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In un oceano vuoto

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Victor Zulu è un agente segreto al servizio di WISE, misteriosa organizzazione che si occupa della tutela dell’ambiente. Eroe moderno e maestro nell’interpretare molteplici identità, si divide tra la moglie Cinzia, non avvezza all’avventura e ignara della doppia vita del marito, e la coraggiosa Elena, sua storica amante e collega.
Tra Shanghai e Hong Kong, al cospetto di funzionari cinesi corrotti, passando per gli slum di Nairobi e le savane del Kenya, dove i bracconieri portano a termine le loro malefatte, Victor cerca di scoprire il sommerso che si cela dietro il commercio illegale di corna di rinoceronte, specie in via d’estinzione.
Una lotta senza esclusione di colpi che, attraverso azioni impreviste e un costante doppio gioco, abbraccia circa quarant’anni in un romanzo d’avventura che si fa anche generazionale.

 

1 . CAPE TOWN , NOVE AI SESSANTA
Conosco Victor Zulu da quando eravamo adolescenti.
Siamo nati nella stessa piccola città di provincia. Ci siamo
poi trasferiti in una città più grande per l’università: siamo
rimasti amici e in contatto a fasi alterne fin qui, alla soglia dei
sessant’anni.
A questo punto sono abbastanza anziano da non aver timore

nello svelare storie che avrebbero potuto mettere entrambi
in pericolo quand’eravamo più giovani. Mi sento finalmente
libero di raccontare almeno una parte della vita del mio amico agente segreto.
Devo dire che in tutti questi anni non abbiamo mai sospettato,

né io né gli altri suoi numerosi amici e conoscenti, che
fosse un agente sotto copertura. Se quella sera di nove anni fa
a Città del Capo Victor non si fosse confidato, non avrei immaginato

che avesse una seconda vita. E che seconda vita.Continua a leggere
Continua a leggere

Ero stato invitato a Città del Capo per presenziare a una
conferenza sul turismo nell’Africa sub-sahariana in qualità
di CEO per un’importante compagnia internazionale di viaggi.

Il titolo del mio contributo era: “Viaggiare in Africa è sicuro.

Come tranquillizzare il potenziale cliente occidentale:
l’approccio dei professionisti”. L’intervento era stato molto
applaudito: era un argomento che stava molto a cuore ai delegati.

Non era impresa facile convincere un americano che
fosse prudente viaggiare in un continente dove si massacravano

decine di migliaia di persone; dove altrettante morivano
di fame e altre ancora erano decimate da malattie di cui a Los
Angeles si parlava solo in TV e sui giornali. Era il primo scoglio

che incontrava qualsiasi tour operator quando proponeva
un viaggio in Zimbabwe o in Gabon.
Appagato dal successo, stavo al bar del Victoria and Alfred
Hotel, la cui terrazza si affaccia sul lungomare di una delle
città che preferisco al mondo. Ero da solo, come spesso mi

capitava di essere nei miei viaggi di lavoro. Solo era anche Victor Zulu, che stavo aspettando.
Victor Zulu è il nome in codice del mio amico di lunga data.
A quel tempo non sapevo che avesse quel nome fittizio all’interno

dell’organizzazione per la quale operava. Non rivelerò
qui il suo vero nome. Diciamo che lo chiamavo V.
Sapevo già da una ventina di giorni che V. avrebbe soggiornato in

Sudafrica in contemporanea al convegno al quale partecipavo.

Mi aveva detto che sarebbe stato a Città del Capo
per una delle sue numerose vacanze esotiche. Questa volta
per partecipare a un’escursione, organizzata da un’agenzia
locale, per osservare squali bianchi attraverso le sbarre in acciaio

di gabbie che venivano calate in mare. Queste gite, che
io non avrei fatto neppure se mi avessero pagato, partivano
dal porticciolo del villaggio di Gansbaai, a due ore di macchina

da Città del Capo. Ci si imbarcava su veloci motoscafi che
in venti minuti portavano nel canale tra le isole Dyer e Geyser
dove gli squali abbondavano. A turno i subacquei entravano
nelle gabbie metalliche, resistenti alle mandibole di queste
creature, e dalla barca veniva gettato sangue misto a pezzi
di carne e pesce. Questo attirava squali bianchi lunghi anche
quattro metri, che arrivavano a sfiorare con i denti le sbarre
che proteggevano i sub. Insomma, una di quelle cose che piacevano a V.

o che faceva finta di amare.
Quando arrivò al bar dell’albergo, V. era euforico per l’esperienza fatta.

