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Consegna prevista novembre 2019

Cleo e Samir sono amici. Lo sono da quando sono piccoli. A un certo punto si trovano costretti a scappare a causa di una storia che non li lascia vivere tranquilli, che non raccontano a nessuno. Viaggiando per il mondo incontrano molti personaggi: cavalieri, banditi, regine, un saggio, un matto e tanti altri. Con alcuni faranno un tratto di strada insieme, ma saranno sempre solo Cleo e Samir a dover cercare le risposte di cui hanno bisogno. Forse queste risposte neanche esistono, ma loro sono convinti che riusciranno a trovarle. In fin dei conti tutto quello che vogliono è stare insieme e trovare un posto che possano chiamare casa.

Perché ho scritto questo libro?

Stavo preparando in teatro Aspettando Godot ed ero rimasto molto colpito dal testo. I vari personaggi di Beckett continuavano a girarmi in testa, anche se non sapevo bene il perché. Un giorno in radio stavo ascoltando un pezzo di Zucchero tratto da un album dal titolo “Wanted” e mi venne in mente di scrivere una storia con quel titolo. Da lì la combinazione fu facile e la storia è venuta fuori da sé. Non avevo bisogno di pensare. Avevo voglia di raccontare le cose con un fare disincantato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

<<Guarda!>>

Cleo e Samir erano lì già da qualche tempo. Fermi a fissare il vuoto, fino a che lei non alzò lo sguardo al cielo e vide le stelle, inducendo anche lui a guardare. Rimasero così per lungo tempo. Non avevano nulla da fare. E stettero lì!

Cleo, occhi scuri, capelli ricci e scompigliati, nerissimi, pelle olivastra. Era la migliore amica di Samir, che era talmente tanto bianco da far sembrare abbronzato un albino. I suoi capelli erano biondi, gli occhi verde acqua. A differenza della ragazza era basso, non raggiungeva il metro e settanta e aveva una pancia appena accennata, mentre lei aveva un fisico atletico e sensuale con un seno piccolo ma ben fatto. Era stranissimo vederli camminare insieme, eppure non facevano altro fin da quando erano piccoli. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme. Praticamente fratelli.

Erano arrivati in quel luogo quasi per caso. Una tundra solitaria dispersa nel nulla. C’era una fattoria che si vedeva a distanza, ma erano troppo stanchi per raggiungerla. Ora lì in quel nulla fissavano le stelle.

<<Lo credi davvero?>>

Cleo si mosse, abbracciò il suo amico, chiuse gli occhi e rispose.

<<Non ti preoccupare di tempo per cambiare ce n’è!>> E subito si addormentò.

Lui non si mosse, era attento persino a respirare per non disturbarla. Cercò di capire come fossero vestiti, non ricordava neanche quale fosse stata l’ultima volta che si erano lavati e cambiati. Provò ad alzare il collo, ma notò come la cosa desse fastidio a lei e ritornò immobile. Riuscì solo a vedere che la scarpa destra aveva un buco proprio sull’alluce.

Fu in questa posizione che sentì un frastuono, come dei cavalli che a galoppo di avvicinavano velocemente. Provò a guardare ma non riuscì a vedere, fino a che si trovò di fronte un intero esercito di cavalieri. Erano tutti vestiti con una giacca blu e dei pantaloni bianchi. Solo uno di loro aveva la giacca rossa. Era anche l’unico ad avere una piuma sul cappello. Sembrava il capo!

Scese da cavallo e si avviò verso Samir e Cleo.

<<Buonasera signori, di chi è questa terra?>>

<<Non ne ho idea.>>

<<Bene, allora è nostra!>> Poi si rivolse ai suoi uomini, alzò il braccio destro al cielo ed urlò. <<Abbiamo conquistato un altro pezzo di territorio>>

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A questa frase tutti i suoi sottoposti cominciarono ad urlare di gioia e a lanciare i cappelli in aria.

<<Sottotenente pianti la bandiera.>>

Il sottotenente scese da cavallo. Slegò la bandiera dalla sella del suo puledro. E con un colpo secco tentò di piantarla a terra, ma non vi riuscì.

<<Signore, la terra e troppo secca non entra.>>

<<Allora scavate.>> Bastò quest’ordine per far scendere anche tutti gli altri che si misero a lavorare con la propria pala. Ognuno di loro fece una buca e finito il lavoro il sottotenente non sapeva più dove piantare il vessillo.

<<Signore, ora però non so dove metterla.>>

<<Lasciamo che siano i nostri amici a scegliere.>> Rivolgendosi verso i due che erano ancora sdraiati pose la domanda. <<Dove volete che la piantiamo signori?>>

Cleo, che nel frattempo si era svegliata, guardò perplessa il suo amico <<Ma chi sono?>>

<<Se non ho capito male i proprietari del terreno.>>

<<Bene.>> Così fu lei a rivolgersi ai soldati <<Quindi voi siete i proprietari?>>

<<Si signorina.>> Fu il sottotenente a rispondere.

<<E cosa ve ne fate di una terra così dura?>>

<<Non lo so signorina.>> Provò a pensare ma non sapeva cosa dire, così si rivolse al suo superiore

<<Signore, cosa ce ne facciamo?>>

<<Ma come? Che domande son queste?>> Nel dire queste frasi usò un tono teatrale e borioso. <<Il nostro compito è diventare padroni.>>

I due amici si tirarono su a sedere. Si guardarono di nuovo e all’unisono posero la nuova domanda. <<Si, ma per quale motivo?>>

<<Per governare.>>

<<Tu hai capito qualcosa?>> Samir guardò l’amica.

