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Cleo e Samir sono amici da sempre. Costretti a fuggire dalla loro città, intraprendono un viaggio avventuroso, la cui meta è ancora da decidere. La strada è incerta, e lungo la via si imbattono in una galleria di personaggi molto interessanti: re, banditi, pirati, elfi e streghe.

Tante sono le domande che affollano la mente dei due ragazzini, ma forse trovare la risposta non è così impossibile come credevano. A volte, quasi per uno scherzo del destino, ciò che desideriamo è già sulla nostra via.

«Guarda!»

Cleo e Samir erano lì già da qualche tempo. Fermi a fissare il vuoto, fino a che lei non alzò lo sguardo al cielo e vide le stelle, inducendo anche lui a guardare su. Rimasero così per lungo tempo. Non avevano nulla da fare.

Cleo, occhi scuri, capelli ricci e scompigliati, nerissimi, pelle olivastra. Era la migliore amica di Samir, che era talmente tanto bianco da far sembrare abbronzato un albino. I suoi capelli erano biondi, gli occhi verde acqua. A differenza della ragazza era basso, non raggiungeva il metro e settanta, e aveva una pancia appena accennata, mentre lei aveva un fisico atletico e sensuale con un seno piccolo ma ben fatto. Era stranissimo vederli camminare insieme, eppure non facevano altro fin da quando erano piccoli. Avevano la stessa età ed erano cresciuti insieme. Praticamente fratelli.Continua a leggere
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Erano arrivati in quel luogo quasi per caso. Una tundra solitaria dispersa nel nulla. C’era una fattoria che si vedeva in lontananza, ma erano troppo stanchi per raggiungerla.

Ora lì, in quel nulla, fissavano le stelle.

«Lo credi davvero?»

Cleo si mosse, abbracciò il suo amico, chiuse gli occhi e rispose. «Non ti preoccupare, di tempo per cambiare ce n’è!» E subito si addormentò. Lui non si mosse, era attento persino a non respirare per non disturbarla. Cercò di capire come fossero vestiti, non ricordava neanche quale fosse stata l’ultima volta che si erano lavati e cambiati. Provò ad alzare il collo, ma notò come la cosa desse fastidio a lei e ritornò immobile. Riuscì solo a vedere che la scarpa destra aveva un buco proprio sull’alluce.

Fu in quella posizione che sentì un frastuono, come dei cavalli che al galoppo si avvicinavano velocemente. Provò a guardare ma non riuscì a vedere, fino a che si trovò di fronte un intero esercito di cavalieri.

Erano tutti vestiti con una giacca blu e dei pantaloni bianchi. Solo uno di loro aveva la giacca rossa. Era molto alto, si avvicinava ai due metri. Aveva un viso segnato dal tempo, con una barba incolta tendente al rosso. Il suo sguardo era fiero e gli occhi neri sembravano vispi e allegri, nonostante una certa severità di fondo. Aveva la tendenza a muovere spesso le mani e le braccia per sistemarsi la giacca e i capelli che spuntavano folti sotto il cappello in cui spiccava una piuma; era  l’unico del gruppo ad averla. Sembrava il capo.

Scese da cavallo e si avviò verso Samir e Cleo.

«Buonasera, signori. Sono Babilone, comandante di questi cavalieri senza paura, impegnati a sottomettere tutto quello che c’è da conquistare, in nome dell’impero di Saint Louis, governato dall’imperatrice Adele. Di chi è questa terra?»

«Non ne ho idea.»

«Bene, allora è nostra!»

Poi si rivolse ai suoi uomini, alzò il braccio destro al cielo e urlò: «Abbiamo conquistato un altro pezzo di territorio!».

A questa frase tutti i suoi sottoposti cominciarono a urlare di gioia e a lanciare i cappelli in aria.

«Sottotenente, pianti la bandiera!» disse il comandante Babilone.

Il sottotenente scese da cavallo. Slegò la bandiera dalla sella del suo puledro e con un colpo secco tentò di piantarla a terra, ma non vi riuscì.