Ordinammo ostriche allevate in qualche
estuario sudafricano e un Le Roux frizzante della regione di
Stellenbosch. V. raccontava come sempre le sue avventure
vacanziere con entusiasmo quasi infantile, infarcendole con
particolari su come fosse affascinante la francese che faceva

parte del gruppo di subacquei o che fisico perfetto avesse
l’istruttrice sudafricana. Lui non era considerato bellissimo,
ma le donne fin dal primo sguardo ne indovinavano il fascino.
Un naso importante e due occhi da sognatore su di un corpo
alto e robusto ma senza esagerazioni. Anche la perenne abbronzatura

era discreta e mai troppa. Come se fosse il colore
naturale della sua pelle e non l’effetto del sole. Elegante anche
quando vestiva informalmente come quella sera. Mai un colore

fuori posto tra le polo in jersey e i calzoni Ralph Lauren,
acciaccati in modo da non farli sembrare troppo firmati.
V. era sempre stato un buongustaio: anche quando eravamo
studenti risparmiava per potersi permettere ogni tanto un

ristorante gourmet. Non fu una sorpresa quando ordinò – dopo
una breve disquisizione sulle qualità gastronomiche di vari
animali al mondo dotati di carapace – granchi delle mangrovie

con un intingolo allo zenzero. Mi accodai fidandomi, come
sempre, dei suoi gusti e non me ne pentii.
Non iniziò subito a confidarsi. Durante la conversazione di
quella sera si percepiva che aveva bisogno di confessare chi
fosse veramente, ma lo fece in modo graduale.
«Mi spieghi com’è possibile che in vacanza ci vai sempre da
solo?»
«Mmh…» mugugnò, bevendo il vino per mandar giù il granchio.

«Non è sempre così come appare.»
Una breve pausa per guardare il mare calmo del lungomare.
«Non hai idea di quante conoscenze e amicizie riesca a fare
nei miei viaggi…»
Come a volerlo rimarcare iniziò a raccontare la sua giornata.
«Eravamo in quattro nella gabbia. Io, questa francese, Dominique,

e altri due subacquei sull’altro lato.» Posò forchetta
e coltello per raccontarmi l’episodio.
«Il contesto comporta un po’ di tensione, sai. Va bene che
sei in una gabbia di acciaio, ma non vedere nulla, se non il
blu e qualche nuvoletta di sangue rosso non è mica rassicurante.»
«Non mi dirai che eri preoccupato! Ci sei andato mille volte
nel blu assoluto e senza gabbie.»
«Ma infatti non ero mica teso, io. Sentivo la tensione di
Dominique anche senza sfiorarla. Ogni tanto mi guardava e
vedevo questi occhi un po’ più aperti del normale. Allora io
accennavo a un sorriso rassicurante che probabilmente lei
non notava nemmeno siccome avevo l’erogatore in bocca.»
V. mimò il sorrisetto portandosi la mano a coppa davanti
alla bocca. «Vabbè… nel blu vedo un’ombra grigia e la indico
alla ragazza.» Gli occhi fissarono un punto indistinto verso
gli edifici dall’altro lato del canale interno, come se lì ci fosse

davvero la sagoma di uno squalo. «Lei fa giusto in tempo a
focalizzarsi sul punto che le indico e lo squalo, enorme, è già
accanto a noi.»
Andò avanti raccontando come la ragazza gli sfiorò la spalla

per mettersi un po’ di più al riparo; soffermandosi sullo
sguardo rapito che aveva mentre il pesce faceva le sue lente
evoluzioni, sfiorando le sbarre metalliche e sull’eccitazione
con la quale lo abbracciò nervosamente appena toltasi la maschera,

dopo che avevano issato la gabbia fuori dall’acqua.
«Mais tu n’a pas eu peur?» chiese Dominique. In francese
perché V. parlava correntemente francese. E inglese. Questo
lo sapevo. Solo oggi so che parla anche altre tre lingue.
«Sûrement» aveva risposto V., ma con una smorfia sulle