<<No.>> Cleo rivolse di nuovo lo sguardo verso i soldati. <<Signori, ci spiace di essere sul vostro terreno.>>

<<Signore, scusi se mi permetto, ma questa conquista mi sembra come quando abbiamo conquistato il mare. È stato bello, ma poi non sapevamo cosa farcene. Non abbiamo barche e nel mare non possiamo mettere nulla, un po’ come qui. Questa terra sembra desolata. Magari in quella fattoria laggiù troveremo qualcosa.>>

<<Basta con questi discorsi sconclusionati. Sottotenente scelga un buco dove piantare la bandiera.>> Poi rivolgendosi verso gli altri. <<Voi, con me. Alla fattoria.>>

Con urla di giubilo partirono tutti a cavallo in direzione della vecchia casa che si vedeva in lontananza alzando un polverone.

I tre rimasti cominciarono a tossire e lo fecero per lungo tempo. Poi si guardarono. Qualche secondo dopo il sottotenente si mise a cercare un buco dove infilare il vessillo.

<<Però è bella.>> Disse Cleo.

<<Cosa?>>

<<La bandiera è bella.>>

<<Dici?>>

<<Dico!>>

<<Se lo dici tu!>>

Samir non era convinto della bellezza e cominciò a guardarla con più attenzione, ma non ci riusciva perché continuava a muoversi portata dal soldato a destra e a sinistra alla ricerca del posto giusto. Quando si fu stancato di seguirla con lo sguardo tornò a parlare con la sua amica.

<<A me sembra una normalissima bandiera bianca.>>

<<Appunto. Guarda quanto è candida. Mi fa tenerezza.>>

<<Lei?>>

<<Si, perché?>>

<<Non so! Non sono tanto convinto che sia lei a fare tenerezza!>>

<<E cosa dovrebbe essere allora?>>

<<Boh! Ti ho appena detto che non lo so.>>

<<Ha trovato un posto.>>

<<Torniamo a guardare le stelle? Loro non si possono conquistare e saranno sempre libere.>>

<<Ho sentito dire che qualcuno le acquista.>>

<<Le stelle? Perché?>>

<<Ci sarà sicuramente un motivo, ma ora mi sfugge.>>

<<Si, lo credo anche io. Nessuno sarebbe tanto stolto da acquistare qualcosa che non serve.>>

<<Già. E nessuno sarebbe tanto stolto da volere conquistare tutto, anche il mare, se poi non avrebbe nulla da farci.>>

Rimasero a fissarsi inebetiti. Avevano intrapreso un discorso troppo complicato per loro. Fu di nuovo lei a dirlo.

<<Guarda.>>

E tornarono a fissare le stelle, sdraiati e abbracciati. In quel preciso momento arrivò il sottotenente, che vedendoli in quel modo si sentì in diritto di parlare

<<Missione compiuta, ora queste terre sono dell’impero di Saint Louis amministrato dall’imperatrice Adele e sottomesse all’impero dal comandante Babilone; colui che è arrivato fino all’oceano conquistandolo, per poi decidere di tornare indietro, una volta compreso che non poteva impossessarsi più di nulla.>> Disse tutta la frase con fare solenne e con la mano sul cuore. Finito il rito salì a cavallo salutò i due amici, con un inchino, dopo essersi tolto il cappello, e si diresse verso i suoi compagni.

<<Tu chi hai capito qualcosa?>>

<<Poco, ma non credo sia importante.>>

<<Si hai ragione. Tu sei sempre più brava di me.>>

<<Ora?>>

<<Dormiamo.>>

<<Si, dormiamo.>>

Cleo si svegliò che era ancora notte. Fece un balzo e si guardò intorno. Stava cercando di capire dove si trovassero. Svegliò Samir che non ne fu molto contento.

<<Ma secondo te i soldati dell’impero di Saint Louis comandati da Babilone, dove sono?>>

<<Alla fattoria.>>

<<Alla fattoria?>>

<<Si, alla fattoria.>>

<<Andiamo.>>

Senza dire altro si alzarono e si avviarono verso la casa che si vedeva in lontananza. Più si avvicinavano e più si rendevano conto che la fattoria non era proprio quello che a loro sembrava da lontano. Sembrava una casa costruita nel nulla. La tundra che li circondava dava la sensazione di estendersi all’infinito. Erano le prime luci dell’alba e il sole che nasceva rendeva tutto di un rosso intenso. Si stava alzando una leggera brezza che faceva roteare nell’aria solo un poco di polvere. Attorno a loro, oltre la casa non c’era nulla.

Arrivati lì davanti provarono a scrutare l’interno, ma i vetri erano talmente tanto sporchi da impedirne la visione. Era fatta di legno consunto e vicino. Salirono i tre gradini che li separavano dal portico. Alla sinistra c’era una classica sedia a dondolo, non proprio nuova. Provarono a bussare ma non rispose nessuno.

<<Forse dormono tutti.>> disse Samir.

<<Andiamo dentro.>> Disse lei.

Entrarono e si trovarono davanti un bancone stile hotel con dietro una donna che ci dormiva appoggiata sopra. Sembrava sulla sessantina, di una bellezza oramai sfatta ed era in vestaglia. Si svegliò d’improvviso e come se nulla fosse cominciò a parlare.