«Signore, la terra e troppo secca, non entra.»

«Allora scavate.»

Bastò quest’ordine per far scendere anche tutti gli altri che si misero a lavorare con la propria pala. Ognuno di loro fece una buca e, finito il lavoro, il sottotenente non sapeva più dove piantare il vessillo.

«Signore, ora però non so dove metterla.»

«Lasciamo che siano i nostri amici a scegliere.» E rivolgendosi verso i due che erano ancora sdraiati pose la domanda: «Dove volete che la piantiamo, signori?».

Cleo, che nel frattempo si era svegliata, guardò perplessa il suo amico. «Ma chi sono?»

«Se non ho capito male i proprietari del terreno.»

«Bene.» Così fu lei a rivolgersi ai soldati. «Quindi voi siete i proprietari?»

«Sì, signorina.» Fu il sottotenente a rispondere.

«E cosa ve ne fate di una terra così dura?»

«Non lo so, signorina.» Provò a pensare ma non sapeva cosa dire, così si rivolse al suo superiore. «Signore, cosa ce ne facciamo?»

«Ma come? Che domande son queste?» Nel dire queste frasi usò un tono teatrale e borioso. «Il nostro compito è diventare padroni.»

I due amici si tirarono su a sedere. Si guardarono di nuovo e all’unisono posero la nuova domanda. «Sì, ma per quale motivo?»

«Per governare.»

«Tu hai capito qualcosa?» Samir guardò l’amica.

«No.» Cleo rivolse di nuovo lo sguardo verso i soldati. «Signori, ci spiace di essere sul vostro terreno.»

«Signore, scusi se mi permetto, ma questa conquista mi sembra come quando abbiamo conquistato il mare. È stato bello, ma poi non sapevamo cosa farcene. Non abbiamo barche e nel mare non possiamo mettere nulla, un po’ come qui. Questa terra sembra desolata. Magari in quella fattoria laggiù troveremo qualcosa.»

«Basta con questi discorsi sconclusionati. Sottotenente, scelga un buco dove piantare la bandiera.» Poi rivolgendosi verso gli altri. «Voi, con me. Alla fattoria.»

Con urla di giubilo partirono tutti a cavallo in direzione della vecchia casa che si vedeva in lontananza, alzando un polverone.

I tre rimasti cominciarono a tossire e lo fecero per lungo tempo. Poi si guardarono. Qualche secondo dopo il sottotenente si mise a cercare un buco dove infilare il vessillo.

«Però è bella» disse Cleo.

«Cosa?»

«La bandiera è bella.»

«Dici?»

«Dico!»

«Se lo dici tu!»

Samir non era convinto della bellezza e cominciò a guardarla con più attenzione, ma non ci riusciva perché continuava a muoversi, portata dal soldato a destra e a sinistra, alla ricerca del posto giusto. Quando si fu stancato di seguirla con lo sguardo tornò a parlare con la sua amica.

«A me sembra una normalissima bandiera bianca.»

«Appunto. Guarda quanto è candida. Mi fa tenerezza.»

«Lei?»

«Sì, perché?»

«Non so! Non sono tanto convinto che sia lei a fare tenerezza!»

«E cosa dovrebbe essere allora?»

«Boh! Ti ho appena detto che non lo so.»

«Ha trovato un posto» disse Cleo, guardando il sottotenente.

«Torniamo a guardare le stelle? Loro non si possono conquistare e saranno sempre libere.» Samir volse lo sguardo al cielo, disinteressandosi di quello che il cavaliere stava facendo.

«Ho sentito dire che qualcuno le acquista» disse Cleo.

«Le stelle? Perché?»

«Ci sarà sicuramente un motivo, ma ora mi sfugge.»

«Sì, lo credo anche io. Nessuno sarebbe tanto stolto da acquistare qualcosa che non serve.»

«Già. E nessuno sarebbe tanto stolto da volere conquistare tutto, anche il mare, se poi non avrebbe nulla da farci.»

