Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Un'impronta leggera.
Guida pratica per ridurre il proprio impatto ambientale

Un'impronta leggera. Manuale pratico per ridurre il proprio impatto ambientale
58%
84 copie
all´obiettivo
82
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Luglio 2022

Questo progetto è frutto dell’assunzione di consapevolezza del fatto che ogni nostro gesto, ha delle conseguenze. In questo caso un impatto, sull’ambiente. Non possiamo non lasciare tracce delle nostre azioni, ma possiamo scegliere che impatto lasciare. Se un nostro gesto, probabilmente, non cambierà il mondo domattina, la sommatoria di tutti i nostri gesti consapevoli potrà avere, invece, un effetto positivo. Proprio di questo parla il libro: di come ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare la differenza. Si tratta di una vera e propria guida pratica che, stanza per stanza, offre spunti e suggerimenti per modificare le nostre abitudini nella maniera più sostenibile possibile, facendo del bene al pianeta e anche a noi stessi. Il contenuto del libro è la condivisione di un percorso personale, iniziato nel 2016, che ha portato l’autrice ad assumere gradualmente consapevolezza che rendere il mondo un posto migliore è possibile e in questo, ciascuno di noi, gioca un ruolo fondamentale.

Perché ho scritto questo libro?

Nel 2016 ho affrontato un lutto doloroso e ho iniziato a domandarmi come fosse possibile che una persona con uno stile di vita più sano della media e senza patologie ereditarie si potesse ammalare in maniera incurabile. Ho compreso che viviamo in luogo malsano, immersi nel nostro stesso inquinamento. Questo libro nasce dall’esigenza di condividere con quante più persone possibili una consapevolezza maturata nel tempo, legata alla necessità di migliorare la salute del pianeta per il nostro bene.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Salviamo il pianeta O’Clock

Climate Clock

Poco meno di sette anni: sembra che questo sia tempo che abbiamo a disposizione per agire. Allo scoccare di questo count-down il cambiamento climatico diventerà irreversibile e sarà troppo tardi per qualsiasi azione volta a salvare il pianeta e la vita su di esso.

A ricordarlo all’umanità intera è il Climate Clock1’enorme orologio digitale appeso nell’autunno 2020 a New York, in Union Square a Manhattan: secondo dopo secondo, scandisce il tempo che ci separa dall’irreversibilità degli effetti della crisi climatica e ci ricorda quanto sia impellente una presa di coscienza collettiva e globale, a cui ci si auspica seguano delle azioni concrete.

Se dovessimo addentrarci in questa sede in questioni legate ai cambiamenti climatici, le loro cause e le possibili soluzioni, il risultato sarebbe un’enciclopedia. Ci basti ricordare che il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici che ne conseguono sono causati principalmente da un’irresponsabile attività antropica, così come sottolineato anche nell’Accordo di Parigi e ribadito dall’ultimo report dell’IPCC datato 9 agosto 2021 (AR6): proprio per questo è uno specifico dovere del genere umano rimediare ai danni provocati. È lo stesso genere umano, assieme alle altre specie che popolano il pianeta, a essere la prima vittima dei danni causati da questi cambiamenti: disastri ambientali, alluvioni, siccità e conseguenti migrazioni di intere popolazioni affamate da questi scompensi (migranti climatici), desertificazioni, acidificazione degli oceani, che non sono più in grado di svolgere il loro lavoro in maniera adeguata2, etc.

Abbiamo leso profondamente la Terra tramite le nostre azioni, dalle deforestazioni volte a far spazio ad allevamenti intensivi e conseguente aumento di produzione di gas serra, alla dispersione di rifiuti inquinanti sul suolo e nelle acque (e non solo): adesso siamo noi stessi a subirne le conseguenze, che presto rischiano di diventare irreversibili.

Continua a leggere

Continua a leggere

Cambiamenti climatici

Siamo quasi otto miliardi di persone a popolare questo pianeta, e la nostra presenza ha un impatto di cui la Terra stessa risente. Il concetto di “rifiuto” in natura non esiste: nel mondo naturale qualsiasi scarto trova collocazione a titolo di nuova risorsa, dalle feci degli animali alle carcasse, in un ciclo continuo di costante equilibrio. La specie umana, invece, si è evoluta (evoluta?) in maniera tale per cui ha completamente deviato da questo equilibrio perfetto: siamo gli unici sulla Terra a produrre rifiuti che non sono in grado di integrarsi in questo equilibrio ciclico.