<<Buongiorno, cosa posso fare per voi?>>

<<Lei chi è?>> Chiese Samir rivolgendosi all’amica.

<<Non so.>> Rispose. Rivolgendosi poi alla donna. <<Lei chi è?>>

<<Io sono la maitresse. Sopra ci sono le mie ragazze.>>

<<E cosa fanno le sue ragazze?>> Chiese lui.

<<Lavorano, fanno le meretrici.>>

I due amici si guardarono senza capire bene.

<<Cosa fa esattamente una meretrice?>> Samir guardava Cleo perplesso.

<<Non lo esattamente, credo abbia a che fare con il mestiere più antico del mondo.>>

Se lo dissero a bassa voce con la donna che li guardava e cercava di comprendere le loro parole. Finito la loro piccola discussione fu la ragazza a rivolgersi di nuovo alla donna.

<<Son per caso passati di qui dei soldati dell’impero di Saint Louis comandati da Babilone?>>

<<Si certo.>>

<<E dove sono andati?>> Mentre diceva queste parole Samir fu attratto dalla canzone che stava cantando una gentile signorina in abiti succinti che si intravedeva sopra le scale alla loro sinistra e cominciò ad avviarsi verso di lei.

<<Dove vai?>> urlò Cleo prendendogli un braccio.

<<Da lei.>> Rispose lui fermandosi.

<<Lo faccia andare.>> Disse la donna sorridendo.

<<Vieni qua.>> Si impose Cleo.

Poi vedendo che l’amico non si fermava gli saltò addosso. I due si misero a litigare, uno sopra all’altra. Fino a che fu la ragazza ad avere la meglio. A quel punto alzò lo sguardo e vide la maitresse che le pose una corda e le indicò un punto dove poter legare Samir. Per completare l’opera pose anche un fazzoletto in bocca in modo che non potesse parlare. Nel frattempo la ragazza era andata via ed erano rimasti di nuovo solo loro tre.

<<Stai bene?>>

Lui annuì.

Era stato legato ad un palo posto, stranamente, al centro di quella che si poteva considerare una hall. C’era la moquette verde e ormai da cambiare, c’erano i divanetti color panna, quattro per l’esattezza, attorno ad un tavolino basso e il bancone in cui era poggiata la signora aveva tutta l’aria di essere una reception.

<<Sembra un albergo.>>

<<Non è proprio un albergo, ma quasi.>>

<<Non ho mai visto un quasi albergo, Tu Samir?>>

Segno di diniego con la testa.

La ragazza tornò a rivolgere l’attenzione sul motivo principale per cui erano andati fin lì.

<<Quindi, mi diceva che i soldati son passati di qui!>>

<<Sono ancora qui.>>

<<E dove?>>

<<Su, con le ragazze.>>

<<Come mai?>>

<<Tutti gli uomini che passano di qui vanno con le mie ragazze.>>

<<Ecco perché tiene a portata di mano una corda.>>

<<Si.>>

Cloe restò in silenzio a pensare. Passarono alcuni minuti in cui rimase immobile senza dire e fare nulla. Fino a quando non sentì il ragazzo mugugnare.

<<Ah già è vero! Hai ragione.>> Poi tornando a rivolgersi verso la donna, che nel frattempo era rimasta in attesa <<Quindi. Cosa son venuti a fare qui?>>

<<Dicevano che volevano conquistare la fattoria. Però non ho capito a quale fattoria si riferissero. Io non ne ho mai vedute qui intorno.>>

<<Da lontano questa casa sembra una fattoria.>>

<<Capisco.>>

<<Ed ora sono di sopra!>>

<<Succede sempre così. Tutti gli uomini che passano qui, vedono le mie ragazze e decidono di restare. Soprattutto quelli che vogliono conquistare qualcosa.>>

<<Per far cosa?>>

<<Non so! Ma sapete come si dice, no?>>

Cleo rimase ferma a fissare la donna. Le due si guardarono a lungo. La maitresse vista così dimostrava anche più di sessant’anni. Trucco pesante; con il mascara che si scioglieva e cercava di nascondere delle rughe prominenti. I capelli raccolti in uno chignon erano bianchi. La vestaglia metteva in risalto il suo grossissimo seno ma anche il ventre grosso e tutto il resto. Dopo averla studiata per bene la ragazza si stancò di guardarla. Ma doveva attendere la risposta quindi restò immobile in attesa. Finalmente la donna parlò.

<<Cioè, sapete come si dice?>>

<<No, noi non sappiamo niente. Tu lo sai Samir?>>

Per tutta risposta il ragazzo agitò velocemente la testa a destra e sinistra.

<<No, mi spiace. Non lo sappiamo. Noi non sappiamo quasi niente. Non possiamo sapere cose di questo genere siamo troppo stupidi. Cioè non possiamo renderci conto che la democrazia è solo un miraggio, che la diversità è una risorsa, che le guerre servono solo a qualcuno e che il popolo in ogni caso ci rimette e che le regole sarebbero inutili se ognuno di noi seguisse il giusto modo di comportarsi. Se sapessimo tutte queste cose saremmo persone intelligenti, ma purtroppo non lo siamo.>>

La donna ebbe un momento di esitazione, come se stesse pensando qualcosa, poi si ridestò e rispose.