Rimasero a fissarsi inebetiti. Avevano intrapreso un discorso troppo complicato per loro.

Fu di nuovo lei a dirlo. «Guarda!» E tornarono a fissare le stelle, sdraiati e abbracciati.

In quel preciso momento arrivò il sottotenente, che vedendoli in quel modo si sentì in diritto di parlare. «Missione compiuta, ora queste terre sono dell’impero di Saint Louis, amministrato dall’imperatrice Adele e sottomesse all’impero dal comandante Babilone; colui che è arrivato fino all’oceano conquistandolo, per poi decidere di tornare indietro, una volta compreso che non poteva impossessarsi più di nulla.» Disse tutta la frase con fare solenne e con la mano sul cuore. Finito il rito salì a cavallo salutò i due amici con un inchino, dopo essersi tolto il cappello, e si diresse verso i suoi compagni.

«Tu ci hai capito qualcosa?»

«Poco, ma non credo sia importante.»

«Sì, hai ragione. Tu sei sempre più brava di me.»

«Ora?»

«Dormiamo.»

«Sì, dormiamo.»

Cleo si svegliò che era ancora notte. Fece un balzo e si guardò intorno. Stava cercando di capire dove si trovassero. Svegliò Samir che non ne fu molto contento.

«Ma secondo te i soldati dell’impero di Saint Louis, comandati da Babilone, dove sono?»

«Alla fattoria.»

«Alla fattoria?»

«Sì, alla fattoria.»

«Andiamo.»

Senza dire altro si alzarono e si avviarono verso la casa che si vedeva in lontananza. Più si avvicinavano e più si rendevano conto che la fattoria non era proprio quello che a loro sembrava da lontano. Sembrava una casa costruita nel nulla. La tundra che li circondava dava la sensazione di estendersi all’infinito. Erano le prime luci dell’alba e il sole che nasceva rendeva tutto di un rosso intenso. Si stava alzando una leggera brezza che faceva roteare nell’aria solo un poco di polvere. Attorno a loro, oltre la casa, non c’era nulla.

Arrivati lì davanti provarono a scrutare l’interno, ma i vetri erano talmente tanto sporchi da impedirne la visione. La casa era fatta di legno consunto e vecchio. Salirono i tre gradini che li separavano dal portico. Alla sinistra c’era una classica sedia a dondolo, non proprio nuova. Provarono a bussare ma non rispose nessuno.

«Forse dormono tutti» disse Samir.

«Andiamo dentro» rispose lei.

Entrarono e si trovarono davanti un bancone vecchio e consumato, come se fosse messo lì per accogliere gli avventori, con dietro una donna che ci dormiva appoggiata sopra. Sembrava sulla sessantina, di una bellezza oramai sfatta, ed era in vestaglia. Si svegliò d’improvviso e come se nulla fosse cominciò a parlare.

«Buongiorno, cosa posso fare per voi?»

«Lei chi è?» chiese Samir, rivolgendosi all’amica.

«Non so» rispose Cleo. Rivolgendosi poi alla donna: «Lei chi è?».

«Io sono la maîtresse. Sopra ci sono le mie ragazze.»

«E cosa fanno le sue ragazze?» chiese lui.

«Lavorano, fanno le meretrici.»

I due amici si guardarono senza capire bene.

«Cosa fa esattamente una meretrice?» Samir guardava Cleo perplesso.

«Non lo so esattamente, credo abbia a che fare con il mestiere più antico del mondo.»

Se lo dissero a bassa voce con la donna che li guardava e cercava di comprendere le loro parole. Finita la loro piccola discussione, fu la ragazza a rivolgersi di nuovo alla donna.

«Son per caso passati di qui dei soldati dell’impero di Saint Louis comandati da Babilone?»

«Sì, certo.»

«E dove sono andati?» Mentre diceva queste parole Samir fu attratto dalla canzone che stava cantando una gentile signorina in abiti succinti che si intravedeva sopra le scale alla loro sinistra e cominciò ad avviarsi verso di lei.