labbra che voleva far intendere tutt’altro.
«E quindi?» dissi, visto che stava facendo una pausa un po’
troppo lunga.
«E quindi poi le ho detto che no, non avevo paura degli
squali.»
Per dimostrarlo, le chiese se volesse accompagnarlo la sera
stessa in una gita che avrebbe fatto da solo per incontrare uno
squalo bianco, però senza gabbia. Lei accettò, con un sorriso
incredulo accentuato dalle due fossette da bambina che le incorniciavano la bocca.
Verso le cinque del pomeriggio Dominique e V. erano saliti su un motoscafo,

blu con gli interni bianchi, che si era
procurato. V., con la mano sulla leva dell’acceleratore quasi
al massimo, filava sul mare calmo verso un punto dell’oceano che

sembrava conoscere solo lui. Guardava, con evidente
soddisfazione, la ragazza stesa sul prendisole davanti al suo
posto di guida. Il corpo era fasciato da un costume intero che
lasciava scoperte gambe dorate, una testa bionda di capelli
corti e una parte del seno. Dopo qualche miglio di mare aperto,

V. portò la leva del fuoribordo sul folle e spense il motore.
La barca scivolò ancora per qualche metro sulla superficie
dell’acqua mentre V. già armeggiava con un dispositivo palmare

elettronico che immerse in mare dopo avervi inserito
dei dati.
C’era silenzio. Solo qualche sula rasentava agile la superficie

appena increspata dell’acqua. Un branco di sardine saltava un

po’ più lontano inseguito da tonni. Dominique non
poteva saperlo, ma l’apparecchio che V. aveva messo in acqua

stava già comunicando con lo squalo, che era chissà dove
là sotto. La ragazza continuava a osservare V. con la stessa
espressione scettica di quando erano partiti dal porticciolo di
Gansbaai mezz’ora prima. Cambiò totalmente faccia quando
lo squalo, lungo quanto la barca, sfilò lentamente accanto a
loro con la pinna dorsale fuori dall’acqua per almeno mezzo
metro. Dominique non riuscì nemmeno a parlare quando V.,
indossata rapidamente una muta da un millimetro e mezzo,
la maschera e le pinne, si calò in mare, anch’egli in silenzio.
«Ma cosa dici?» esclamai mentre ormai si faceva sera sulla
terrazza del Victoria and Alfred. «Mi vorresti dire che hai fatto

il bagno con uno squalo bianco? Ma va’, va’.»
«Ma sì» disse cominciando a ridere. «Era Fred, mica uno
squalo qualunque!»
Ecco, fu lì che V. cominciò a raccontarmi la vera storia di
Victor Zulu. Su quella terrazza in Sudafrica, parlando piano
per non farsi sentire dai pochi avventori che c’erano e che

diventarono zero quando finì a tarda notte. Non so perché mi
raccontò tutte quelle cose. Forse, dopo tanti anni, non aveva
più né la voglia né la tenacia di tenersi tutti i segreti per sé e la
circostanza di trovarsi faccia a faccia con un amico in un paese

lontano gli era sembrata consona. Non lo so e V. non volle
spiegarmelo. Lo ascoltai interrompendolo poche volte. Più
andava avanti, più mi sembrava sincero e la sua storia così
particolareggiata da risultare plausibile. Fu su quella terrazza
che ricominciai a fumare dopo anni di astinenza, complici il
vino di Stellenbosch e lo stesso V. che di, tanto in tanto,

interrompeva la sua storia per accendere una sigaretta.
Saranno state le tre di notte quando V. disse che sarebbe
andato a dormire perché il mattino dopo aveva il volo che lo
avrebbe riportato in Europa. Io ero come inebetito da tutte le
informazioni che mi aveva concesso e avido di conoscerne altre.

V. però disse che, per quella notte, bastava così: avremmo
avuto un’altra occasione in qualche altro posto. Se ne andò
nella notte di Città del Capo così come era venuto.

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Andrea Maggi
ANDREA MAGGI nasce a La Spezia ma, raggiunta la maggiore età, si trasferisce a Firenze per laurearsi in Scienze Biologiche. Intraprende poi la carriera di fotografo professionista di viaggi e natura per passare in seguito alla cinepresa, dirigendo e scrivendo testi di numerosi documentari naturalistici in varie regioni del mondo. In un oceano vuoto è il suo primo romanzo.
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