<<Dai su, quella storia dei buoi sopra i carri che tirano. No aspetta non era proprio così. Cioè non erano i buoi che tiravano. Comunque non è importante, avete capito!>>

<<No. Credo che non abbiamo capito proprio nulla …>> Smise di colpo di parlare, come se fosse stata colpita da un pensiero improvviso. Portò pollice e indice sotto il mento e assunse un’espressione pensosa.

<<Però lui legato così mi ricorda qualcosa. Una cosa che ho sentito forse quando ero piccola.>>

<<Cosa?>>

<<Non ricordo esattamente. Magari prima o poi mi torna in mente.>> All’improvviso cambiò discorso

<<Una cosa volevo chiederle. Non avete per caso qualche cosa da mangiare o da bere?>>

A questa richiesta il ragazzo cominciò ad agitarsi, in quel momento si rese conto che erano parecchi giorni che non toccavano cibo.

<<No, mi spiace. Ci sono solo per i clienti e lei ha legato il suo amico. Però qui vicino c’è un lago. Lì potrete pescare>>

<<Che bel quadro. Cosa c’è disegnato?>> Stava guardando una cornice posta proprio dietro la donna.

<<Una sirena.>>

<<Che bella. Non trovi anche tu, Samir?>>

Un nuovo mugugno di assenso.

<<Grazie di tutto.>> Fece un paio di passi poi si voltò <<In quale direzione si trova il lago?>>

<<Fuori.>> E indicò un punto indefinito aldilà della porta di ingresso.

<<Grazie.>> Guardò l’amico che sembrava assente. <<Dovrebbe darmi una mano a portarlo fuori, non credo sia il caso di slegarlo qui dentro.>>

La maitresse fece una smorfia, poi infilò le mani in un cassetto ne estrasse delle forbici e si avviò verso Samir, che la guardava spaventato. Con un colpo secco slegò il ragazzo, senza dir nulla se lo caricò sulle spalle e lo buttò fuori dalla casa senza tanti complimenti.

<<È stato un piacere conoscerla.>> Anche Cleo uscì e aiutò l’amico a sollevarsi e in silenzio si avviarono dalla parte opposta da dove erano venuti.

<<Aspettate!>>

I due si fermarono come se qualcuno li stesse chiamando.

<<Aspettatemi!>>

A questo punto si voltarono. E videro una ragazza corrergli incontro.

<<Chi è?>> Samir sembrava spaventato.

<<Una ragazza.>>

<<Eccomi.>> Li raggiunse e si piegò sulle ginocchia per riprendere fiato. <<Grazie.>> E li guardò con uno sguardo di gratitudine.

I due amici continuavano a fissarla con un’espressione assente, in attesa che fosse lei a parlare.

<<Sono Diletta, una delle ragazze della maitresse e faccio la meretrice. Almeno la facevo, perché non voglio farla più. Sono scappata per venire con voi. Vi ho ascoltato da quando siete arrivati, ero nascosta dietro la porta della cucina. Anche io non so nulla, quindi sento che starò bene con voi. Ho anche preso qualcosa da mangiare.>> Nel dirlo tirò su la gonna e sfilò il cibo, che aveva rinchiuso dentro una bustina, dalle autoreggenti. <<Non è molto, ma potrebbe bastarci per qualche tempo.>> E allungò ai due la busta.

Samir guardò Cleo e quando lei assentì prese velocemente quello che la ragazza porgeva lo scartò e si affrettò ad addentare un pezzo di pane. Poi voltandosi consegnò il tesoro all’amica che con meno foga ma con la stessa fame cominciò a mangiare.

<<Quindi posso?>>

<<Posso cosa?>> Chiese lui.

<<Si puoi venire con noi.>> Disse lei.

<<Veramente? Siamo sempre stati solo noi due.>> Samir parlò a bassa voce.

<<Non possiamo non aiutare una persona che ha bisogno.>>

<<Giusto.>> Poi rivolgendosi a Diletta <<Benvenuta.>>

Si voltarono senza dire nulla e si riavviarono. Dopo poco la ragazza li affiancò con un sorriso pieno. In questo modo camminarono senza parlare per parecchio tempo e senza vedere il lago. Ad un certo punto videro in lontananza una roccia. Posta lì nel nulla della tundra che li circondava.

<<Andiamo a sederci lì, ci sarà un po’ di ombra e potremo riposarci prima di ripartire>> fu Cleo a individuarla per prima. Arrivati si sistemarono come poterono cercando riparo dal sole di mezza giornata. Come al solito Cleo abbracciò Samir e Diletta si posizionò dall’altro lato del ragazzo. Dopo qualche minuto di silenzio in cui cercarono di riprendere fiato, il ragazzo si rivolse alla nuova arrivata.

<<Cosa fa esattamente una meretrice?>>

A questa domanda anche Cleo tirò su la testa e guardò incuriosita in direzione dell’altra ragazza.

<<Non so proprio come spiegarlo. Non so neanche da dove iniziare. Ma ci proverò.>>

Rimase qualche secondo in silenzio. Poi cominciò a parlare. Andò avanti per diversi minuti, senza mai riprendere fiato. Come se quello che stava dicendo doveva venire fuori così e in nessun altro modo. Mentre raccontava i visi dei suoi compagni di viaggio cambiavano espressione in continuazione.

<<E questo è tutto.>>

<<Tu hai capito qualcosa.>> Lui lo disse a bassa voce a Cleo.

