
Il caso più impegnativo del momento, quello che
occupava gran parte della sua giornata, era la
ristrutturazione della casa dei suoi genitori, ci lavorava da
due anni. Con il suo stipendio, una moglie e due figli
certo non era facile mettere soldi da parte.
Fortunatamente era competente, figlio di muratore,
muratore egli stesso nella sua giovinezza.
In attesa, viveva in un appartamento della cooperativa
Oasi, al margine del centro abitato, con vista
sulla palazzina accanto: l’unico vantaggio era quello
di essere a cento metri dalla caserma. Per il resto, i
muri sembravano fatti di cartone, era praticamente
impossibile appendere un quadro senza distruggere
l’intonaco e i rumori poi era come se non avessero
nessun filtro tra i vari appartamenti. Non si poteva
fare a meno di ascoltare le discussioni dei vicini. A
volte gli capitava di litigare con la moglie perché avevano
pareri discordanti sulle discussioni dei signori Agnello,
i vicini di pianerottolo. Del resto, tutte le
case costruite dalla buonanima di Mastropino erano
famose per queste caratteristiche.
Antonino Pilato non era nato per fare lo sbirro, e
questo era evidente a tutti, ma la sua grande capacità
di adattamento e il suo spiccato senso del dovere gli
permettevano comunque di essere tenuto in alta
considerazione dal comando provinciale.
Uscito da casa con Alessia, la piccola peste che
ogni mattina accompagnava all’asilo, aveva trovato
davanti al portone, intento a scaricare un’autobotte
d’acqua, Gegè Micorta. Puntualmente l’acqua nei periodi
estivi mancava e le gloriose ed efficienti amministrazioni
comunali avevano reso, con il passare del tempo,
questa situazione accettabile. Del resto era normale
nel ventunesimo secolo avere carenza d’acqua, poteva
succedere, soprattutto d’estate. E chi poteva affermare
il contrario? In Etiopia sicuro, ma non a Naro, Sicilia,
Italia, che, nonostante tutta questa crisi, resta
l’ottava potenza mondiale. Il problema in questo caso era la
data: quindici gennaio. Estate avanzata, diciamo.
Gegè, appena lo vide, esordì: «Buongiorno marescià,
chi si dici?». Nel frattempo era indaffarato con il tubo
che era fissato al camion, i suoi movimenti erano lesti e
precisi, slegava i lacci in maniera rapida, il tubo
corrugato allora veniva adagiato a terra e steso in maniera più
diritta possibile fino ad arrivare all’imboccatura della
cisterna da riempire. Dopo averlo sistemato bene, tornò
al camion e lo fissò al bocchettone di uscita dell’acqua.
Accanto all’innesto del tubo vi era la leva che
permetteva la fuoriuscita del contenuto dell’autobotte. Un rapido
controllo visivo e la leva venne girata. E acqua fu!
«Gna nenti, Gegè, che si deve dire? Le solite cose:
paghiamo l’acqua pubblica, paghiamo te, insomma
paghiamo!»
«Marescià, ma quante volte glielo devo dire che
non mi pagate l’acqua, ma il trasporto?»
«Gegè, me lo dimentico sempre questo piccolo
dettaglio, ma niente ci fa; l’importante è che
non dimentico di pagare.»
Ovviamente l’acqua era un bene pubblico e, in
quanto tale, doveva essere liberamente fruibile da
tutti. Gegè era stato istruito bene, sicuramente da
qualche avvocato. Bastava dire che lui si faceva pagare
il trasporto e non l’acqua, che tutto assumeva un
che di lecito. Pure la Regione in realtà aveva applicato
questo stratagemma: aveva concesso in appalto la gestione
del servizio idrico a varie società che avevano
fatto lievitare i costi in maniera abnorme. Un cittadino
di Naro pagava il servizio idrico più di quanto si
pagasse a Milano. Con l’unica differenza che a Milano
l’acqua non mancava mai e qui le case erano tutte in
egual misura sormontate da orribili recipienti in
polietilene azzurro che solo nelle sere limpide d’estate
riuscivano a confondersi con il cielo.
Salì in macchina con Alessia e la sistemò sul seggiolino,
ingranò la marcia, si diresse verso la scuola,
passò dal supermercato e le comprò il panino, perché
la mensa come al solito partiva a febbraio, appena in
tempo per la fine dell’anno scolastico.
L’asilo si trovava al culmine di una ripida salita,
l’edificio aveva subìto una ristrutturazione da poco ed
era stato fatto un impianto di riscaldamento geoter-
mico di ultima generazione. Ovviamente nessuno era
in grado di gestirlo e all’interno, anche mentre fuori
nevicava, non era difficile incontrare gente a maniche
corte e con la fronte sudata. Il maresciallo, essendo in
divisa, la mattina, appena varcava la soglia dell’asilo,
iniziava ad avere le visioni. Quella mattina un po’ più
delle altre volte, visto che la maestra lo aveva bloccato
con la richiesta di dieci euro per l’acquisto del libro
della bimba. La cosa lo lasciò alquanto perplesso ma
mise la quota senza battere ciglio. Uscì quasi senza
salutare. Stava soffocando.
Prese la macchina e si diresse subito in caserma,
aveva bisogno di un bicchiere d’acqua.

