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Vite di carta

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Matteo è un giovane insegnante che nel tempo libero arrotonda portando allegria negli ospedali, vestito da clown. In ospedale conosce Giada, cresciuta in orfanotrofio e madre di una bimba malata di leucemia. L’amore passionale e immediato che nasce tra i due sembra dissipare il dolore che hanno entrambi vissuto prima di conoscersi.
Ma un avvenimento sconvolgente rovina quel rapporto idilliaco e tutti i fantasmi di un passato che non se n’è mai andato riemergono prepotenti. I loro destini si intrecceranno inesorabilmente con quelli di un ispettore di polizia, di una giovane prostituta e di un brillante infermiere.
Una storia di perdizione e rinascita dove l’amore è più forte di tutto, anche della crudeltà e della sofferenza

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per superare un periodo buio della mia vita e per dare voce a emozioni che erano rimaste silenziose per troppo tempo.

Uscì dalla stanza numero sei del reparto di Oncoematologia
pediatrica togliendosi il naso rosso e gli occhialoni colorati.
Far sorridere le persone e in particolare i bambini era ciò che
gli riusciva meglio, ma quel giorno sembrava tutto più difficile.
Erano passati esattamente quattro anni dalla morte dei
suoi genitori in un terribile incidente: sulla strada ghiacciata
un camion aveva accartocciato le loro vite per sempre.
Carla e Alfredo. Paziente e sognatrice lei, impulsivo e pragmatico lui.
Una maestra e un fisico nucleare. Così diversi ma
così complici. Una madre e un padre.
Matteo si sedette e chiuse gli occhi cercando di isolarsi da
tutto ciò che lo circondava. L’odore asettico di ospedale, il
frettoloso via vai dei dottori, il cigolio dei carrelli per le
emergenze, pieni di siringhe e tubicini.
Inspirò ed espirò tentando di cicatrizzare la ferita che sanguinava
ancora per uno strazio che non si decideva a smorzarsi.
Una voce lo riscosse da quel torpore: «Teo, stai bene?».
«Hey, Ale… sì, sto bene, è solo una giornata diversa dalle altre oggi.»
«Lo so.»Continua a leggere
Continua a leggere

