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100, Carrer Marià Cubí

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Uno studente viene trovato morto nel bagno del suo appartamento: nessun segno di effrazione, nessun testimone, solo due coinquilini dalle risposte incerte e una stanza messa a soqquadro.

Quello che sembra un tragico incidente si rivela presto l’ingresso in un fitto labirinto di piste sovrapposte: bische improvvisate, giri di debiti, serate che finiscono all’alba e movimenti di denaro che non tornano.

Intanto, un uomo sconosciuto si aggira nel palazzo, sempre in silenzio, sempre fuori posto.

Mentre gli alibi si incrinano e le tracce sembrano evaporare, il commissario Sclavi attraversa salotti in apparenza rispettabili, notti che profumano di alcol e promessa, e vite di chi sopravvive ai margini. Sullo sfondo di una Roma cinica e paziente, ogni indizio porta a una sola domanda: quanto siamo disposti a rischiare quando il denaro è l’unica lingua che tutti capiscono?

Il (non) pranzo della domenica

I gabbiani rovistavano nelle buste nere colme degli scarti dei ristoranti che stavano chiudendo, intanto i camerieri vuotavano nei tombini la birra rimasta nelle caraffe, nei boccali, nei bicchieri.

Trastevere andava spegnendosi in modo lento ma uniforme: un ragazzo abbassava la serranda del bar di piazza San Calisto mentre il proprietario di un ristorante apparecchiava i tavoli per il giorno dopo. Stendeva con cura le tovaglie a righe, piegava i tovaglioli quadrati a ottenere un triangolo sopra l’altro e sistemava le posate.

«Buonanotte, sor Lucià…»

«Notte…»

Luciano si metteva le mani in tasca come a farle rilassare, pregustava il riposo, teneva la testa bassa per far sciogliere i muscoli della cervicale.

I sanpietrini venivano calpestati sempre più raramente mentre la notte procedeva, e quando le luci erano ormai tutte spente anche quei blocchi neri potevano godersi il meritato riposo.

I più tenaci pagavano uno scudo per entrare in una qualche discoteca, magari a Libetta. Qualche ora dopo finivano a mangiare un panino dallo zozzone, o un cornetto rubato dai cartoni pronti per le pasticcerie, alcuni speravano in una conquista fugace, altri volevano solo non pensare a nulla, essere talmente ubriachi da inibire le sinapsi. Per alcuni era solo lavoro: miscelare drink, fare la selezione all’entrata, il parcheggiatore abusivo.

Poi il sole sorgeva e metteva tutti d’accordo, tutti a dormire fino a ora di pranzo. I più fortunati non dormivano da soli.

Roma così poteva riposare, lentamente veniva pervasa da quell’aria domenicale difficile da spiegare, che rende tutti più riposati e sorridenti, quel giorno in cui si prende il caffè senza fissare la macchinetta cercando di metterle fretta, senza guardare l’orologio a parete comprato da Ikea, di quel colore assurdo solo perché era l’ultimo rimasto. Le foto sul frigorifero sono sempre le stesse che le si conosce a memoria ormai, ma ogni volta mettono il sorriso come se avessero tolto uno strato di polvere a un ricordo dimenticato.

Chissà da dove veniva fuori quell’aria così frizzante, forse riposava sotto i sanpietrini, aspettava la desolazione delle sei del mattino per venire fuori e tornava a casa all’imbrunire. E così via, domenica dopo domenica. Non poteva esserci altra spiegazione, da qualche parte doveva pur nascondersi, forse si poteva provare a cercarla, a chiederle di venire fuori più spesso, magari in un normale martedì di pioggia, di quelli in cui si è già stanchi quando si mette in moto la macchina al mattino. Probabilmente non accetterebbe l’invito, avrebbe paura di perdere la sua magia.

Sclavi riposava sul suo terrazzo, era sveglio da un paio d’ore e dopo aver aspettato il sole farsi largo tra le nuvole aveva finito per arrendersi e indossare la felpa. Leggeva un libro brutto, di quelli che ti permettono di lasciare la mente andare dove vuole senza sentirsi in colpa.

Sotto di lui, piazza della Madonna dei Monti era animata da turisti curiosi che poggiavano il sedere sulla fontana, il Bar faceva il caffè per tutti e iniziava a far sedere qualcuno per pranzo. Si chiamava proprio così: Bar. E basta. Sclavi una volta aveva chiesto il motivo al proprietario, lui si era messo a ridere prima di iniziare a raccontare.

Gianni, Gigi per gli amici, aveva poco più di settant’anni, delle rughe che glielo ricordavano e un fisico che faceva finta di non sentire. Aveva impedito ai capelli di dire la loro tagliandoli a zero tanto tempo fa e insistendo sulla scelta. Faceva un buon caffè e dei buoni saccottini al cioccolato, quelli che i francesi chiamano pain au chocolat. Per una vita aveva fatto il postino: lavorava alle poste di via Marmorata, quell’edificio che porta la firma di Adalberto Libera. Il fratello invece, anche lui per una vita, aveva fatto il barista, prima sottopadrone, poi da imprenditore di sé stesso. Aveva comprato un piccolo bar a piazza della Trinità dei Monti che gli era sopravvissuto, lui era andato via qualche anno fa a causa di un brutto male. La figlia aveva ereditato tutto, compreso il bar, che rimise a nuovo ma non ci lavorò mai: partì per Berlino, il marito era un ambasciatore.