NARO 1 AGOSTO 1990
Paolo mio,
scrivo questo diario ogni volta che vorrei parlarti
ma non posso. Oramai la situazione ci sta sfuggendo
di mano, mi sento male ad aver tradito la fiducia di
tutti, ma quello che provo per te è più forte di qualsiasi
cosa. La sera, quando spengo la luce, mi sento sola.
Mi mancano le tue carezze, ma soprattutto mi manca
qualcuno che in questo periodo possa starmi vicino
mentre affronto tutto quello che sta succedendo alla
mia piccola senza che io ne capisca il motivo. Paolo,
non mi abbandonare, capisco che anche per te è difficile
come lo è per me, ma la nostra voglia di vederci e di
stare insieme ancora una volta è più forte di tutto. Mi
manca ogni cosa dei nostri momenti, l’odore del fieno,
il rumore della paglia schiacciata dai nostri corpi, la
luce che penetra dalla finestra di legno sempre chiusa,
chiusa per non permettere alla cattiveria che stiamo
facendo ai nostri cari di uscire dal giaciglio in cui i
nostri corpi diventano una cosa sola. È da troppo tempo
che non posso accarezzarti, ma forse è meglio così.
Mia sorella, ogni volta che ci vediamo dopo che io e te
siamo stati assieme, mi dice: «Sembri più giovane, se-
condo me c’è qualcuno e non me lo vuoi dire…». Come
potrei mai dirle che sei tu che mi fai diventare giovane,
come potremo mai dirlo al mondo che ci amiamo, cosa
penserebbero di me, di noi e di quello che siamo oramai
da troppi anni? Non sai quante volte ogni giorno penso che
stiamo sbagliando tutto, che è meglio metterci
una pietra sopra. Poi, però, mi vengono in mente i tuoi
occhi che mi scrutano e le tue mani che mi sfiorano e
ritrovo la forza per lottare contro tutto e tutti. Capisco
la tua voglia di vedermi, è la metà di quella che ho
io, ma devi avere un po’ di pazienza. Tutto andrà per il
meglio, presto spero di sentire di nuovo il peso del tuo
corpo sul mio.
Tua Caterina

07 Settembre 2019

Siciliaweekend.it

Su Siciliaweekend.it la recensione del libro Un caso qualunque di Salvo Di Caro. Puoi trovare l'articolo a questo link: Un libro ambientato a Naro, la perla in provincia di Agrigento.
19 aprile 2018

Soleluna Blog

Il Maresciallo Pilato continua a far parlare di se: ecco una recensione su "soleluna"!
20 aprile 2018

Recensione

Il Maresciallo Pilato del libro Un caso qualunque fa parlare di se: a questo link la recensione sul blog "SoleLuna"!
26 marzo 2018

Recensione

Oggi vi presento il libro Un caso qualunque di Salvo di Caro, uno dei libri di cui vi ho parlato durante il caffè letterario al Centro il Riccio. Lo potremmo inserire nel genere libri gialli o polizieschi, ma  contiene tra le righe messaggi importanti, cenni storici e geografici e ricette appetitose per conoscere meglio la Sicilia e il senso di riscatto che anima chi tutti i giorni lotta contro le difficoltà di questa terra attraverso il suo lavoro e il suo essere “un caso qualunque”. Leggete il resto della recensione qui

Commenti

  1. Raffaella Macchi

    (proprietario verificato)

    Un caso qualunque è uno spaccato ironico e drammatico allo stesso tempo della Sicilia; la scrittura è molto gradevole e scorrevole. Consigliato!

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto il manoscritto di Salvo 3 volte, per tanti motivi. Ogni volta che l’ho letto mi ha lasciato una sensazione diversa rispetto alla precedente. Il saperti trasportare emozionalmente dentro la storia è caratteristica dei grandi scrittori e Un caso qualunque mi ha trasportato per tre volte da prospettive diverse. Un caso qualunque è un libro che trasmette profumi e sensazioni, è un libro magico che va letto ed assorbito lentamente come un buon bicchiere di rosso di annata.

  3. (proprietario verificato)

    Il racconto di Salvo è convincente, variegato e appassionante.
    È la coscienza di ciascuno, perché ci sentiamo tutti “qualunque” e la nostra vita ci sembra una vita “qualunque”.
    Cosa sono per noi il paese, il lavoro, la famiglia, la comunità se non un caso qualunque?
    Il racconto di Salvo invece ci ricorda che la banalità apparente è solo il filtro con cui siamo soliti osservare la realtà, che invece è complessa, originale, diversa e problematica. E la realtà di Salvo è quella che merita un impegno da parte di tutti, non un impegno “qualunque” ma pensato, profondo e sincero.

  4. (proprietario verificato)

    Spaccato della nostra disastrata e martoriata Terra, vista con gli occhi di chi, nella sua serafica normalità, cerca di cambiare le cose partendo da quello che sa fare meglio: il proprio lavoro. Un racconto scritto davvero bene che a me ha appassionato sino all’ultimo capitolo dove

  5. (proprietario verificato)

    Ho avuto la fortuna di leggerne alcune parti quando ancora era in divenire.. Un libro che ha il profumo della terra in cui è stato scritto. Attendo la mia copia!

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Salvo Di Caro
SALVO DI CARO nasce ad Agrigento nel 1973. Per oltre dieci anni ha operato
nel settore del restauro architettonico, prima di essere assunto come
responsabile commerciale da un’azienda per la quale ad oggi lavora. Un caso qualunque è il suo primo romanzo.
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