Alessandra era una ragazza premurosa e sensibile. Si erano
conosciuti tanti anni prima sui banchi di scuola del liceo e la
loro era diventata una di quelle amicizie con la A maiuscola,
di quelle inossidabili e granitiche che resistono alla forza corrosiva
del tempo e della distanza.
Si erano solo un po’ persi di vista durante il periodo dell’università,
lei a Roma a studiare Architettura, lui a Bologna a
studiare Lettere. Ma poi si erano ritrovati, più uniti che mai,
e un giorno avevano deciso di frequentare assieme il corso di
clownterapia.
Dopo qualche istante Matteo si alzò, le diede un bacio sulla
guancia e si diresse verso l’uscita. Voleva prendere una boccata d’aria.
Si fermò nel corridoio principale ad ammirare le decine di
disegni che impreziosivano i muri come tante stelle. Sogni e
speranze che sulla carta prendevano vita e consistenza. Una
donna che si ricordava di aver già visto diverse volte gli passò
a fianco. Era la madre di Marisol, la bimba con la leucemia.
Fascino mediterraneo, occhi verde smeraldo e capelli lisci
di un nero corvino e luccicante, imprigionati in una coda di
cavallo. E quello sguardo pieno di inquietudine e sofferenza
a cui lui rubò senza volerlo una richiesta di aiuto verso il suo
abito da pagliaccio.
Abbozzò un mezzo sorriso e poi aprì il maniglione antipanico che
lo risputava lontano da quel mondo così soffocante.
Prese la macchina, affrontò svogliato e indifferente il traffico
e si diresse verso casa, quella casa dove era cresciuto e in
cui era tornato a vivere da poco. Si trovava appena fuori dalla
città, immersa nel verde e circondata da campi coltivati e da
un fitto bosco.
Una villetta isolata lasciata in eredità ai genitori dal nonno
materno Alvise, che aveva fatto fortuna come imprenditore
nel settore tessile. Era grande e confortevole, con una cantina e
una mansarda munita di un lucernario attraverso cui da
piccolo Matteo spiava la vastità del cielo in cerca di stelle e
pianeti con il suo telescopio.
Aveva anche una bella veranda con una sedia a dondolo e un
tavolino di vimini. L’edera e il glicine avvolgevano tutti i muri
esterni come un caldo abbraccio.
Appena entrato buttò le chiavi sul tavolo della sala e si fermò di
fronte alla mensola su cui erano disposti in ordine alfabetico tutti
i dischi in vinile che aveva collezionato fin da
quando era un ragazzino.
Scelse il suo preferito, quello che aveva ascoltato decine di
volte senza mai stancarsi.
Era Colony degli In Flames, capostipiti di un genere in cui
aggressività e melodia riuscivano a fondersi perfettamente.
Lo tolse dal cartonato e lo appoggiò sul vecchio giradischi che
ancora miracolosamente funzionava.
Lui, che non riusciva mai a sfogare la rabbia che aveva dentro,
affidava il suo grido di dolore e di ribellione alla musica,
che lo purificava dall’irrequietezza e lo accompagnava in un
mondo onirico di appagamento.
Era sempre stato un metallaro atipico, mai avuto i capelli
lunghi, mai indossato il chiodo. Quelle note pesanti e quelle
voci così potenti erano la sola variante estrema che aveva
concesso alla sua esistenza sempre così delicata e moderata.
Una sera d’inverno in un club di Milano aveva assistito al
primo e unico concerto della sua vita, quello di un gruppo
americano semisconosciuto. Si era tenuto lontano dal pogo,
da quella moltitudine di teste che saltava proprio sotto il
palco e di fronte agli amplificatori. Non voleva rischiare che i
suoi occhiali finissero a brandelli né prendere botte o spallate
gratuite.
«Non ti ci vedo proprio ad ascoltare quella gente che urla,
tu sei così dolce e tranquillo» gli dicevano gli amici.
Mentre la voce di Anders Friden ringhiava rabbiosa, Matteo
muoveva rapidamente la testa su e giù fingendo di suonare
una chitarra immaginaria.
Il ricordo della faccia comicamente inorridita di sua mamma
gli inumidì gli occhi. Tappandosi le orecchie per quel casino
assordante, come lo chiamava lei, esclamava: «Cosa ci
troverai di bello in questa roba…».
«È poesia, mamma, pura poesia.»
E si mettevano a ridere come matti.
Ogni volta che entrava in quella casa ormai vuota e silenziosa,
di colpo tutte le immagini riaffioravano nitide, ogni volta
tornavano le voci, i respiri e i sorrisi.
Accarezzò una foto che era incorniciata su un mobiletto.
Ritraeva Matteo con i suoi genitori e suo fratello gemello
Gianluca, che anni dopo si era arruolato nell’esercito ed era
partito per l’Iraq.
Erano nati lo stesso giorno ma avevano vissuto per nove
mesi scarsi in due sacche diverse. Gemelli eterozigoti, non si
assomigliavano per niente. Biondo con gli occhi azzurri Matteo,
castano con gli occhi marroni Gianluca, uno alto e magro,
l’altro più basso e tarchiato.
Guardava con rammarico quelle pareti un tempo così solide
e intrise di amore che erano state il suo unico rifugio e che
lo avevano fatto sentire così protetto. Quando ritornava dopo
i giorni di ricovero in ospedale annusava ogni centimetro di
quello spazio così accogliente e profumato.
Quella fortezza inespugnabile, dove niente e nessuno poteva
fargli del male, era divenuta più fragile di un cumulo di
foglie secche in balia del vento. Ma nonostante Matteo avesse
ricevuto numerose proposte di acquisto, vendere la sua casa
dopo la morte dei genitori era un pensiero che non lo aveva
mai neanche minimamente sfiorato. Era una parte di sé, privarsene
sarebbe stato un sacrificio troppo grande.
Si cucinò un piatto di pasta sebbene non avesse molta fame.
Come un lampo nel cielo il viso della madre di quella bambina gli
illuminò la mente distogliendolo dai brutti pensieri. Il loro
incontro così fugace gli aveva lasciato una sensazione di incompiutezza,
come di qualcosa portato via troppo presto e sradicato di netto.
Così tornò in ospedale nel pomeriggio e cercò di saperne
di più su di lei dall’infermiera più impicciona e pettegola del
reparto. Scoprì che si chiamava Giada, aveva trentasei anni e
aveva cresciuto la sua bimba da sola tra mille difficoltà.
Di mattina lavorava come impiegata in un ufficio e poi
correva da sua figlia che stava affrontando delle cure molto
pesanti. Matteo decise di affacciarsi un attimo alla camera
di Marisol che stava dormendo. Osservava quello scricciolo