«Dove vai?» urlò Cleo prendendogli un braccio.

«Da lei» rispose lui fermandosi.

«Lo faccia andare» disse la donna sorridendo.

«Vieni qua» si impose Cleo.

Poi, vedendo che l’amico non si fermava, gli saltò addosso. I due si misero a litigare, uno sopra all’altra. Fino a che fu la ragazza ad avere la meglio. A quel punto alzò lo sguardo e vide la maîtresse che le porgeva una corda e le indicava un punto dove legare Samir. Per completare l’opera, le diede anche un fazzoletto da mettergli in bocca in modo che non potesse parlare. Nel frattempo la ragazza era andata via ed erano rimasti di nuovo solo loro tre.

«Stai bene?» disse Cleo.

Lui annuì.

Era stato legato a un palo posto, stranamente, al centro di una sala dove probabilmente i visitatori della presunta fattoria aspettavano il loro turno. C’era un pavimento con le assi di legno, molte delle quali oramai da sostituire, e delle sedie all’apparenza non molto comode attorno a dei tavolini bassi, e il bancone su cui era poggiata la signora.

«Sembra una locanda.»

«Non è proprio una locanda, ma quasi.»

«Non ho mai visto una quasi locanda. Tu Samir?»

Segno di diniego con la testa.

La ragazza tornò a rivolgere l’attenzione sul motivo principale per cui erano andati fin lì.

«Quindi, mi diceva che i soldati son passati di qui!»

«Sono ancora qui.»

«E dove?»

«Su, con le ragazze.»

«Come mai?»

«Tutti gli uomini che passano di qui vanno con le mie ragazze.»

«Ecco perché tiene a portata di mano una corda.»

«Sì.»

Cloe restò in silenzio a pensare. Passarono alcuni minuti in cui rimase immobile senza dire e fare nulla. Fino a quando non sentì il ragazzo mugugnare.  «Ah già, è vero! Hai ragione.» Poi, tornando a rivolgersi verso la donna, che nel frattempo era rimasta in attesa, le chiese «Quindi? Cosa son venuti a fare qui?»

«Dicevano che volevano conquistare la fattoria. Però non ho capito a quale fattoria si riferissero. Io non ne ho mai vedute qui intorno.»

«Da lontano questa casa sembra una fattoria.»

«Capisco.»

«E ora sono di sopra!»

«Succede sempre così. Tutti gli uomini che passano da qui vedono le mie ragazze e decidono di restare. Soprattutto quelli che vogliono conquistare qualcosa.»

«Per far cosa?»

«Non so! Ma sapete come si dice, no?»

Cleo rimase ferma a fissare la donna. Le due si guardarono a lungo. La maîtresse vista così dimostrava anche più di sessant’anni, col trucco pesante, il mascara che si scioglieva, mentre cercava di nascondere delle rughe prominenti. I capelli raccolti in uno chignon erano bianchi. La vestaglia metteva in risalto il suo grossissimo seno ma anche il ventre grasso e tutto il resto.

Dopo averla studiata per bene, la ragazza si stancò di guardarla. Ma doveva attendere la risposta quindi restò immobile in attesa. Finalmente la donna parlò.

«Cioè, sapete come si dice?»

«No, noi non sappiamo niente. Tu lo sai, Samir?»

Per tutta risposta il ragazzo agitò velocemente la testa a destra e a sinistra.

«No, mi spiace. Non lo sappiamo. Noi non sappiamo quasi niente. Non possiamo sapere cose di questo genere, siamo troppo stupidi. Cioè non possiamo renderci conto che la democrazia è solo un miraggio, che la diversità è una risorsa, che le guerre servono solo a qualcuno e che il popolo in ogni caso ci rimette e che le regole sarebbero inutili se ognuno di noi seguisse il giusto modo di comportarsi. Se sapessimo tutte queste cose saremmo persone intelligenti, ma purtroppo non lo siamo.»