<<Non sono stata brava a spiegare?>>

<<Tu sei stata bravissima. Semplicemente noi non credevamo esistessero queste cose.>>

<<Anche tu sei una ragazza come me. Credevo che tutte le ragazze facessero le stesse cose.>>

<<No. Non facciamo tutte le stesse cose.>>

<<Infatti, immaginavo. Quindi siamo diverse?>>

<<Diverse?>> Samir sembrava spaventato.

<<Si.>> disse Cleo.

<<Ma tutte quelle cose che ci hai raccontato si possono fare?>>

<<Se io le ho fatte per lungo tempo e le altre continuano a farle, credo di sì.>>

I due amici si guardarono perplessi. Poi fu Cleo a parlare.

<<Una volta ho sentito una storia secondo cui se Dio non esiste tutto diventa lecito. Non ricordo bene chi fu a dirlo. Forse un filosofo.>>

<<Dio?>> Chiese lui.

<<Non esiste?>> disse Diletta.

<<Non lo so, ho solo sentito questa storia.>> Rispose Cleo.

<<Però un mio cliente abituale mi ha sempre parlato di cose così. Cioè a lui piaceva salire sul pulpito e predicare prima di iniziare e io ogni tanto lo ascoltavo. Veniva sempre vestito di rosso porpora. Lui difendeva l’idea secondo cui c’è una retta via da seguire aldilà della religione o della scienza, della politica o di qualsiasi altra cosa.>>

<<Sì.>> Nel dire ciò Samir fece saltare le due amiche, tanta fu l’enfasi con cui pronunciò l’affermazione.

<<Non ricordi? Anche noi abbiamo sentito un discorso tipo questo quando eravamo bambini. Da quel professore vestito sempre male, con la barba e che portava sempre quelle magliette brutte.>>

<<Quelle in cui era sempre rappresentato un uomo barbuto con un basco o con una sigaro in bocca e con tutto quel rosso attorno. Ricordo.>>

<<Però non so proprio come definire la cosa.>> Concluse il ragazzo.

<<Morale.>>

La voce arrivò dall’altra parte della roccia. Era calda e profonda, probabilmente di un uomo sulla mezza età.

I tre si voltarono e videro dei piedi infilati in degli scarponi spuntare di lato e sopra il masso una nuvola di fumo.

<<C’è qualcuno.>> Disse Cleo.

<<Chi è?>> Chiese spaventato Samir.

<<Andiamo a vedere.>> Suggerì Diletta.

Con circospezione cominciarono a ruotare intorno alla roccia e si trovarono davanti questo uomo con un cappello da cowboy a coprire gli occhi chiusi. Stava fumando un sigaro. Aveva la barba brizzolata. Una giacca copriva una camicia a quadri e dei pantaloni consunti completavano l’abbigliamento. Anche se era seduto sembrava veramente molto alto.

Quando li sentì aprì lentamente gli occhi.

<<Si chiama morale. Quella cosa che non sapete come definire.>> Ripeté la parola scandendola.

<<Grazie.>> Diletta sembrava la meno spaventata dei tre.

<<Bisognerebbe fare tutte le cose seguendola in modo da fare la cosa giusta. E non abbiamo certo bisogno di qualcuno che ce la imponga o ce la spieghi. Semplicemente ognuno di noi l’ha dentro. Purtroppo quasi tutti l’abbiamo dimenticata. Molti si affidano ad un qualche culto per avere delle regole non ritenendosi in grado di stabilirle da solo. Ma evidentemente se si ha bisogno di regole e non si segue il proprio cuore c’è qualcosa di malsano. Ed è vero, fu un filosofo a tirar fuori la teoria di cui parlavate prima.>>

<<Lei è molto intelligente, lo sa?>> Disse ancora la ragazza.

<<Se una cosa vi fa stare bene, fatela. Non è mai sbagliata.>>

<<Ma che significa?>> Chiese Samir.

L’uomo si alzo, tirò a sé il suo cavallo, fino a quel momento seduto al di là della roccia e di conseguenza nascosto. Fece un sospiro di disapprovazione e salì sopra l’animale.

<<Pagani!>>

<<Paga che?>> Chiese il ragazzo.

<<Un mondo che ha bisogno di santi e di eroi è un mondo sbagliato!>> E così dicendo fece un suono con la bocca e diede un colpetto al cavallo che si mosse. In poco tempo era già al galoppo allontanandosi dai tre amici.

<<Che voleva dire?>> Chiese Cleo.

<<Pagani?>> Continuò a chiedersi Samir.

<<Credo di essermi appena innamorata.>> Concluse Diletta con un tono languido. <<Quell’uomo. Così bello. Con la sua aria vissuta. Alto. Con quel cappello. E quella voce calda e suadente. Poi dice certe cose!>>

Gli altri due la guardarono stupiti. Poi tornarono ai loro pensieri.

<<Che voleva dire?>> Disse di nuovo la ragazza.

<<Pagani.>> Concluse Samir e accompagnò l’affermazione con una scrollata di spalle e un sorriso.

Dopo aver dormito qualche ora accanto alla roccia ripresero il viaggio. Camminarono per lungo tempo, sempre in quella tundra desolata e solitaria, incontrando al massimo qualche masso. Fino a quando in lontananza non videro quello che sembrava un piccolo boschetto. Quelli che si vedevano in lontananza sembravano proprio degl’alberi. Pensarono potesse essere un miraggio, ma nonostante tutto cominciarono a correre per raggiungerlo. Quello che da lontano sembrava solo qualche albero isolato qua e là, da vicino era un vero e proprio bosco, in cui si addentrarono con gioia. Almeno avevano un luogo in cui ripararsi dal sole. Stavano camminando tranquilli, con un’espressione soddisfatta quando da dietro un albero sbucò un uomo che puntò loro una pistola.