senza capelli che respirava lentamente e viaggiava nel mondo
dei sogni, dove tutto è diverso e possibile.
Poi sentì una voce dietro di sé.
«Salve! Ma lei non è per caso il dottore clown che regala
sorrisi e tanta allegria a queste sfortunate creature?! Anche
senza trucco l’ho riconosciuta… Ci siamo incrociati prima.»
«Sì… scusi… Ero solo passato a dare un’occhiata a quella
piccola lottatrice.»
«Si figuri, anzi è stato gentile. Ero scesa a prendere qualcosa
per pranzo, sono sempre di corsa…»
«È una bambina molto coraggiosa.»
«Lo è, sì, e ha sempre tra le mani quella bambola di pezza
che lei le ha regalato, io so tutto, sa…»
E sorrise con una delicatezza disarmante.
«Be’, io vado, mi ha fatto piacere conoscerla» disse Matteo
con lieve imbarazzo.
«Anche a me, lei ci sa fare con i bambini. Soprattutto con
la mia.»
«Cerco solo di rendere più serena la loro battaglia. Vorrei
fare molto di più, vorrei salvarli.»
«È come se lo facesse, mi creda.»
Giada fu colpita dalle parole così pure di quel ragazzo sensibile
e solare e gli chiese se avesse voglia di prendere un caffè,
“quello imbevibile” della macchinetta, e fare due chiacchiere.
«Volentieri» rispose Matteo.
E così si sedettero a parlare e lo fecero senza alcun pudore.
Iniziarono dandosi del lei, poi anche quella barriera di formalità
cadde. Era come se si conoscessero da sempre, le stesse
paure, le stesse emozioni.
Matteo le confessò della malattia che aveva condizionato
la sua vita, della morte dei suoi genitori che aveva lasciato in
lui un vuoto incolmabile, di quanto gli mancasse suo fratello
Gianluca che faceva il militare in un paese così lontano e pericoloso,
della sua vita da insegnante che gli dava parecchie
soddisfazioni.
Lei gli rivelò che il padre di Marisol l’aveva abbandonata
subito dopo la notizia della gravidanza, che aveva dovuto crescere la
sua bambina senza l’aiuto di nessuno, dopo che anche
la sua mamma adottiva se n’era andata per sempre, lasciandola senza
punti di riferimento.
Le loro anime si spogliarono con una semplicità inattesa,
si ritrovarono nudi l’uno di fronte all’altra. Non c’erano filtri
invisibili tra loro.
Dolore, stanchezza, inquietudine. Ogni sensazione passava da Matteo
a Giada, tornava indietro come attirata da una
calamita, ripartiva, scavava, trovava un ostacolo, si fermava e
poi di nuovo ricominciava. Gli occhi si scrutavano, le mani si
muovevano.
Passavano persone, squillavano telefoni. Nulla interruppe
quella magia che fluiva come un torrente in piena senza argini.
Finché un’infermiera uscì per avvertire Giada che la piccola si
era svegliata e che poteva dunque vederla e stare con lei.
Erano passate due ore, il tempo era volato.
Furono feriti da quel brusco risveglio a cui erano stati costretti,
ma entrambi avevano raccolto molto più di quanto
sperassero.
La donna rientrò in reparto, dirsi grazie non serviva.
Matteo si era ammalato da piccolo. Gli avevano diagnosticato
un’insufficienza renale cronica all’età di dieci anni.
I suoi reni non riuscivano a filtrare le sostanze di scarto e i
fluidi in eccesso nel sangue che in condizioni normali venivano
eliminati con le urine. Dovette ricorrere a una macchina
che faceva questo al posto dei suoi organi malati ed entrò in
dialisi.
Steso sul letto dell’ospedale pensava alla sua vita e al tempo
che passava, ma non si dava per vinto. Certo, avrebbe voluto
spendere i suoi giorni in modo più divertente e spensierato,
crescere in modo normale, ma non si era mai abbattuto. Non
aveva mai considerato quella malattia un’ingiustizia ma solo
uno dei tanti ostacoli o imprevisti che la vita può riservare.
Pensava anche che da grande avrebbe voluto essere come
quella macchina per poter assorbire il dolore e restituirlo depurato
e trasformato. E quella macchina l’aveva resa più sua e
più viva attaccando sul retro del monitor di controllo la figurina di
un leone, il suo animale preferito, forte e nobile.
Sì, sarebbe diventato un supereroe con un mantello colorato che
aiutava le persone in difficoltà. L’idea gli piaceva molto
e lo rendeva orgoglioso.
Aveva sempre affrontato le sue giornate con grande coraggio e
solarità, ma un giorno ricevette una notizia che lo gettò
nello sconforto per la prima volta.
«Ascolta, Matteo, la situazione si è molto complicata. I tuoi
reni non ce la fanno più e hai bisogno di un trapianto.»
I medici fecero tutti gli accertamenti del caso. Suo
fratello Gianluca risultò compatibile e avrebbe potuto donargli un
rene e vivere tranquillamente con uno solo.
«Te la senti davvero di farlo?»
«Sai che per te farei qualsiasi cosa.»
Si abbracciarono, commossi. Mille pensieri si affollavano
nella mente di Matteo. Fu preso dall’ansia di non farcela.
Se il trapianto fosse andato male? Se non ce l’avesse fatta?
Se tutti gli sforzi e le sofferenze non fossero serviti a nulla? Se
suo fratello non avesse potuto vivere serenamente per colpa
sua? Sentiva il peso della stanchezza e della guerra che aveva
combattuto per anni. Era giunta la resa dei conti, tutto sarebbe
cambiato, nel bene o nel male.
Il giorno tanto atteso dell’intervento arrivò e Matteo era
angosciato più che mai. Gianluca lo rassicurò come faceva
sempre.
Carla teneva le mani dei suoi figli e si sentiva così fiera,
anche se un po’ spaventata. Alfredo fissava la scena da lontano,
con un apparente distacco razionale, pregando che da lassù
qualcuno proteggesse quei suoi ragazzi così temerari.
Matteo ritrovò il sorriso e la speranza che tutto sarebbe
andato nel migliore dei modi.
«Siamo buffi con questi camici verdi…»
«Tu sei buffo, io sono così sexy!»
Risero e poi gli infermieri li portarono in sala operatoria.
L’intervento andò come tutti avevano sperato e i farmaci
antirigetto aiutarono Matteo ad accogliere quel nuovo pezzo
del suo corpo. A sedici anni poteva ricominciare davvero.
Prima di tornare a casa passò per l’ultima volta accanto a
quella macchina della dialisi che lo aveva tenuto in vita e
sottovoce le promise che sarebbe diventato come lei. Avrebbe
aiutato le persone malate, a suo modo. La accarezzò come se
fosse qualcosa di vivo e sorridendo uscì.
Non pretendeva niente di così assurdo e irraggiungibile,
solo una vita normale.