I rifiuti non biodegradabili prodotti dall’uomo, se dispersi nell’ambiente, ne intaccano la funzionalità e l’equilibrio, impattando sull’aria (tramite la produzione di gas serra derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili), sulle acque e sul suolo. Siamo riusciti a contaminare ogni angolo del pianeta e, in un karmico effetto domino, adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’inquinamento, ogni anno, provoca nel suo complesso nove milioni di morti premature a livello globale: tre volte di più di quelle provocate dalle malattie infettive3.

Sono sempre di più le realtà (locali, come comuni e università, ma anche intere nazioni come Regno Unito, Scozia e Irlanda) che dichiarano lo stato di emergenza climatica, ovvero una dichiarazione a mezzo della quale una determinata realtà (comune, stato, regione o istituzione) riconosce la gravità degli effetti dei cambiamenti climatici e si impegna ufficialmente per ridurre le emissioni di gas serra nel più breve tempo possibile (ad esempio raggiungere le emissioni zero entro il 2030). Le attività volte a perseguire questo fine assumono dunque priorità assoluta rispetto ad altre questioni. A livello territoriale, queste dichiarazioni sono volte a fare pressione politica sui governi affinché prendano coscienza della gravità dell’emergenza e si impegnino ad agire in maniera concreta e immediata.

L’Accordo di Parigi

Il fatto che i cambiamenti climatici in tutta la loro gravità siano da imputare all’azione umana principalmente derivante dall’uso e consumo di combustibili fossili (in termini sia pubblici sia privati) è stato sancito in maniera insindacabile all’interno

dell’Accordo di Parigi del 20154, sulla base di acquisizioni scientifiche che fanno riferimento all’aumento nell’atmosfera di CO2: questa, creando uno strato impenetrabile, mantiene il calore sulla superficie terrestre, provocando l’innalzamento della temperatura e tutto ciò che ne deriva.L’Accordo di Parigi esclude in maniera categorica la semplice accidentalità dei cambiamenti climatici emergente da eventi naturali, come invece sostenuto dai c.d. “negazionisti climatici” (in cima a tutti l’ex amministrazione statunitense Trump). Più recentemente, l’imputabilità dei cambiamenti climatici all’attività antropica è stata ribadita in maniera certa e insindacabile nell’ultimo rapporto dell’IPCC (AR6) che è stato pubblicato lo scorso 9 agosto.

“I cambiamenti climatici sono preoccupazione comune dell’umanità”: così recita il preambolo dell’Accordo di Parigi. Tant’è che gli stati firmatari, nell’assumere l’impegno della lotta ai cambiamenti climatici, hanno stabilito di fornire adeguato supporto ai paesi in via di sviluppo affinché riescano anch’essi ad attuare politiche volte alla riduzione delle emissioni di CO2. In questo contesto la cooperazione internazionale gioca un ruolo chiave.

Situazione attuale

Lo stato dell’aria

La nostra economia si affida in prevalenza allo sfruttamento di combustibili fossili, ovvero carbone, petrolio e gas naturale. Queste risorse, che si sviluppano in milioni di anni, sono ricche di una sostanza che si chiama carbonio. Nel processo di combustione, da cui l’uomo trae energia, viene rilasciata anidride carbonica (“CO2”): il carbonio presente in questi combustibili (“C”) si unisce all’ossigeno presente nell’aria nel rapporto di 1 a 2 (“O2”). In natura ogni elemento fa parte di un delicato equilibrio: l’anidride carbonica, ad esempio, e viene assorbita da foreste e oceani che in cambio rilasciano ossigeno. Il problema è che le produzioni di CO2 oggi hanno raggiunto dei livelli tali per cui il pianeta non è in grado di assorbirla, e quella in eccesso permane nell’atmosfera creando un vero e proprio “effetto serra”5: i raggi del sole entrano nell’atmosfera ma non riescono più a uscire per via della CO2 e degli altri c.d. “gas serra” (come anche metano e ossido di azoto) che ne impediscono la dispersione. Questo provoca un aumento della temperatura terrestre con catastrofiche e purtroppo ormai note conseguenze sul clima (riscaldamento globale).

Una valida alternativa all’utilizzo di combustibili fossili è attingere da fonti di energia rinnovabile, come quella idrica, eolica o solare: queste fonti non solo sono inesauribili, ma non contengono carbonio, dunque non immettono in atmosfera gas serra.

Oltre all’utilizzo di combustibili fossili, altre cause di origine antropica contribuiscono all’aumento della presenza di “gas serra” nell’atmosfera: dall’abbattimento delle foreste (deforestazione), che sottrae al pianeta alberi, importanti risorse per l’assorbimento di CO2, allo sviluppo esponenziale di allevamenti intensivi di bestiame da macello, una delle principali cause di immissione di metano nell’atmosfera. Infine, l’utilizzo di fertilizzanti azotati che producono emissioni di azoto6.