La donna ebbe un momento di esitazione, come se stesse pensando a qualcosa, poi si ridestò e rispose. «Dai su, quella storia dei buoi sopra i carri che tirano. No aspetta non era proprio così. Cioè non erano i buoi che tiravano. Comunque non è importante, avete capito!»

«No. Credo che non abbiamo capito proprio nulla…» Cleo smise di colpo di parlare, come se fosse stata colpita da un pensiero improvviso. Portò pollice e indice sotto il mento e assunse un’espressione pensosa. «Però lui legato così mi ricorda qualcosa. Una cosa che ho sentito forse quando ero piccola.»

«Cosa?»

«Non ricordo esattamente. Magari prima o poi mi torna in mente.» All’improvviso cambiò discorso. «Non avete per caso qualche cosa da mangiare o da bere?»

A questa richiesta il ragazzo cominciò ad agitarsi, in quel momento si rese conto che erano parecchi giorni che non toccavano cibo.

«No, mi spiace. Ci sono solo per i clienti e lei ha legato il suo amico. Però qui vicino c’è un lago. Lì potrete pescare.»

«Che bel quadro. Cosa c’è disegnato?» Cleo stava guardando una cornice posta proprio dietro la donna.

«Una sirena.»

«Che bella. Non trovi anche tu, Samir?»

Un nuovo mugugno di assenso.

«Grazie di tutto.» Fece un paio di passi poi si voltò. «In quale direzione si trova il lago?»

«Fuori» e indicò un punto indefinito oltre la porta di ingresso.

«Grazie.» Guardò l’amico che sembrava assente. «Dovrebbe darmi una mano a portarlo fuori, non credo sia il caso di slegarlo qui dentro.»

La maîtresse fece una smorfia, poi infilò le mani in un cassetto, ne estrasse delle forbici e si avviò verso Samir, che la guardava spaventato. Con un colpo secco slegò il ragazzo, senza dir nulla se lo caricò sulle spalle e lo buttò fuori dalla casa senza tanti complimenti.

«È stato un piacere conoscerla.» Anche Cleo uscì e aiutò l’amico a sollevarsi e in silenzio si avviarono dalla parte opposta da cui erano venuti.

«Aspettate!»

I due si fermarono come se qualcuno li stesse chiamando.

«Aspettatemi!»

A questo punto si voltarono. E videro una ragazza corrergli incontro.

«Chi è?» Samir sembrava spaventato.

«Una ragazza.»

«Eccomi.» Li raggiunse e si piegò sulle ginocchia per riprendere fiato. «Grazie.» E li guardò con uno sguardo di gratitudine.

I due amici continuavano a fissarla con un’espressione assente, in attesa che fosse lei a parlare.

«Sono Diletta, una delle ragazze della maîtresse, e faccio la meretrice. Almeno la facevo, perché non voglio farla più. Sono scappata per venire con voi. Vi ho ascoltato da quando siete arrivati, ero nascosta dietro la porta della cucina. Anche io non so nulla, quindi sento che starò bene insieme a voi. Ho anche preso qualcosa da mangiare.» Nel dirlo tirò su la gonna e sfilò il cibo, che aveva chiuso dentro una bustina, dalle autoreggenti. «Non è molto, ma potrebbe bastarci per qualche tempo.» E allungò ai due la busta. Samir guardò Cleo e quando lei assentì prese velocemente quello che la ragazza porgeva, lo scartò e si affrettò ad addentare un pezzo di pane. Poi voltandosi consegnò il tesoro all’amica che con meno foga ma con la stessa fame cominciò a mangiare.

«Quindi posso?»

«Posso cosa?» chiese lui.

«Sì, puoi venire con noi» disse Cleo.

«Veramente? Siamo sempre stati solo noi due!» Samir parlò a bassa voce.

«Non possiamo non aiutare una persona che ha bisogno.»

«Giusto.» Poi rivolgendosi a Diletta: «Benvenuta».