07 novembre 2019

Evento

Librerie.coop , c/o C.C. Fonti del Corallo, Via G.Graziani 6, Livorno
Presentazione del libro presso Librerie.Coop, c/o C.C.Fonti del Corallo, via G.Graziani 6, Livorno, alle 18.30
24 ottobre 2019

Evento

Libreria Pescebanana, via Umberto I 199, Catania
Presentazione del libro presso la libreria Pescebanana in via Umberto I 199 a Catania alle ore 18
23 ottobre 2019

Evento

Mondadori Bookstore, viale Teocrito 125, Siracusa
Presentazione del libro presso la libreria Mondadori Bookstore di Siracusa in viale Teocrito 125 alle ore 18.30
25 settembre 2019

Evento

Libreria Cultora, via Lamarmora 24, Milano.
Presentazione del libro presso la libreria Cultora, via Lamarmora 24, Milano, alle ore 18:30.
15 giugno 2019

Evento

Circolo Arci di Piccarello (GE), Piazza Marconi 18 </br> Presentazione del libro presso il Circolo Arci di Piccarello (GE), sabato 15 giugno alle ore 17
13 aprile 2019

Evento

Libreria Iobook Liberilibri, Via Cavour 32 - Senigallia (AN) sabato 13 aprile ore 18.30
Presentazione del libro Vite di carta presso la libreria Iobook Liberilibri di Senigallia
05 aprile 2019

Evento

Sala Remo Branca, Municipio di Iglesias, ore 18:00
Presentazione del libro Vite di carta presso la Sala Remo Branca del Municipio di Iglesias (CI)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sentirsi parte della vita dei personaggi, abbracciarli ad uno ad uno nel finale del libro, un po’ romanzo un po’ noir , intrigante e mai scontato!!! Ottima lettura

  2. (proprietario verificato)

    Un inno alla vita!!! e come tutti i percorsi non sai mai cosa c’è lì dietro ad aspettarti. Vero, mai banale , intrigante e un po’ noir …da leggere tutto d’un fiato!!!!

  3. (proprietario verificato)

    Bellissimo libro, la psicologia dei personaggi è affascinante e intrigante, e il modo in cui si intrecciano le vite dei protagonisti aiutandosi a vicenda è meraviglioso.

  4. francesca.mariano82

    (proprietario verificato)

    È un libro che descrive l’ evoluzione di un’imprevedibile vita, l’incrociarsi a loro volta di altre esistenze e l’ebbrezza di provare a cambiare il proprio percorso. Quando una seconda possibilità è come un farò sulla strada della propria vita. Emozionante e pieno di realtà.

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Simone Pancotti
SIMONE PANCOTTI, classe 1982, vive in un paesino sul Mare Adriatico vicino a Senigallia. Vite di carta è il suo romanzo d’esordio, pubblicato con bookabook a marzo 2019.
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