<<Mani in alto. Questa è una rapina.>>

I tre alzarono immediatamente le mani.

<<Per fortuna, credevamo volesse ucciderci.>> Fu Samir ad interrompere il silenzio.

<<Sì, quella potrebbe essere un ipotesi.>> Il bandito sembrava perplesso.

<<E no. Così non vale! Ha detto che è una rapina. Ora non può cambiare idea.>> Protestò Cleo.

<<Va bene. Questa è solo una rapina. Datemi tutto quello che avete.>>

<<Ma noi non abbiamo niente.>> Disse ancora il ragazzo.

<<Veramente ci sarebbe ancora questo piccolo pezzo di pane.>> Diletta lo disse tirandolo fuori e guardando gli amici. Poi rivolgendosi al ladro. <<E noi avremmo fame.>>

<<Però se anche lui ha fame potremmo dividerlo. Non possiamo mica lasciarlo affamato.>> Disse ancora Cleo.

<<Giusto.>> Confermò il ragazzo.

<<Già.>> Concluse Diletta.

In questo scambio di battute il bandito osservò lo strano gruppo di amici con lo sguardo smarrito, continuando a puntare verso di loro la pistola, scarica, anche se le vittime non lo sapevano. Quando la discussione fu terminata il pane fu diviso in quattro pezzi uguali e tutti i commensali cercarono di far durare il più a lungo possibile la loro parte.

Alla fine della colazione fu Cleo a riprendere il discorso.

<<C’è un lago qui nei paraggi? Noi stiamo andando lì per pescare, così potremo sfamarci. Se vuole può venire anche lei. A proposito come si chiama?>>

<<Io sono Archibald della Vittoria duca della Mancha. Ed ho anche io sentito parlare di questo lago. Molta gente ne disquisisce. Quindi deve esserci per forza. Solo che non so dov’è!>>

<<Scusate, ma quindi nessuno sa se questo lago esiste veramente?>> Disse Diletta.

<<Come no?>> Chiese Samir spaventato.

<<Se molta gente sa della sua esistenza, vuol dire che c’è! Sarebbe impensabile pensare che una cosa raccontata dalla maggioranza non sia vera.>> Concluse Cleo.

<<Giusto. Ragionamento impeccabile. Non si vorrà mica credere che una storia creduta da molti possa non essere vera. Se la maggioranza lo pensa ci sarà una motivazione.>> Concluse il bandito.

<<La maggioranza ha quasi sempre idee discutibili. Disse Barabba, raccontando ad alcuni amici un episodio capitatogli qualche tempo prima.>>

Gli altri tre fissarono stupiti Diletta che aveva appena pronunciato quelle parole.

<<Me lo ripeteva sempre mio nonno. Ma non ho mai capito a cosa si riferisse. Non sono mai stata brava con la storia.>>

<<Non guardate me. Dalle mie parti certe cose non si sanno.>> Disse Archibald

<<E la nostra storia?>> Chiese Samir all’amica.

<<Quale storia?>>

<<Quella storia.>>

<<Non capisco che storia!>>

<<La nostra storia.>> Urlando.

<<Già.>> Pensierosa.

<<Quindi la nostra storia è vera.>> E così dicendo cominciò a tremare.

Cleo si avvicinò e lo abbracciò. E disse ancora. <<Non ti preoccupare, tempo per cambiare ce n’è.>>

Gli altri due li fissarono senza riuscire a capire di cosa stessero parlando. Il ragazzo continuava a tremare come una foglia mentre lei lo teneva stretto a sé accarezzandogli la testa e sussurrandogli dolci parole nell’orecchio.

Osservarono questa scena per qualche minuto in silenzio. Fino a che Archibald parlò.

<<Ma non dovevamo cercare un lago?>>

<<Noi dovevamo cercare un lago.>> Rispose Diletta mettendo l’accento sul noi.

<<Non vorrete mica lasciarmi qui a rapinare gente senza un soldo? Poi lei mi ha invitato a venire con voi.>>

Si gettò a terra e implorando aggiunse. <<Portatemi con voi ve ne prego. Non vi accorgerete neanche di me.>> Oramai piangeva quasi copiosamente.

<<Effettivamente potrebbe essere utile avere un’arma.>> Cleo continuava ad accarezzare l’amico mentre interagiva con gli altri.

<<Veramente è scarica. Non posso permettermi munizioni.>> Si rialzò e si asciugò le lacrime.

<<Poco importa. Noi credevamo fosse carica e ci siamo spaventati. Tanto mica vorrai sparare veramente?>> Disse ancora la ragazza.

<<Hai ragione. L’importante è quello che sembra.>>

<<Allora possiamo muoverci.>> Così dicendo Diletta si avviò e a breve distanza fu seguita da tutti gli altri. Camminarono per qualche tempo. Quando oramai il sole stava per tramontare si fermarono esausti sotto un salice. L’unica fortuna della giornata era stata quella di evitare il sole in testa. Trovarono delle bacche poco distanti e riuscirono a mettere qualche cosa sotto i denti. Dopo la piccolissima cena si sdraiarono e provarono a dormire. I due ragazzi si addormentarono immediatamente, mentre le due donne fecero più fatica e si misero a parlare tra di loro, usando un tono di voce molto basso.