Mitigare le emissioni di CO2 e ridurre l’immissione in atmosfera di gas nocivi come metano e azoto sono gli strumenti principali per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine, così come previsto dall’Accordo di Parigi.

Lo stato dell’acqua

Gli oceani producono il 50% dell’ossigeno che respiriamo e sono in grado di assorbire il 25% della CO2 in eccesso presente in atmosfera, inoltre regolano il clima e sono fonte di sostentamento diretto per 4,3 miliardi di persone. La loro importanza è spesso sottovalutata, eppure salvaguardare i nostri mari equivale a tutelare la vita stessa sul pianeta. Preservare i mari è uno specifico dovere di tutti noi, ovunque ci troviamo.

Oggi il loro stato di salute è gravemente compromesso per via di diversi fattori, dall’inquinamento al riscaldamento globale che danneggia interi ecosistemi, oltre a fenomeni come la pesca eccessiva e illegale e la conseguente perdita di biodiversità, che ne stanno compromettendo funzionalità e produttività.

Un’altra questione da tenere presente quando si parla di salvaguardia degli oceani è quella dei rifiuti. Ovunque noi ci troviamo, i nostri rifiuti arrivano al mare tramite le tubature di scarico: è dunque vitale prestare attenzione a smaltire i nostri rifiuti in maniera adeguata, evitando ad esempio di disperdere olio esausto nel lavandino. Un solo litro di olio è in grado di danneggiare l’acqua creando una patina ampia quanto un campo di calcio7.

Ammontano a 8,8 milioni di tonnellate i rifiuti che vengono dispersi in mare ogni anno: l’equivalente di un camion colmo di spazzatura ivi riversato ogni minuto. Tra i vari rifiuti tossici e dannosi per il mare – e di conseguenza per l’uomo –, un posto d’onore è riservato alla plastica8.

Quest’ultima è un materiale fondamentale per il progresso dell’umanità, soprattutto in campo medico e scientifico. Purtroppo, però, siamo riusciti a farne un uso sconsiderato, impiegando per oggetti monouso un materiale che era stato progettato per durare per sempre.

La plastica non si biodegrada mai: affinché ciò avvenga, è necessario che esista un batterio in grado di trasformarlo in un’altra sostanza: essa si limita a degradarsi, ovvero frammentarsi, in tanti pezzettini minuscoli, ovvero le microplastiche, dannose sia per l’ecosistema marino sia per l’uomo stesso.

Le superfici di queste microplastiche, infatti, intrappolano le sostanze nocive presenti nelle acque (inquinate) e le rilasciano all’interno del corpo del pesce che le ingerisce e dunque nel nostro organismo quando ci nutriamo di quel pesce.

Inoltre, sono sempre di più gli esemplari che muoiono di inedia, per aver ingerito pezzi di plastica che permangono nei loro stomaci, impedendo loro di assumere altro cibo o nutrienti. Questo provoca dei gravissimi danni ai già delicati equilibri degli ecosistemi marini, con altrettanto gravi ripercussioni sull’uomo (da un punto di vista sia di salute sia economico).

Un valido strumento di salvaguardia dei mari sono le Aree Marine Protette (AMP), zone dove una particolare legislazione più ferrea impedisce lo sfruttamento dell’area, agevolando così la resilienza e la rigenerazione dell’ecosistema. È più semplice attuare questo tipo di protezione a favore dei mari territoriali, più articolato in relazione alle acque internazionali: ancora una volta una solida cooperazione tra Stati che lavorino assieme verso un obiettivo comune si rivela l’unica strada per il cambiamento.

Un altro elemento da tenere presente è che all’aumento costante e continuo delle temperature in atmosfera corrisponde l’aumento della temperatura della superficie degli oceani. L’innalzamento della temperatura dei mari ha delle serie ripercussioni sulle correnti atmosferiche, provocando fenomeni anomali come ondate di freddo polare che arrivano a colpire anche medie latitudini.

Lo stato del suolo

Così come l’aria e l’acqua, anche il suolo risente degli effetti delle attività antropiche irresponsabili.

In primo luogo, tramite l’utilizzo di prodotti chimici a titolo di fertilizzante viene alterato l’equilibrio chimico-fisico e biologico del suolo, oltre a essere introdotte sostanze dannose nella catena alimentare. Anche pratiche come la pacciamatura, ovvero la copertura del suolo con teloni di plastica per proteggere la semina, ha effetti dannosi, in quanto questi teloni, esposti al sole e alle intemperie, si degradano nel tempo rilasciando microplastiche nel suolo sottostante.