«Zio Gigi, lo vuoi? Papà sarebbe contento così…»

«Non posso permettermelo…» Gli aveva messo le chiavi in mano.

«Papà è contento così, prendilo tu… Ciao zio. Fai solo una cosa: dagli un nome semplice, papà ci teneva alle cose semplici.» Gigi aveva preso le chiavi, aveva puntato la sveglia alle cinque tutte le mattine e aveva deciso che l’avrebbe fatta semplice, ma che più semplice non si poteva. Bar. E basta.

Sclavi guardò l’orologio e poi girò una pagina. Iniziava ad avere fame, ma era troppo presto per pranzare e troppo tardi per fare colazione.

Squillò il telefono, il commissario era una di quelle persone che prendeva alla lettera il concetto di reperibilità, tanto che Ballester aveva una suoneria personalizzata così da rispondere sempre prontamente. Così fece.

«Ballester, dimmi…»

«Capo, non volevo disturbarla, è domenica…»

«Neanche io avrei voluto mi disturbassi, non gioca il Barcellona oggi?»

«Sì…» L’ispettore era catalano fino al midollo, indipendentista anche oltre.

«Dimmi» lo esortò il commissario.

«Albanesi ha preso una chiamata: un morto in un appartamento vicino al Policlinico.» Sclavi cercò un pantalone, lo trovò sotto a un pullover che mise per coprire la maglietta del pigiama, Ballester era ancora al telefono. «Dottore, è ancora lì?» domandò.

«Mi sto vestendo… Dammi l’indirizzo… Tu dove sei?»

«Sono già qui, ero in zona… sì, sarebbe meglio se venisse anche lei.»

«Sto uscendo di casa… hai avvisato tutti?»

«Il medico legale sta arrivando… la scientifica anche… la aspetto allora.» Misero giù entrambi, Sclavi prese le chiavi della macchina e chiuse la porta, solo allora si ricordò di non aver messo il segnalibro.

«Chi ha chiamato?» domandò Sclavi, mentre toccava le foglie di una pianta lui e Ballester aspettavano l’ascensore.

«Un certo Filippo Bandinelli, dottore… ma questo ascensore è occupato da quando siamo arrivati…» Guardò l’orologio, come a voler capire quanto tempo fosse passato.

«Facciamo le scale… che piano è?»

«Quarto… ah mi raccomando, non si impressioni troppo. Mi hanno detto che non è un bello spettacolo, di sopra.»

«Come si chiamava il morto?»

«Giulio Maestrelli.»

«Anni?»

«Ventiquattro.» Seguì silenzio. A Sclavi bastò fare qualche passo e addentrarsi nella tromba delle scale che subito sentì un vociare confuso, un miscuglio di voci che quasi gli dava il mal di testa, avrebbe voluto urlare e chiedere silenzio. Salì in fretta, tirò fuori il distintivo mentre rifletteva che aveva addosso la maglietta del pigiama, quasi gli venne da ridere. Pensava di disperdere la folla, che invece si addensò intorno a lui.

«Commissario, cosa è successo… Ma un morto, proprio di fronte a casa mia… Ma ora ci arresterete tutti…» Si divincolò.

«Io non posso dirvi nulla, parlate con il commissario, eccolo, è lui…» indicò Ballester, che aveva appena messo piede sul pianerottolo, aprì la porta che era socchiusa. «Permesso…» Subito si trovò davanti tre ragazzi ad accoglierlo, si domandò dove lo stessero aspettando per essere arrivati così in fretta, strinse tre mani diverse, ascoltò i nomi ma non riuscì a memorizzarli. «Piacere, sono il commissario Sclavi.»

«Venga, commissario, è di qua…»

Fiore, uno degli agenti che erano di guardia alla scena del crimine, lo guidò. Gli fece strada attraverso un corridoio stretto, con le pareti color crema e un paio di stampe attaccate al muro, lui girava la testa per farsi un’idea della casa: vide tre diverse camere da letto, una con il letto ancora fatto, avrebbe voluto vedere il salone ma era dall’altra parte, si fermarono davanti alla porta del bagno proprio quando Ballester si presentò all’inizio del corridoio.

«Il morto è lì, nel bagno» indicò con il dito. Sclavi fece i passi che rimanevano guardando il pavimento, le liste di parquet erano fin troppo gonfie, sicuramente da cambiare.

Il bagno aveva le pareti verde acqua, il lavandino che sembrava un cestino della spazzatura, colmo di dentifricio incrostato e peli della barba. Sclavi, che cercava di avvicinarsi piano, spostando lo sguardo a piccoli passi, non poté fare a meno di notare nello specchio l’espressione di Ballester. I suoi occhi si spostarono velocemente verso la cabina doccia.

«Glielo avevo detto…» Aveva il cranio aperto, gli occhi ancora sgranati, qualcuno o qualcosa gli aveva fracassato la testa. Sclavi guardava la cabina doccia e cercava di rimanere in silenzio, se non altro in segno di rispetto.

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Yoseph Fatucci
Nato a Roma nel 1997, è un ingegnere gestionale che lavora nel settore dei trasporti. Tra le sue inclinazioni, oltre alla scrittura, rientrano la cucina, come valvola di decompressione e premura verso chi ama, gli scacchi, come esercizio intellettuale, e la matematica, come spiegazione agli eventi che lo circondano.
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