<<A quale storia si riferiva Samir prima?>>

<<Forse un giorno la racconteremo, ma non è ancora il tempo giusto.>>

<<Va bene.>>

<<Buonanotte.>>

<<Buonanotte.>>

Provarono a dormire ma per entrambe le ragazze la missione si rivelò difficile ognuna delle due immersa nei propri pensieri.

<<Ma esattamente la Mancha dov’è che si trova?>> Mentre continuavano a vagare Samir si rivolse all’ultimo arrivato.

<<Una regione della Spagna.>>

<<E tu ne sei il duca? Quindi sei una persona importante.>>

<<Per così dire!>>

<<Ma non ho mai sentito del ducato della Mancha.>> Anche Cleo si intromise nel discorso.

<<Mio padre si è autoproclamato duca e alla sua morte io ne ho ereditato il titolo.>>

<<Non credo tu ci abbia guadagnato!>> Diletta, scrutò bene l’uomo. Il cappello, un tempo nero, a forma di basco. Una camicia a quadri con sopra un gilet anch’esso nero fino a qualche tempo prima. Dei pantaloni beige che arrivavano fino a sotto il ginocchio con delle calze marroni e piene di buchi a coprire i polpacci sotto delle scarpe color cachi oramai tutte rotte.

<<Me lo dicono in molti. Però essere duca è una cosa importante.>> Lo disse con tutta la fierezza di cui era capace.

<<Lago. Acqua. Bere. Mangiare.>> Samir cominciò ad urlare. Poi si mise a correre in direzione di quello specchio d’acqua che aveva intravisto.

Gli altri lo seguirono immediatamente senza parlare e senza chiedere più nulla. Una volta giunti vicini si inginocchiarono e cominciarono a bere. Si sentirono immediatamente meglio.

<<Finalmente potremo lavarci. E potremo rinfrescare anche i vestiti.>> Diletta cominciò a spogliarsi restando solo in mutandine e reggiseno.

<<Certo che è proprio bella!>> Samir la guardava con la bocca spalancata.

<<Si.>> Archibald confermò.

<<Chi?>> Cleo non riusciva a credere a quello che aveva appena sentito.

<<Diletta. È proprio bella. Con quegli occhi di quel colore nero. Quei capelli leggermente mossi di un castano brillante e quel seno così sodo e piacevole.>>

<<Ma cosa stai dicendo?>> Intervenne l’amica. “I capelli non hanno un senso, le labbra sono senza espressione, gli occhi sono da pesce lesso, il naso più lungo di un ponte. Il seno sarebbe sodo? E guarda quel culone. E la cellulite?>> incrociò le braccia e si allontanò con lo sguardo torvo. Fece appena un paio di passi in modo da poter restare in ascolto.

<<Cos’ha?>>

<<È gelosa.>>

<<Di chi?>>

<<Come di chi? Di te. Di lei. Di voi.>>

<<Ma a me piace solo Cleo.>>

A queste parole la ragazza sorrise, voltandosi leggermente verso i due ragazzi.

<<Poco fa non sembrava!>>

<<Quindi si è arrabbiata per questo?>>

<<Credo proprio di sì.>>

<<Dovrei chiederle scusa.>>

<<Credo proprio di sì.>> Disse di nuovo la frase scandendola meglio.

<<Grazie, sei un amico.>> E si avviò verso lei. Quando fu richiamato.

<<Senti. Visto che a te non piace, con Diletta posso provarci io?>>

<<Cosa vuol dire provarci?>>

<<Grazie.>> Archibald si diede una sistemata come poteva e si avviò verso il lago.

Samir restò immobile senza capire cosa avesse detto per poter essere ringraziato. Dopo poco si mosse e andò ad abbracciare Cleo, che non disse nulla. Nel frattempo Archibald si immerse nel lago per raggiungere Diletta che nuotava beata nonostante l’acqua fosse gelata.

Mentre tutto ciò avveniva da lontano si sentì un grido sommesso e dopo poco si sentirono dei passi avvicinarsi velocemente. Poi li videro, erano una decina di uomini assetati come loro che si lanciarono nell’acqua.

I quattro restarono immobili ognuno nella posizione in cui li avevano sentiti arrivare. Finalmente i nuovi arrivati si accorsero di chi li aveva preceduti.

<<Quindi quella locandiera aveva ragione!>>

<<Quale locandiera?>> Chiese Cleo.

<<Scusatemi, non mi sono presentato. Io sono Mal, capitano coraggioso di questo gruppo di banditi, in cerca della salvezza. Piacere.>> Accompagnò la presentazione con un inchino maestoso.

<<Salvezza da cosa?>> Chiese lei.

<<Ma i banditi fanno i banditi, non cercano salvezza.>> Aggiunse Samir.

<<Io sono un bandito.>> Urlò Archibald uscendo dal lago. <<Voi siete solo degli impostori.>>

<<È un piacere conoscere un collega.>>

<<Si, ma salvezza da cosa? E quale locandiera?>> Cleo stava quasi urlando.

<<Quella della casa nella tundra.>>

<<Non è una locandiera. È una maitresse.>> Intervenne Diletta mentre si asciugava.

<<Meretrici.>> Archibald lo disse con fare sognante. <<Ho sempre desiderato conoscere delle meretrici.>>

<<Io lo sono, o meglio, lo sono stata.>>

<<Ecco perché sei così bella. Allora è vero quello che mi hanno sempre raccontato.>>

<<Bando alle ciance! La signorina qui presente mi ha posto anche un’altra domanda. E io per educazione devo rispondere.>> Cominciò a sistemarsi la camicia e lisciarsi i pantaloni vecchi. Si guardò intorno e quando trovò quello cercava vi ci si avviò. Era un tronco tagliato che poteva fungere da ‘palco’. Salì, guardò tutti e si preparò a parlare, assicurandosi bene che tutti ascoltassero. I suoi uomini erano immobili, quasi con occhi sognanti in attesa del discorso. Quando fu sicuro che tutti erano concentrati cominciò.

<<Miei signori. Quello che sto per dirvi è di vitale importanza.>> Usava un tono di voce pacato e gentile, ma denotava sicurezza e teatralità.

<<Noi cerchiamo la salvezza dell’umanità>>. Si fermò fissando uno per uno i suoi ascoltatori. <<L’umanità che in questo caso siamo noi. I banditi. E non siamo degli impostori come qualcuno vorrebbe far credere.>> Finì la frase guardando con disprezzo verso Archibald. <<Noi abbiamo sempre vissuto in attesa di qualcosa di più, ma c’erano altri essere umani che, solo per sete di potere, ci denigravano, ci ostacolavano. Allora noi per necessità ci siamo messi a fare questo lavoro.>> Fece un’altra pausa, poi riprese questa volta in modo quasi rabbioso andando poi via via calmandosi.

<<E che sia chiaro che, ‘il potere è l’immondizia della storia degli umani’. Almeno così diceva una canzone che ascoltava mio padre quand’ero piccolo. Ecco. Mi sembra di avere risposto.>> Finito di parlare scese e raggiunse gli altri con un sorriso e una grande prosopopea.

<<Anche l’uomo vestito rosso porpora che veniva da me faceva così. Di solito saliva su una sedia però. In camera mia non c’era altro.>> Disse Diletta.

<<Ma tu ci hai capito qualcosa?>> Chiese Samir a Cleo.

<<Fanno i banditi, per qualche motivo.>>

<<Grazie.>>

<<Prego.>>

<<Sono solo dei poveri ladri e giustificano la cosa con questo discorso senza senso.>> Concluse Archibald.

<<Uccidetelo.>> Urlò con tutto il fiato che aveva in gola Mal. A questo grido i suoi uomini si avventarono sul malcapitato che non poté fare altro che coprirsi alla bene e meglio buttandosi a terra mentre lo prendevano a calci e pugni.

<<Basta.>> Questa volta fu Diletta ad urlare. Tutti si fermarono e la guardarono stupiti.

<<Vi sembra il caso? Poi se proprio volete ucciderlo, almeno usate un coltello, una pistola. Così a mani nude? Siete proprio delle bestie. Voi maschi sempre tutti uguali. Ogni volta questa cosa di dover dimostrare chi ce l’ha più grosso e più duro. Non è così che vanno le cose. Qualche volta si può anche rinunciare ad essere il migliore e vivere bene lo stesso.>>

<<Cosa intendeva con più grosso e duro?>> Samir si rivolse a Cleo.

<<L’ego.>> Rispose Diletta senza guardarlo.

<<Grazie. Mi hai appena insegnato una cosa che non sapevo e di questo te ne sarò eternamente grato.>>

Mal era visibilmente più calmo e tranquillo rispetto a qualche minuto prima. <<A proposito di insegnamenti. Noi stiamo andando dal Saggio. Lì dove ognuno può risolvere i proprio problemi. Volete venire anche voi?>>

<<Certo.>> risposero insieme i tre. Solo Archibal non disse nulla.

<<Però questa storia del lago è strana. Non credevo esistesse veramente. E invece c’è.>> Dicendo ciò il capo dei banditi si avviò seguito dai suoi ragazzi.

<<Ma esattamente dove si trova questo Saggio?>> Chiese Cleo.

<<Da qualche parte.>>

<<Un momento. Non vorrete veramente seguire questi pazzi? Volevano uccidermi.>> Archibald si era rialzato e si stava spolverando.

<<Non ti ci mettere anche tu ora.>> Disse Diletta e prendendolo sotto braccio lo fece accodare alla carovana.

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Commenti

  1. Quando due persone sono legate nell’intimo possono anche restare in silenzio uno accanto all’altro semplicemente a guardare le stelle per ore, proprio come Cleo e Samir i protagonisti di una storia surreale e meravigliosa tra sogno e realtà attraverso luoghi senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie o Dorothy nel paese di Oz, nella loro avventura incontreranno tanti volti e le loro storie attraverso un viaggio che percorreranno a piedi camminando anche nelle loro anime, attraverso la loro amicizia tutta speciale, un tuffo tra avventure e sentimenti amore e amicizia che vi lascerà senza fiato.

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Matteo Di Antonio
Appassionato di teatro, dopo aver scritto alcuni testi per il palcoscenico ha cominciato a spaziare tra vari generi, passando dai testi teatrali alle sceneggiature fino ad arrivare ai romanzi. Ha all'attivo una pubblicazione di un libro, 'Il mio gioco', edito da Lettere Animate. Come attore ha potuto collaborare con Maria Egle Spotorno e con Eugenio Olivieri, entrambi diplomati al Piccolo Teatro di Milano, con Tonino Simonetti e con alcune compagnie locali, tra le quali Sipario Aperto e 4LLO production.
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