Si voltarono senza dire nulla e si riavviarono. Dopo poco la ragazza li affiancò con un sorriso pieno. In questo modo camminarono senza parlare per parecchio tempo e senza vedere il lago. A un certo punto videro in lontananza una roccia, posta lì nel nulla della tundra.  Fu Cleo a individuarla per prima. «Andiamo a sederci lì, ci sarà un po’ di ombra e potremo riposarci prima di ripartire.»

Arrivati si sistemarono come poterono cercando riparo dal sole di mezza giornata. Come al solito Cleo abbracciò Samir e Diletta si posizionò dall’altro lato del ragazzo. Dopo qualche minuto di silenzio in cui cercarono di riprendere fiato, il ragazzo si rivolse alla nuova arrivata.

«Cosa fa esattamente una meretrice?»

A questa domanda anche Cleo tirò su la testa e guardò incuriosita in direzione dell’altra ragazza.

«Non so proprio come spiegarlo. Non so neanche da dove iniziare. Ma ci proverò.»

Rimase qualche secondo in silenzio. Poi cominciò a parlare. Andò avanti per diversi minuti, senza mai riprendere fiato. Come se quello che stava dicendo doveva venire fuori così e in nessun altro modo. Mentre raccontava, i visi dei suoi compagni di viaggio cambiavano espressione in continuazione.

«E questo è tutto.»

«Tu hai capito qualcosa?» disse Samir a bassa voce a Cleo.

«Non sono stata brava a spiegare?» chiese Diletta.

«Tu sei stata bravissima. Semplicemente noi non credevamo esistessero queste cose.»

«Anche tu sei una ragazza come me, Cleo. Credevo che tutte le ragazze facessero le stesse cose.»

«No. Non facciamo tutte le stesse cose.»

«Infatti, immaginavo. Quindi siamo diverse?»

«Diverse?» Samir sembrava spaventato.

«Sì» disse Cleo. «Ma tutte quelle cose che ci hai raccontato si possono fare?»

«Se io le ho fatte per lungo tempo e le altre continuano a farle, credo di sì.»

I due amici si guardarono perplessi. Poi fu Cleo a parlare. «Una volta ho sentito una storia secondo cui se Dio non esiste tutto diventa lecito. Non ricordo bene chi fu a dirlo. Forse un filosofo.»

«Dio?» chiese lui.

«Non esiste?» disse Diletta.

«Non lo so, ho solo sentito questa storia» rispose Cleo.

«Però un mio cliente abituale mi ha sempre parlato di cose così. Cioè a lui piaceva salire sul pulpito e predicare prima di iniziare e io ogni tanto lo ascoltavo. Veniva sempre vestito di rosso porpora. Lui difendeva l’idea secondo cui c’è una retta via da seguire al di là della religione o della scienza, della politica o di qualsiasi altra cosa.»

«Sì!» Nel dire ciò Samir fece saltare le due amiche, tanta fu l’enfasi con cui pronunciò l’affermazione. «Non ricordi? Anche noi abbiamo sentito un discorso tipo questo quando eravamo bambini. Da quel professore vestito sempre male, con la barba e che portava quelle magliette brutte.»

«Quelle in cui era sempre rappresentato un uomo barbuto con un basco o con una sigaro in bocca e con tutto quel rosso attorno. Ricordo» confermò Cleo.

«Però non so proprio come definire la cosa» concluse il ragazzo.

«Morale.»

La voce arrivò dall’altra parte della roccia. Era calda e profonda, probabilmente di un uomo sulla mezza età.

I tre si voltarono e videro dei piedi infilati in degli scarponi spuntare di lato e sopra il masso una nuvola di fumo.

«C’è qualcuno» disse Cleo.

«Chi è?» chiese spaventato Samir.

«Andiamo a vedere» suggerì Diletta.