A proposito di comportamenti irresponsabili dell’uomo, è importante dedicare uno spazio a disboscamenti e deforestazioni. Queste pratiche da un lato agevolano frane e smottamenti (e conseguenti disastri ambientali), in quanto, non essendovi più le radici degli alberi a tenere ben saldo il suolo, questo risulta facilmente soggetto a sgretolamenti di ogni sorta. Dall’altro, distese interminabili di verde vengono per lo più rase al suolo è successo in Brasile con l’amministrazione Bolsonaro che ha distrutto una grande fetta di Amazzonia) per far spazio ad allevamenti intensivi, che a loro volta, come abbiamo già visto, contribuiscono a peggiorare lo stato dell’atmosfera immettendovi gas metano.

In un momento storico come questo, caratterizzato da una massiccia quantità di CO2 in eccesso presente in atmosfera, è fondamentale puntare su pratiche come la riforestazione, in virtù del ruolo fondamentale degli alberi di assorbire anidride carbonica e rilasciare ossigeno. È sufficiente un breve ripasso di una lezione di scienze delle elementari

per richiamare alla mente il ruolo a cui adempiono nella produzione di ossigeno. Eppure, consapevoli di tutto ciò, talvolta sembriamo muoverci nella direzione opposta alla salvaguardia del pianeta.

Conclusione

A causa di una irresponsabile e sconsiderata attività antropica, a oggi, stiamo immettendo nell’ambiente quantità e concentrazioni di rifiuti (intesi nel senso più ampio del termine, dalla plastica alle eccessive emissioni di CO2) nettamente maggiori di quelle che il pianeta è in grado di smaltire.

Ogni nostra azione lascia un’impronta sull’ambiente: assumendo consapevolezza in relazione allo stato in cui versa il Pianeta, possiamo scegliere che tipo di impatto avere e, eventualmente, come compensarlo. Nel prossimo capitolo scopriremo come calcolare la nostra impronta ecologica e capire, man mano, come ridurla

CHECKLIST

Il decalogo del consumatore responsabile

In qualità di consumatori abbiamo un potere enorme nelle nostre mani, ed è giunto il momento di usarlo: noi votiamo attraverso il nostro portafoglio, esprimendo un implicito consenso a tutto ciò che si racchiude dietro un bene, nel momento in cui decidiamo di acquistarlo.

Di seguito alcuni semplici accorgimenti da tenere a mente se desideriamo, pian piano, assumere un po’ di consapevolezza in più e contribuire in maniera positiva al cambiamento: ognuno può fare la differenza!

1. Mi serve davvero?

Nella società dei consumi, che spinge le persone ad acquistare beni che nell’arco di poco tempo risulteranno già obsoleti – innescando nel consumatore il bisogno (c.d. indotto) di sopperire alla necessità di un nuovo acquisto – e viene fatta percepire come indispensabile anche la più superflua delle merci, la semplice domanda “Mi serve davvero?” può aiutarci a uscire da quest’ottica compulsiva dei consumi.

Questo non significa che non bisogna più acquistare nulla che non sia strettamente indispensabile: significa procedere a ogni acquisto con ragionevolezza e consapevolezza.

2. Posso trovarlo di seconda mano?

Rivolgersi al mercato di seconda mano sarà sempre la scelta più sostenibile in assoluto, in quanto si ridà vita a beni ancora funzionali, evitando che gli stessi diventino rifiuto. Al contempo si evita di contribuire alle emissioni di gas serra derivanti dall’industria della grande distribuzione.

Parlando di capi di abbigliamento, ad esempio, una volta esistevano 4 collezioni, una per stagione. Oggi ne esistono 52: una per ogni settimana dell’anno. Un po’ eccessivo forse? Ma di questo parleremo nel libro.

3. Attenzione alla provenienza geografica del bene

Più un bene è stato prodotto lontano dal luogo di distribuzione, maggiori saranno le emissioni di CO2 derivanti dai trasporti, per non parlare delle microplastiche rilasciate da pneumatici su strada, che finiscono dritte nel mare, danneggiando i suoi ecosistemi.

Consumare locale (cibo e non solo…) oltre ad aiutarci a ridurre le emissioni ci aiuterà a sostenere l’economia del posto. Per quanto riguarda gli alimenti, è importante anche consumare prodotti di stagione.

Consumare locale e di stagione è una regola che dovremmo applicare sia a casa nostra, che quando viaggiamo.

