Mentre l’Italia è devastata dalla guerra, la campagna attorno alla valle del Crati diventa teatro di sopravvivenza e sottili giochi di potere. La giovane Caterina osserva con occhi attenti la miseria e la speranza, Severino, soldato reduce dall’Africa, cerca il suo posto in una patria lacerata e Giovanni cresce in un mondo di tradizioni secolari e povertà, in un paese dove il destino sembra già scritto. Intorno a lui, le donne lottano per la famiglia e gli uomini per la sopravvivenza.
In una Calabria dura e autentica, tra speranza e rassegnazione, tra resistenza silenziosa e compromessi pericolosi, il destino di un paese si intreccia con quello di uomini e donne a piedi scalzi nella polvere della storia.
Prologo
Primo barone di Sartano il 31 agosto 1363; regio ciambellano nel 1343 “Filippo, cameriero della suddetta reina, ottenuto il castello di Sartano non troppo lungi da Cosenza, stabilì in quella città la sua famiglia.” P. Fiore da Cropani
Castel Nuovo, Napoli – 25 gennaio 1364
Il grande salone destinato alle udienze si affacciava sul bellissimo golfo di Napoli e dalle spigolose ma slanciate finestre del mastio si poteva ammirare, in tutto il suo splendore, il porto della città. Una galea stava entrando nelle acque calme della baia, probabilmente diretta all’arsenale per le operazioni di manutenzione. Dalla palmetta, un piccolo spazio ricavato a prua proprio a ridosso dello sperone, un marinaio gridava le indicazioni per facilitare le operazioni di ormeggio. Una volta soddisfatto della posizione, avrebbe calato le ancore e, solo successivamente, la nave sarebbe stata preparata per l’ingresso al cantiere navale, che richiedeva una serie incredibile di precauzioni tecniche. Giovanna osservava affascinata quell’enorme insetto di legno, con le sue antenne, sulle cui cime erano fissate le vele triangolari ripiegate, e le sue lunghissime zampe, forse una trentina per lato, che ritmicamente entravano e uscivano dalle acque, facendogli compiere le manovre desiderate. Le udienze avrebbero dovuto aver inizio da almeno un’ora, ma lei aveva chiesto al magister delle porte di non far entrare nessuno fino a suo ordine. Aveva bisogno di riflettere. Da sola. Come sempre.
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La regina si asciugò una lacrima, che timidamente aveva solcato il suo viso. In certi momenti avrebbe desiderato una vita più semplice e più umile: forse le avrebbe garantito maggiore felicità. Sfiorandosi lo zigomo destro provò una fitta di dolore e, istintivamente, si costrinse a scacciare immediatamente quei pensieri. Non aveva tempo per commiserarsi. L’ematoma, provocato dalle percosse del marito di qualche giorno addietro, non era ancora completamente scomparso e il trucco non riusciva a nasconderlo del tutto. Con Giacomo, ormai, era guerra aperta. Così come gli altri due precedenti mariti, anche lui – dopo aver firmato il contratto matrimoniale che lo escludeva dalla reggenza – aveva cominciato a pretendere di partecipare alle faccende di stato. Nell’agosto dell’anno precedente fu costretta a concedergli la nomina a capitano generale del Regno. Era sempre la stessa storia: tutti gli uomini che la circondavano credevano di poter farle fare quello che volevano. Ancora una volta si trovava in una posizione delicata. E ancora una volta sapeva che ne sarebbe uscita, con l’astuzia e la determinazione. Innanzitutto, avrebbe fatto mettere sotto sorveglianza il marito e avrebbe evitato, nella maniera più assoluta, di trovarsi con lui da sola nella stessa stanza. Ormai era chiaro e sempre più evidente che la lunga prigionia in Aragona aveva minato la sua salute mentale. E poi c’era quell’imbecille privo di spina dorsale di Urbano V, il pontefice, che prima aveva appoggiato l’idea di far sposare la nipote Giovanna di Durazzo con Federico IV d’Aragona, e poi aveva cambiato idea su pressione di Guido da Boulogne. Giovanna era fermamente decisa a porre fine all’annosa guerra per la Sicilia; il matrimonio di sua nipote con il re di Sicilia avrebbe risolto definitivamente la questione. Perciò, anche se il papa la pensava diversamente, Giovanna di Durazzo sarebbe rimasta imprigionata fino a quando non avesse ceduto e dato assenso al matrimonio.
Il flusso di pensieri venne interrotto dal rumore della porta che si apriva ruotando pesantemente sui cardini.
Sua maestà, chiedo perdono, ma i richiedenti udienza aspettano ormai da un’ora. Temo che dobbiate iniziare i ricevimenti, altrimenti non riuscirete a liberarvi per tempo.
Giovanna si voltò assumendo un’espressione severa.
Iniziamo.
Vi rammento che fra loro c’è anche don Filippo. Lo avete mandato a chiamare voi.
Sì, ricordo. Vi ringrazio. Fatelo entrare per primo.
Così dicendo si avviò verso la scranna, mentre il magister richiudeva la porta alle sue spalle.
Filippo Cavalcanti di Firenze, barone di Sartano dall’agosto dell’anno precedente. Così come aveva fatto con altri nobili, allo scopo di sgravare le attività della complessa macchina burocratica del Regno, aveva in animo di concedergli anche il feudo omonimo e avrebbe colto questa occasione per comunicarglielo. Ma non era quello il vero motivo per il quale lo aveva convocato. La concessione sarebbe avvenuta solo nell’aprile di quello stesso anno, nel processo per l’ammissione all’Ordine di Malta di Valerio Telesio. Filippo era stato sempre un fedele maggiordomo di camera e un ottimo consigliere. Giovanna conosceva molto bene le vicende della famiglia Cavalcanti, e per questo era certa che il barone avrebbe fatto qualsiasi cosa per continuare a rimanere nelle grazie della regina. Soprattutto ora che stava per regalargli il feudo di Sartano. Era un uomo che, negli anni, aveva coltivato molti rapporti non solo con dignitari napoletani, ma anche con molte persone appartenenti a diverse classi sociali. Inoltre, non era di stanza a Napoli. Era perfetto. Prima di lasciarlo ripartire per Cosenza gli avrebbe chiesto di trovarle una serie di figure – di assoluta affidabilità – da inserire tra la servitù e tra il corpo di guardia che potessero sorvegliare con discrezione il marito, così da tenerlo il più lontano possibile da lei.
La porta si riaprì, ruotando ancora una volta rumorosamente sui cardini.
barbara.ferretti-6278 (proprietario verificato)
“A piedi scalzi” è molto più di un romanzo storico. Attraverso il racconto di più di un secolo di storia di una comunità calabrese, Massimiliano De Rose ha affrontato temi come la povertà, la tradizione popolare, la memoria storica, il campo di Ferramonti, il brigantaggio, la nascita della criminalità organizzata, la dignità e la resilienza delle persone comuni che hanno abitato quella terra. Ciò che mi ha colpito di più è stato il suo sguardo: profondo e privo di giudizio. Pagina dopo pagina è cresciuta la mia ammirazione per l’enorme lavoro umano, storica e intellettuale profuso dall’autore. La ricostruzione storica, l’attenzione alle tradizioni, al dialetto e all’identità della Calabria rendono questo libro davvero un’opera preziosa.