Con circospezione cominciarono a ruotare intorno alla roccia e si trovarono davanti questo uomo con un cappello da cowboy a coprire gli occhi chiusi. Stava fumando un sigaro. Aveva la barba brizzolata. Una giacca copriva una camicia a quadri e dei pantaloni consunti completavano l’abbigliamento. Anche se era seduto sembrava veramente molto alto.

Quando li sentì, l’uomo aprì lentamente gli occhi. «Si chiama morale. Quella cosa che non sapete come definire.» Ripeté la parola scandendola.

«Grazie.» Diletta sembrava la meno spaventata dei tre.

«Bisognerebbe fare tutte le cose seguendola, in modo da fare la cosa giusta. E non abbiamo certo bisogno di qualcuno che ce la imponga o ce la spieghi. Semplicemente ognuno di noi ce l’ha dentro. Purtroppo quasi tutti l’abbiamo dimenticato. Molti si affidano a un qualche culto per avere delle regole, non ritenendosi in grado di stabilirle da soli. Ma evidentemente se si ha bisogno di regole e non si segue il proprio cuore c’è qualcosa di malsano. Ed è vero, fu un filosofo a tirar fuori la teoria di cui parlavate prima.»

«Lei è molto intelligente, lo sa?» disse ancora la ragazza.

«Se una cosa vi fa stare bene, fatela. Non è mai sbagliata.»

«Ma che significa?» chiese Samir.

L’uomo si alzo, tirò a sé il suo cavallo, fino a quel momento  nascosto, seduto al di là della roccia. Fece un sospiro di disapprovazione e salì sopra l’animale. «Pagani!»

«Paga… che?» chiese il ragazzo.

«Un mondo che ha bisogno di santi e di eroi è un mondo sbagliato!» E così dicendo fece un suono con la bocca e diede un colpetto al cavallo che si mosse. In poco tempo era già al galoppo allontanandosi dai tre amici.

«Che voleva dire?» chiese Cleo.

«Pagani?» continuò a chiedersi Samir.

«Credo di essermi appena innamorata» concluse Diletta con un tono languido. «Quell’uomo. Così bello. Con la sua aria vissuta. Alto. Con quel cappello. E quella voce calda e suadente. Poi dice certe cose!»

Gli altri due la guardarono stupiti. Poi tornarono ai loro pensieri.

«Che voleva dire?» disse di nuovo la ragazza.

«Pagani» concluse Samir e accompagnò l’affermazione con una scrollata di spalle e un sorriso.[/inline-popup]

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro sorprendente. La storia dei personaggi e i loro incontri ti conquistano fin da subito. Mi è piaciuto molto..

  2. Quando due persone sono legate nell’intimo possono anche restare in silenzio uno accanto all’altro semplicemente a guardare le stelle per ore, proprio come Cleo e Samir i protagonisti di una storia surreale e meravigliosa tra sogno e realtà attraverso luoghi senza tempo come Alice nel paese delle meraviglie o Dorothy nel paese di Oz, nella loro avventura incontreranno tanti volti e le loro storie attraverso un viaggio che percorreranno a piedi camminando anche nelle loro anime, attraverso la loro amicizia tutta speciale, un tuffo tra avventure e sentimenti amore e amicizia che vi lascerà senza fiato.

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Matteo Di Antonio
Dopo l’adolescenza vissuta da sportivo e il diploma all’istituto tecnico, scopre il teatro entrando a fare parte prima della scuola poi della compagnia teatrale Il Satiro, diretta dall’attrice e regista Maria Egle Spotorno, diplomata al Piccolo di Milano. È stato in quegli anni che si è avvicinato alla scrittura, componendo alcuni testi teatrali e sceneggiature per cortometraggi. Infine è passato alla narrativa, pubblicando nel 2017 il suo primo romanzo, Il mio gioco, edito da Lettere Animate. Nel frattempo sono continuate le sue collaborazioni teatrali con Eugenio Olivieri, anche lui diplomato al Piccolo, con Tonino Simonetti, con Nuovo Sipario Aperto e con la 4llo Production.
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