4. L’azienda

Conosciamo la realtà che si cela dietro il prodotto che vogliamo acquistare? È un’azienda etica e trasparente? Tutela i diritti dei propri lavoratori? Rispetta l’ambiente? Acquistando il loro prodotto dichiariamo “sono d’accordo con il tuo modo di lavorare, continua così”. Questo è il motivo principale per cui è indispensabile fare attenzione ai brand su cui investiamo.

5. I materiali / gli ingredienti

Con che materiali o ingredienti è prodotto il mio bene? Come verranno smaltiti i materiali una volta che il bene avrà terminato il suo ciclo di vita? Che impatto hanno sull’ambiente gli ingredienti impiegati (nel caso di detersivi o prodotti di beauty)?

Scegliere beni composti con materiali ecologici è un piccolo gesto che, se applicato da tutti, può fare un’enorme differenza.

6. Il packaging e le alternative

I packaging in plastica monouso sono da evitare come la peste: è un materiale impiegato per poco tempo che, qualora disperso nell’ambiente, non si biodegraderà mai ma anzi, si frammenterà in minuscoli e dannosi pezzettini (microplastiche).

La spesa sfusa è l’ideale: qualora non fosse attuabile, esistono varie alternative come prodotti in cartone, in vetro, in alluminio. Soluzioni di refill o di vuoto a rendere. Questo ragionamento vale sia per gli alimenti che per i prodotti per l’igiene del corpo e della persona.

7. Usare una shopper

Una shopper di stoffa da portare sempre con sé, per evitare l’impiego di sacchetti usa e getta, è uno sforzo minimo che possiamo affrontare. Occupa poco spazio, è riutilizzabile all’infinito ed è possibile crearla a livello domestico cucendo vecchi indumenti.

8. Usare una borraccia

Tra i rifiuti più comunemente dispersi nell’ambiente si annoverano le bottigliette di plastica: questo sì che è un rifiuto semplice da evitare. È sufficiente munirsi di una borraccia e una applicazione per smartphones come “Fontanelle” in grado di geolocalizzare tutte le fontane pubbliche che erogano acqua potabile vicino a noi. Un capitolo del libro è dedicato alla questione acqua.

9. Evitare dispositivi usa e getta

La mentalità usa e getta si può definire come uno dei mali del nostro secolo: l’impiego di risorse finalizzate alla produzione, trasporto e distribuzione di un bene per un utilizzo di pochi istanti, non è sostenibile. Investire in beni lavabili e riutilizzabili, i cui costi vengono ammortizzati all’esito di pochi utilizzi, ci aiuterà a evitare di produrre rifiuti non necessari in maniera costante.

10. Usare ciò che già si possiede fino alla fine

Quando i nostri nonni erano giovani, si aveva una cura diversa per i beni: si tenevano da conto con amore e se si rompevano, venivano riparati con accortezza proprio per evitare di doverne ricomprare di nuovi. A ogni oggetto si dava il giusto valore. Oggi, con la produzione di massa di beni venduti a basso costo (spesso anche di scarsa qualità), è più “comodo” gettarli e ricomprarli piuttosto che ripararli. In questo modo si producono rifiuti, si spendono risorse e si contribuisce ad alimentare l’inquinante industria della produzione di massa.

Re-imparando a conservare i nostri beni con cura, riparandoli se si rompono e usandoli fintanto che sono ancora funzionali, risparmiamo risorse e aiutiamo l’ambiente.

Sembrano tante indicazioni complicate da ricordare, eppure entrando in un’ottica responsabile dei consumi e imparando a individuare cosa è realmente sostenibile, non sarà più possibile non prestare attenzione a tutti questi aspetti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Un’impronta leggera.
Guida pratica per ridurre il proprio impatto ambientale

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Laura Zunica
Laura, classe 1985, ha conseguito una laurea magistrale in giurisprudenza e due master in materie di diritto. Ha scelto, tuttavia, di seguire una carriera legata al settore della tutela ambientale e della sostenibilità. Nel 2018 fonda il blog www.progettoimpattozero.org che affronta tematiche legate alla sostenibilità ad ampio spettro, con interviste e approfondimenti su realtà che operano in un’ottica circolare dell’economia. Contestualmente scrive per riviste che si occupano di sostenibilità (www.infosostenibile.com). Nel 2019, assieme ad un gruppo di donne fonda TerraLab Onlus, di cui è Presidente, associazione che opera nel milanese e promuove stili di vita sostenibili, coinvolgendo la comunità in maniera attiva sul territorio. Oggi lavora nel team di Worldrise Onlus a titolo di Communication Manager della Campagna 30x30 Italia volta a proteggere il 30% dei nostri mari entro il 2030.
Laura Zunica on InstagramLaura Zunica on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie